Il 2011 cominciava con la cosiddetta “Primavera Araba”, fenomeno sociale scaturito dall’influenza mondiale che, oltre alle sue ragioni interne ed esterne, dove si combina l’aumento del cibo, le reti sociali e i giovani, l’interesse imperiale per il petrolio e altre varianti geopolitiche, indica in modo schiacciante che le repubbliche totalitarie o monarchie tributarie d’Occidente, inventate dalla geopolitica del dopoguerra, nel loro seno non contengono le aspirazioni democratiche del mondo arabo.

D’altro canto, alcuni mesi più tardi, il movimento degli “sdegnati” dalla Spagna si sposta in tutta Europa, palesando l’esaurimento non solo di un modello d’integrazione che voleva esportarsi come “modello di cosmopolitismo e di diritto”, ma anche di un sistema bipartito di natura liberal-conservatore-socialdemocratico, funzionale agli USA.  Gli Aznar, i Zapatero o i Blair, non riescono a contenere più una società esaurita, culla dell’enciclopedismo, incapace di offrire qualcosa al mondo. Gli Stati Uniti continuano ad essere una Repubblica imperiale, secondo quanto afferma Aron, che non ha nulla a che fare con il paradigma del “fine della storia” di Fukuyama, con un debito di 14 miliardi di dollari.

La Cina di Confucio, l’India di Ghandi, la Russia di Pietro il Grande, iniziano a schierarsi nella multipolarità emergente, con la forza intangibile che sorge da una forza altrettanto inalienabile: le loro culture. E cosa sta accadendo in America latina? O detto in altre parole, nell’America meridionale?

Nell’America meridionale si fa strada la forza dell’integrazione con il Mercosur, con combinazioni tipo Mercosur-Comunidad Andina che rafforza l’UNASUR e, ora, in questo mese di luglio, con la nascita del CELAC-Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi. Tutti, in sostanza, figli dell’itinerario del Congresso Bolivariano del 1826.

Ma, con un valore aggiunto, abbiamo il pensiero che ci dà autocoscienza e totalità alla nostra unicità, e che è il pensiero continentale di Juan Domingo Perón; per questa ragione costituisce un classico, perché sarà sempre contemporaneo. Da qui l’importanza di analizzarlo, di ripensarlo, per l’azione e non per il ricordo astratto.

È giunta l’ora di portare a termine il suo massimo lascito, lo Stato Continentale, ed è qui che Perón offre il paradigma ideologico che non riesce a trovare l’Europa, il mondo arabo e gli USA, Perón è un uomo del XXI e XXII secolo.

È, senza ombra di dubbio, il primo teorico e politico della nostra autonomia continentale sudamericana e latinoamericana, nonostante l’uomo politico abbia messo in ombra quello teorico e, bisogna aggiungere che, nelle nostre Università, Accademie militari e diplomatiche e persino nei nostri quadri dirigenziali, non si studia in modo approfondito. È responsabilità del mondo accademico riscattare Perón ed è responsabilità della politica, interrogare permanentemente la sua contemporaneità. È un debito che abbiamo in sospeso e, attualmente, nel suo anniversario, bisogna prendere questo compromesso che va oltre l’impiego retorico della politica. Lui appartiene all’America latina ed è un modello che ci consolida nel mondo.

Nel sistema mondo del XXI secolo sono quattro le anticipazioni strategiche di Perón che tornano alla luce e con forza:

–         In primo luogo, il valore delle derrate alimentari e delle risorse naturali. Oggi, senza dubbio, ciò è indiscutibile nel mondo, le guerre per le risorse e la potenzialità delle nostre materie prime ci conferiscono una piazzaforte inedita. Questo aspetto non lo videro nemmeno la CEPAL e lo strutturalismo latinoamericano.

–         In secondo luogo, la crescita e la necessità, in termini pratici e teorici, di organizzare il mondo della produzione sotto una prospettiva ecologica. L’agenda ambientale è una priorità nei rapporti internazionali e, quando Perón lo espose, più di uno si sorprese dell’inquietudine di un leader che si trovava fuori dai margini della “realtà”.

–         In terzo luogo, l’idea e la pratica del perfezionamento e dell’approfondimento della democrazia mediante le libere organizzazioni del popolo che conferiscono alla società – e non solo al governo, ai partiti politici e allo Stato – partecipazione e potere nelle decisioni che interessano gli insiemi sociali. È quello che nell’attualità si sta dibattendo nel mondo e che nel Congresso di Filosofia del 1949 si discusse, proponendo il progetto di una Comunità Organizzata e la sua relativa democrazia sociale e partecipativa e non partitocratica. La democrazia partecipativa va oltre la democrazia rappresentativa e, dalle “democrazie paesane” dei nostri “caudillos” del XIX secolo, costituisce un contributo dell’America latina alla democrazia.

–         E, infine, anche se è la più importante e la meno conosciuta, l’idea che la storia sia una serie successiva d’integrazioni.

L’idea continentale di Perón, vale a dire, il suo convincimento che siamo entrati nella fase dell’universalismo ma che, per raggiungerlo, dobbiamo far perno su quest’idea, nella transizione dell’umanità dalla tribù ai popoli continente. Ciò si può verificare soltanto tramite l’alleanza argentina – brasiliana nell’America del Sud. È un’idea continentale del subcontinente – l’Unasur nell’attualità rappresenta la strada da percorrere.

Egli si dimostrava del tutto scettico con l’idea di un progetto di mercato interno, poiché considerava che le nostre economie da sole siano “incomplete”. Nell’era dei “popoli continente” l’imperativo “uniti o dominati” non era un semplice slogan, bensì l’unica interpretazione possibile affinché l’America del Sud compia il suo destino di grandezza storica.

Possiamo dire che l’idea continentale sudamericana di Perón non è più un sogno, è la realtà, vale a dire, “l’unica verità è la realtà”, il che vuol dire che è l’unico cammino per ridisegnare lo spazio della nostra sovranità nel sistema mondo.

La conclusione più contundente proveniente dal polo antitetico alla contemporaneità di Perón sono le dichiarazioni rilasciate dal Senato americano nel 2005 dall’allora segretario di stato, Condoleeza Rice: “Affinché il Sud del continente possa essere assimilato, si deve allontanare da Perón. Sì, da quello screditato demagogo seminazista argentino chiamato Juan Domingo Perón”. Anche se la Rice non fa altro che continuare il percorso tracciato nel 1982 dall’ex ministra britannica Margaret Thatcher, quando questa asserì: “La colpa di tutto ciò ce l’ha Perón”.

*Miguel Ángel Barrios, Dott. in scienze politiche, autore del libro: Perón Y El Peronismo En El Sistema-mundo Del Siglo XXI, e curatore del Diccionario Latinoamericano de Seguridad y Greopolitica

(trad. di V. Paglione)

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