Nelle settimane a venire imprese concessionarie del Regno Unito procederanno alla trivellazione, a fini di sfruttamento, della piattaforma territoriale che circonda l’arcipelago delle isole Malvine. Tali attività, precedute da anni di ricerca ed esplorazione, sono ora oggetto di aspre denunce da parte della Sig.ra Kirchner, presidente della Repubblica Argentina, e riaccendono una disputa che affonda le sue radici nella prima metà del XIX secolo. La memoria nazionale si sa, è in grado di superare le divisioni politiche ed ideologiche. Per alcuni, sarebbe questa la chiave di interpretazione delle pretese di Buenos Aires che saltano fuori, con rinnovato impeto, in un momento di netta difficoltà dell’esecutivo, su cui si riversano le rivendicazioni di diversi settori della società civile argentina. Tuttavia, osservando da vicino la posizione del Regno Unito, che nega l’esistenza di qualsiasi disputa di sovranità nell’Atlantico Meridionale, ci accorgiamo che Londra non dà l’esempio migliore sul come ci si relaziona a livello internazionale.

In quasi due secoli, Argentina e Regno Unito hanno tirato in ballo, a sostegno dei propri interessi nel sud dell’Atlantico, numerosi argomenti che spaziano da riferimenti storici circa la scoperta e occupazione delle isole Malvine fino alle più articolate tesi di diritto internazionale.

Fino al 1811, anno in cui si moltiplicarono i fermenti indipendentisti che portarono alla nascita di nuovi Stati in tutta l’America latina, la monarchia spagnola esercitò una presa abbastanza salda sulle isole attraverso il succedersi di una trentina di governatori.

Subito dopo, nei primissimi atti amministrativi e lungo gli anni venti dell’Ottocento, le Provincias Unidas del Rio de la Plata, entità embrionale del futuro Stato argentino, hanno considerato le isole Malvine quale parte integrante del loro territorio, ereditato dalla Spagna in base al principio di diritto internazionale sintetizzato dalla formula latina uti possidetis iuris.

A fronte di questi gesti inequivoci di sovranità, la risposta della Gran Bretagna, che da tempo nutriva l’interesse a stabilire un avamposto strategico di fronte allo stretto di Magellano, non si fece attendere: nel 1833, con un atto di forza in tempo di pace, espelleva le autorità e popolazioni argentine per procedere poi, nel 1841, alla formale colonizzazione delle isole.

In tempi a noi più vicini e nel quadro dell’ordine mondiale scaturito dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, le proteste argentine, mai cessate dai tempi dell’espropriazione, sono state promosse in seno a diversi organismi regionali ed internazionali, primo fra tutti l’Organizzazione delle Nazioni Unite.

A tale proposito, la Risoluzione dell’Assemblea Generale ONU 2065 del 1965 inquadra con un certo grado di approssimazione i termini della controversia. Tale documento, risultato di una delicata opera di mediazione del Comitato Speciale sulla Decolonizzazione, e primo di una serie di atti sul caso delle Malvine, definiva formalmente l’esistenza di una disputa tra i governi dell’Argentina e del Regno Unito, concernente la sovranità sulle isole Malvine.

La risoluzione chiudeva, estendendo l’invito ai governi a negoziare senza ritardi, una soluzione pacifica della controversia che tenesse conto delle regole e obiettivi della Carta delle Nazioni Unite, della risoluzione 1514 del 1960 sulla fine del colonialismo e, infine, degli interessi della popolazione delle isole contese.

I numerosi appelli della comunità internazionale non hanno sortito effetto alcuno su Londra che ancora oggi, come in passato, afferma categoricamente l’assenza di qualsiasi dubbio circa la sovranità sulle isole “Falkland” e rifiuta qualsiasi ipotesi di negoziato.

È noto che le risoluzioni dell’Assemblea Generale ONU, salvo alcune eccezioni che non fanno al caso nostro, non hanno valore cogente, pertanto non vincolano i destinatari a compiere (oppure ad astenersi da) comportamenti precisi.

Ne deriva che, sebbene la renitenza del Regno Unito non metta in discussione l’autorità dell’istituzione internazionale, non c’è dubbio che l’autorevolezza e la credibilità dell’Assemblea e dell’ordine internazionale ne risultano indebolite a fronte del disconoscimento assoluto delle ragioni della controparte.

Nella primavera del 1982 le frizioni tra i due paesi sfociarono nell’episodio bellico, tanto breve quanto cruento, che ha lasciato una traccia indelebile nella memoria di molti, forse più di quanto abbiano fatto le contese diplomatiche che l’hanno preceduto e seguito, senza peraltro cambiare la situazione di fatto.

Nel ripensare alle cause del riaffiorare del contenzioso non si dovrebbero trascurare le implicazioni che tali dispute, e le guerre che ne derivano, possono giocare nella proiezione del prestigio degli Stati, sia nei confronti del proprio popolo sia rispetto agli altri attori della scena globale.

Molte pagine di letteratura sono accomunate dall’idea che l’avventura militare che portò l’Argentina del generale Galtieri ad invadere l’arcipelago sia da intendere come mezzo per sviare l’attenzione pubblica dalla grave situazione socio-economica che viveva in quegli anni il paese sudamericano. Tanto era precaria la situazione del governo militare che, alla fine della guerra anglo-argentina, nel giugno del 1982, Galtieri fu costretto a dimettersi e la società argentina iniziò a muovere i primi passi verso il ripristino della democrazia.

Dall’altra parte dell’Atlantico il governo della Lady di Ferro, Margaret Thatcher, avrebbe approfittato della guerra della Malvine per ridare lustro internazionale alla Corona, dimostrandone la capacità di dare una risposta veloce e risolutiva all’aggressione subita nei domini d’oltreoceano, dopo decenni di lento declino avviatosi con la Prima Guerra Mondiale e culminato con la crisi di Suez del 1956.

Tale chiave di lettura potrebbe essere utile anche oggi. Per capire il revival delle Malvine è stata insinuata l’ipotesi di un uso strumentale del contenzioso da parte della Kirchner: infatti, sul fronte interno il governo è sotto assedio da parte delle sempre più potenti lobby agricole e degli scioperi anti-governativi: giocando la carta nazional-popolare delle Malvine abbasserebbe le tensioni interne, dilatando i tempi di azione.

Tornando alla querelle di queste ultime settimane, Buenos Aires sta chiedendo un allineamento alle raccomandazioni dell’ONU, e diffida Londra dall’intraprendere atti unilaterali dissonanti con una serie di intese provvisorie adottate tra i due paesi nell’ultima decade del secolo scorso. Tali intese vanno dalle misure per la costruzione di fiducia reciproca in ambito militare alle condizioni dei trasporti aerei e marittimi, passando per la salvaguardia delle risorse ittiche e l’esplorazione e lo sfruttamento di idrocarburi. Questi punti sono di fondamentale importanza perché su di essi si era riusciti ad aggregare un minimo di consenso tra i litiganti in un quadro di dialogo bilaterale.

Mentre il Primo Ministro britannico, Gordon Brown, non intende concedere neppure il beneficio del dubbio sula sovranità delle Malvine, numerosi governi dell’America Latina non hanno esitato a prendere le difese dell’Argentina. Nell’ultimo vertice del Gruppo di Rio il Presidente messicano, Felipe Calderòn, per conto delle trentatre nazioni riunite ha denunciato le azioni britanniche. Nello stesso consesso si è espresso, secondo una logica assai lineare e anche un po’ provocatoria, il presidente brasiliano Lula da Silva che, oltre a dichiararsi solidale con la nazione argentina, si chiedeva quali fossero le ragioni geografiche, politiche ed economiche che giustificano la presenza inglese a poche centinaia di miglia dalla Patagonia.

La risposta concreta data da Buenos Aires alla prospettiva di inizio di attività di perforazione dei fondali per l’estrazione di petrolio da parte delle imprese inglesi è stata l’imposizione dell’obbligo di autorizzazione preventiva a tutte le navi che intendono attraversare le acque territoriali e/o utilizzare i porti argentini per i collegamenti verso le Malvine. Alcuni analisti hanno messo in evidenza la scarsa efficacia di questa forma di ritorsione, dal momento che i materiali utilizzati dalle aziende inglesi provengono dalla Scozia e non transitano per i porti argentini.

La chiusura al dialogo da parte del Regno Unito trova il suo corollario nel richiamo del principio di autodeterminazione dei popoli. Secondo il Sottosegretario agli Affari Esteri, Chris Bryant, gli abitanti delle isole vogliono far parte del Regno Unito ed il governo non deluderà le loro aspettative. Già nel 1983, all’indomani della guerra e per rafforzare i legami con il dominio, il Regno Unito aveva concesso la cittadinanza britannica agli abitanti delle isole.

Ovviamente gli Argentini hanno sempre negato la validità di ogni riferimento alle popolazioni coinvolte, in primo luogo perchè negli atti dell’ONU non si parla della volontà degli abitanti delle Malvine ma dei loro interessi e si dà inoltre ad intendere che le isole sono territorio in attesa di decolonizzazione. In secondo luogo, il principio dell’autodeterminazione dei popoli non sarebbe applicabile in quanto all’origine c’è un atto di coercizione da parte della potenza europea che, occupando arbitrariamente l’arcipelago ed espellendone le popolazioni autoctone, ha leso l’integrità territoriale Argentina.

Per il momento non s’intravedono né una escalation delle tensioni che possa portare ad un nuovo conflitto armato (entrambi i governi hanno esplicitamente escluso l’intenzione di ricorrere all’uso della forza) né dei buoni motivi per cui la Kirchner possa riuscire a cambiare questa curiosa pagina della storia internazionale.

Piuttosto, con un pizzico di crudo realismo si può immaginare che le patriottiche rivendicazioni argentine torneranno prima o poi in letargo, almeno fino a quando un nuovo governo in difficoltà tornerà a sbandierare l’orgoglio nazionale. Nel frattempo è molto probabile che gli Argentini dovranno, nell’inerzia del sistema internazionale, accontentarsi dei compensi derivanti dai diritti di passaggio per le banchine dei loro porti delle risorse estratte dalle vicine “Falkland Islands”.

* Daniel Angelucci, laureato in Scienze politiche (Università di Teramo), collabora con la redazione di “Eurasia”

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