Malgrado da quasi un ventennio la Geopolitica (dopo un ‘purgatorio’ datato dal 1945, ovvero dalla sconfitta delle potenze dell’Asse e dall’imposizione globale del bipolarismo Usa-Urss) sia stata riproposta attraverso riviste come “LiMes”, prima, “Eurasia”, poi, quale strumento in grado di fornire una chiave d’interpretazione delle relazioni internazionali, considerate come una costante, planetaria ‘partita a scacchi’, non pochi sono coloro che ancora nutrono dubbi sull’opportunità di affidarsi all’analisi geopolitica per orientarsi negli intricati meandri della politica mondiale.

Le remore e le obiezioni sono di carattere sostanzialmente ideologico, se con questo termine identifichiamo l’attitudine ad interpretare la realtà – nello specifico quella dei rapporti tra entità statuali – con parametri di tipo sentimentale e/o morale. L’ideologia, di per sé, non ha alcunché di “malvagio”, sia chiaro, se non per l’”errore” vero e proprio costituito dall’assolutizzazione di un punto di vista, di un’istanza, ed in suo nome possono essere compiuti i più sublimi slanci come i più aberranti crimini (e lo stesso vale per la religione): l’uomo è sempre l’uomo, quale che sia l’ideologia o la religione che adotta, senonché questa ‘scelta’ ha delle conseguenze sulla sua capacità di ‘comprendere’ (in senso letterale) il mondo, dove ogni cosa ha un suo posto e un suo grado di “realtà”.

Pertanto – lungi da me l’intenzione di affibbiare giudizi a persone – ho inteso solo specificare che alla base della diffidenza verso l’approccio geopolitico soggiace un giudizio di valore nei suoi confronti che gli attribuisce (indebitamente) la tendenza ad una “oggettività”, addirittura una certa dose di ‘disumanità’, la quale tradurrebbe il sentire di esseri umani fondamentalmente insensibili a grida di dolore e richieste d’aiuto “sacrificate sull’altare della geopolitica”.

Lo si vede anche nel recente caso dei disordini in Siria, dove sigle ed esponenti del “mondo democratico” e “della Sinistra”, ponendosi dalla parte dei “manifestanti pacifici”[1], assimilati in toto al “popolo siriano”, non mancano di lanciare una stoccata polemica nei confronti di chi privilegia un approccio alla questione di tipo geopolitico[2]. Insomma, chi analizza la cosiddetta “primavera araba” anche e soprattutto dal punto di vista geopolitico per poi ricavarne qualche dubbio, quantomeno sulla sua genuinità, si renderebbe connivente di una grave “ingiustizia”.

Stabiliamo adesso che cosa sia diventata ormai “l’ideologia in Occidente”. Prediligere un approccio “ideologico” non significa semplicemente interpretare le questioni da un punto di vista “comunista”, “nazionalista”, “liberale” ecc. Ciò è ancora troppo grossolano e, nei fatti, superato. Concetti come “libertà” e “giustizia”, che a qualsiasi essere umano evocano da sempre senz’altro emozioni positive, una volta passata la seduzione delle ideologie otto-novecentesche hanno preso decisamente la scena ed occupato le menti dei più, declinate in senso liberal-democratico. Si pensi all’ideologia dei “Diritti umani” e alle “Corti di Giustizia internazionale”, che entusiasmano i fautori di “un mondo senza guerre”. Ma altri, sempre in nome della “libertà” e della “giustizia”, si oppongono a quelli che essi giudicano strumenti ideologici del “Nuovo Ordine Mondiale”, teso ad instaurare un unico governo sull’intero pianeta quale coronamento dell’inversione dell’Ordine tradizionale, o comunque percepiscono che va formandosi un “ordine” grottesco e particolarmente “ingiusto” per cui denunciano – se non altro per la contraddizione tra il dire e il fare di chi ne fa una bandiera – la “frode dei diritti umani”. Sia gli uni che gli altri, però – i primi praticando la geopolitica (gli atlantici non l’hanno mai abbandonata, ma hanno fatto credere agli altri che andava fatto), i secondi giudicandola un approccio “immorale” – sono di fatto concordi nella svalutazione degli argomenti e/o nel biasimo di coloro che utilizzano la chiave di lettura geopolitica per interpretare le relazioni internazionali.

Ma mentre non vi è da spiegare nulla ai primi, in malafede ontologica, ai secondi – caso mai intendessero rivedere il loro giudizio – potrà servire qualche delucidazione, non per conquistarli ad una “ideologia”, ma per far loro considerare il corretto peso del “fattore geopolitica”.

Ciascun territorio definito in termini di geografia fisica (ad esempio le penisole italiana, iberica, ellenica; oppure un’isola o un arcipelago “periferici” come l’Inghilterra o il Giappone; un territorio posto alla confluenza tra due mari o due “continenti”: si pensi a Costantinopoli/Istanbul e all’Anatolia) ha una sua vocazione geopolitica che, una volta assecondata, perseguita, è garante di prosperità[3] per gli uomini che lo abitano e, sopra ogni altra cosa, ne sviluppa le potenzialità di costituirsi in “polo egemone”. Questo, nell’essenza, poiché nel dettaglio entrano altri fattori quali la disponibilità di materie prime, la quantità di popolazione, la presenza di vicini ostili eccetera.

Prendiamo, per capirci, l’esempio dell’Italia: un centro di potere imperniato su Roma, per sfruttare al meglio le possibilità offerte dalla sua posizione geografica, al centro del Mediterraneo, deve per forza di cose perseguire l’unità della penisola (e così fece appunto Roma antica), per poi costituire un impero mediterraneo, che dovrà controllare in qualche modo, direttamente o indirettamente, i territori che si affacciano su quel mare e anche le vie d’accesso al medesimo specchio d’acqua (questione, ad esempio, del Mar Rosso e del Canale di Suez). La Russia, se può permettersi fino ad un certo punto di perdere i paesi dell’Europa orientale, non può transigere sulla Georgia, sulla libera circolazione dei suoi navigli nel Mar Nero o nel Caspio, sull’affaccio sul Pacifico, pena una minaccia troppo grave. Gli Stati Uniti non possono avere problemi nell’intero continente americano, e l’Inghilterra non può averne in Irlanda, altrimenti la loro potenza marittima proiettata sul resto del mondo ne risentirà[4].

Come s’intuisce, la regola generale è quella dell’espansione, in un quadro di “rapporti di forza”, per pervenire ad una “forma” che trascende quella della nazione, del semplice Stato nazionale-territoriale da cui si è partiti. Tanto per esser chiari, lo Stato-nazione così com’è stato concepito in passato (in particolare quando va a dare corpo alle aspirazioni di “piccoli popoli” che non aspirano ad alcuna “trascendenza”) ha senso dal punto di vista della Geopolitica storica come elemento di disgregazione particolaristica degli imperi (asburgico, tedesco, russo, ottomano[5]), ma può anche evolvere, in senso inverso, in una compagine di tipo imperiale. Il che ci ricorda l’analogia sul piano umano, dove l’individuo deve trascendere se stesso se intende ricollegarsi al Principio, alla sua Origine: deve far emergere il suo ‘Imperatore interiore’, e solo così sarà in grado di ‘comprendere’ il mondo, altrimenti le sue saranno solo vane pretese individualistiche, peraltro disseminate di varie ingiustizie (in primis contro se stesso), analoghe a quelle commesse dall’espansionismo di tipo sciovinista, di regola “ingiusto” verso le nazioni assoggettate ed incapace di concepire un mondo differenziato (la Rivoluzione francese esportò dappertutto il medesimo modello).

Non a caso, l’Impero è una funzione essenzialmente spirituale, non un “super-Stato” o una “federazione”, e l’imperatore è di “diritto divino”, poiché ha il compito di ‘essere’, quindi di far applicare la Legge proveniente dal Cielo, provvidenzialmente, per la prosperità degli uomini in questa vita e nell’altra. Tutte le tradizioni regolari concordano su questo fatto, e tra queste quella islamica con l’istituto del Califfato.

È inoltre evidente che chi punta a costituire un “polo egemone” a partire da un dato territorio[6] non può concedere ad altri tutto il ‘circondario’, ovvero “l’estero vicino” (per quanto riguarda l’Italia, parliamo come minimo di: Albania, litorale adriatico, Libia ecc., senza trascurare la Sicilia, la più “americana” delle regioni italiane, di fatto fuori controllo), perché ogni tanto bisognerebbe ricordarsi che nei rapporti internazionali vale l’aurea norma secondo cui “o comandiamo noi o ci comandano altri”. Contano, insomma, i rapporti di forza, noi i bei discorsi. Da cui discende la necessità, per chi vuol essere come minimo ‘rispettato’, di armarsi fino ai denti, se non altro come forza deterrente. Poi la Costa Rica, senza esercito, può anche suscitare tutta la nostra simpatia, ma questo lusso non se lo possono permettere tutti, specialmente quando vi è chi s’è messo in capo di dover assoggettare il mondo intero, prima con la forza delle sue armi, dopo col suo apparato di persuasione più o meno occulta (“lavaggio del cervello dei conquistati”: vedasi l’Italia e gli italiani tenuti in scacco da una miscela debilitante di “odio si sé”, sfiducia nelle proprie possibilità, paure d’ogni tipo e politiche oggettivamente attuate per remare sistematicamente contro la popolazione autoctona).

Invece, la maggioranza delle persone crede alla favola della “democrazia delle nazioni”, incarnata prima nella Società delle Nazioni, poi nell’ONU, la quale è un’impossibilità pura e semplice, al pari della “democrazia” – più o meno elettorale – quale forma istituzionale per far funzionare in maniera sana e virtuosa una comunità. Tanto per esser chiari: nessuna dottrina tradizionale ha mai postulato la “democrazia” in politica, e questo perché è sempre stato evidente che essa conduce alla tirannide del numero e della quantità, oltre che al governo dei peggiori. Eppure, a questa storiella della “democrazia” non credono quelli che l’hanno imposta prima e dopo la Seconda guerra mondiale (le potenze per l’appunto “democratiche”: si leggano gli scritti dei loro ideologi, nient’affatto “illusi”), ma vi si fa credere i sottomessi, tra cui, indirettamente, anche coloro che… professano nientemeno che la “autodeterminazione dei popoli” in maniera meccanicistica, sovente abbinata all’”antimperialismo”, salvo poi smentirsi all’atto pratico perché poi le “resistenze dei popoli” vengono classificate in buone o cattive a seconda del grado di “progressismo”, del nemico che affrontano (ci sta simpatico o antipatico?) eccetera. Altrimenti, se si trattasse di una “questione di principio”, qualsiasi “rivendicazione” dovrebbe suscitare un’automatica simpatia, compresa quella dei “padani” che invece fa schiumare di rabbia chi si esalta per le “cause progressiste” basca o curda (mentre trova parzialmente d’accordo i filo-tibetani, perché la Cina è “comunista”, e il “padano” è spesso “anticomunista”: miracoli dell’ideologia!).

Gli Stati di un certo rilievo, che intendono essere soggetti di politica estera e non subirla, quelli insomma che la geopolitica la praticano, sanno bene che anche le “lotte dei popoli” (che possono avere anche motivazioni endogene causate da patenti soprusi, sia chiaro) sono strumenti nelle loro mani, a seconda della convenienza: si pensi, in ordine sparso, ai ceceni, ai kosovari, ai karen birmani, ai tibetani, agli abkhasi, ai sahrawi, ai beluci, ai kordofaniani eccetera eccetera: ce n’è per tutti i gusti. Ed anche i palestinesi, che solitamente mettono tutti gli amanti delle “cause dei popoli” e gli “antimperialisti” d’accordo, se si va a scavare al loro interno non suscitano unanime consenso: chi preferisce i “progressisti”, chi gli “islamici” e così via, senza mai porsi il dubbio che quelle sigle traducano la longa manus dei vari attori che in Palestina muovono le rispettive leve… Niente da fare, l’ideologia prende sempre il sopravvento, ma spesso prepara cocenti delusioni[7].

Ma chiudiamo la parentesi sulle “resistenze dei popoli” e torniamo alla costituzione di un “polo egemone” in osservanza dei dati della Geopolitica che, ripetiamo, è da mettere in relazione alla geografia sacra (altrimenti, per citare di nuovo Roma, non si accanirebbero così tanto, da secoli, per occuparla, soggiogarla e snaturarne la funzione…). Aggiungiamo solo che una potenza regionale, in vista della costituzione di un Impero si scontrerà inevitabilmente con la resistenza delle popolazioni circostanti: è accaduto a Roma antica, ed anche alla parodia dell’Impero che è l’America (la cosiddetta “epopea del Far West”, ad esempio, con tutta la strage dei Pellerossa), e sempre accadrà. Questo per dire che se dovessimo applicare solo un criterio “morale” per giudicare l’agire delle compagini statuali, dovremmo imbastire un ‘tribunale perpetuo’, da quello a Giulio Cesare per la conquista della Gallia a quello al Faraone per l’asservimento del Basso Egitto eccetera, e tanti saluti all’ammirazione che ancora suscitano le “civiltà romana”, “egizia” ecc. Di questo passo, insomma, la Storia umana finisce – come in effetti sta accadendo – per trasformarsi in una moralistica messa sul “banco degli imputati”, e guarda caso a farla franca sono sempre i dominanti del momento, che nessun “grande esperto” o “famoso professore” ha mai il coraggio di ‘processare’. Bisogna, volenti o nolenti, mettere le cose sul piatto della bilancia: valeva di più l’indipendenza dei Sanniti (sicuramente degnissimi uomini) o l’edificazione dell’Impero romano? Questo per dire che ad un certo punto, se si vuole essere onesti intellettualmente, si deve avere il coraggio di percorrere per intero la strada che si è scelto abbracciando una “ideologia” e/o assolutizzando un’istanza quale può essere la “autodeterminazione dei popoli”. Eppure tutte queste “Ong” così solerti nell’individuare “ingiustizie” a destra e manca, affiancando i media globalisti nelle loro tirate propagandistiche che preparano il clima adatto ad una “guerra umanitaria” (col preludio della “rivolta pacifica”), non menzionano mai i casi scomodi dei popoli vessati dagli Occidentali, soprattutto dall’America e dall’Inghilterra: si pensi di nuovo agli irlandesi, che ne han subite di cotte e di crude, o ai nativi nordamericani ed australiani, come se per questi ultimi bastasse lo ‘zoo’ in cui sono stati confinati.

Se poi si vuole essere ancor più consequenziali con la “libertà” e la “giustizia” assurte a supremi valori di riferimento, tanto vale schierarsi – ebbene sì – dalla parte del Nuovo Ordine Mondiale, che promette – pur sulla punta di missili e bombe – d’instaurare la “libertà” e la “giustizia”, compendiate nella formula della “Pace universale”. Il che con tutta probabilità è verosimile, senonché si tratta di una “pace” parodistica, puramente esteriorizzata, senza alcun corrispettivo interiore (con esseri sempre più destabilizzati mentalmente, una volta venuta meno la ‘corazza spirituale’), alla quale possono sottrarsi solo coloro che si mantengono “saldi” alla tradizione, non quelli che aderiscono ideologicamente ad una “libertà” e una “giustizia” astratte, “troppo umane” e sganciate da un riferimento trascendente che solo è in grado di conferire loro l’autentico significato. Anzi, costoro sono senz’altro prima o poi affascinati da questo “Nuovo Ordine”, ed una prefigurazione di ciò lo vediamo nella progressiva ‘resa’ – aggressione dopo aggressione – di tutti quelli che fino a non molto tempo fa ancora organizzavano “proteste” e “manifestazioni” e che oggi in un modo o nell’altro trovano sempre nuovi argomenti per giustificare – seppure come un “male minore” – le “guerre umanitarie” preparate da richieste di “libertà” e “giustizia” da parte di “popoli in rivolta”. In un certo senso, si tratta dell’autonomizzazione illusoria di due qualità inerenti al Principio uno e unico, un po’ come se si trattasse di ‘devoti’ che adorano come ‘dio supremo’ le “dee della libertà” e “della giustizia”.

La tendenza a costituirsi in “polo egemone” si scontra inoltre con la concomitante azione di altri “poli” o aspiranti tali, dotati di una loro precipua vocazione geopolitica: vedasi il caso della Germania, e ciò è dimostrato anche in epoca fascista, quando l’Austria del cancelliere Dollfuss si rivelò un terreno di scontro tra le mire italiane e tedesche. Questo per dire che l’alleanza tra Italia e Germania non era affatto scontata come sostiene chi legge la politica internazionale con gli occhiali dell’ideologia, e che anche l’attacco all’Urss, alla fine, se aveva un senso dal punto di vista della geopolitica tedesca (ma ne avrebbe avuto, eccome, anche uno all’Inghilterra quand’era stato possibile!)[8], non lo aveva affatto da quello italiano, tant’è vero che anche le ultime bordate ad un governo italiano (quello Berlusconi) sono giunte a causa del ‘flirt’ con la Russia[9].

In questo senso, anche in un’epoca in cui le aspirazioni italiche all’Impero sono venute decisamente meno (e sarà già molto se l’Italia non andrà presto in mille pezzi!), la Geopolitica spiega non poco: indica quel che va fatto in politica estera, la quale è la “grande politica” perché mostra chiaramente chi è l’amico e chi il nemico, tant’è vero che la massa di sudditi catodici viene rincitrullita con la “politica interna”, l’unica che riesce a concepire, ridotta com’è a rituali e preconfezionate “polemiche” e “dichiarazioni” di questa o quell’altra nullità democratiche, compresi i vari “scandali” che vengono agitati sotto il naso del popolo-bue per distrarlo da quello che invece dovrebbe interessarlo.

È tuttavia evidente che se al potere vanno (o meglio, vengono piazzati da chi ha interesse ad indebolirti, a neutralizzarti) dei personaggi che remano contro (ad esempio, Eltsin in Russia, Sarkozy in Francia e l’attuale “Governo tecnico” in Italia), ciò può dare l’impressione che la geopolitica non spieghi un accidente… Invece è esattamente il contrario: si tratta di personaggi messi lì proprio per non dare seguito alla vocazione geopolitica del territorio che governano!

Quanto alla politica interna, essa rimanda al tipo di organizzazione sociale ed economica, il che non è da sottovalutare, tutt’altro! Ma invito a riflettere sul fatto che senza una politica estera in ordine con la “vocazione geopolitica” di un territorio organizzato in forma statuale, non è in alcun modo possibile darsi “libertà” e “giustizia” in casa propria agendo sulla leva della “politica interna”… I casi dell’Italia fascista e la sua politica mediterranea, di Mattei e la “geopolitica del petrolio”, di Craxi con la sua “politica filo-araba” stanno a dimostrarlo… Non a caso si è trattato dei periodi della storia italiana in cui si è avuta una maggiore equità sociale e prosperità per gli italiani.

Per quanto riguarda le alleanze in politica estera, non è affatto scritto che il simile vada col simile. Anzi, la storia ci propone esempi di dissidi fortissimi tra Stati “comunisti”, “nazionalisti arabi” (il Ba‘th siriano contro quello iracheno) eccetera. Di nuovo, questo è l’errore che si compie ragionando in termini “ideologici” e non geopolitici. Il che non significa che un tipo di organizzazione dello Stato valga l’altro (politica interna). È semmai vero l’esatto contrario: “libertà” e “giustizia” possono essere garantite solo partendo da una “Idea” (non un profano “progetto”), da una “affermazione assoluta” con cui si ha l’irruzione nella storia di una forza che è d’origine “sovrumana”, grazie alla quale i domini della politica, dell’economia, della società, della cultura eccetera trovano naturale sistemazione[10].

Ma “Libertà” e “giustizia” non le si può esplicare nell’orticello di casa, in una logica di “piccola patria”, ancorché la cosa ci possa sembrare esaltante ed “eroica”. Questi valori imperituri sono diretta emanazione dall’Alto e solo rivolgendosi all’Alto si può sperare di potervisi adeguare nella misura in cui la natura umana lo consente. Ma non si può partire dalla “libertà” o dalla “giustizia”, o da qualsiasi altra edificante “parola d’ordine” per poi farne una “questione di principio” con cui giudicare anche le relazioni internazionali. Per renderle operative sul piano umano innanzitutto servono gli uomini giusti, uomini con una “visione”, investiti dal Cielo. Una volta che la Verità si manifesta in questo mondo, tutto il resto si mette “in ordine”.

Anche la Geopolitica, quindi, non spiega tutto, non è il punto di partenza per ‘comprendere’ il mondo. E questo ‘tranquillizzerà’ chi nutre diffidenze verso l’approccio geopolitico: d’altra parte nessuno tra coloro che utilizzano con perizia lo strumento d’analisi geopolitico ha mai preteso di presentare la Geopolitica come una “scienza esatta”… Questo o è un addebito da parte di chi non ha capito o non vuol capire, o una distorsione, un abuso di chi crede d’aver individuato un nuovo “determinismo”.

Ma è fuori di dubbio che uomini “in ordine”, orientati verso il Principio, esprimono al meglio anche la vocazione geopolitica di un territorio da cui prende le mosse la loro azione civilizzatrice imperiale. Non a caso, le prime conquiste dell’Islam seguirono tre direttrici: Egitto e nord Africa, Vicino Oriente siro-palestinese, altopiano iranico, anticamera rispettivamente di Africa e Mediterraneo, territori bizantini, India ed estremo oriente; così come tra i Compagni del Profeta vi furono un africano (Bilâl al-Habashî), un ‘greco’ (Suhayb ar-Rûmî) e un persiano (Salmân al-Fârsî), come a prefigurare le future linee di espansione di una civiltà, quella islamica, posta in una posizione “intermedia” nella massa continentale euro-afro-asiatica.

Non si pensi che all’origine degli Imperi del passato, tra cui quello romano, non vi fossero degli uomini “incaricati” dall’Alto. La prova che vi erano sta nella Legge che essi seppero imporre alle genti. Si fa un gran parlare a sproposito di sharî‘a, con toni tra lo scandalizzato e il terrifico, eppure Roma antica verrà sempre presa a modello per l’imperio della Legge, l’unica in grado di dare forma ad uno Stato garante di “libertà” e “giustizia” per tutti i popoli su cui si esercitò il suo dominio e fintanto che vi furono uomini degni di svolgere la gravosa e responsabile funzione di Imperatore. Del resto il simbolo del Fascio littorio simboleggia “libertà” (le verghe, distinte, ma tenute insieme dai “fasci” di cuoio rosso, simbolo dell’unità) e “giustizia” (la scure, in posizione centrale e dominante).

Dopo di che l’ineluttabile decadenza, come si può osservare in ogni ciclo di civiltà: uomini non “in ordine” ricoprenti il ruolo di Imperatori (o Califfi ecc.) non sono in grado di difendere né l’applicazione della Legge né le frontiere dell’Impero, che finisce in mille pezzi, preda delle forze centrifughe e dei particolarismi. Lo Stato non pratica più una geopolitica atta a rafforzarlo e a garantire prosperità ai suoi cittadini, bensì subisce la politica di soggetti ostili.

Alla fine di questo ciclo dell’umanità, non poteva che risorgere un mostro che già Roma schiacciò: quello della parodia dell’Impero, geopoliticamente fondato sul controllo di scali ed empori marittimi e “ideologicamente” impostato secondo i valori del commercio, il quale ha sì una funzione (quella di “scambio”), ma se debordante dal suo alveo non può che produrre i disordini – su ogni piano – che abbiamo sotto gli occhi, oscurando i valori dell’onore, della fedeltà e, soprattutto, del sacro[11]. In una battuta, si potrebbe affermare che se l’ideale romano, imperiale, di “giustizia”– con l’Impero quale esito di un processo di evoluzione-espansione in cui anche la geopolitica ha un ruolo – è riassunto nella formula “a ciascuno il suo” (cuique suum), secondo i valori dell’equità e della temperanza, quello mercantile delle potenze d’oltremare esalta al massimo grado l’accumulazione e l’appropriazione indebita a beneficio di una casta di bottegai e grassatori addobbati da “aristocrazia”; col resto della popolazione che, non conoscendo più un “alto” né un “basso”, si adegua al tipo umano scaltro, senza onore e fedeltà, e che soprattutto non crede fondamentalmente a nulla, incarnato nel mercante e soprattutto nel banchiere e nell’usuraio.

Si noti infine un elemento importante che coinvolge l’analisi geopolitica. Questo particolare tipo umano dalla dubbia moralità (quando la morale non è più sostenuta da ciò che le è sovraordinato alla fine si traduce addirittura in una… immoralità!) non può in alcun modo prendere il sopravvento in un Impero della “terra”, esito di un processo che parte dall’irruzione del divino nella storia per poi evolversi, anche secondo una specifica vocazione geopolitica, in un Impero, compiendosi così il “destino” di una terra e di un popolo di “eroi”. Viceversa, questo tipo umano, caratteristicamente ipocrita, coi suoi infimi pseudo-valori, spadroneggia in una parodia di Impero qual è quello della talassocrazia a guida anglosassone.

 

* Enrico Galoppini è redattore di “Eurasia- Rivista di studi geopolitici”

 

FONTE:http://europeanphoenix.net/it/component/content/article/3-societa/287-la-geopolitica-e-immorale-note-su-alcune-obiezioni-allapproccio-geopolitico


NOTE:

[1] Almeno si dovrebbe avere il buon gusto di non far passare una cosa per un’altra.

[2] “Noi non possiamo e non vogliamo arrenderci alle ragioni della “geopolitica” ma vogliamo schierarci con le ragione della libertà, della giustizia, della dignità”. http://appellosiriaegitto.blogspot.it/

[3] Prosperità che non si limita affatto alla sfera materiale. Si pensi alla “chiamata alla preghiera” nell’Islam: il mu’adhdhin (il “muezzin”) recita, tra le altre cose, “venite alla prosperità!”.

[4] A scanso di equivoci, siccome c’è sempre qualcheduno che vuol capire a modo suo, ciò non significa giustificare ed approvare le politiche degli Usa in Centro America e in America Latina, né quelle inglesi in Irlanda!

[5] In quest’ultimo caso si pensi alla creazione di Libano, Siria, Giordania eccetera: aspirazioni particolaristiche di “piccoli popoli” e di qualche avventuriero, più o meno indotte, che hanno destato l’interesse di grandi potenze. Lo stesso dicasi per la Jugoslavia o la Cecoslovacchia, dopo la frantumazione dell’Impero asburgico.

[6] Uno non vale l’altro: esiste una geografia sacra di cui l’analisi geopolitica deve tenere conto.

[7] Alcuni recenti comportamenti di Hamas hanno gettato sconcerto tra alcuni “antimperialisti” sin qui simpatizzanti col movimento di resistenza islamico palestinese.

[8] Qui, probabilmente, entra in ballo la questione delle affiliazioni e delle “obbedienze”…

[9] Si ricordi inoltre che l’Italia fu anche il primo Stato a riconoscere ufficialmente l’Unione sovietica… e per tutto il periodo fascista, checché ne pensino coloro per i quali esiste solo il “Nazifascismo”, i contatti con Mosca, per il tramite di Bombacci – fondatore del Pcd’I e poi aderente alla Rsi – non cessarono mai.

[10] È il caso, nella tradizione islamica, della Laylat al-Qadr, la “Notte della determinazione [di tutte le cose]” (chiamata in italiano anche “del Potere” – del kun fa-yakun: “sii, e la cosa è” – e, impropriamente, “del Destino”), nella quale venne “rivelato” al Profeta Muhammad l’intero Corano e pertanto ogni cosa è stata “rivelata” per quel che è. La “civiltà islamica”, con le sue istituzioni, le sue arti ecc. era contenuta in nuce in quell’evento. Lâ ilâha illâ Llâh (“Non v’è divinità, se non Allâh”) è l’“affermazione assoluta” – che non può che passare per una negazione – vanamente ricercata dai filosofi moderni, i quali non hanno mai avuto sentore di che cosa siano l’unicità del Principio e l’unità del Tutto.

[11] Valori, questi, rispettivamente dei “guerrieri” e dei “sacerdoti”, e che in epoche passate hanno dato forma alla vita di tutti quanti, compresi gli appartenenti al “popolo”.

 

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