Prima della Rivoluzione, la Russia era un paese in cui il padrone ufficiale di tutto il territorio dello Stato era il popolo russo. Inoltre, non si faceva alcuna distinzione di principio tra le regioni a popolazione propriamente russa e quella con popolazione “allogena”: il popolo russo era proprietario e signore delle une e delle altre, e gli “allogeni” erano semplicemente membri della famiglia.

La situazione è cambiata con la Rivoluzione. Nel processo di decomposizione anarchica proprio del periodo rivoluzionario, la Russia avrebbe rischiato di disintegrarsi, se il popolo russo non avesse salvato l’unità dello Stato sacrificando la sua posizione di padrone unico. Così, la spietata logica della storia ha modificato la relazione tra il popolo russo e gli allogeni. I popoli non russi dell’ex Impero russo hanno acquisito una posizione che prima non avevano. Il popolo russo ora è soltanto uno dei popoli, con pari diritti, che occupano il territorio. Certo, poiché supera per numero tutte le altre popolazioni e possiede una lunga tradizione del sistema statale, esso svolge naturalmente il primo ruolo tra i popoli dello Stato. Tuttavia, non è più il padrone di casa, ma soltanto il primo tra i pari. Tale cambiamento sopraggiunto nella situazione del popolo russo deve essere tenuto in conto da tutti coloro che riflettono sull’avvenire della nostra patria. Non si deve supporre che la nuova posizione del popolo russo tra gli altri popoli dell’ex Impero e dell’odierna URSS, posizione che si è creata con la Rivoluzione, sia transitoria e provvisoria. I diritti di cui dispongono ormai i popoli non russi dell’URSS non possono essere ritirati. Il tempo consolida tale situazione. Ogni tentativo di riprendere o di ridurre questi diritti provocherebbe una resistenza accanita. Se un giorno il popolo russo si azzardasse a riprendersi o ridurre questi diritti con la forza, esso condannerebbe se stesso a una lunga e dolorosa lotta con tutti questi popoli, e a uno stato di guerra aperta o larvata con loro. Non c’è alcun dubbio che tale guerra sarebbe molto opportuna per i nemici della Russia, e che, nella loro lotta contro le pretese del popolo russo, i popoli dell’ex Impero e della URSS attuale, divenuti autonomi, troverebbero sostegno e alleati tra le potenze straniere. Inoltre, dal punto di vista morale, la posizione del popolo russo sarebbe molto svantaggiosa, quasi indifendibile. Questa lotta per riprendere i diritti degli altri popoli sarebbe impopolare in seno anche allo stesso popolo russo, poiché esso si priverebbe di ogni fondamento morale. Quale che sia l’esito di questa lotta, esso significherebbe per il popolo russo la perdita del suo senso statale a profitto di un’autoaffermazione sciovinistica, che comunque sarebbe solo il segno premonitore della disintegrazione dello Stato.

È fuori di questione, dunque, riprendere o ridurre i diritti acquisiti dai differenti popoli dell’ex Impero russo con la Rivoluzione. La Russia in cui il solo padrone di tutta l’estensione del territorio statale era il popolo russo appartiene ora al passato. Ormai, il popolo russo è e sarà soltanto uno dei popoli di pari diritti che occupano il territorio dello Stato e che prendono parte alla sua direzione.

Il cambiamento del ruolo del popolo russo nello Stato pone una serie di problemi alla coscienza nazionale russa. Prima il nazionalista russo più estremista era, malgrado tutto, un patriota. Ora, lo Stato nel quale vive il popolo russo non è più di esclusiva proprietà di quest’ultimo, e il nazionalismo russo esclusivo è un fattore di squilibrio per le componenti dello Stato, sicché finisce per distruggere la sua unità. Un eccessivo orgoglio nazionale russo può sollevare contro il popolo russo tutti gli altri popoli dello Stato, e isolarlo. Se, prima, anche un estremo orgoglio nazionale russo era un fattore sul quale lo Stato poteva appoggiarsi, ora questo orgoglio, se raggiunge un certo limite, può rivelarsi un fattore antistatale, che, lungi dall’edificare l’unità dello Stato, la fa esplodere. Visto il ruolo che ormai il popolo russo svolge nello Stato, il nazionalismo russo estremista può portare al separatismo russo, ciò che prima era impensabile. Un nazionalista estremista, che desideri ad ogni costo che il popolo russo sia il solo padrone del suo Stato e che questo Stato sia di proprietà del solo popolo russo, deve accettare, nelle attuali circostanze, che tutte le “marche” si distacchino dalla sua Russia, cioè che le frontiere di questa “Russia” coincidano approssimativamente con quelle della compatta popolazione grande-russa della Russia al di qua degli Urali: questo sogno nazionalista radicale è ristabilito soltanto nei ristretti limiti geografici. Il nazionalista russo estremista è così, nel momento attuale, un separatista, esattamente come gli altri separatisti: ucraini, georgiani, azerbaigiani, ecc.

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Se, precedentemente, il fattore fondamentale che saldava l‘Impero russo in una totalità era l’appartenenza di tutto il territorio ad un solo padrone, il popolo russo diretto dal suo zar russo, adesso questo fattore è stato annullato. Si pone quindi la questione di sapere quale altro fattore possa ormai saldare tutte le parti di questo Stato in una totalità.

La Rivoluzione ha voluto fare della realizzazione di un certo ideale sociale il fattore unificante. L’URSS non è soltanto un raggruppamento di repubbliche, è un raggruppamento di repubbliche socialiste, che cercano di realizzare lo stesso sistema sociale, ed è precisamente questa comunanza di ideali che riunisce queste repubbliche in una totalità.

La comunanza dell’ideale sociale e, per conseguenza, della direzione verso cui tende la volontà statale di tutte le parti dell’URSS è, certo, un potente fattore di unificazione. Ed anche se, col tempo, il carattere di questo ideale cambierà, il principio stesso della necessaria presenza di un ideale comune di giustizia sociale e di orientamento comune verso questo ideale deve restare alla base del sistema statale dei popoli e delle regioni che si trovano ora riuniti nell’URSS. Ci si può tuttavia chiedere se questo fattore sia sufficiente a riunire popoli così differenti in uno stesso Stato. In realtà, il fatto che la Repubblica dell’Uzbekistan o quella della Bielorussia siano tutte e due guidate nella loro politica interna dall’aspirazione a raggiungere lo stesso ideale sociale non implica affatto che esse debbano essere riunite all’ombra dello stesso Stato. Né impedisce anche che queste repubbliche siano ostili tra loro o che si facciano la guerra. È chiaro che il comune ideale sociale non basta, e che qualcos’altro deve controbilanciare le tendenze separatiste nazionaliste delle differenti parti dell’URSS.

Nell’URSS contemporanea, l’antidoto contro il nazionalismo e il separatismo è l’odio di classe e la coscienza di solidarietà che ha il proletariato di fronte al pericolo che lo minaccia permanentemente. In ogni popolo che costituisce l’URSS soltanto i proletari sono riconosciuti come cittadini a pieno diritto, e, infatti, l’URSS è composta non da popoli, bensì dai proletari di questi popoli. Avendo conquistato il potere ed esercitando la sua dittatura, il proletariato dei diversi popoli dell’URSS si sente costantemente minacciato dai suoi nemici, tanto da quelli interni (il socialismo non è ancora instaurato e, durante l’attuale periodo di “transizione”, bisogna ammettere l’esistenza dei capitalisti e dei borghesi all’interno della stessa URSS) quanto da quelli esterni (cioè il resto del mondo che si trova completamente nelle mani del capitalismo mondiale e dell’imperialismo). E, per mantenere il loro potere contro le macchinazioni dei loro nemici, i proletari di tutti i popoli dell’URSS non hanno altra scelta che di unirsi in un solo Stato. Tale maniera di dare un senso all’esistenza dell’URSS permette al governo sovietico di combattere il separatismo: i separatisti cercano di distruggere l’unità statale dell’URSS, ma questa unità è indispensabile al proletariato per difendere il proprio potere; ne consegue che i separatisti sono i nemici del proletariato. Per la stessa ragione è possibile e necessario opporsi al nazionalismo, poiché quest’ultimo può essere facilmente interpretato come separatismo latente. Inoltre, secondo la dottrina marxista, il proletariato è sprovvisto di istinti nazionalisti, che sono soltanto attributi della borghesia ed il prodotto dell’ordine borghese. La lotta contro il nazionalismo si realizza già nel fatto stesso di spostare l’attenzione del popolo dalle preoccupazioni nazionali a quelle sociali. La coscienza dell’unità nazionale, premessa di ogni nazionalismo, è distrutta dall’intensificazione dell’odio di classe, mentre la maggioranza delle tradizioni nazionali è denigrata per i suoi legami con l’ordine borghese, con la cultura aristocratica o i “pregiudizi religiosi”. D’altra parte, l’orgoglio di ogni popolo è solleticato in una certa misura dal fatto che, entro i confini del territorio da esso occupato, la sua lingua è dichiarata lingua ufficiale, le funzioni amministrative ed altre sono svolte da persone del suo ambito, e che, molto spesso, la stessa regione riceve il nome del popolo che l’abita.

Si può così dire che il fattore che riunisce tutte le parti dell’URSS in una totalità statale è, una volta ancora, la presenza di un solo padrone ufficialmente riconosciuto per tutto il territorio dello Stato; ma precedentemente questo padrone era il popolo russo governato dal suo zar, mentre ora è il proletariato di tutti i popoli dell’URSS, governato dal partito comunista.

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I difetti della presente soluzione del problema sono evidenti. Senza parlare del fatto che la divisione in proletariato e borghesia è intollerabile per numerosi popoli dell’URSS, o priva di senso e artificiale, questa soluzione è essenzialmente provvisoria. Infatti, l’unione statale del popolo e del paese dove il potere è stato preso dal proletariato è opportuna unicamente allo stadio attuale, quello della lotta del proletariato contro i suoi nemici. E il proletariato stesso, in quanto classe oppressa, è, secondo Marx, un fenomeno transitorio, destinato a sparire. Si può dire altrettanto della lotta di classe. In queste condizioni, l’unità dello Stato riposa su una base non permanente, ma transitoria. Ciò produce una situazione assurda, e genera fenomeni anormali. Per giustificare la propria esistenza, il governo centrale deve gonfiare artificialmente i pericoli che minacciano il proletariato, esso stesso deve creare degli obiettivi di odio di classe, prendendo per bersaglio la nuova borghesia, per eccitare il proletariato contro essa, ecc. In breve, esso deve costantemente mantenere nel proletariato l’idea che la sua posizione di unico padrone è estremamente fragile.

Lo scopo di questo articolo non è di fare la critica del partito comunista in quanto tale. Si esamina qui l’idea della dittatura del proletariato sotto uno solo dei suoi aspetti, quello di fattore unificante tutte le popolazioni dell’URSS in una totalità statale e contrastante i movimenti nazionali e separatisti. Ora, sotto questo aspetto, l’idea della dittatura del proletariato, quale che sia l’efficacia avuta finora, non può rappresentare una soluzione stabile e permanente. Il nazionalismo dei differenti popoli dell’URSS si sviluppa man mano che questi popoli si abituano al loro nuovo statuto. Lo sviluppo dell’istruzione e dell’alfabetizzazione nei differenti linguaggi e il fatto che le funzioni amministrative ed altre siano svolte da autoctoni intensificano le distinzioni nazionali tra le regioni, e fanno nascere presso gli intellettuali locali un timore geloso degli “elementi venuti dall’esterno” e il desiderio di rinforzare la propria posizione. Ora, nello stesso tempo, le barriere di classe all’interno di ogni popolo dell’URSS tendono a cancellarsi e le contraddizioni di classe a offuscarsi, il che crea le condizioni più favorevoli per l’emergere del nazionalismo a tendenza separatista per ogni popolo dell’URSS. Contro ciò, l’idea della dittatura del proletariato è impotente. Il proletariato giunto al potere si trova a possedere, talvolta a un livello estremo, questi istinti nazionalisti che, secondo la dottrina comunista, dovrebbero essergli completamente estranei. E questo proletario al potere sente gli interessi del proletariato mondiale in minima parte, rispetto a quanto era stato previsto dalla dottrina comunista…

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La soluzione odierna per l’unificazione statale delle parti dell’ex Impero russo deriva logicamente dal dogma marxista della natura di classe dello Stato e dal disprezzo, tipicamente marxista, del sostrato nazionale della nozione stessa di Stato. I partigiani di questo dogma non hanno altra scelta che rimpiazzare il predominio di un popolo con la dittatura di una classe, cioè di rimpiazzare il sostrato nazionale dello Stato con un sostrato di classe. Da questa sostituzione deriva tutto il resto. I comunisti sono così molto più coerenti dei democratici, che negano ogni sostrato nazionale unico dello stato russo, pretendendo una larga autonomia regionale o una federazione, senza dittatura di classe, senza comprendere che, in queste condizioni, l’esistenza dello Stato unico è impensabile.

Affinché le differenti parti dell’ex Impero russo seguitino a esistere come parti di uno stesso Stato, deve esistere un sostrato unico del sistema statale. Questo sostrato può essere nazionale (cioè etnico) o di classe. Il sostrato di classe può unificare soltanto temporaneamente le parti dell’ex Impero russo. Una unificazione stabile e permanente è dunque realizzabile soltanto sulla base di un sostrato nazionale (etnico). Prima della Rivoluzione, questo sostrato era il popolo russo. Ma non si può tornare ad una soluzione dove il popolo russo era il solo padrone di tutto il territorio dello Stato. Ed è anche chiaro che nessun altro popolo può svolgere questo ruolo. Ne consegue che il sostrato nazionale dello Stato che si chiamava precedentemente Impero russo e che ora si chiama URSS, può essere soltanto l’insieme dei popoli che abitano questo Stato, considerati come una nazione particolare, fatta di più popoli, e che, in quanto tale, possiede il suo nazionalismo.

Noi chiamiamo questa nazione eurasiatica, il suo territorio Eurasia, e il suo nazionalismo l’eurasiatismo.

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Ogni nazionalismo deriva da una coscienza precisa della natura personale, individuale, di una unità etnica data, che gli fa affermare prima di tutto l’unità organica e l’unicità di questa entità etnica (popolo, gruppo di popoli o parti di un popolo). Ma in realtà non ci sono popoli perfettamente monolitici od omogenei; in ogni popolo, anche in quello più piccolo, ci sono molteplici suddivisioni etniche, che si differenziano spesso in maniera netta per la lingua, il tipo fisico, il carattere, i costumi, ecc. Parimenti, non ci sono in realtà popoli interamente specifici o isolati: ogni popolo fa sempre parte di un gruppo di popoli al quale è legato da alcuni tratti generali. Inoltre, uno stesso popolo fa parte di un gruppo di popoli per una serie di caratteristiche, e di un altro gruppo per un’altra serie. Si può dire che l’unità di un’entità etnica è inversamente proporzionale alla sua importanza numerica, mentre la sua specificità è ad essa direttamente proporzionale. Soltanto le più piccole entità etniche (per esempio una piccola sottodivisione tribale di un popolo) si avvicinano alla piena omogeneità e all’unità totale. E solo le grandi entità etniche (per esempio un gruppo di popoli) si avvicinano all’unità totale. Il nazionalismo si astrae così sempre in una certa misura dall’eterogeneità e dall’indistinzione della sua entità etnica, e, secondo il grado di questa astrazione, si potranno distinguere differenti tipi di nazionalismo.

In ogni nazionalismo, si trovano a volte degli elementi centralizzatori (affermazione dell’unità dell’entità etnica) e degli elementi separatisti (affermazione dell’unicità e della distintività). Poiché un’entità etnica è inclusa in un’altra (un popolo fa parte di un gruppo di popoli che comporta delle sottodivisioni tribali o regionali), possono esistere dei nazionalismi di ampiezza variabile, di scala variabile. Questi nazionalismi sono anche “inclusi” l’uno nell’altro come dei cerchi concentrici, in conformità con le entità etniche verso le quali essi sono orientati. È chiaro che gli elementi centralizzatori e separatisti di uno stesso nazionalismo non sono contraddittori, allorché questi due nazionalismi concentrici si escludono a vicenda: se una entità etnica A è “inclusa” nell’entità etnica B, l’elemento separatista del nazionalismo A e l’elemento centralizzatore del nazionalismo B si escludono reciprocamente

Affinché il nazionalismo di una entità etnica non degeneri in un puro separatismo, è necessario che esso si combini con quello di un’entità etnica più grande, inclusiva di questa entità. Per quanto concerne l’Eurasia, ciò vuol dire che il nazionalismo di ciascun popolo dell’Eurasia (l’odierna URSS) deve combinarsi con il nazionalismo pan-eurasiatico, cioè con l’eurasiatismo. Ogni cittadino dello stato eurasiatico deve aver coscienza non solo di appartenere a un dato popolo, o a un sottogruppo di un popolo, ma anche a un popolo che appartiene alla nazione eurasiatica. E la fierezza nazionale di questo cittadino deve trovare soddisfazione nell’uno e nell’altro dei suoi aspetti. È in funzione di questo che deve essere costruito il nazionalismo di ciascuno di questi popoli: il nazionalismo pan-eurasiatico deve nascere dall’allargamento del nazionalismo di ogni popolo dell’Eurasia, dalla fusione di tutti questi nazionalismi in un tutto.

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Tra i popoli dell’Eurasia sono sempre esistite (e stabilite facilmente) relazioni fraterne, che suppongono l’esistenza di attrazioni e simpatie incoscienti (il caso inverso, cioè il caso della repulsione e dell’antipatia incoscienti tra due popoli dell’Eurasia sono molto rari). Certo, questi sentimenti incoscienti nono sono sufficienti. Occorre che la fraternità dei popoli dell’Eurasia divenga un fatto cosciente essenziale. Occorre che ogni popolo dell’Eurasia sia cosciente di se stesso innanzitutto come membro di questa fraternità, occupando un posto determinato in questa fraternità. E occorre che questa coscienza della sua appartenenza alla fraternità eurasiatica dei popoli divenga per ciascun popolo più forte e più chiara della coscienza della sua appartenenza a qualche altro gruppo di popoli. È certo che, per alcuni aspetti, ogni popolo dell’Eurasia può essere incluso in un altro gruppo di popoli non esclusivamente eurasiatico. Così, se si prende il criterio della lingua, i Russi fanno parte del gruppo dei popoli slavi, i Tatari, i Ciuvasci, i Ceremissi ed altri fanno parte del gruppo dei popoli chiamati “turanici”; se si prende quello della religione, i Tatari, i Baschiri, i Sarti, ecc. fanno parte del gruppo dei popoli musulmani[1]. Ma questi legami devono essere per loro meno forti di quelli che li uniscono alla famiglia eurasiatica: né il panslavismo per i Russi, né il panturanismo per i Turanici d’Eurasia, né il panislamismo per i musulmani d’Eurasia devono trovarsi in primo piano, bensì l’eurasiatismo. Tutti questi “panismi”, che intensificano le forze centrifughe dei nazionalismi etnici particolari, mettono al primo posto il legame unilaterale tra un popolo e altri popoli mediante un solo insieme di criteri; è per questo che sono incapaci di fare di questi popoli una vera nazione multietnica vivente: una individualità personale. Ma nella fraternità eurasiatica i popoli sono legati tra loro non da un insieme unilaterale di criteri, bensì dalla loro comunità di destino storico[2]. L’Eurasia è una totalità geografica, economica e storica. I destini dei popoli eurasiatici sono intrecciati, essi formano un immenso groviglio che non si può più disfare, al punto che il distacco di un popolo da questa unità non può avvenire se non con un atto di violenza contro la natura, che può apportare solo sofferenza. Non si può dire nulla di simile riguardo ai gruppi di popoli che formano la base del panslavismo, del panturanismo o del panislamismo. Nessuno di questi gruppi è unito a un tale grado dall’unità del destino storico dei popoli che ne fanno parte. Nessuno di questi “panismi” ha un valore pragmatico comparabile a quello del nazionalismo paneurasiatico. Questo nazionalismo non ha soltanto un valore pragmatico, esso è semplicemente una necessità vitale: soltanto il risveglio della coscienza dell’unità della nazione eurasiatica multietnica può dare alla Russia-Eurasia il sostrato etnico del sistema statale, senza il quale essa comincerà prima o poi a esplodere in pezzi, causando sofferenze e dolori infiniti a tutte le sue parti.

Affinché il nazionalismo paneurasiatico possa svolgere efficacemente il suo ruolo di fattore di unificazione dello Stato eurasiatico, bisogna rieducare la coscienza dei popoli dell’Eurasia. Certamente, si può dire che la vita stessa si incarica di questa rieducazione. Il solo fatto che tutti i popoli eurasiatici (e nessun altro popolo al mondo) da tanti anni sopportino insieme il regime comunista e tentino di sbarazzarsene crea tra loro migliaia di legami psicologici e storico-culturali nuovi e li costringe a vedere più chiaramente la comunità del loro destino storico. Ma questo non è tutto. È indispensabile che gli individui che hanno già pienamente e chiaramente coscienza dell’unità della nazione eurasiatica multietnica diffondano le loro convinzioni, ognuno nella nazione eurasiatica nella quale lavora. Ecco un terreno vergine da esplorare per i filosofi, i saggisti, i poeti, gli scrittori, i pittori, i musicisti e gli scienziati nei più diversi campi. Bisogna rivedere un certo numero di discipline scientifiche dal punto di vista dell’unità della nazione eurasiatica multietnica, e costruire nuovi sistemi scientifici per rimpiazzare quelli antichi, divenuti obsoleti. In particolare bisogna considerare in modo assolutamente nuovo la storia dei popoli dell’Eurasia, compresa quella del popolo russo…

In questo lavoro di rieducazione della coscienza nazionale, mirante a stabilire l’unità sinfonica (corale) della nazione multietnica d’Eurasia, è indubbio che il popolo russo deve fare lo sforzo maggiore. In primo luogo, esso dovrà più degli altri lottare contro gli antichi punti di vista, che hanno formato la coscienza nazionale russa al di fuori del contesto reale del mondo eurasiatico e che hanno isolato il passato del popolo russo dalla prospettiva generale della storia dell’Eurasia. In seguito, il popolo russo, che era prima della Rivoluzione il solo signore della Russia-Eurasia e che è ora il primo (per numero e per importanza) tra i popoli eurasiatici, deve naturalmente essere d’esempio per gli altri.

Il lavoro di rieducazione della coscienza nazionale che fanno gli eurasiatisti si svolge attualmente in condizioni eccezionalmente difficili. È sicuramente impossibile condurre apertamente questo lavoro sul territorio dell’URSS, e nell’emigrazione la maggior parte delle persone sono incapaci di prendere coscienza dei cambiamenti dovuti alla rivoluzione e delle loro conseguenze oggettive. Per costoro, la Russia è ancora un insieme di unità territoriali conquistate dal popolo russo e ad esso appartenenti in modo chiaro e netto. Essi non possono comprendere né lo scopo della costruzione di un nazionalismo paneurasiatico, né l’idea dell’unità della nazione eurasiatica multietnica. Per costoro, gli eurasiatisti sono dei traditori, che hanno rimpiazzato la nozione della “Russia” con quella dell’”Eurasia”. Essi non si rendono conto che non l’eurasiatismo, ma la vita stessa è responsabile di questa sostituzione; essi non comprendono che il loro nazionalismo russo nelle condizioni attuali è soltanto un separatismo grande-russo, che la Russia puramente russa ch’essi vorrebbero far “rinascere” è possibile solo a condizione che si separino tutte le province esterne, il che significa che essa può esistere solo nei limiti della Grande-Russia etnica. Altri movimenti di emigrati attaccano l’eurasiatismo dal punto di vista opposto, essi esigono l’abbandono di ogni specificità nazionale e pensano che si possa riorganizzare la Russia sui principi della democrazia europea, senza alcun sostrato etnico o di classe. In quanto rappresentati delle posizioni occidentalizzanti astratte delle vecchie generazioni dell’intellighenzia russa, essi non vogliono comprendere che, affinché uno Stato esista, bisogna prima di tutto che i cittadini di questo Stato abbiano coscienza della loro appartenenza organica a una totalità unica, a una unità organica che non può essere soltanto etnica o di classe, e che nel momento attuale ci sono solo due soluzioni: o la dittatura del proletariato, o la coscienza dell’unità e dell’unicità della nazione eurasiatica multietnica e il nazionalismo paneurasiatico.

(*) Articolo apparso in “Evrazijskaja Khronika”, 9, 1927, pp. 24-31, con il titolo originale Obščevrazijskij nacionalizm.

(estratto da Eurasia. Rivista di studi geopolitci, a. I, n. 1, 2004)


[1] I Tatari sono il più numeroso tra i popoli della Volga (oltre 2.500.000); rappresentano la parte fondamentale della Repubblica Autonoma Tatara, sebbene gruppi consistenti di Tatari vivano anche in altre regioni della Russia. I Tatari parlano una lingua turca e sono di religione islamica (sunnita).

I Ciuvasci, che costituiscono il grosso della popolazione della Repubblica Autonoma Ciuvascia, sono un popolo di un milione e mezzo di anime, che parla una lingua turco-tatara. Si ritiene che discendano dai Bulgari medioevali, fusi con una popolazione finnica della Volga, i Mari. In parte sono ortodossi, in parte musulmani (sunniti).

I Ceremissi (o Mari) sono un popolo di mezzo milione di anime, che vive per lo più nella Repubblica Autonoma Mari. Assieme ai Mordvini, formano il ramo dei Finni della Volga; parlano quindi una lingua ugrofinnica. Benché ufficialmente ortodossi, i Ceremissi da una parte hanno conservato molti elementi dell’antica cultura sciamanica, dall’altra hanno subìto l’influsso dell’Islam.

I Baschiri, circa un milione di persone, vivono dentro e fuori i confini della Repubblica Autonoma Baschira, al di là degli Urali. Secondo alcuni, i Baschiri sarebbero gli antenati dei Magiari, o comunque una popolazione ugrofinnica assimilata dai Turchi; altri li considerano una popolazione originariamente turca, che avrebbe integrato alcuni gruppi ugrici o finnici. La lingua che parlano è turca e la religione è islamica (sunnita).

I Sarti sono la componente sedentaria (e maggioritaria) degli Usbechi, popolo di lingua turca e religione islamica (sunnita) stanziato principalmente nell’Uzbekistan. (nota di C.M.)

[2] Confronta l’articolo del Principe K.A. Ckheidze in “Evrazijska Khronika”, 4.


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