La zona del Sahel, dove Algeria, Mali, Mauritania e Niger toccano il deserto del Sahara, è oggi un’area in cui le attività della criminalità organizzata, dedita al traffico di armi, droga, sigarette, auto rubate ed esseri umani, si compenetrano, in un processo osmotico, con una crescente minaccia terroristica di matrice islamista. A causa delle frontiere porose e difficilmente controllabili, la regione desertica è assurta, infatti, a importante punto di passaggio e sicuro rifugio per i terroristi dell’organizzazione nota dal 2007 come Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), che ormai ne controlla vasti settori territoriali. Gli attacchi sempre più virulenti di AQIM e la sua progressiva affermazione in seno alla regione hanno indotto i paesi dell’area e la comunità internazionale a rafforzare responsabili azioni congiunte di contrasto, animate dalla ferma consapevolezza che alla lotta al terrorismo sono intrinsecamente legate la stabilità e la difficile sfida allo sviluppo socio-economico di una delle aree più povere del mondo.

Al-Qa’ida nel Maghreb Islamico

Secondo un autorevole rapporto del Council of Foreign Relations, le origini di AQIM risalgono al periodo della guerra civile algerina dei primi anni ’90, che vide contrapporsi le forze governative secolari, appoggiate dalla Francia, e il movimento di resistenza islamica armata (Armed Islamic Group: G.I.A.) sorto a sostegno della coalizione di militanti islamisti e moderati all’epoca raggruppati all’interno del Movimento di Salvezza Islamica. La possibile vittoria della piattaforma islamista alle consultazioni legislative del 1992 e la sua conseguente ascesa alla guida del paese avrebbero compromesso la secolarizzazione coatta della società che il governo laico di Algeri mirava a consolidare e persuase le forze al potere ad annullare tout court il secondo turno elettorale. Dopo anni di lotta e un bilancio di oltre 150.000 vittime, nel 1998 una fazione interna si proclamò indipendente dal GIA ed assunse il nome di Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC). Il GSPC non rinunciò a combattere il governo algerino, ma evitò gli indiscriminati massacri di civili imputati al GIA, guadagnando ampio sostegno popolare ed ergendosi a principale forza islamista in Algeria. Nato, dunque, come gruppo terrorista locale algerino, il GSPC pare abbia intrattenuto floridi legami con Al-Qaeda già dagli anni ’90, anche come diretta conseguenza dell’impegno profuso da quegli “algerini afghani” che il contingente di resistenza afghana contro l’occupazione sovietica (1979-‘89) contava numerosi tra le proprie fila. Impegnati soprattutto in attività di addestramento in Pakistan ed in Afghanistan, essi tornarono in patria avendo acquisito notevoli conoscenze tecniche, con un credo fondamentalista estremamente radicato e un sentimento di profonda fedeltà ad Al-Qaeda, conclamato a partire dal 2003. Sembra, inoltre, che lo stesso Bin Laden abbia finanziato gli Islamisti algerini durante la guerra civile e si sia occupato anche della prima formazione dei militanti. AQIM è proprio il risultato della fusione tra il GSPC ed Al-Qaeda, approvata ufficialmente da un videomessaggio di Al-Zarqawi dell’11 settembre 2006 come una “santa unione che rappresenta una spina in gola dei crociati americani e francesi” e suggellata dall’attacco del dicembre 2006 contro un bus di impiegati stranieri in una impresa statunitense ad Algeri. La neonata AQIM diede, insomma, prova di essere “degna dello status di Al-Qaeda” e venne conseguentemente integrata nel progetto di jihad globale. Come testimoniano l’escalation di violenza e la recrudescenza delle attività terroristiche, dal 2007 AQIM persegue, in effetti, obiettivi più ampi, in linea con “quelli di Al-Qaeda madre”[1], e nutre aspirazioni di portata mondiale, nonostante le sue potenzialità siano presumibilmente ancora limitate alla scala regionale. Nel corso del 2009 il governo algerino varò un programma di amnistie e una serie di campagne antiterroristiche che ridussero drasticamente il numero di membri della base centrale (da circa 30.000 agli stimati 1.000 uomini attuali), ma provocò di fatto uno spostamento verso sud dei militanti, che riuscirono ad insinuarsi con successo nelle zone desertiche del Mali settentrionale. È proprio in questa circostanza che emerse come ruolo pivot l’attuale leader e comandante in campo per le operazioni nel Sahel, Mokhtar Belmokhtar, un veterano della guerra civile algerina addestrato nei campi di Al-Qaeda a Khalden e Jalalabad, che oggi, grazie ai legami con le comunità del deserto, dirige l’unità stanziata lungo il confine algerino con il Mali e il Niger. Conscia della necessità sempre più stringente di decentralizzarsi e di realizzare reclutamenti su base regionale, AQIM ha, dunque, progressivamente assunto un’identità jihadista pan-maghrebina e gode di un vasto network di supporto locale che coinvolge Algeria, Mali, Mauritania, Niger e Tunisia. Integrando anche elementi di altri gruppi jihadisti come il Gruppo di Lotta Islamica Libico e Marocchino, l’organizzazione ha, altresì, esteso il proprio controllo sull’estesa area che collega la zona poco più a nord di Timbuctu fino a Taodenni vicino ai confini di Mauritania ed Algeria. Nella regione trans-sahariana, dalla struttura fortemente tribale, i combattenti hanno abilmente tessuto relazioni matrimoniali e sviluppato una rete di solidarietà familiari con gli esponenti delle diverse comunità indigene (soprattutto tra i Tuareg e i Berabici), tradizionalmente ostili all’autorità centrale. Tali alleanze, che rappresentano forse la principale forza di AQIM, hanno, insomma, creato una sorta di paradiso tra le aree inospitali, rocciose e desertiche del Sahel, che ha consentito all’organizzazione di stabilire campi di addestramento mobili per le reclute e, allo stesso tempo, di insinuarsi anche nelle altre attività illegali di cui l’area è teatro. In tutto la regione si è, dunque, sostanzialmente realizzata una proficua collaborazione tra i militanti di AQIM, le tribù locali e la criminalità organizzata, che prospera con agilità in scenari dove alla difficoltà di controllo si aggiungono anche problemi di corruzione e connivenze ad alto livello.

Il Modus Operandi di AQIM

L’obiettivo primario palesemente propagandato da AQIM è quello di instaurare un califfato islamico che si estenda dal Nord Africa al Medio Oriente, ma in realtà dal 2007 la sua strategia prevede soprattutto, in linea con le direttive di Al-Qaeda, la sistematica lesione degli interessi occidentali. Oltre a scagliarsi veemente contro i simboli delle autorità governative e le forze di polizia di Niger, Mauritania ed Algeria, AQIM perpetra, infatti, sempre più sovente attacchi ai danni dei turisti e degli emblemi della presenza dell’Occidente nell’area. I bersagli dell’organizzazione sono, in sostanza, sia gli “apostati” locali che gli stranieri “infedeli”. Avvalendosi spesso di mezzi tecnologicamente avanzati e di un sistema di comunicazioni molto sofisticato, i militanti preferiscono servirsi di dromedari, anziché di veicoli a motore più facilmente rintracciabili dai sistemi di sorveglianza satellitare o elettronica, con i quali si spostano pressoché indisturbati tra le dune del deserto e le montagne rocciose. AQIM utilizza principalmente delle tattiche terroristiche convenzionali, tra cui agguati in tipico stile guerrigliero, attacchi con mortai, razzi e bombe poste ai bordi delle strade (particolarmente diffuse nei conflitti in Afghanistan ed in Iraq), ma sono molto frequenti anche rapimenti a scopo di estorsione o per scambi di prigionieri. Dal 2007 sono gli attacchi kamikaze con autobombe ad essere diventati l’indiscussa principale tecnica dell’organizzazione che, con il graduale rientro dei veterani dai teatri di guerra mediorientali e la crescente ostilità della popolazione nei confronti delle politiche occidentali, non ha certo difficoltà a reclutare nuovi adepti disposti al martirio. Per sovvenzionare le proprie attività e mantenere la propria capillare struttura, AQIM necessita di consistenti flussi di denaro che accumula tramite diverse operazioni di auto-finanziamento. La principale fonte di entrate sono  i riscatti pagati in cambio della liberazione di ostaggi. I rapimenti di turisti od operatori umanitari occidentali vengono effettuati generalmente o da membri di AQIM stessa oppure con la collaborazione di criminali locali o di ribelli del deserto. Gli ostaggi sono poi nascosti nelle aree remote del vasto deserto maliano, dove ne risulta estremamente difficile il rinvenimento. La spirale di sequestri vanta oggi nuova linfa. Dopo l’eclatante  rapimento di 32 turisti europei nel 2003, per il cui rilascio si suppone che AQIM abbia ottenuto 10 milioni di dollari, tra il 2008 ed il 2009 i militanti hanno sequestrato oltre 15 occidentali, mentre il 16 settembre 2010 è stata proprio Al-Qaeda nel Maghreb Islamico a rivendicare il rapimento in Niger di altri 7 ostaggi, tra cui 5 francesi e 2 africani. La zona desertica del Mali assume, inoltre, una rilevanza particolare anche in considerazione del fatto che la frontiera settentrionale del paese è stata parzialmente demilitarizzata nel 2009 dal governo di Bamako nell’ambito di un accordo  intercorso con le tribù Tuareg, che garantirono la fine di quasi un ventennio di ribellioni contro l’autorità centrale. La, seppur ancora fragile, pacificazione dell’area ha, tuttavia, di fatto garantito carta bianca ad AQIM che esercita ormai un quasi totale controllo sui vari smerci di frontiera.  Oltre agli introiti provenienti da piccoli crimini e ai proventi dei redditizi traffici di droga, l’organizzazione terroristica beneficia anche di aiuti economici stanziati dalle numerose basi europee, votate ad attività illegali, contraffazione e commercio di sostanze stupefacenti.

Il Ruolo degli USA e la Cooperazione Regionale

La partecipazione attiva di Washington nella lotta al terrorismo nell’area del Sahel risale al novembre 2002, quando il Dipartimento di Stato decise di finanziare un programma, noto come Pan Sahel Initiative (PSI), per rafforzare le capacità regionali di risposta alle minacce provenienti dalle attività terroristiche e dai traffici illegali, al fine di garantire la pace e la sicurezza dell’area. Rivolta a Mali, Niger, Chad e Mauritania, la PSI giunse al termine nel 2004, per essere sostituita dalla Trans Sahara Counterterrorism Initiative (TSCTI). Inaugurata nel 2005 con la prima esercitazione Flintlock, la TSCTI è un programma del governo americano volto a rinvigorire la lotta regionale al terrorismo, a screditare l’ideologia fondamentalista, a promuovere forme democratiche di governo, a rafforzare i legami bilaterali con gli USA e la cooperazione tra le forze di sicurezza locali. Essa gode, inoltre, dei supporti esterni dell’USAID (Agenzia per lo Sviluppo Internazionale), del Dipartimento della Difesa (che finanzia attualmente anche l’operazione Enduring Freedom Trans Sahara), dell’Unione Africana e della Comunità Economica Africana. Nel 2008, inoltre, gli USA hanno attivato un comando africano (AFRICOM), che continua ad addestrare le forze di sicurezza locali tramite esercitazioni biennali Flintlock. Esso si fonda sulla cooperazione con i governi della regione e non prevede un intervento militare diretto americano. In seno all’AFRICOM, dalla fine del 2008 è operativa anche la Trans Sahara CounterTerrorism Partnership (TSCTP). E’ proprio tramite la TSCTP che, nel  maggio 2010, sono state realizzate sia l’esercitazione Flintlock 2010 – a cui hanno partecipato 600 militari delle forze speciali USA, 150 militari da Belgio, Francia, Spagna, Olanda e Gran Bretagna  e 400 militari di 9 paesi dell’area del Sahel – che l’operazione Phoenix Express 2010 con le marine di Marocco e Senegal. Gli Stati Uniti forniscono, sostanzialmente, addestramento, equipaggiamenti militari e sistemi di sorveglianza satellitare, mirano a facilitare l’instaurazione di un proficuo scambio di informazioni tra i paesi coinvolti dalla minaccia di AQIM e sollecitano i governi dell’area affinché realizzino una valida strategia di coesione. Washington ha, così, accolto positivamente i buoni risultati scaturiti dall’incontro di Algeri del 16 marzo 2010 tra i 7 ministri degli esteri della regione del Sahara e Sahel (Algeria, Burkina Faso, Chad, Libia, Mali, Mauritania e Niger). L’accordo e l’unanime consenso raggiunto sulla “necessità di coordinazione e di azione comune nei confronti delle minacce che attanagliano i paesi del Sahel” rappresentano, in effetti, un segnale favorevole verso la realizzazione di un’autentica cooperazione regionale. Riconoscendo i legami di interdipendenza tra sicurezza, pace e sviluppo, i 7 paesi si impegnano, insomma, ad una concertazione contro il terrorismo, dando la priorità ai meccanismi di sostegno allo sviluppo e sottolineando l’importanza vitale della mobilitazione della popolazione locale. In linea con la Decisione 256 dell’Unione Africana del 3 luglio 2009 e con la Risoluzione ONU 1904 del 17 dicembre 2009, i ministri degli esteri presenti si sono, inoltre, uniti alla ferma condanna di ogni forma di pagamento dei riscatti ai terroristi e hanno delegato all’incontro tra Capi di Stato Maggiore dell’aprile seguente la pianificazione delle strategie attuative.

La Recente Offensiva della Mauritania

Secondo il rapporto statunitense 2009 sul terrorismo nel Nord Africa e in Medio Oriente, pubblicato nell’agosto 2010, oggi il paese più esposto alle minacce di AQIM è la Mauritania. Retto dal Presidente Mohamed Ould Abdel Aziz (leader del colpo di stato del 2008 e riconfermato alle elezioni del luglio 2009), il governo di Nouakchott è, infatti, accusato di essere un’empia formazione golpista e l’emblema del collaborazionismo con l’Occidente. L’appello lanciato da Abdel Aziz agli altri Stati dell’Africa occidentale per sostenere quella che viene definita una “guerra santa contro i terroristi”, colpevoli di “offuscare l’immagine dei musulmani e dell’Islam”, denota l’avvio di un nuovo piano nella lotta ad AQIM. Durante il discorso rivolto alla nazione il 4 agosto 2010, il Presidente della Mauritania, sostenuto dal partito di governo guidato da Ould Mohammed Lamin, invoca, in effetti, l’unità del paese nella battaglia contro il terrorismo ed una più stretta collaborazione con la Francia e avverte che le operazioni militari all’interno e all’esterno delle frontiere nazionali “continueranno fino a quando la sicurezza del (nostro) paese sarà minacciata”. Nell’ambito di un’offensiva preventiva contro imminenti nuovi attacchi di AQIM, l’esercito mauritano è, così, intervenuto a due riprese negli ultimi due mesi (luglio e settembre), agendo soprattutto in Mali e nelle regioni orientali di Adrar e Nema, dove l’attività jihadista è più intensa. Sotto la diretta supervisione di Ould Abdul Aziz e previo via libera della autorità di Bamako, il 18 settembre 2010 le forze mauritane hanno inaugurato un duro attacco, avvalendosi anche di mezzi aerei, contro i presunti rifugi di AQIM. Benché i dati in merito siano contrastanti, pare tuttavia che gli scontri abbiano provocato alcune vittime civili tra la popolazione maliana. Alla repentina condanna espressa dal vice presidente dell’Assemblea Nazionale di Bamako è seguita la dura reazione di AQIM. Tacciando l’esercito di Nouakchott di “agire su mandato dei miscredenti e dei crociati che uccidono innocenti in Iraq ed Afghanistan” e accusando il governo mauritano di essere un “agente della Francia”, Al-Qaeda ha formulato espresse ed ufficiali minacce ammonendo che “il sangue dei martiri non resterà impunito”. A ben guardare, comunque, la presenza di vittime civili serve la strategia di guerra psicologica perseguita da AQIM per attirare a sé un numero ancora maggiore di consensi e per descrivere il nemico come “servo dello straniero”. L’esercito di Nouakchott, ritenuto da AQIM “apostate, fantoccio e satanico”, risulta, però, ancora piuttosto debole: esso non è né ben equipaggiato, né adeguatamente pronto alla lotta serrata contro il terrorismo poiché si trova a dover combattere lontano dalla proprie basi operative e senza aver consolidato dei legami con la popolazione locale. Se la posizione della Mauritania appare, dunque, inequivocabilmente dura nei confronti dei terroristi, a Bamako si è, invece, riscontrata solo recentemente una rinnovata volontà di combattere AQIM. Più volte accusato di “lassismo” dall’Algeria e dalla Mauritania, il Mali ha adottato nel passato un atteggiamento di certa tolleranza verso l’organizzazione: nel 2003 concesse, ad esempio, l’asilo a Mokhtar Belmokhtar purché egli “non commettesse attività terroristiche su suolo maliano” e nel dicembre 2009 rilasciò 4 suoi militanti, provocando della tensione con il governo di Nouakchott. La politica del Presidente Amadou Toumani Touré, mossa dall’esigenza di non impegnarsi in modo troppo diretto contro i terroristi, ha, così, garantito un modus vivendi con AQIM. Bamako deve, obiettivamente, fare i conti con la scarsità di mezzi militari (l’ultima offensiva risale al giugno 2009) e con un esercito poco presente sul territorio, con la necessità di garantire un reale sviluppo alla popolazione e, soprattutto, con la perenne paura del risorgere della ribellione dei Tuareg (si tratta di una popolazione di circa 1,5 milioni di persone stanziate tra Niger, Mali, Algeria, Libia e Burkina Faso). Questo tacito accordo con AQIM sta, tuttavia, venendo progressivamente meno in virtù delle continue attività terroristiche perpetrate nel nord del paese e di una più forte cooperazione regionale anche nella sfera militare, che potrebbe portare ad una nuova militarizzazione della frontiera settentrionale.

Conclusioni

Le minacce, mai sopite, poste da AQIM nell’intera area trans-sahariana impongono un approccio globale ed interdipendente, capace di realizzare altresì una seria analisi  delle reali potenzialità dell’organizzazione, ed un rinnovato impegno dei governi della regione affinché una prospettiva di sviluppo possa essere davvero credibile agli occhi della popolazione, vincendone l’atavica diffidenza verso l’autorità centrale. La sfida raccolta all’incontro di Algeri, il costruttivo impegno americano e l’interesse degli organismi internazionali rappresentano certamente un valido incentivo alla prosecuzione del contrasto ad AQIM, che potrà, però, vantare dei successi tangibili solo quando verrà minata la rete di supporto locale di cui l’organizzazione gode. Urge, insomma, una strategia olistica che scongiuri il rischio di un ulteriore avanzamento di Al-Qaeda nel Maghreb e della possibile costituzione di una pericolosa linea di continuità con gli Al-Shabaab somali, suscettibile di rendere l’intera regione un impotente ostaggio del terrorismo islamista.

* Valentina Francescon è Dottoressa in Scienze Internazionali e Diplomatiche (Università di Trieste)


[1] Abdelmalek Droukdal, ex leader di AQIM, durante un’intervista rilasciata al New York Times nel luglio 2008.

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