Proprio mentre i rappresentanti del Fronte Polisario ed il Governo marocchino si stavano incontrando nei pressi di New York, nel quadro di negoziati patrocinati dall’ONU, dall’altra parte dell’oceano un’altra notizia ha guadagnato la corsia preferenziale sull’azione, peraltro risoltasi con un nulla di fatto, diplomatica e politica: lo smantellamento, da parte del governo di Rabat, di un accampamento Sahrawi sorto, per protesta, vicino la città di El Ayoun, nel corso del quale, nonché negli scontri violenti che ne hanno fatto seguito, sono morte tredici persone, con sessantacinque arresti ed un centinaio di feriti.

L’evento apre un nuovo capitolo nel delicato scenario del Sahara Occidentale, ex colonia spagnola. La questione affonda le sue radici negli anni cinquanta del secolo scorso, quando, con la scoperta dei giacimenti di fosfati di Bou Craa, il già vivo nazionalismo saharawi esplode, soffocato da un regime coloniale sempre più duro caratterizzato da un crescente sfruttamento di manodopera locale a basso costo. L’insurrezione del 1957 viene repressa nel sangue dalla Spagna franchista. l’ONU, nel 1960, con la risoluzione 1514, riconosce il diritto dei popoli all’autodeterminazione. Anche i saharawi fanno parte di questa “categoria”. Nel 1973 nasce il Fronte Polisario (Fronte di Liberazione Popolare di Saguia el Hamra e del Río de Oro), con l’obiettivo dichiarato di ottenere l’indipendenza. Quando il governo di Madrid annuncia al Segretario Generale dell’ONU l’intenzione di voler indire un referendum e, a tal fine, procedere ad un censimento della popolazione, il re marocchino Hassan II reagisce manifestando i suoi piani espansionistici. Il 6 novembre del 1975, con quella che rimarrà famosa come “la marcia verde”, il governo di Rabat, con un’iniziativa che vide coinvolti circa trecentocinquantamila marocchini, armati di Corano e bandiere verdi, “marcia” sul Sahara Occidentale, ponendo in essere anche massicce azioni militari e di polizia, con la partecipazione di venticinquemila soldati. Nel medesimo frangente la Spagna, desiderosa di disimpegnarsi dalla sua colonia, anche in virtù della crisi politica interna coincidente con la morte del suo “caudillo”, il dittatore Francisco Franco, cede, con l’Accordo di Madrid, il territorio del Sahara Occidentale a Marocco e Mauritania. L’anno dopo, siamo nel 1976, il Fronte Polisario decide di proclamare l’indipendenza e la nascita della Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD), sotto la presidenza di Mohammed Lamine, continuando le azioni di lotta contro Marocco e Mauritania ed ottenendo, nel 1979, il ritiro di quest’ultima, con la monarchia alawita che, al contrario rilancia con vigore lo sforzo bellico. Nel 1980 il Marocco comincia l’innalzamento del primo di un insieme di otto muri, con bastioni e campi minati, che, lungo un perimetro di 2720 chilometri circa, avrebbe dovuto arginare le incursioni del Fronte Polisario, oltre ad escluderne la presenza dalle zone più ricche del Sahara Occidentale. Nel 1990, il Consiglio di Sicurezza adotta la Risoluzione 690 che stabilisce una “Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale” (MINURSO) fissando la consultazione referendaria per il mese di febbraio del 1992. Naturalmente non se ne fa niente, ed il re Hassan II, al contrario, afferma l’intenzione di annettere ufficialmente il territorio. Gli anni che seguono, fino all’episodio dei giorni scorsi, sono anni di rinvii per un referendum la cui data è sempre più difficile da prevedere. Nel 2003, l’ex segretario di Stato americano James Baker, nominato rappresentante speciale delle Nazioni Unite per il Sahara Occidentale propone un piano da attuarsi in due fasi: la prima prevede una sorta di “autonomia rinforzata” dei saharawi sotto l’autorità statale marocchina e, seconda fase, dopo quattro anni e “non oltre i cinque anni”, l’indizione di un referendum. Anche il “piano Baker”, soprattutto complice l’irremovibilità del governo di Rabat, fallisce. Di fatto, da quando è in vigore il “cessate il fuoco”, cioè dall’istituzione della missione ONU, MINURSO, tutti i piani sono falliti. Intanto le notizie che ci arrivano dal Sahara Occidentale sono anche storie di gravi violazioni di diritti umani. Come emerge dal World Report 2010 di Human Rights Watch “ci sono violazioni evidenti di diritti nella regione del Sahara Occidentale. […] Numerosi saharawi vengono accusati e arrestati per la loro partecipazione pacifica a manifestazioni in favore dell’autodeterminazione […]. Restrizioni per motivi politici del diritto di spostarsi e viaggiare sono in costante aumento”. O ancora come mette in evidenza Amnesty International: “Le autorità (marocchine nda) hanno rafforzato le restrizioni sulle dichiarazioni a favore dell’autodeterminazione del popolo del Sahara Occidentale. Difensori dei diritti umani sahrawi, attivisti e altre persone hanno continuato a incorrere in vessazioni, venendo anche posti sotto stretta sorveglianza, minacce e aggressioni per mano di funzionari della sicurezza e a essere vittime di perseguimenti giudiziari per accuse di natura politica, con l’apparente scopo di farli desistere o di punirli per aver espresso le loro opinioni e documentato la situazione dei diritti umani”.

Questo, in sintesi, il quadro storico della questione, che, seppur fondamentale, non è sufficiente a rendere completa la nostra analisi. Come vale per la quasi totalità dei territori contesi e delle dispute decennali, l’oggetto del contendere, e questo è vero soprattutto per la controparte “esterna” che avanza pretese su certe terre, in questo caso il Marocco, più che per la parte, per così dire, “autoctona”, si può riassumere in una parola sola: risorse. Il Sahara Occidentale, infatti, è una terra molto ricca di risorse naturali. Un territorio così ricco che nel 1974 la Banca Mondiale lo ha inserito in cima alla lista dei Paesi del Maghreb in termini di abbondanza ittica – è una delle zone di pesca più importanti al mondo – e, come già accennato, di riserve di fosfati. L’aspetto economico nella questione del Sahara Occidentale è di importanza capitale. Uno dei motivi dell’impasse referendaria è generalmente individuabile in una Comunità Internazionale passiva sull’argomento. In particolare, negli ultimi anni, l’Unione Europea è accusata di non esercitare sufficienti pressioni sul governo marocchino. Forse uno dei motivi dell’apatia di Bruxelles sulla questione saharawi va individuata, ad esempio, nel fatto che l’UE, stando ai dati dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, ha accolto il 72,8% delle esportazioni marocchine del 2007, di cui le risorse del territorio saharawi costituiscono una fetta sostanziosa. Oppure la concessione, nel 2001, dell’estrazione di gas e petrolio della costa saharawi alla multinazionale francese Total Fina Elf e all’americana Kerr-McGee. Così come è emblematico che nel 2006 Bruxelles abbia siglato con Rabat un importante accordo in materia di pesca che include le acquee del Sahara Occidentale che, come detto, sono le più ricche del pianeta in questo senso. Poi ci sono i fosfati – utilizzati come detergenti, in agricoltura come fertilizzanti, nell’industria del cibo e, parimenti, per la produzione di alcuni tipi di carta – altra preziosa risorsa del territorio del Sahara Occidentale ed oggetto del desiderio del governo di Rabat. Grazie ad essa, infatti, il Marocco è il primo esportatore mondiale di fosfati e detiene i tre quarti delle riserve mondiali. Se l’economia rema da una parte, la politica non può andare controcorrente. E’ nella ragnatela degli interessi commerciali che va ricercata la chiave di lettura di uno scenario politico e diplomatico internazionale immobile sulla questione dei diritti della popolazione saharawi.


* Diego Del Priore, dottore in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’ Università degli Studi di Roma “La Sapienza”


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