La terra, da risorsa e fonte di sostentamento, si è trasformata oggigiorno in un investimento sicuro che attrae gli attori più disparati. L’accaparramento dei terreni coltivabili  è al centro di quello che può essere definito l’incontro, o lo scontro, tra la logica globale e la logica locale, dove le multinazionali, gli Stati e le organizzazioni internazionali si trovano ad affrontare le necessità e i diritti delle popolazioni autoctone.

Gli effetti di questo fenomeno vedono oggi protagonisti i Paesi in via di sviluppo, il loro popolo e la loro terra.

 

 

 

Il fenomeno dell’accaparramento dei terreni coltivabili

Nel corso degli ultimi anni ha avuto inizio la corsa all’acquisizione di terra su larga scala nel Sud del mondo. Si tratta dell’accaparramento di terreni fertili nei Paesi in via di sviluppo che vede protagonisti Stati, uomini d’affari, multinazionali e fondi di investimento il cui obiettivo è quello di ottenere ingenti profitti dalla coltivazione di prodotti alimentari, mangimi e biocombustibili e dalla loro successiva esportazione all’estero (1).

Prima del biennio 2007-2008, l’agricoltura viene considerata come un’attività giunta al tramonto, ma in seguito si innesca un processo che può essere paragonato alla corsa alla terra degli indiani d’America da parte dei colonizzatori europei (2).

Quando ha inizio la crisi del mercato azionario, determinata dal crollo dei mutui subprime negli Stati Uniti, gli operatori finanziari decidono di investire nelle materie prime, in particolare quelle alimentari. Sfruttando la deregolamentazione dei mercati dei prodotti di base, gli investitori hanno potuto speculare sul prezzo dei generi alimentari facendo ricorso ai contratti futures, relativi al valore “futuro” dei prodotti summenzionati (3). In base a questo meccanismo, il venditore e l’acquirente concludono un accordo per la consegna di un particolare bene a una scadenza procrastinata nel tempo, scommettendo così sul valore del prodotto al momento della consegna.

Storicamente, il meccanismo dei futures nasce insieme alla Borsa merci di Chicago nel XIX Secolo per dare stabilità al mercato dei prodotti alimentari, ma finisce ben presto per destabilizzarlo.

Per gli investitori, in seguito, il salto dai prodotti di base alla terra che le produce è breve.

I territori dei Paesi del Sud del mondo divengono un nuovo asset da inserire nel proprio portfolio di investimenti ed il fenomeno del land grabbing si espande a livello globale.

L’acquisizione di terra coltivabile su larga scala può essere definita accaparramento di terreni quando manca il consenso libero, preventivo ed informato della popolazione locale e quando non vengono effettuate valutazioni relative agli effetti sociali, economici ed ambientali degli investimenti. Altri indicatori possono essere l’assenza di contratti trasparenti e la mancanza di un’adeguata pianificazione della compravendita, condotta in maniera democratica (4).

Nei Paesi più poveri, gli investitori stranieri comprano ogni quattro giorni un’area di terra più grande della città di Roma e mentre i Paesi del Nord del mondo cercano di assicurarsi riserve alimentari da destinare al proprio mercato nazionale, i contadini vengono espulsi dalla propria terra e da quei campi che rappresentano la loro unica fonte di sostentamento.

Così come accadde alle popolazioni indigene americane, sprovviste di un moderno sistema catastale, anche per il popolo dell’Africa, dell’Asia e dell’America latina la mancata definizione dei diritti legali di proprietà determina la completa arbitrarietà dei governi locali e la trasformazione delle loro terre in piantagioni industriali di monoculture destinate all’esportazione.

 

 

Gli attori coinvolti

Gli Stati che maggiormente investono nel “nuovo oro”, desiderosi di sfuggire all’oscillazione dei prezzi dei generi alimentari nel mercato mondiale, sono i Paesi arabi, privi di terre fertili, gli Stati Uniti, la Corea del Sud, la Cina e l’India, attraverso la mediazione di agenzie governative e/o aziende private.

La Cina intrattiene ottime relazioni con molti Stati africani e oltre ad acquistare terreni, fornisce anche manodopera e tecnici specializzati in Camerun, Uganda, Zambia e Tanzania.

Tra i destinatari degli investimenti dei Paesi del Golfo Persico, invece, prevalgono Paesi come l’Indonesia, il Pakistan e il Sudan, anche in virtù dell’affinità di carattere religioso tra i suddetti Stati (5).

Quando a partire dal 2008 i prezzi dei generi alimentari sono saliti alle stelle, i Paesi con eccedenze hanno limitato le esportazioni per soddisfare il mercato nazionale, mentre per gli Stati che dipendevano dalle importazioni l’iperinflazione è divenuta una minaccia e la terra la risposta ai loro problemi (6).

Il fenomeno dell’accaparramento di terreni colpisce soprattutto il continente africano ed i Paesi maggiormente interessati sono il Sudan, l’Etiopia, il Mali, il Madagascar e la Liberia. Per quanto riguarda quest’ultimo Stato, circa il 30 per cento del suo territorio è stato ceduto in concessioni negli ultimi 5 anni. La terra, infatti, non viene venduta dai governi locali agli investitori stranieri, ma viene data in affitto per periodi piuttosto lunghi e a basso costo, dai 7 centesimi ai 100 dollari per ettaro all’anno (7).

Accanto agli attori statali, alle multinazionali interessate alla produzione di biocarburanti e alle società finanziarie, anche alcune organizzazioni internazionali assumono un ruolo fondamentale nell’acquisizione delle terre fertili a livello globale.

Henry Saragih, coordinatore generale di “Via Campesina”, un’organizzazione che riunisce movimenti contadini sparsi in tutto il mondo, ritiene l’accaparramento di terreni un modello affaristico promosso da organizzazioni quali la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, la FAO e l’Unione Europea.

Nonostante la predisposizione di alcuni principi guida, come quelli promossi dalla Banca Mondiale per garantire investimenti responsabili nel settore agricolo, secondo Saragih le suddette istituzioni violano i diritti dei contadini (8).

Uno studio di Oxfam, una confederazione di ONG che lotta contro la povertà e le ingiustizie a livello globale, evidenzia come gli investimenti della Banca Mondiale in agricoltura siano triplicati negli ultimi dieci anni, passando da 2,5 miliardi di dollari nel 2002 a 6/8 miliardi di dollari nel 2012.

Dal 2008, 21 ricorsi formali sono stati presentati all’ente internazionale dalle comunità colpite dagli investimenti, con l’obiettivo di denunciare la violazione dei loro diritti sulla terra.

La Banca Mondiale ricopre un ruolo decisivo nelle acquisizioni di terra, dal momento che consiglia i governi dei Paesi in via di sviluppo in relazione alle politiche da adottare, rappresenta una fonte diretta di finanziamento per gli investimenti fondiari ed è un punto di riferimento per gli altri investitori.

Un rapporto dell’Oakland Institute ha evidenziato come il braccio finanziario della Banca Mondiale, costituito dall’International Finance Corporation, IFC, e dal Foreign Investment Advisory Service, FIAS, ricopra un ruolo importante nell’ambito della diffusione degli investimenti nella terra dei Paesi del sud del mondo (9).

L’IFC finanzia il settore privato e fornisce servizi di consulenza agli investitori e ai governi. Secondo tale ente, la mancanza di accesso ai terreni limita gli investimenti e la competizione nei Paesi in via di sviluppo ed il ruolo dell’IFC e della FIAS è proprio quello di facilitare ed accrescere l’apertura del mercato della terra per lo sviluppo del settore privato.

L’International Finance Corporation, in questi anni, ha affiancato diversi governi affinché questi prevedessero condizioni favorevoli agli investitori, offrendo ad esempio sgravi fiscali, ed ha inoltre operato al fianco di numerose agenzie per gli investimenti di diversi Stati.

 

  

La fertile terra africana 

Emblema delle problematiche e delle conseguenze negative derivanti dall’accaparramento di terreni è il caso limite del Madagascar. Nel 2008, il governo locale cede 13 mila km quadrati di terra per la coltivazione del mais e della palma da olio al gruppo coreano Daewoo Logistics. Il contratto prevedeva la cessione gratuita della terra per 99 anni, in cambio di posti di lavoro e della costruzione di infrastrutture (10).

L’affare, svelato dal Financial Times, scatena una sommossa popolare che conduce alle dimissioni del Presidente Marc Ravalomanana e all’annullamento del contratto con la multinazionale sud-coreana.

Per quanto concerne l’Africa occidentale, in Mali, prima della crisi libica del 2011, il più importante operatore nel mercato della terra è rappresentato dalla Lybia Africa Investment Portfolio.

Nel 2007, l’ex Presidente della Repubblica del Mali, Amadou Toumani Touré, offre alla Libia 100.000 ettari di terra maliana per la produzione del riso (11).

Il progetto prende il nome di “Malibya” e la costruzione delle infrastrutture necessarie e di un nuovo canale per l’acqua viene affidata ad aziende cinesi.

Secondo Ibrahima Coulibaly, presidente del CNOP, il sindacato dei contadini del Mali, l’accordo negoziato tra i due Capi di Stato ha rappresentato per la popolazione locale un “fatto compiuto”, nonostante nessun presidente abbia il diritto di svendere la terra del proprio Paese (12).  Interessante notare en passant come poco dopo, causa guerra, lo Stato libico sia scomparso dalle carte geopolitiche in quanto ritenuto dalla coalizione atlantica una minaccia: probabilmente anche un forte concorrente nell’area africana.

Una notizia incoraggiante giunge dalla Tanzania, dal momento che il governo ha deciso di limitare la vendita e l’affitto delle terre a partire dal gennaio 2013. Gli investitori non potranno comprare più di 5 mila ettari per la produzione del riso e più di 10 mila ettari per lo zucchero, utilizzato anche per produrre i biocarburanti.

Grazie anche alla pressione a livello internazionale, che ha visto protagonisti diverse ONG anglosassoni, tra cui l’Oakland Institute, ed il Relatore speciale sul diritto all’alimentazione delle Nazioni Unite, Oliver De Schutter,  la politica agricola di questo Stato africano ha reso giustizia alla collera popolare e al loro diritto alla terra (13).

In merito alle possibili soluzioni per porre fine alle ingiustizie cui sono sottoposti i piccoli contadini di tutto il mondo, Renée Vellvé, co-fondatrice della ONG Grain, ritiene che la sola garanzia del rispetto dei diritti umani e del pagamento di salari adeguati da parte degli attori internazionali non possa porre fine al fenomeno dell’accaparramento di terreni.

Occorre cambiare l’attuale modello di agricoltura e seguire una diversa logica di investimento e produzione agricola, incentrata sulla “sovranità alimentare” popolare. La produzione nel settore agricolo deve essere vicina alla comunità, incentrata su un modello familiare che possa tutelare i diritti delle popolazioni locali e allo stesso tempo possa garantire cospicui profitti.

 

 

* Marzia Nobile, laureata in Relazioni Internazionali presso l’Università “La Sapienza” di Roma

 

(1)   Liberti S., Land Grabbing. Come il mercato delle terre crea il nuovo colonialismo, Roma, 2011.

(2)   Riccardi P., Corsa alla terra, Report, 2011, www.report.rai.it.

(3)   Bisogna fermare la speculazione, Internazionale n. 891, 2011, p. 40.

(4)   Chi ci prende la terra, ci prende la vita. Come fermare la corsa globale alla terra, 2012, www.oxfamitalia.org.

(5)   Lizza G., Geopolitica delle prossime sfide, Novara, 2011, p. 164.

(6)   Rice A., Is There Such a Thing as Agro-Imperialism, 2009, www.nytimes.com.

(7)   Benni N., L’Africa alle prese con il “Land Grabbing”, 2013, www.thepostinternazionale.it.

(8) Principles for Responsible Agricultural Investment (RAI) that Respects Rights, Livelihoods and Resources, www.responsibleagroinvestment.org/rai.

(9) (Mis) Investment in Agricultural. The Role of the International Finance Corporation in Global Land Grabs, 2010, www.oaklandinstitute.org.

(10) Lizza G., op.cit., p. 165.

(11) Fascetto A., Land grabbing in Mali: il progetto Malybia e le conseguenze sui locali, 2012, www.meridianionline.org.

(12) Understanding Land Investment Deals in Africa. Malybia in Mali, 2011, www.oaklandinstitute.org.

(13) Jobert M., Tanzanie: l’accaparement des terres recule,  in Journal de l’Environnement, 2013, www.farmlandgrab.org.

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