Il Corno d’Africa è una delle aree del mondo su cui, in virtù di un’importanza geostrategica forse addirittura maggiore rispetto ad altri noti scenari di crisi, sono oggi più attentamente puntati i riflettori dell’intera comunità internazionale. Nella regione, tra le più povere ed instabili del pianeta, si intersecano, infatti, tre livelli di scontro – una forte conflittualità interna, guerre regionali ed interstatali e un terrorismo islamista in feroce crescita – che, alimentandosi uno con l’altro, rischiano di condannare il Corno d’Africa ad un futuro sempre più buio e di minacciare gravemente la sicurezza e la stabilità internazionali.

Il recente conflitto tra Eritrea e Gibuti

Un allarmante focolaio di crisi si è aperto nel marzo del 2008 nella zona confinaria tra Eritrea e Gibuti, a causa di azioni militari di Asmara nell’area di Ras Doumeira e nell’isola di Doumeira volte, ufficialmente, alla cattura di disertori. Il territorio occupato e conteso, formalmente neutralizzato, si trova lungo una contestata linea di frontiera risalente ad accordi siglati tra Italia e Francia nel 1901 e rappresenta, dunque, ancora oggi, una pesante eredità coloniale.

Tale contenzioso confinario si inserisce, tuttavia, in un più ampio scenario di tensione. Il Gibuti è, infatti, la principale via al mare per l’Etiopia, l’arci-nemica dell’Eritrea, e Ras Doumeira si trova in un fazzoletto di mare altamente strategico per i traffici internazionali, in quanto è l’imprescindibile rotta di transito per i commerci tra il Golfo di Aden ed il Mar Rosso. Se, dunque, Asmara ottenesse il controllo sull’area accrescerebbe notevolmente la propria rilevanza nello scacchiere regionale ed il proprio potere negoziale, soprattutto nei confronti di Addis Abeba, con cui guerreggia quasi ininterrottamente dal 1961 e a cui imputa il mancato riconoscimento delle linee di demarcazione fissate dagli Accordi di Algeri del 2000 nonché il mantenimento di truppe nel proprio territorio. Asmara sta altresì sostenendo l’organizzazione secessionista etiopica Oromo Liberation Front, accusata da Addis Abeba di essere di natura terroristica e di intrattenere legami con Al–Qaeda. Alcuni militanti dell’OLF, arrestati in Somalia, confermarono di aver vissuto per un determinato periodo in Yemen, mentre altri ammisero di essere stati dispiegati ed addestrati proprio dall’Eritrea. Inoltre, se l’Etiopia si erge a maggior sostenitrice del governo federale di transizione di Mogadiscio, in cui difesa è intervenuta militarmente nel 2006, l’Eritrea ha, al contrario, svolto per molto tempo un importante ruolo di destabilizzazione nel conflitto interno in Somalia, fornendo – secondo i rapporti ONU in merito – appoggio politico, diplomatico, militare e finanziario ai gruppi di opposizione armata somali. La Somalia, senza un governo centrale autorevole da circa vent’anni e a tutti gli effetti un failed state, è insomma di fatto utilizzata dall’Eritrea come teatro di scontro con l’Etiopia.

Il rischio – reale – che il Corno d’Africa diventasse una nuova polveriera e le minacce che un’escalation del conflitto Eritrea – Gibuti avrebbe posto alla pace internazionale hanno indotto l’ONU ad intervenire. Dopo il mancato rispetto di Asmara della Risoluzione 1862 (adottata all’unanimità nel novembre 2009) invocante il ritiro delle parti allo status quo ante, il 23 dicembre 2009, su pressioni dell’U.A. e dell’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo[1], il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ex capitolo 7 dello Statuto, ha imposto, nonostante la pesante astensione di Pechino, un pacchetto di sanzioni all’Eritrea. Considerata ingiusta da Asmara, la Risoluzione 1907 (sostanzialmente un embargo militare e il congelamento dei beni degli alti responsabili politici e militari) è riuscita tuttavia a sbloccare la situazione. Grazie alla mediazione del Qatar, nella cui leadership sia Asmara che Gibuti confidano, nel giugno 2010 è stata ratificata un’intesa con la quale le due parti si impegnano a raggiungere un accordo negoziato; esse attribuiscono, inoltre, a Doha il compito di formare un Comitato che possa facilitare la demarcazione della frontiera e controllarne l’implementazione. Infine, nell’attesa di un accordo definitivo, al Qatar è demandato il dispiegamento di un gruppo di osservatori militari[2] con funzioni di peacekeeping.

La posizione iraniana

Supposizioni non confermate da dichiarazioni ufficiali vorrebbero che il Qatar fosse, in realtà, la longa manus di Tehran nel Corno d’Africa. Il regime degli ayatollah attribuisce, in effetti, da tempo un peso rilevante all’Africa nell’ambito della propria politica estera e mantiene risaputi ottimi rapporti con Doha. Lo stesso Ahmadinejad ha più volte sostenuto che “non ci sono limiti all’espansione dei (nostri) legami con i paesi africani”, come del resto testimoniano i numerosi accordi diplomatici, commerciali e di difesa e le frequenti visite ad alto livello conclusi con diversi Stati del continente nero. Nonostante le differenze settarie (l’Iran è sciita, mentre in gran parte dei paesi africani prevale un Islam sunnita caratterizzato da tratti sincretici con il Cristianesimo e l’Animismo e spesso intriso di mistica sufi), Tehran fa leva proprio sulla fratellanza musulmana ed offre aiuti e petrolio a quei governi ancora deboli e docili di cui spera di ottenere il supporto diplomatico al proprio contestato programma nucleare. La tematica religiosa appare, ad ogni modo, più che altro una copertura al vero obiettivo iraniano di esercitare un’influenza militare in una zona così altamente strategica e di indebolire ulteriormente Israele, i cui rapporti con gli stati africani si stanno progressivamente deteriorando, salvo rare eccezioni, quale quella rappresentata dall’Etiopia.

L’Iran è, effettivamente, uno dei pochi Stati ad avere buone relazioni sia con il Gibuti che con l’Eritrea, mentre i legami con il vicino Sudan rientrano all’interno di una più vasta alleanza regionale filo-iraniana comprendente la Siria, il Qatar, Hezbollah e Hamas. Dopo che il ministro degli esteri Mottaki palesò, nel novembre 2008, alla leadership di Gibuti la propria disponibilità ad aiutare le due parti nella risoluzione della controversia, fu proprio il governo di Asmara a rivolgersi, nel dicembre 2009, a Tehran per assicurarsene l’appoggio. Benché il Gibuti ospiti attualmente una base americana, la Repubblica Islamica è ben conscia dell’esistenza di un terreno fertile per una collaborazione ancora più profonda, una consapevolezza, questa, cementificata dall’aperto sostegno dato da Gibuti alle sue ambizioni nucleari. Dal fronte eritreo si registra, nel contempo, un progressivo allineamento a Tehran:  le ripetute violazioni dei diritti umani commesse da Asmara hanno causato un deciso inasprimento dei rapporti con la gran parte dei paesi africani e occidentali ed il conseguente anelito a rompere l’isolamento diplomatico, ricercando quei partner come il Sudan, la Libia, gli islamisti somali e l’Iran meno sensibili alle tematiche umanitarie e ai moniti della comunità internazionale. L’Iran, da sempre favorevole ad aiutare i governi più diffidenti nei confronti dell’Occidente (nel novembre 2009 il regime di Asmara definì gli USA come propri “nemici storici”), ha, infatti, più volte invitato le proprie imprese ad investire in Eritrea, che pare abbia garantito a Tehran il controllo totale sul porto di Assab nel Mar Rosso.

D’altro canto i legami di Tehran con il Qatar appaiono sempre più stretti, anche in considerazione di comuni radici culturali. Benché intrattenga buone relazioni con gli USA, al cui ombrello demanda ancora la propria sicurezza, Doha ha, infatti, recentemente sostenuto il diritto iraniano all’uso pacifico del nucleare, smarcandosi così nettamente dalla più rigida posizione di Washington e dell’ONU, e mantiene con il regime degli ayatollah rapporti di cooperazione in ambito economico, politico, militare ed energetico. Nel gennaio del 2009 Iran, Qatar e Russia hanno, ad esempio, ufficializzato una gas troika per coordinare l’esportazione del gas, mentre nei prossimi mesi Doha e Tehran dovrebbero siglare un accordo per stabilire la linea di demarcazione della riserva di gas naturale di North Field/South Pars, che i due paesi condividono. Inoltre, l’accordo di cooperazione in materia di difesa del febbraio 2010 manifesta l’importanza strategica che l’Iran attribuisce al Qatar e la rilevanza dell’emirato nel più ampio progetto di Tehran di svolgere un ruolo chiave nel mantenimento della sicurezza e della stabilità nel Golfo Persico e nello stretto di Hormuz. Un rafforzamento dei rapporti tra Iran e Qatar permetterebbe, dunque, da un lato a Tehran di perseguire l’intento di ridurre le tensioni con gli stati del Golfo e, allo stesso tempo, di indebolire una roccaforte statunitense nell’area; dall’altro consentirebbe a Doha di scongiurare eventuali future pretese iraniane sulla propria porzione di riserve di gas, da cui peraltro dipende la prosperità del paese, e di evitare problemi all’interno della numerosa comunità sciita (circa il 30% del totale). Il dubbio, dunque, che il Qatar sia la testa di ponte iraniana nel Corno d’Africa non è certo fuorviante né fantasioso.

Il terrorismo somalo e i legami con lo Yemen

Soprattutto dopo il fallito attentato sul volo Amsterdam – Detroit del Natale 2009 ad opera di un 23enne nigeriano affiliato ad Al–Qaeda addestratosi nello Yemen,  il  Corno d’Africa ed i suoi legami con il gruppo terroristico facente capo a Osama Bin Laden hanno nuovamente attirato la preoccupazione internazionale.  È, infatti, soprattutto in Somalia e in Yemen che pare, ad oggi, essere principalmente localizzato il problema terroristico, tanto che un rapporto del Comitato degli Affari Esteri del Senato americano del gennaio 2010 descrive un inquietante quadro in cui la Somalia rivestirebbe per lo Yemen il ruolo che il Pakistan assume per l’Afghanistan.

La Somalia vive da circa vent’anni in una situazione estremamente drammatica che la rende uno dei paesi più vulnerabili al terrorismo internazionale. Senza un governo centrale credibile, sono i gruppi Al–Shabaab (dall’arabo la gioventù), eredi delle Corti Islamiche[3], a controllare porzioni sempre più vaste del territorio, soprattutto nel sud del paese, compresi i porti di Merka e Kismayo, dove sono particolarmente numerose le attività piratesche, parte dei cui proventi viene utilizzata proprio per finanziare le attività dell’organizzazione. Potendo spesso beneficiare della connivenza dei baroni locali, Al- Shabaab conduce dal 2006 operazioni terroristiche ai danni del governo federale di Mogadiscio (l’ultimo attentato è stato compiuto proprio martedì scorso, 24 agosto) e delle truppe governative appoggiate dai peacekeepers dell’Unione Africana (AMISOM). Proclamatosi allineato con Al–Qaeda dal 2007, Al–Shabaab annovera tra le proprie fila soprattutto giovani perlopiù ventenni, poco istruiti, spesso con trascorsi criminali ed opera frequentemente dei reclutamenti forzati nelle aree più povere del paese, ma può contare anche su centinaia di combattenti volontari provenienti dall’estero (Afghanistan, Pakistan, la regione del Golfo e alcune nazioni occidentali come gli USA e la Gran Bretagna). Il successo dei proselitismi non pare nascere, tuttavia, tanto da una convinta adesione al progetto ideologico di jihad islamico, quanto da un notevole spessore politico e da una chiara agenda “nazionale”, che la accredita come unico movimento sovra-clanico dalla forte impronta nazionalista, nonché dalla profonda crisi umanitaria e sociale in cui versa la popolazione. In molte aree, infatti, Al–Shabaab è l’unica a fornire i basilari servizi sociali e giuridici ma è consapevole che potrebbe perdere consensi in modo celere  e dunque ora adotta anche dei mezzi pragmatici per estendere il proprio potere nel paese. Usando delle strategie politiche per indurre i clan locali alla collaborazione, abile nell’adattarsi alle diverse specificità locali e forte di una propaganda spiccatamente populista, Al–Shabaab riesce, pertanto, a modulare il suo atteggiamento radicale per insinuarsi con successo nei sistemi locali di potere.

La crescita della forza – e dunque della pericolosità – di Al–Shabaab è testimoniata anche dalla recente internazionalizzazione delle azioni terroristiche: è stata, infatti, proprio una cellula somala a rivendicare i due attentati in Uganda del luglio 2010, mentre i leader hanno annunciato di essere pronti ad aiutare i “fratelli” yemeniti. Lo Yemen è, in effetti, la base di addestramento e di reclutamento dei gruppi di Al-Qaeda della Penisola Arabica (AQAP) e il principale luogo di rifugio e di transito per centinaia di giovani somali in fuga dalla guerra, dalla fame e dai reclutamenti forzati di Al-Shabaab. I numerosi campi profughi disseminati nel martoriato territorio yemenita sono, insomma, un fertile terreno di conquista per gli affiliati di Al-Shabaab, che vi si possono infiltrare con facilità, suggellando i legami con i leader di AQAP. Ponte ideale tra l’area afghana e pakistana e il Corno d’Africa, da cui si estendono – attraverso la Somalia – le ramificazioni verso l’intero continente nero, lo Yemen si trova, dunque, in una posizione di notevole rilevanza strategica per i gruppi terroristici. L’obiettivo di AQAP è, infatti, quello di ampliare il proprio controllo su tutta l’area comprendente il Golfo di Aden, il Mar Rosso e, soprattutto, lo stretto di Bab el Mandeb. Quest’ultimo è una fascia di 30 km che separa lo Yemen dal Gibuti e rappresenta il corridoio ideale per stabilire una comunicazione sicura tra i nuclei della penisola arabica e quelli africani e per realizzare, così, una proficua saldatura con Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), operante ormai anche in Mauritania, Mali e Niger.

L’estrema povertà, la drammatica situazione interna e la grande disponibilità di armi hanno, di fatto, reso lo Yemen l’ultimo santuario di Al-Qaeda, capace di ottenere un grande sostegno dalla popolazione, profondamente ostile ad un governo centrale inadeguato e troppo legato agli USA. AQAP sta, in effetti, traendo beneficio dalla disarmante debolezza di Sanaa, sempre più inetta a controllare un territorio lacerato da lotte intestine. Se, infatti, il sud del paese ospita le principali roccaforti di Al-Qaeda, la zona montuosa settentrionale è occupata dai ribelli sciiti Al-Houthi, che si battono per il riconoscimento di una maggiore autonomia e di un ruolo più incisivo dello sciismo zayadita all’interno della compagine statale. Modellato sull’Hezbollah libanese, Al-Houthi pare riceva ingenti finanziamenti da Tehran, le cui guardie rivoluzionarie (i pasdaran) sono accusate di fornire addestramento ed armi ai ribelli nell’intento di trasformarli in una copia locale del Partito di Dio. Benché l’Iran neghi categoricamente ogni coinvolgimento in merito, riaffermando con forza l’esistenza di “legami fraterni” con Sanaa, sarebbe sostanzialmente impossibile per Al-Houthi operare senza un sostegno esterno, anche perché probabilmente l’Arabia Saudita sta offrendo ospitalità all’esercito yemenita per attaccare i ribelli dal nord.

Conclusioni

Il drammatico quadro delineato fotografa l’esistenza di un complesso intreccio tra povertà estrema, instabilità politica e terrorismo, suscettibile di far precipitare il Corno d’Africa in un baratro senza via d’uscita. Il nefasto connubio di ragioni storiche, politiche ed economiche impone, così, come conditio sine qua non per ogni –difficile- tentativo di stabilizzazione e pacificazione dell’area un impegno costruttivo dell’intera regione e un approccio globale a tutti i conflitti, affinché si affermino i fondamentali principi di buon vicinato, non interferenza e cooperazione regionale.

Se, da un lato, l’aperto sostegno dell’Occidente e degli USA al governo di transizione somalo potrebbe isolarlo ulteriormente e rafforzare la cooperazione tra i gruppi estremisti, il Segretario dell’ONU Ban Ki Moon rileva come Asmara stia compiendo al riguardo apprezzabili passi in avanti. L’Eritrea sta, infatti, lentamente cambiando la propria politica precedente: ha firmato la dichiarazione di Istanbul sulla Somalia, del cui governo non nega più la legittimità, e si sta impegnando in un dialogo costruttivo con i paesi vicini e la comunità internazionale. Il pericolo però che Al-Shabaab riesca ad infiltrarsi anche in Gibuti e a sviluppare un’intensa collaborazione con i vari gruppi di Al-Qaeda rappresenta una minaccia con portata non più solo regionale, ma internazionale e fa temere per la stabilità interna degli Stati più geograficamente prossimi.

* Valentina Francescon è Dottoressa in Scienze Internazionali e Diplomatiche (Università di Trieste)


[1] Igad: l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo, costituita dai sei stati del Corno d’Africa (Somalia, Eritrea, Etiopia, Kenya, Sudan Uganda e Gibuti), volta al perseguimento dei seguenti obiettivi: 1. sicurezza alimentare e protezione ambientale; 2. prevenzione, gestione e risoluzione dei conflitti;3. affari umanitari e sviluppo infrastrutturale.
[2] Si tratta di ufficiali in servizio permanente messi a disposizione delle Organizzazioni Internazionali per un impiego temporaneo nelle aree di crisi ove è necessario controllare gli accordi stipulati tra le parti contendenti in merito al cessate-il-fuoco, alla salvaguardia delle integrità delle zone di interposizione, all’evacuazione di profughi e/o feriti, al controllo degli armamenti e della situazione generale.
[3] L’Unione delle Corti Islamiche era la coalizione antigovernativa legata al terrorismo islamista internazionale che nel 2006 conquistò gran parte della Somalia, inclusa la capitale Mogadiscio. Fu sconfitta militarmente dai soldati inviati alla fine del 2006 dall’Etiopia in difesa del governo somalo di transizione in procinto di soccombere. L’ala più giovane delle UCI, che continuò a combattere, si è presto riorganizzata nei gruppi armati ora noti con il nome di Al-Shabaab.

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