Il 19 dicembre scorso i principali mezzi di informazione statunitensi davano la notizia che il governo della Casa Bianca aveva iniziato a foraggiare l’esercito yemenita con “military hardware”, intelligence ed altri tipi di supporto. L’azione, ha spiegato il Pentagono, mirava a prevenire attacchi di al-Qā’ida ed un suo continuo infiltrarsi nel tessuto sociale del paese. Qualche giorno prima, un attacco condotto dalle forze di San’a ha portato all’uccisione di 30 miliziani ed all’arresto di altri 17. Sembrerebbe che durante il raid siano stati impiegati anche missili di manifattura americana, al fine di colpire un campo base sito a nord della capitale.
A seguito di questi eventi, esattamente il 20 dicembre, l’organizzazione terroristica ha rese note per vie telematiche le proprie intenzioni di rivincita nei confronti degli USA, motivo per cui il Presidente Obama avrebbe acconsentito all’apertura di un terzo fronte nella “global war on terrorism” in Yemen. A quanto pare al-Qā’ida avrebbe annunciato che non rimarrà inerte davanti al sangue versato di donne e bambini musulmani, chiaro riferimento di condanna alle operazioni delle coalizioni internazionali. In verità già da un anno i servizi segreti americani hanno inviato ufficiali esperti di counter-terrorism e i cosiddetti Special Operations Commandos per addestrare i corrispettivi yemeniti.
In un report della CIA di conseguenza, si legge che il Pentagono spenderà circa 70 milioni di dollari, nei prossimi diciotto mesi, per addestrare le forze di sicurezza yemenite e per rafforzare i controlli lungo le coste. Gordon Brown, Primo Ministro britannico, ha invocato una conferenza interministeriale da tenersi a Londra il 28 gennaio prossimo, per discutere le manovre di cooperazione finalizzate a prestare assistenza allo Yemen. Inoltre la questione ha destato un certo interesse anche da parte della monarchia Saudita. Riyad confina a sud con lo Yemen e teme che l’instabilità legata al terrorismo internazionale, mista alle rivalse inter-tribali, possano avere effetti destabilizzanti anche nei propri confronti e suscitare oscillazioni nella produzione e vendita del petrolio. Da questo ultimo fattore dipendono le sorti stesse dell’Arabia Saudita, che in qualità di “rentier state” deriva le sue entrate unicamente da quel prodotto, notoriamente molto fluttuante.
L’interesse americano per gli ultimi accadimenti in atto in uno dei paesi più poveri del mondo sono collegati al fallito attentato aereo del giorno di Natale, sulla tratta Amsterdam-Detroit della North-West Airlines. L’attentatore, il ventitreenne nigeriano ‘Umar Faruk ‘Abd al-Mutallab, figlio di un ricco banchiere avrebbe compiuto un viaggio in Yemen e qui avrebbe ricevuto un training in un campo base qā’idista e la liquidità necessaria per portare a compimento la sua missione. Nello specifico la sostanza impiegata è stata classificata come PETN, ovvero pentaerythritol ed è considerato uno degli esplosivi più potenti. Il ragazzo possedeva anche un passaporto americano valido anche se ha passato gli ultimi anni a Londra per motivi di studio. Inoltre era già segnalato nelle liste dei “most wanted” dei servizi segreti americani, ma non risultava invece in quelle dei “no-fly”. Le autorità adesso stanno cercando di rintracciare la rete di terroristi con i quali il giovane sarebbe venuto in contatto.
Anche il fallito attentato di al-Mutallab è stato rivendicato da al-Qā’ida che ha accusato gli USA di aver lanciato offensive contro le tribù yemenite, in ultimo proprio nel corso della seconda metà di dicembre. Altre voci, come gli analisti del Time, hanno avanzato l’ipotesi che l’organizzazione stia cercando di impiantare una base solida nel paese, senza sconvolgimenti politici ma cercando di assicurarsi un controllo dello stretto di Bāb al-Mandīb, nella zona in cui il Mar Rosso sbocca nel Golfo di Aden.
Ma ramificazioni della “Base” in Yemen esistono da tempo. È più probabile allora che il processo in atto stia tentando di rafforzare la presenza già solida dell’organizzazione, in modo da fare dell’antica “Arabia Felix” un nuovo campo base strategico. Soprattutto dopo il fallito innesco in Afghanistan e Iraq. Se ciò fosse vero, sono almeno tre i fattori di cui al-Qā’ida si può giovare: 1) il fatto che i terroristi non sono certo nuovi in questo quadrante geo-politico 2) la vicinanza con un failed-state quale la Somalia e 3) la situazione certo non esente da turbolenze del regime yemenita e la potenziale disgregazione sociale, che condurrebbe alle consuete faide tra i clan.
Quanto al primo fattore, è ormai notorio che moltissimi dei “combattenti” del ğihād anti-sovietico degli anni 80 in Afghanistan, fossero yemeniti. Si sa per certo che lo stesso fondatore dell’organizzazione di al-Qā’ida, Usama bin Ladin, si è spostato dall’Arabia Saudita, dopo aver conseguito gli studi in Ingegneria all’Università di Gedda nel 1979, recandosi proprio a Kabul. A sua volta costui, era figlio di Muhammad bin Awad bin Ladin costruttore edile yemenita, della regione costiera meridionale dell’Ḥaḍramawt.
Al termine dei dieci anni di resistenza all’Armata Rossa, tutta questa nebulosa di esperti guerriglieri ha fatto ritorno nei propri paesi d’origine (Algeria, Pakistan, Yemen ed altri) recando con sé uno scibile dal valore inestimabile nelle tecniche terroristiche ed una rete di contatti che spaziava attraverso tutti i continenti. Lo stesso bin Ladin, bandito dal regno Saudita, si spostò con grande frequenza, viaggiando per l’Africa e l’Asia islamica. Data anche la commistione di motivazioni politiche terzomondiste con il millenarismo religioso, all’insieme di questi guerriglieri, poco uniforme a differenza di come spesso si creda, è stato applicato il nome di “ğihādismo salafita”. Il primo termine allude alla distorsione della pratica islamica del ğihād fī sabīl Allāh, ovverosia lo sforzo di auto perfezionamento sulla strada di Dio. Il secondo termine allude a delle posizioni legali e dottrinali molto rigorose, che si richiamerebbero al gruppo dei primissimi musulmani, compagni del Profeta, noti appunto con il nome di “Salaf al-Ṣāliḥīn”, traducibile come i “Pii Buoni” degni di imitazione.
A testimonianza di quanto detto e cioè della decennale presenza di al-Qā’ida in Yemen, ben prima dei famosi attacchi del 9/11 che hanno portato l’organizzazione allo scoperto, nell’anno precedente, ottobre del 2000, il cacciatorpediniere americano DDG-67 USS Cole fu seriamente danneggiato dall’impatto con una navetta esplosiva mentre era ormeggiato a largo dello stretto di Aden e diciassette membri del’equipaggio rimasero uccisi. Questo attacco è stato imputato ad un commando vicino alla rete di bin Ladin, come del resto i precedenti in Tanzania, Kenya e Somalia. Più recentemente un documento video ha mostrato il volto di un ben noto ex-detenuto di Guantanamo Bay, Sa’id ‘Ali al-Shihri, mentre faceva ritorno in Yemen per unirsi ad un gruppo radicale. Risulterebbe inoltre che il Maggiore dell’esercito, Nidal Malik Hasan, autore di una strage a Fort Hood nel Texas nello scorso novembre, avrebbe avuto contatti con un Imām radicale yemenita, tale Anwar al-Awlaki.
Da qui è facile ricollegarsi al secondo fattore sopra riportato. La “base” può sperare di prosperare in Yemen, piuttosto che in Afghanistan, anche per la vicinanza con quella terra di nessuno che è oggi la Somalia. Risale al febbraio del 2008 la notizia secondo cui il fratellastro di Usama, l’affarista saudita Tariq bin Ladin, avrebbe condotto forti azioni di lobbying per convincere i governi yemenita e del Gibuti ad approvare la costruzione di un ponte, lungo 28,5 kilometri, tra i due paesi. Con questa mirabile opera ingegneristica, si vorrebbe collegare il mondo arabo a quello africano, per facilitare ad esempio il pellegrinaggio ai luoghi santi dei musulmani africani, che arriverebbero alla Mecca e a Medina in bus o treno.
Ma l’esistenza di un collegamento terrestre, faciliterebbe anche l’afflusso di manovalanza proprio dalla Somalia e dagli altri paesi del Corno d’Africa. Gli stati più ricchi della Penisola (Arabia Saudita, Emirati, Qatar su tutti) com’è noto si giovano dell’attività manuale sottopagata di orde di migranti: dal Bangladesh, dal Pakistan, dallo Sri Lanka. Se questo ponte tra i due paesi venisse realizzato, si verificherebbe l’aumento dello spostamento di uomini dall’Africa a caccia di posti di lavoro, fatto che allarmerebbe i governi degli Emirati spingendoli a prendere misure precauzionali. Si stima che l’80% della popolazione degli Emirati Arabi Uniti, ad esempio, non sia costituita da nazionali e nel 2000 il numero è salito a 1.922.000, molti dei quali rifugiati. È altresì plausibile pensare che, senza una stretta sorveglianza delle frontiere, questo nuovo collegamento potrebbe diventare il trait d’union dei vari tentacoli dell’organizzazione terroristica.
La fazione terroristica somala di al-Šabāb ha già reso noto che è intenzionata ad inviare aiuti per sostenere i ribelli yemeniti. Lo Šayḫ Abu Mansur ha detto testualmente che le sue brigate sono pronte ad oltrepassare il mare che separa le due frange estremiste.
Infine il terzo motivo che faciliterebbe l’impiantarsi di nuove e più forti cellule in Yemen, e che forse spiega l’incrementato interesse del governo di San’a a contrastare il terrore, legandosi sempre più agli Stati Uniti è la già scarsa condizione di sicurezza interna al paese. In un recente scontro tra il governo centrale e una consistente minoranza shiita Zaydita, presente nel nord dello Stato, sono stati uccisi undici ribelli. Questo evento è stato giustificato alla luce della possibilità che al-Qā’ida si insinuasse proprio in situazioni già tese, come ha dimostrato di saper fare ad esempio nell’Iraq post-Saddam. Gli shiiti yemeniti si erano già ribellati al governo della capitale in più occasioni, specie nel 2004 quando hanno accusato le autorità di fare di tutto per marginalizzarli. In quell’occasione, migliaia di profughi si sono riversati sul confine nord con l’Arabia Saudita, destando le preoccupazioni di quest’ultima. La riottosità di alcune tribù è dovuta, oltre che al discorso confessionale, anche alle velleità autonomiste (se non addirittura separatiste) delle genti del nord. Il Presidente si è infatti rivolto a tutta la popolazione quando nel messaggio di fine anno ha lanciato un appello invocando la necessità di coesione sociale e di costituire un fronte comune contro il terrorismo.
Il gruppo dei ribelli shiiti del nord ruotava attorno ad una figura carismatica, Husayn al-Huthi, ucciso proprio negli scontri del 2004. Costui era un parlamentare del partito filo-monarchico al-Ḥaqq e possedeva anche una milizia privata dal nome Šabāb al-Mu’minīn, imparentata con l’omonimo gruppo somalo. Permeato da una forte ideologia anti-americana ed israeliana, il movimento ha cercato di stabilire invano un legame con Ḥizb Allāh libanese e ha tentato di ripristinare l’Imāmato con la forza. Nel corso delle operazioni del 2004 oltre al leader del movimento, sono stati uccisi dieci dei suoi più stretti collaboratori e circa 500 persone. Nel 2005, nonostante la scomparsa del leader, altri vi successero e riaccesero qualche focolaio di ribellione. ‘Abd Allah al-Razami ed il fratello della precedente guida si sono scontrati con l’esercito regolare fino al giugno dello stesso anno, quando hanno accettato un cessate il fuoco. L’anno seguente il governo di San’a ha rilasciato ben 627 ribelli, in cambio della firma di un “covenant of loyalty and good conduct”.
Ad ogni modo Il gruppo di Šabāb non è una spina nel fianco solo per il governo centrale. Nel 2003 la monarchia Saudita decretò la costruzione di una barriera di 74 kilometri, lungo il confine meridionale con lo Yemen. L’anno seguente l’opera fu bloccata temporaneamente dato che San’a denunciò il fatto come una violazione del trattato di Gedda del 2000 tra i due paesi. Riyad ha caldeggiato questa operazione per prevenire lo smercio di armi tra i due paesi e contenere dunque le turbolenze del confinante. È probabile che alla base ci fosse anche un discorso confessionale, dato che le tribù più inclini ad attraversare il confine sono proprio gli shiiti zayditi, mentre l’Arabia Saudita è l’emblema (presunto) dell’Islam sunnita wahhābī, ossia maggiormente conservatore. Nel 2008 la ripresa dei lavori, ha riacceso la polemica, specie quando i Sauditi hanno lamentato l’arrivo massiccio di immigrati dall’Etiopia, Somalia e Yemen. La tribù nomade dei Wayla ha denunciato la barriera come una violazione dei diritti umani, anche se in realtà il contenzioso ha radici ben più antiche. Quel territorio è infatti una zona di passaggio per molti nomadi, tra cui i Banū Yām originari della provincia Saudita meridionale del Nağran. Circa 3000 yemeniti si sono armati per difendere il loro territorio, trasformando una contesa tribale in una rivendicazione nazionalista, finalizzata a scacciare i Sauditi dallo Yemen. È stato necessario l’intervento del governo yemenita per bloccare l’avanzata di Riyad, che ha comunque piazzato una striscia di militari lungo la zona di frizione. Il trattato di Gedda del 2000 in effetti riporta i confini dell’Arabia Saudita a quelli del 1934 e non autorizza la costruzione di alcun muro. Come si vede dunque, la questione è particolarmente complessa per il sovrapporsi di molteplici problemi. Soltanto alla fine dell’anno, i ribelli hanno fatto sapere di essere pronti al dialogo per risolvere le differenze per via diplomatica.
Il quadro è particolarmente intricato e davanti a questa fitta ed articolata rete di minacce, il Presidente yemenita ‘Ali ‘Abd Allah Salih aveva già acconsentito a rinsaldare la collaborazione, diretta e indiretta, con gli USA e l’Arabia Saudita quando l’estate passata ha accolto il Generale David Petraeus e John O’Brennan, il consigliere per le strategie antiterrorismo di Obama. Washington dal canto suo ha sempre avuto ottimi rapporti con lo Yemen, fin dai tempi dell’equilibro del terrore durante la guerra fredda, allorquando il paese divenne uno dei tanti fronti. Ma gli USA sono anche alleati di sempre con l’Arabia Saudita, specie per le forniture del petrolio. È plausibile allora che proprio la Casa Bianca abbia cercato di intercedere tra i due per accantonare le problematiche di frontiera. Piuttosto che schiacciare la resistenza shiita e davanti al ritorno della minaccia qā’idista, Riyad e San’a si sono accordate in modo da congelare la situazione e non fomentare la violenza inter-tribale. È fuori di dubbio però che un maggior controllo dei confini è avvertito dai Sauditi come necessario per prevenire turbolenze nel loro già precario equilibrio. Inoltre il terrorismo internazionale ha dimostrato di trovare il proprio habitat naturale in quelle stesse zone in cui esistono già delle dispute violente. Per questo motivo soprattutto, gli Stati Uniti dovrebbero evitare i toni da “neo-cons” e le minacce dirette. Molte fonti giornalistiche hanno già bollato lo Yemen come il terzo fronte diretto nella guerra al terrore (dopo Afghanistan e Iraq). Il Presidente Obama ha avvertito che non intende impiegare truppe né in Yemen né in Somalia, anche se ha riconosciuto che il problema terrorismo al momento è localizzato decisamente in quell’area. La questione andrà risolta con l’aiuto dei partner internazionali ma gli aiuti saranno aumentati da 70 milioni di dollari dello scorso anno a 150 milioni per il 2010. Appena qualche giorno dopo gli ‘Ulamā’ yemeniti hanno fatto sapere che nel caso di una presenza militare straniera, invocheranno l’appello al ğihād chiamando a raccolta i fedeli. È chiaro che la notizia può solo avere avuto un fine mediatico, ma è pure vero che il comunicato reca la firma di oltre 150 autorità religiose di ogni provincia del paese. Al momento quindi la caccia al terrorismo sta continuando con l’impiego del solo esercito nazionale, equipaggiato però dall’esterno e operante in stretta collaborazione con l’intelligence.
Il Ministro degli Esteri yemenita ha dichiarato che la lotta al terrorismo va condotta secondo tattiche interne, con la riserva che i partner esterni devono cercare di intendere questi movimenti. Il capo della diplomazia ha probabilmente fatto allusione alle fratture presenti nello Stato: innanzitutto la divisione tra nord e sud con una parte settentrionale che dirige di fatto l’economia e controlla i movimenti transfrontalieri. A questo si aggiungono spinte disgregatrici entro molte delle regioni, sia al nord che al sud a causa del tribalismo. Alcuni analisti hanno spiegato il successo della proliferazione dei movimenti terroristici nelle aree del Corno d’Africa e nella Penisola Araba proprio alla luce di questa disintegrazione. La struttura di al-Qā’ida ha ceduto, dopo qualche successo iniziale della coalizione. Questa organizzazione non ha mai avuto alcuna organicità, ma fino al 2001 ha goduto di una sorta di cupola che almeno da un punto di vista mediatico sembrava conferirle una parvenza di coesione. Usciti di scena, o ridotti gli appelli di bin Ladin o di al-Zawahiri, oggi gli analisti parlano di almeno due grossi contenitori: al-Qā’ida in Maghreb (AQIM) e al-Qā’ida in Arabian Peninsula (AQAP). Ovviamente entrambi i tentacoli sono parcellizzati in altre centinaia di nuclei, facenti capo a leader locali.
La crisi yemenita è la dimostrazione di almeno due tesi: che la lotta al terrorismo non è certo stata vinta e che le vecchie strategie basate sul tatticismo militare e sulla supremazia tecnologica e numerica non sono utili. L’affare di al-Mutallab dimostra che stante i ritrovati della tecnica, è sempre possibile che un individuo introduca esplosivo entro un velivolo, affollato da passeggeri. La minaccia costituita dai suicide killers si estingue eliminando le “scuole” in cui i potenziali omicidi si formano e ostacolando il proliferare dei materiali necessari a costruire ordigni rudimentali. A loro volta i campi base si possono sradicare tramite raid aerei e incursioni surge. Il caso iracheno però ha dimostrato che questo tipo di missioni non sono sempre precise e spesso causano morti tra la popolazione civile, alimentando contemporaneamente il risentimento per le potenze straniere, specie se esse agiscono unilateralmente.
Nel caso specifico dello Yemen allora una buona strategia antiterrorismo, dovrebbe mirare ad impiegare il “linkage” di kissingeriana memoria. Un’unica grande azione potrebbe portare alla risoluzione delle contese tra Arabia Saudita e Yemen, estinguendo il pericolo del tribalismo. Un maggiore controllo delle frontiere, limiterebbe la libera circolazione di uomini e strumenti di morte ma soprattutto un miglioramento delle condizioni di vita della povera gente servirebbe a fermare l’ingrossamento delle fila dei terroristi. Questo richiederebbe un importante sforzo di collaborazione con il governo di Riyad, che dovrebbe accantonare anche il discorso religioso ed evitare di cercare il guadagno personale, in una situazione di allarme generalizzato.
La politica statunitense per il momento sembrerebbe aver imparato dal passato una lezione importante: quella contro il terrorismo internazionale di matrice islamica è una guerra anticonvenzionale che non si può sperare di combattere e vincere con azioni militari rapide e veloci. Al contrario essa va affrontata con una efficace strategia di logoramento e soprattutto solo se a monte si è sicuri di poter disporre del placet della massa.

* Pietro Longo si occupa di paesi arabofoni per il sito di “Eurasia”

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