E’ un luogo comune della cultura contemporanea ritenere che il Mediterraneo, dopo una lunga e nobile storia, all’inizio dell’età moderna sia diventato un mare di secondaria importanza, perfino per quanto concerne la lotta tra le potenze europee, sì che sarebbe possibile sostenere, senza timore di esagerare, che da allora il destini del mondo si siano decisi negli oceani. Ovvero sarebbero stati decisi dalle potenze oceaniche, prima dalla talassocrazia britannica, poi dalla talassocrazia d’oltreoceano. In effetti, è innegabile che la rivoluzione spaziale moderna (verificatasi con le esplorazioni geografiche del XV e XVI secolo) abbia avuto conseguenze di eccezionale importanza per la storia europea e quindi dell’intero pianeta, tanto da trasformare il Mediterraneo in una specie di grande lago non più al centro del mondo. Ed è pure indubbio che sia possibile che chi domina gli oceani domini il Mediterraneo, ma non viceversa.

 

Ciononostante, a conferma che sotto l’aspetto politico-strategico conta non tanto ciò che è bensì ciò che può essere, né l’Inghilterra né gli Usa hanno mai considerato questo “mare interno” come un’area geografica marginale. Infatti, esteso dallo stretto di Gibilterra fino allo stretto dei Dardanelli e con una dorsale sottomarina, dalla Tunisia alla Sicilia, che lo divide in due bacini, occidentale e orientale, il Mediterraneo collega ben tre continenti – l’Europa, l’Africa e l’Asia – e consente di accedere all’Oceano Atlantico, all’Oceano Indiano e al Mar Nero, che si può considerare un prolungamento dello stesso Mediterraneo. Peraltro, dopo la scoperta di giacimenti petroliferi nel Medio e Vicino Oriente, diventò addirittura vitale per l’Inghilterra controllare il Mediterraneo. Avendo una base a Gibilterra e una base ad Alessandria, la Royal Navy poteva dominare non solo entrambi gli accessi agli Oceani, ma anche i due bacini del Mediterraneo, relegando in una posizione subordinata la flotta francese e quella italiana (le uniche due potenze marittime presenti nell’area dopo la scomparsa dell’impero ottomano) e sbarrando l’ingresso nel Mediterraneo a qualsiasi altra potenza marittima, Stati Uniti compresi. D’altra parte, anche la famosa dichiarazione Balfour del 1917, con cui la Gran Bretagna si impegnava a favorire la creazione di un focolare ebraico in Palestina, deve essere interpretata tenendo presente la politica di potenza della Gran Bretagna, il cui obiettivo principale consisteva nel rafforzare il più possibile le proprie posizioni in una regione che si riteneva (non a torto) avrebbe acquisito col passare del tempo un ruolo geostrategico di primo piano. (Né si deve dimenticare che se da parte dei sionisti non vi fu alcuna seria rivolta contro la potenza mandataria fino al 1933, una volta conclusa la Prima guerra mondiale con la sconfitta della Germania e la dissoluzione dell’impero austro-ungarico e di quello ottomano, fu proprio la questione delle ingenti risorse petrolifere presenti nell’area medio-orientale alla base della politica inglese. Ad esempio, il conflitto fra turchi e iracheni per il vilayet di Mossul, ricco di petrolio, fu risolto a favore dell’Iraq, ma gli interessi degli iracheni dovevano essere tutelati dagli inglesi. Cosicché, l’Irak Petroleum Company infine apparteneva per il 47,5% agli inglesi, per il 23,75% ai francesi, un altro 23,75% era degli americani e un capitalista iracheno deteneva il restante 5%. Evidentemente un modo molto “occidentale” di fare gli interessi degli iracheni).(1)

 

Fu però nella Seconda guerra mondiale che l’alternativa tra una strategia diretta (sostenuta dagli americani), che mirava a sconfiggere i tedeschi in una battaglia campale, e una strategia indiretta (difesa dagli inglesi), che doveva far cadere la Germania aggredendola da sud e da est (grazie all’avanzata dell’Armata Rossa), fece comprendere quale eccezionale crocevia geostrategico fosse ancora il Mediterraneo. (2) Se la battaglia dell’Atlantico aveva mostrato quanto contasse il dominio degli oceani per influire sulle sorti del continente europeo, fu il dominio del Mediterraneo a permettere agli angloamericani di sconfiggere definitivamente le forze dell’Asse in Tunisia (nel maggio del 1943) e di poter così scardinare la “Fortezza Europa” da sud, rendendo attuale quella strategia meridionale contro la Germania che proprio il primo ministro inglese, David Lloyd George, durante la Grande Guerra, aveva sostenuto strenuamente, benché senza successo. Nondimeno, gli americani, che sospettavano che gli inglesi fossero interessati a difendere soprattutto il loro impero (che gli Usa erano decisi a “liquidare” appena terminata la guerra, di modo da sostituire la talassocrazia britannica con un sistema internazionale incentrato sulla potenza aeronavale statunitense), accettarono di invadere la Sicilia per mettere fuori combattimento l’Italia e (preparandosi per l’invasione della Normandia nel giugno del 1944) attirare un buon numero di divisioni tedesche nella Penisola, mentre si rifiutarono di collaborare con gli inglesi che volevano forzare la porta dei Balcani sfruttando il crollo del regime fascista e le opportunità che offrivano loro la conquista dell’Italia meridionale e quella della Grecia. Gli inglesi comunque tentarono, nel settembre del 1943, senza l’aiuto degli americani, di cacciare i tedeschi dall’Egeo, ma la fulminea e durissima reazione di questi ultimi inflisse loro una disfatta ignominiosa, che provò senza ombra di dubbio che l’Inghilterra anche in questo teatro d’operazioni doveva rassegnarsi a dipendere dagli Usa. Il Mediterraneo era ormai nella sfera d’azione di una potenza non europea. E ciò, in un certo senso, rende più facile comprendere perché nel 1956 l’intervento anglo-francese a Suez non potesse non concludersi con un grave scacco per gli anglofrancesi.

 

Il fatto stesso però che gli inglesi abbiano cercato in ogni modo di mantenere una loro sfera di influenza in quest’area, nonostante la costante presenza della Sesta flotta statunitense a partire dalla fine dalla Seconda guerra mondiale, dimostra che il Mediterraneo, perfino nei lunghi e difficili anni della guerra fredda, conservava una reale centralità strategica. Tuttavia, è con la fine dell’Unione Sovietica, alla luce della nozione di Rimland – con cui il noto geopolitico americano Spykman designa il “territorio costiero” che delimita la massa eurasiatica – che si profila come tratto distintivo del Mediterraneo l’essere non solo una cerniera geopolitica ma la principale direttrice geostrategica (in specie per una talassocrazia) che unisce il Rimland all’Heartland, ovverosia al “territorio centrale” dell’Eurasia. E basta osservare una mappa del pianeta per capire che solo dominando questo asse geostrategico è possibile svolgere quella politica dell’anaconda che permette agli Usa una proiezione di potenza fino al “centro” del continente eurasiatico, evitando un confronto diretto con la Russia o con la Cina. In ogni caso, se è vero che nei prossimi anni non potrà non crescere l’importanza strategica del Pacifico, è pur vero che sono soprattutto le “linee interne”, compresa quella costiera, che rilevano per una potenza terrestre come la Cina che difficilmente può trarre vantaggio dal contendere agli Usa il dominio di questo oceano. Mentre consentire che il Mediterraneo rientri nella sfera di azione di una potenza oceanica, significa permettere a quest’ultima di avere un “cavallo di troia” nel cuore stesso del continente eurasiatico, sfruttando quella sorta di soluzione di continuità (delimitata ad ovest dallo stretto di Gibilterra e ad est dal canale di Suez) tra le coste atlantiche (e nordiche) dell’Europa e quelle dell’Asia orientale. In definitiva, posto che non si voglia rischiare un conflitto nucleare con la Russia e la Cina, invadendo il territorio di questi due Stati, non è azzardato affermare che, dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica e con essa della minaccia di un gigantesco scontro frontale nell’Europa centro-settentrionale, se il dominio del Rimland è la chiave della geostrategia globale, allora il Mediterraneo è il “perno” geostrategico del dominio del Rimland medesimo. In tal modo, si chiarisce sia la funzione di destabilizzazione di tutta l’area mediterranea da parte dello Stato sionista, sia il motivo per cui anche la recente cosiddetta “primavera” araba – che pure almeno in Tunisia e in Egitto era espressione di un reale malcontento popolare – è rapidamente degenerata in una serie di rivolte “eterodirette”. Rivolte che si spiegano solo tenendo conto di quella logica geopolitica che vede l’America insieme con i suoi alleati (Israele, “vassalli” europei e petromonarchie del Golfo) far leva su fratture culturali, etniche e religiose al fine di conservare l’iniziativa strategica che l’Occidente sembrava sul punto di perdere, dopo l’inevitabile fine dell’unipolarismo statunitense.

 

D’altronde, il Mediterraneo, oltre ad essere uno straordinario “asset” geopolitico, è anche (e non senza rapporto con il declino relativo degli Stati Uniti) una potenziale risorsa geoeconomica e geoculturale di immenso valore. Da sempre ponte tra le genti dell’Eurasia e dell’Africa, è una via di comunicazione che mettendo in relazione, con il suo andamento “orizzontale” (est-ovest), mondi diversi ma contigui, si può considerare (includendovi le terre che si affacciano sul Mar Rosso, sul Mar Nero, sul Mar Caspio e sul Golfo Persico) come una grande “arteria idroviaria”, la cui importanza non può non essere accresciuta dal progresso tecnologico e dei mezzi di comunicazione, come dimostra, mutatis mutandis, lo sviluppo anche in epoca recente delle aree attraversate da grandi fiumi navigabili. Si pensi, ad esempio, a quello che ha rappresentato e rappresenta tuttora il Reno per la Germania e, in generale, per l’Europa centrale e nord-occidentale, anche per i suoi numerosi collegamenti naturali e artificiali con altri grandi fiumi europei, quali il Rodano, la Senna, il Weser, l’Elba e l’Oder (e dal 1992 anche il Danubio, tramite il Meno). Inoltre, con la diffusione dei containers, iniziatasi alla fine degli Settanta del secolo scorso, si è aperta una nuova fase incentrata non più solo sul trasporto di materie prime, ma su quello di merci ad alto valore aggiunto. Del resto, se il Mediterraneo fino a non molti anni fa appariva tagliato fuori dai grandi traffici del petrolio,  con la costruzione di grandi oleodotti e gasdotti l’area allargata del Mediterraneo è diventata un’area centrale anche in questo fondamentale settore. Non a caso, sono due grandi gasdotti, North Stream e South Stream, che dovrebbero saldare la Russia (e quindi il “territorio centrale” dell’Eurasia) all’Europa occidentale – rispettivamente, alla regione baltica e a quella mediterranea. Né è un caso che sia la “geo-grafia“ – che non è mero spazio fisico, ma spazio (geo)politico e (geo)culturale – a indicare ai popoli europei il modo migliore per evitare la (falsa) contrapposizione tra le “formiche” settentrionali e le “cicale” meridionali, tra un’Europa del Nord  forte ed efficiente ed un’Europa del Sud, debole e inetta.

 

Di tutto ciò, si sono resi perfettamente conto diversi pensatori e studiosi , tra cui Danilo Zolo, Alain de Benoist e Bruno Amoroso, il quale, in particolare, sostiene che è necessario ripensare il Mediterraneo per ripensare l’Europa, valorizzando la funzione di “ponte” tra est e ovest svolta sia dal Baltico che dal Mediterraneo e facendosi promotori di un modello europeo d’integrazione basato sulle differenti forme di organizzazione industriale ed economico-sociale, anziché sulla standardizzazione di norme e comportamenti secondo le misure del fondamentalismo liberista. Vale a dire che un’Europa che rinunciasse (come purtroppo sta accadendo) a realizzare un modello di sviluppo policentrico non potrebbe non alimentare conflitti di ogni genere e accentuare vieppiù i dislivelli già esistenti tra le diverse regioni europee, distruggendo quella coesione sociale senza la quale l’Europa è destinata a essere una mera espressione geografica. La marginalizzazione della periferia europea e l’abbandono dell’area mediterranea alla politica di (pre)potenza degli Stati Uniti può favorire momentaneamente alcuni Paesi europei, ma a medio-lungo termine si rivelerebbe catastrofica per tutto il vecchio continente. Tanto è vero che l’intero edifico europeo privo di fondamenta politico-militari e culturali, alla prima forte scossa geopolitica rischia di crollare, e ciò accade proprio mentre l’Europa meridionale si è trasformata nel braccio operativo nella Nato nel Mediterraneo.

 

Difatti, è innegabile che in questa fase storica sia il brutale ed ottuso livellamento della globalizzazione “americanocentrica” a mutare le differenze in fattori di disgregazione e di odio reciproco, annientando ogni legame comunitario e ogni ethos che ostacoli l’illimitata volontà di potenza dell’homo oeconomicus occidentale. Vien meno dunque anche l’obiezione secondo cui la litigiosità e la mancanza di spirito di sacrifico per conseguire un obiettivo comune impedirebbero ai popoli mediterranei di dar vita ad un’area integrata sotto il profilo politico, economico e culturale. Obiezione che “maschera” il fatto che il Mediterraneo stesso è “potenza geopolitica” in grado di mettere in rapporto identità e differenze, ma in base ad un logica diversa da quella occidentale che, nonostante tutto, è affatto estranea alla storia dei diversi popoli che abitano le terre che si affacciano su questo mare. Ed è questa “forza reale” che appunto potrebbe (e dovrebbe) alimentare una crescita incentrata su una vera solidarietà, i cui effetti sarebbero positivi tanto per l’Europa continentale, quanto per il mondo arabo e per le regioni adiacenti al bacino mediterraneo. Una “forza reale” che nessuna “geopolitica del caos” potrà mai del tutto annichilire perché espressione di una natura non oggettivata ma in relazione con la struttura profonda del tempo storico, cioè con l’ “essere nel mondo” dell’uomo che sa prendersi cura di sé e delle proprie radici. Ecco perché il Mediterraneo solo se e quando non vi sarà più alcuna nave da guerra “straniera” a imporre l’ordine dei “mercati” potrà tornare ad essere quel crogiolo di civiltà, di religioni e di culture che è stato per molti secoli ed essere ancora il mare di chi ha un rapporto organico con la propria terra. Ovvero potrà tornare ad essere un mare “in mezzo alle terre”.

 

1) Si veda J.B. Duroselle, Storia diplomatica dal 1919 al 1970, Edizioni dell’Ateneo, Roma,1972, pp. 108-116.

2) Si veda R.Overy, La strada della vittoria, Il Mulino, Bologna, pp. 210 e ss.

3) Si veda, ad esempio, Il Mediterraneo è l’avvenire dell’Europa. Dialogo fra Alain de Benoist e Danilo Zolo, http://www.juragentium.org/topics/med/it/benoist.htm. Di Bruno Amoroso si veda soprattutto Europa e Mediterraneo. Le sfide del futuro, Dedalo, Bari, 2000.


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Fabio Falchi ha compiuto studi filosofici. Nel 2010 ha iniziato una fruttuosa collaborazione con "Eurasia. Rivista di studi geopolitici" e col relativo sito informatico, pubblicando diversi articoli e saggi in cui vengono tracciate le linee di una "geofilosofia" dell'Eurasia. Accogliendo la prospettiva corbiniana dell'Eurasia quale luogo ontologico della teofania, l'Autore ambisce a fare della posizione geofilosofica il grado di passaggio a quella "geosofica". Un tentativo di tracciare una sorta di mappa storico-geopolitica e metapolitica dei conflitti dall'antichità fino ai nostri giorni è costituito da Il Politico e la guerra (due volumi, 2015-2016); una nuova edizione di quest'opera, Polemos. Il Politico e la guerra dall'antichità ai nostri giorni, è disponibile sul sito "Academia.edu". Nel 2016, infine, è apparsa la sua opera più recente, Comunità e conflitto. La Terra e l’Ombra.