La recente visita del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nello Stato di Israele è stata caratterizzata da diversi sensazionalismi. Il sogno espresso dal Cavaliere durante il primo giorno di visita, dinnanzi al Premier Netanyahu, è stato quello di poter vedere un giorno Tel Aviv nel novero dei paesi dell’Unione Europea. Le relazioni tra Israele e Italia sono sempre state floride e ricche di collaborazione. La missione italiana ha avuto modo di ribadire questa affinità nelle intenzioni e nelle visioni su diverse problematiche, derivante nelle parole del Primo ministro Berlusconi anche dalla comune matrice culturale giudaico-cristiana. Dal punto di vista operativo sono stati siglati ben otto accordi, durante il summit, ed è stato deciso di ripetere a scadenza annuale le visite bilaterali tra i due paesi, indice della volontà di rafforzare la cooperazione. I settori coperti dai nuovi accordi spaziano dalla previdenza sociale alla cooperazione economica ed alla partecipazione di Israele alla Expo di Milano del 2015.

Tra un trattato e l’altro c’è stato tempo per discutere di politica e di problemi scottanti come la questione israelo-palestinese o il programma nucleare iraniano. Il Presidente del Consiglio ha espresso la sua sincera costernazione per i continui attacchi verbali lanciati da Tehran, inserendo il Presidente Ahmadi Nejad tra i cattivi della storia e confermando l’allineamento della posizione italiana tra quanti si oppongono al programma di nuclearizzazione iraniano, avvertito come minaccia di tutta la regione. La delegazione italiana ha detto che la comunità internazionale deve reagire prontamente alle “ambizioni pericolose del regime iraniano” tramite una supervisione multilaterale sul programma di arricchimento dell’uranio a scopo militare. Infine Berlusconi in prima persona si è esposto anche sulle conseguenze della guerra di Gaza dell’inverno scorso, dichiarando ingiusto il rapporto Goldstone che ha tentato di incriminare Israele per il bombardamento sulla Striscia, ritenuto questo “giustificato”.

Dal canto loro, le autorità israeliane hanno accolto con altrettanto calore la visita italiana e hanno espresso gratitudine sulle speranze e aspettative italiane. Il Presidente della Knesset, il Parlamento israeliano, Reuven Rivlin, ha acutamente osservato che, stante l’importanza di una dichiarazione d’auspicio, come quella di vedere un giorno una delegazione israeliana permanente a Bruxelles, l’Italia può svolgere un ruolo di immediata importanza, dal momento che da una prospettiva geo-politica, si ritrova di fronte alla sponda sud del Mediterraneo ed entro il range di eventuali missili nucleari. Per il momento Roma deve a tutti i costi fare da tramite con i paesi dell’Unione Europea, svelando il pericolo imminente costituito dal regime della “Velayat-e Faqih” e chiedendo che si passi dalle parole ai fatti. La dirigente del partito d’opposizione Khadima, Tzipi Livni, ha nettamente distinto coloro che nel momento del bisogno non rispondono all’aiuto e quanti, come l’Italia, al contrario hanno sempre avuto un rapporto di sincera lealtà e di proficua amicizia. Benjamin Netanyahu ha definito Berlusconi “leader coraggioso che è sempre stato al fianco di Israele”.

Dopo una tappa a Bayt Hanassi dove la delegazione italiana ha incontrato Shimon Peres, attuale Presidente d’Israele, il programma ha previsto una conferenza a Betlemme con alcuni dei membri dell’Autorità Nazionale Palestinese. Con il Presidente Abu Mazen è stato affrontato il problema della ripresa dell’economia nei Territori, preludio necessario per ogni azione di State-building. I negoziati quindi vanno riaperti e perseguiti con celerità, sotto la mediazione del Quartetto (USA, Russia, ONU e UE).

Secondo Nasser Laham, dell’agenzia palestinese Ma’an, la visita del Premier italiano non è stata solo una formula di cortesia, legata ai protocolli, conseguente al fatto che la delegazione si trovava in Israele. Al contrario rivela la presenza di un progetto concreto per il rilancio dei negoziati. Per il medesimo analista, addirittura il Premier potrebbe essere il regista del processo di pace ed Abu Mazen potrà presto tornare al tavolo delle trattative una volta soddisfatta da parte di Israele la richiesta di congelare gli insediamenti in Cisgiordania per almeno tre mesi. Parallelamente Hamas, come auspicato da Berlusconi, dovrà firmare al Cairo un accordo di riconciliazione, non avendo altra scelta. In questo frame-work Israele starà a guardare, anzi accoglierà tali eventi con compiaciuta contentezza. Perché? Per Laham, Israele potrebbe lanciare entro breve un’offensiva ai danni dell’Iran e quindi necessiterebbe della massima tranquillità ai propri confini. Insomma da più parti si ritiene che la visita italiana abbia segnato una riconfigurazione dei rapporti di Roma con il Medio Oriente, nel senso di una ancor più stretta partnership con lo Stato ebraico, un tentativo di rilanciare il processo di pace, con l’accondiscendenza israeliana ed addirittura la regia italiana, ed infine una sorta di resa dei conti nei confronti dell’Iran. Questi fatti recenti dimostrerebbero in buona sostanza che “c’è qualcosa nell’aria”.

Al di là delle dichiarazioni summenzionate sinteticamente, al di sopra di ogni teatrale affermazione e roboante accusa, sembrerebbe che la diplomazia italiana stia adattando bene il principio geopolitico per cui “il nemico del mio nemico è mio amico”. Varrebbe dunque la pena di soffermarsi ad ipotizzare che impatto potrebbe avere questa vicenda sugli interessi italiani in Medio Oriente. In realtà le ipotesi non sono nemmeno necessarie, considerando le conclusioni desumibili dalla cronaca più recente. Due fattori, soprattutto, bisogna considerare: a) la reazione economica che le imprese italiane in Iran, soprattutto l’ENI, hanno avuto a seguito della visita in Israele della missione italiana e ovviamente b) la reazione delle stesse istituzioni iraniane.

I rapporti tra l’Italia e l’Iran sono già da tempo caratterizzati da una partnership strategica. Fin dalla tarda età dei sovrani Qajari (1794-1925) e soprattutto durante i successivi Shah Safavidi (1925-1979), la presenza italiana sul territorio persiano era finalizzata a scopi puramente economici o al massimo di addestramento militare. L’Italia, non costituendo di certo una potenza coloniale del calibro di Francia e Inghilterra, ha perseguito spesso quella che nel campo della Teoria dei Giochi, applicata alle Relazioni Internazionali, è definita una strategia win-win ossia di mutuo vantaggio. In quest’ottica nel 1957 fu raggiunto il culmine della collaborazione, con la firma di un accordo tra l’ENI e le autorità persiane (NIOC) in materia di petrolio. Grazie alla lungimiranza di Enrico Mattei, lo Shah Reza Pahlavi acconsentì a stravolgere le consuete norme riguardanti le royalties del petrolio che, basandosi sulla regola del fifty-fifty assicuravano l’equa spartizione dei proventi tra il paese produttore e le compagnie straniere. La nuova formula mirava alla costituzione di una società in cui il 50% delle royalties erano assicurate allo Stato persiano ed il restante 50% veniva equamente diviso tra la compagnia monopolista locale, la NIOC e l’ENI. Dato che le industrie persiane erano tutte statalizzate, nei fatti il governo di Tehran godeva del 75% dei proventi della produzione, in cambio però di una partecipazione diretta nelle attività di ricerca ed estrazione del greggio. La nuova società venne chiamata SIRIP, Società Irano-Italiana di Petroli. In questo modo l’ENI non soltanto alleggeriva i propri carichi nella filiera della produzione petrolifera, ma era riuscita anche ad assicurarsi la primacy nei rapporti con il secondo produttore al mondo di greggio, fatto che destò non pochi fastidi nelle restanti “Sette Sorelle”.

Al di là dell’importanza economica, la strategia di Mattei rivela almeno due fattori: a) la rapida diffusione in Medio Oriente di questa nuova prassi negoziale dimostrò che i governi produttori preferivano di gran lunga la contrattazione “alla pari” b) la partnership tra Roma e Tehran, già allora profonda, ancor di più riuscì a rafforzarsi, mettendo il governo dello Shah nella condizione di poter avere voce in capitolo (e quindi anche responsabilità economica) nella linea di produzione e nella politica energetica.

Oggi l’ENI è impegnata in Iran nella seconda fase di sviluppo del giacimento di Darkhovin. L’operazione vorrebbe portare la produzione dai 50 milioni di bpd (barrels per day) attuali a ben 160 milioni, per un valore complessivo di un miliardo di dollari. Inoltre, nel campo del gas naturale, continua a sviluppare anche il giacimento off-shore di Pars Sud, iniziato nel 2004.

Tornando alla storia, il rapporto di commercio tra i due paesi continuò a fiorire anche dopo la Rivoluzione Islamica del 1979, sebbene con discontinuità a causa delle turbolenze interne al paese e a causa della sfiducia nutrita dalla Comunità Internazionale nei confronti del nuovo Iran e della sua dirigenza, costituita dalla “Guida Suprema”. Nel 1999 a Roma fu aperta la Camera di Commercio Italo-Iraniana e due anni più tardi la Bank-e Markazi e la Arab Italian Bank siglarono un accordo per aumentare il volume degli scambi tra i due paesi. In conseguenza di ciò gli affari fecero registrare una rapida crescita del 9% tra il 2001 ed il 2003 e tutt’ora il Made in Italy trova nel mercato iraniano uno dei suoi più floridi sbocchi. L’Italia è al terzo posto fra le sorgenti di importazione iraniane, coprendo il 6% del fabbisogno nazionale totale. Parimenti importa il 17,1% delle esportazioni iraniane, soprattutto nel campo energetico. I primi due soci economici sono la Germania che esporta beni per l’11,2% e la Cina che, giunta di recente (come dovunque in Medio Oriente), soddisfa il 6,4% della domanda iraniana. Ma fra il 2001 e il 2007 l’Italia è stata il primo socio commerciale di Tehran, con uno scambio pari al valore di 6 miliardi di euro. Nel 2008 infine si è verificato un aumento delle esportazioni italiane (dell’1,2%) mentre sono diminuite le importazioni.

Oltre l’ENI, diverse altre imprese italiane conducono affari in Iran, a cominciare da Montedison ed Ansaldo. Quest’ultima è attiva da diversi anni anche se la realizzazione del suo ultimo progetto, la partecipazione alla costruzione di quattro centrali elettriche del valore di circa 350 milioni di euro, risale al 2004. Inoltre la stessa compagnia ha anche prodotto delle turbine, come quelle impiantate a Karaj, per 870 milioni di euro. L’accordo di fornitura e trasferimento di tecnologia risale al 1999 e contemplava la costruzione di 32 turbine a gas, l’ultima delle quali è stata consegnata nel 2005. Altre aziende impegnate in Iran sono la Iveco del gruppo FIAT, fornitore ufficiale dei camion dell’esercito iraniano e dei Guardiani della Rivoluzione e la Fb Design di Lecco che produce invece i motoscafi Levriero. Infine la compagnia Carlo Giavazzi Space Spa, con sede legale a Milano progetterebbe e venderebbe satelliti Mesbah per la comunicazione. Tali accordi però comprendono anche il consueto trasferimento di importanti tecnologie e conoscenze.

Da parte iraniana, le ragioni di una tale disponibilità e propensione all’acquisto in un paese con un così alto indice di povertà (88° posto su 182 secondo i dati del 2007 dell’Human Poverty Index della Nazioni Unite) dipendono da almeno due fattori strutturali: la situazione demografica ed il settore agricolo in espansione. Quanto al primo dato, bisogna considerare che il 61% della popolazione è compresa tra i 14 e 61 anni, cioè l’età lavorativa di coloro che possono permettersi un consumo minimo. Un altro 33% è costituita da coloro che hanno meno di 14 anni e solo il 6% è composto dagli ultra 65enni, meno propensi al consumo. Quanto al settore agricolo ed in parte anche quello dell’industria petrolchimica, l’impossibilità di soddisfare il fabbisogno di prodotti, componenti e macchinari, induce ovviamente gli imprenditori iraniani ad acquistare dall’estero i beni necessari per la produzione.

Come si evince da questi dati, l’Italia e l’Iran hanno costruito rapporti profondi, sedimentati ed articolati, decisamente da un tempo ancora più remoto che nei confronti di Israele, non foss’altro che per la sua recente creazione. Avendo apostrofato il regime di Tehran come la causa di un problema di sicurezza per Israele ed avendo dichiarato la necessità di sorreggere l’opposizione, l’Italia ha rischiato di compromettere i suoi interessi economico-politici nella Repubblica Islamica e potrebbe aver esposto ad un qualche rischio, se non il territorio nazionale, almeno le missioni diplomatiche presenti a Tehran e nei paesi suoi alleati. Perché allora la diplomazia italiana ha deciso di intraprendere questa politica, rassomigliante a quei “giri di valzer” dal sapore primo-novecentesco?

Sicuramente Roma deve uniformarsi al pilastro PESC (Politica Estera e di Sicurezza Comune) nel cui quadro si inserisce il suo comportamento internazionale. L’UE, sulla base dei valori condivisi dai suoi membri, ha sempre dichiarato di avere un enorme potenziale nelle relazioni con l’Iran, attualmente ostacolate in modo compromettente dalla questione dei diritti umani e ovviamente dall’implementazione del programma nucleare. Il 9 febbraio scorso Catherine Ashton, Alto Rappresentate per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza dell’UE, ha firmato un proclama per bocciare l’annuncio, già concretizzato e verificato dall’AIEA, di avviare l’arricchimento dell’uranio al 20% comunicato dalle istituzioni iraniane. La quota 20% non è di per sé pericolosa né indicativa di alcunché. Per poter essere impiegato nella costruzione di ordigni nucleari, l’uranio deve essere arricchito almeno ad una percentuale pari al 90% o più. Di conseguenza l’Iran è ancora lontano e probabilmente sta utilizzando questo processo d’arricchimento come una sorta di conto alla rovescia a scopi di “compellenza”. È pur vero però che i fisici ritengono sia ben minore il tempo necessario a portare l’uranio dal livello di 20% ad un arricchimento del 90%, rispetto a quello impiegato per portarlo dalla quota di 3,5% a quella attuale.

Parallelamente il Ministro degli Esteri Frattini ha manifestato la necessità di applicare sanzioni economiche alle imprese iraniane in Europa, come parte di una strategia europea comune. Il Presidente Obama ha già applicato, tramite il Tesoro, dei provvedimenti sfavorevoli ai danni di quattro compagnie iraniane e di un individuo. Sono stati colpiti con buona probabilità gli interessi dei Pasdaran, ossia di quel corpo paramilitare fedele alle gerarchie religiose, radicato nel tessuto economico delle Repubblica Islamica. Anche la Russia si è unita all’appello alle sanzioni, da attuarsi a mezzo di risoluzione ONU, fatto curioso dato che il governo di Mosca non si era mai, fino ad ora, esposto in questo modo. Da sempre contraria è invece la posizione della Cina che ha invitato le parti a raggiungere un accordo. Se i russi possono decidere con facilità di votare per le sanzioni in sede di Consiglio di Sicurezza, dato che possono surrogare il petrolio con il gas e anzi possono moltiplicare le vendite di Gazprom, al contrario i cinesi vedono in Tehran il loro secondo fornitore di petrolio (il primo è l’Arabia Saudita) acquistando circa il 15% (544,000 bdp) della produzione iraniana totale. Per convincere Pechino, già si prospetta una visita del Segretario di Stato Hilary Clinton in Qatar ed Arabia Saudita, al fine di intercedere nelle negoziazioni per forniture verso la Cina, durante il periodo di eventuali sanzioni che azzerando l’acquisto di energia mirerebbero ad affamare l’Iran ma priverebbero la Comunità Internazionale di una grande fonte di approvvigionamento. Non è del tutto chiaro cosa potrà decidere il governo cinese, considerando le recenti ostilità contro gli USA che recentemente hanno venduto armamenti al governo di Taiwan, in piena violazione della One China Policy, ed hanno richiesto di incontrare il Dalai Lama. Inoltre auto-privarsi del petrolio persiano è possibile esclusivamente se i Sauditi affermano di essere in grado di aumentare la produzione, cosa che però rischia di fare decollare ulteriormente il prezzo.

Quanto allo scontro verbale in corso tra Italia e Iran, tali eventi sono accaduti a seguito delle manifestazioni di protesta da parte del Nīrūy-e Muqāwamat-e Basīğ, ovvero il Movimento di Resistenza di Mobilitazione, che hanno preso di mira proprio l’ambasciata italiana, il 9 febbraio. Le dimostrazioni di protesta, collegate alla visita del governo italiano in Israele, non sono sfociate in scontri a fuoco, né sono degenerate in violenze. I dimostranti hanno però lanciato pietre e intonato slogan morte contro l’Italia ed il Presidente del Consiglio. In conseguenza di ciò, si è verificata una sorta di escalation mediatica con il Ministero degli Affari Esteri italiano che ha bollato questi eventi come una manifestazione ostile, ed ha richiesto con insistenza garanzie di incolumità per il personale della propria missione diplomatica, ed i vertici iraniani che hanno ritenuto le parole di Frattini una “offesa alla nazione”.

Se le relazioni politiche si stanno velocemente deteriorando, quelle economiche non sono da meno. Già durante la visita di Berlusconi in Israele, fonti attendibili avevano riportato che l’ENI avrebbe onorato i contratti già pattuiti ma non ne avrebbe siglati di nuovi. L’ENI, dopo essersi giovata del silenzio stampa in un primo tempo, ha poi confermato quanto era stato annunciato in precedenza. Il ritiro della multinazionale del petrolio, a partecipazione statale, è indice (e a suo modo coerente) del ricercato ritiro politico e diplomatico. Ovviamente la compagnia ha risentito del contraccolpo, perdendo in borsa lo 0,24% del valore dei titoli. Questa strategia, ha dichiarato Frattini, è stata richiesta dagli alleati israeliani che hanno auspicato come primo passo la diminuzione del volume degli scambi. Da qui le critiche persiane di servilismo italiano.

Non tutte le imprese con il tricolore hanno comunque aderito a questa iniziativa, oltretutto avvallata dagli USA e suggerita come esempio dal Presidente della Camera, Gianfranco Fini: Edison ha firmato contratti di esplorazione di idrocarburi per il blocco marino del Šahristān (provincia) di Dayyir nel Golfo Persico. Quanto ad Ansaldo, Finmeccanica e Fiat hanno dichiarato di voler continuare con gli investimenti, rassicurando però sulla loro natura e su quelle delle esportazioni.

L’Iran al momento si trova stretto in una morsa. Quasi senza sosta, dalla scorsa estate all’interno della Repubblica Islamica si verificano scontri e manifestazioni anti-governative guidate dai partiti di opposizione. Il governo di Ahmadi Nejad presumibilmente sta vacillando e raccoglie ogni occasione valida per attaccare l’Occidente. È anche vero però che questa occasione è stata fornita facilmente dagli attacchi gratuiti della delegazione italiana, che certo non potevano sortire altro effetto. Tehran polarizza verso l’esterno le sue difficoltà interne e, cogliendo il pretesto dell’anniversario della Rivoluzione Islamica, sta tentando di rafforzare il collante nazionalistico. Alle difficoltà provenienti dalla società civile (una delle più attive nel novero dei paesi arabi e/o islamici) si aggiunge ovviamente l’isolamento internazionale, cui l’Iran era già destinato ma che adesso sembra subire un nuovo giro di inasprimento. Durante una comunicazione telefonica con il suo amico Bashar al-Asad, Presidente siriano, Ahmadi Nejad ha riaffermato l’intenzione di distruggere lo Stato sionista una volta per tutte, se questo dovesse sferrare un primo attacco. Se questa affermazione dimostra che in Iran non c’è volontà di attaccare per primi, c’è già chi sostiene che se le sanzioni dovessero fallire nel tentativo di arrestare l’arricchimento dell’uranio, il “partito internazionale del bombardamento” potrà avere una risonanza maggiore. In quel caso l’Iran si troverebbe a doversi difendere, senza aver ancora raggiunto la disponibilità nucleare. Presumibilmente l’attacco sarebbe condotto contro i siti di arricchimento che, bisogna dire, sono parecchi (almeno 12 quelli conosciuti) e tutti ben protetti da sistemi difensivi terra-aria. La difficoltà israeliana consiste nel fatto che quei 1598 kilometri circa separanti Tel Aviv da Tehran sono costituiti in buona parte da territorio ostile. Aerei con la stella di David difficilmente potrebbero passare attraverso il cielo siriano o quello saudita senza rischiare colpi di mortaio o di RPG. L’unica strada sicura sarebbe quella che punta al Nord, attraverso la Turchia anche se recentemente i vertici israeliani hanno espresso il rammarico derivante dal fatto che Erdogan non sia certo come Berlusconi. L’alternativa dunque potrebbe essere, nel caso di un attacco (per ora comunque improbabile) l’impiego di missili balistici (col rischio di imprecisione) ovvero l’uso della Marina a largo delle coste omanite, per i soli siti nucleari del sud dell’Iran, come il ben noto Bushihr.

L’Italia dal canto suo ha sicuramente incrinato le relazioni con l’Iran, ufficialmente in forza di un sentimento di lealtà nei confronti di Israele. Questo Stato geograficamente più vicino e culturalmente più affine non può certamente offrire quanto Tehran stava già facendo. In buona sostanza Roma ha scelto di sacrificare i propri interessi, nel campo energetico soprattutto, pur di unirsi al gruppo di quanti a tutti i costi vogliono fermare la nuclearizzazione iraniana e la proliferazione in Medio Oriente. La copertura assicurativa SACE per gli operatori italiani in Iran è già stata disdetta. Ciò significa che oltre all’ENI, tutte le imprese italiane troveranno maggiori difficoltà che faranno alzare i costi, a tutto vantaggio della spregiudicatezza cinese. Fette di mercato perdute, bilancia commerciale sicuramente in ribasso ed esposizione a critiche e proteste (nella migliore delle ipotesi) dei funzionari e dei militari italiani all’estero, questo è quanto fin’ora la strategia della Farnesina ha potuto raccogliere. Il 28 gennaio scorso, a margine di una conferenza sull’Afghanistan tenutasi a Londra, si è svolto anche un convegno su iniziativa americana. In quell’occasione è stato riconosciuto il contributo italiano sulla questione del nucleare. L’Italia in buona sostanza può e deve essere consultata in tali argomenti, dal momento che ha rapporti privilegiati con paesi come Libano o Turchia, coinvolti seppur marginalmente in questa partita. Già allora, quindi ben prima della visita dei rappresentati del governo in Israele, il Ministro Frattini aveva affermato estrema lealtà nei confronti degli alleati. La Presidenza francese di turno al Consiglio di Sicurezza potrebbe decidere di adottare delle sanzioni a mezzo di risoluzione. Se Pechino dovesse convincersi e nessuno dei membri permanenti dovesse porre il veto, le sanzioni potrebbero essere adottate davanti ad un nuovo rifiuto persiano delle proposte, ancora valide, avanzate in precedenza per scongiurare un ulteriore arricchimento dell’uranio. In quel caso, l’Italia desidera che i guadagni di una tale decisione siano condivisi, onde evitare che provvedimenti negativi per Tehran possano diventare “un’arma spuntata”.


* Pietro Longo si occupa di paesi arabofoni e paesi islamici per il sito di “Eurasia”

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