Fonte: Jeune Afrique 11/09/2009

Non accadeva da più di vent’anni : l’assai controverso ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman – dirigente del partito di estrema destra Israel Beytenu – che ha qualcosa a che fare con la giustizia del suo paese – è attualmente in tournée in Africa. Dal 2 al 10 settembre, ha visitato in successione l’Étiopia, il Kenya, il Ghana, la Nigeria e l’Uganda. Un’« operazione seduzione » i cui obiettivi sono chiari : rafforzare le relazioni economiche tra lo Stato ebraico ed il continente nei settori dell’energia, dell’agricoltura, dell’irrigazione, delle infrastrutture o, beninteso,  della sicurezza, ma anche lanciare una sfida diplomatica all’Iran.

Secondo le autorità israeliane, « durante la visita sarà rievocata la questione iraniana in relazione agli sforzi di quel paese per impiantarsi nella regione ed operarvi ». Detto chiaramente, si tratta di rispondere alle visite di Mahmud Ahmadinejad – che lo scorso febbraio si è recato in Kenya, a Gibuti e nelle Comore – e di tentare di (ri)conquistare il sostegno dell’Africa, specialmente alle Nazioni Unite, al fine di avere più peso contro il programma nucleare iraniano.

Due anni fa, il ministro degli Esteri israeliano Zipi Livni raccontava così cinquant’anni di relazioni con il continente : « L’inizio delle relazioni tra Israele e l’Africa risale alla metà del XX secolo. Per essere esatti al 1957, con l’apertura di una rappresentanza diplomatica nel Ghana. In realtà, si potrebbe dire che esse sono nate tremila anni fa, quando la regina di Saba rese visita a re Salomone. È vero che esse hanno avuto alti e bassi – sono state fiorenti negli anni 1950 e 1960, inesistenti negli anni 1970 e rinascenti negli anni 1980 e 1990. Oggi, le relazioni tra Israele e la grande maggioranza dei paesi africani possono essere definite eccellenti. » Un buona sintesi, con delle riserve sull’ultimo epiteto che spiegano senza dubbio il viaggio di Lieberman.

All’epoca delle indipendenze africane, il ministro degli Esteri israeliano Golda Meir si rivolge risolutamente verso l’Africa. Per lei, gli Africani ed il popolo ebreo condividono non pochi punti in comune. Hanno dovuto sbarazzarsi della tutela coloniale. Hanno dovuto valorizzare delle terre spesso ingrate. E sono stati vittime della Storia, morti nei campi di concentramento o ridotti in schiavitù.

Aiuto militare

Ma al di là della comunanza di destini, la volontà di sedurre l’Africa sub-sahariana risponde a ragioni più prosaiche. In piena guerra fredda, Israele conduce la propria lotta diplomatica. Si tratta di rompere una situazione di isolamento assicurandosi il voto dei paesi africani alle Nazioni Unite e di rafforzare la sicurezza dello Stato formando un «cordone sanitario» attorno ai paesi arabi sentiti come ostili.

A metà degli anni 1960, Israele – ferocemente ostile al regime sudafricano dell’apartheid – intrattiene relazioni diplomatiche con più di trenta paesi africani. Vi invia i suoi esperti, forma unità d’élite, vende armi. Nel 1966, una decina di paesi africani riceve da Israele un aiuto militare diretto. Un certo generale Congolese, Joseph-Désiré Mobutu, beneficia pure, nel 1963, di un addestramento in paracadutismo… Due anni prima di prendere il potere !

Questa politica di aperture si altera a partire dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967 : Israele diviene una potenza conquistatrice. Ma la vera rottura avviene nel 1973, con la guerra del Kippur. Il raggiungimento del canale di Suez da parte delle forze israeliane ha contrariato i paesi africani e lo choc petrolifero accresce la loro dipendenza energetica nei confronti dei paesi arabi. Risultato : ad eccezione del Malawi, del Lesotho e dello Swaziland, tutti tagliano i ponti con Israele – che allora si riavvicina al Sudafrica razzista. L’isolamento dello Stato ebraico raggiunge il suo parossismo il 10 novembre 1975, con la risoluzione 3379 delle Nazioni Unite che assimila sionismo e razzismo. I soli paesi africani ad opporvisi sono il Malawi, il Lesotho, la Repubblica centrafricana, la Liberia e la Côsta d’Avorio.

Realpolitik

Comunque, al di là delle posizioni politiche di principio, continua ad imporsi la realpolitik. «Durante quel periodo, i legami economici in realtà aumentano : gli scambi commerciali triplicano e le imprese israeliane accrescono le loro iniziative, in particolare in Nigeria, in Kenya e nello Zaire », spiega Naomi Shazan [1]. L’assenza di relazioni ufficiali non impedisce ad Israele nemmeno di mantenere il suo arsenale militare. Alla fine degli anni 1970, circa il 35 % delle vendite d’armi israeliane si fanno in Africa. « Agenti del Mossad, emissari militari ed un piccolo gruppo di uomini d’affari sostituiscono i diplomatici come interlocutori privilegiati dei dirigenti africani e (principalmente) dei partiti di opposizione », valuta Naomi Shazan. Specialisti della protezione ravvicinata di personalità garantiscono la formazioni presso servizi di sicurezza presidenziali o sono messi direttamente a loro disposizione. Come in Costa d’Avorio, in Liberia, nello Zaire, nel Togo, nel Gabon… Nel luglio 1976, Israele si segnala per un blitz all’aeroporto di Entebbe. L’operazione Tuono permette a Zahal di liberare più di duecento ostaggi detenuti dal Fronte popolare di liberazione della Palestina (FPLP). Del resto, il 10 settembre, Avigdor Lieberman parteciperà in Uganda ad una cerimonia di commemorazione in omaggio alle vittime.

Nel 1978, gli accordi di Camp David segnano l’inizio di una leggera calma momentanea, ma bisogna attendere il 1982 perché Mobutu Sese Seko, nell’ex Zaire, annunci il ristabilirsi delle relazioni diplomatiche, seguito dalla Liberia (1983), dalla Costa d’Avorio e dal Camerun (1986), dal Togo (1987)… Quanto alla dittatura d’ispirazione marxista del colonnello Mengistu, essa riceve armi e permette, in cambio, il « rimpatrio » degli ebrei d’Etiopia, i Falascià.

All’inizio degli anni 1990 – dopo che nel 1987 Israele ha condannato esplicitamente l’apartheid e le Nazioni Unite hanno annullato, nel 1991, la risoluzione che assimilava sionismo e razzismo –, altri paesi africani come il Kenya, la Guinea o la Repubblica centrafricana riprendono a parlare con lo Stato ebraico. Senza che quest’ultimo si decida ad adottare una strategia chiara e coerente nei confronti dell’Africa. « Non c’è più una dottrina come all’epoca di Golda Meir, spiega Frédéric Encel, professore incaricato a Sciences-Po [2]. Il personale addetto all’Africa è numericamente ristretto e di qualità inferiore. La prospettiva africana è finita. Dagli accordi di Oslo, Israele ha iniziato un ripiegamento diplomatico, economico e tecnico verso l’Occidente – Europa, Stati Uniti, paesi dell’ex URSS. »

Settore privato in prima fila

È dunque il settore privato israeliano a modellare le attuali relazioni con il continente, tra importatori di diamanti, compagnie di sicurezza più o meno collegate al potere ed esperti di ogni genere. Anche per le vendite d’armi, l’Africa non è più un mercato portante. « Nel 2005, l’India ha fatto acquisti in Israele per 900 milioni di dollari in materiali militari ad altissimo valore aggiunto, continua Frédéric Encel. Oggi, sui circa 4 miliardi di dollari che rappresentano le vendite d’armi, 1,5 miliardi provengono dall’India e dalla Cina, il resto si distribuisce tra il Caucaso, l’Europa, la Turchia e gli Stati Uniti. L’Africa non acquista armamento sofisticato ma, piuttosto, servizi, molto meno costosi – ad esempio, guardie del corpo. »

Nel momento in cui Israele rimette ufficialmente piede sul continente, più di quaranta paesi africani intrattengono legami diplomatici con lo Stato ebraico. « In tutti questi ultimi anni, vi è manifestamente un ritorno di Israele in Africa, afferma Encel. È troppo presto per parlare di dottrina ma, a titolo di esempio, la Nigeria vende molto petrolio allo Stato ebraico, riceve sempre più ingegneri israeliani e… nel 2008, non ha votato la risoluzione delle Nazioni Unite contro il muro di separazione. » Se Lieberman desidera ridare respiro alle relazioni politiche ed economiche, rischia però di scontrarsi con certe reticenze. Per il presidente in esercizio dell’Unione Africana, Muammar Gheddafi, « le ambasciate di Israele in Africa sono delle gang che cercano alleanze con delle minoranze per perturbare il nostro continente ».

Note

1. Professore emerito di scienze politiche e di studi africani all’università ebraica di Gerusalemme.

2. Autore di Atlas géopolitique d’Israël, éd. Autrement,.

Traduzione dal francese eseguita da Belgicus

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