La geopolitica, pur mancando di una definizione univoca, è la disciplina che studia i rapporti, le influenze, i condizionamenti e le limitazioni dei fattori geografici, fisici e umani sulla politica, vale a dire su comportamenti, decisioni, percezioni e azioni dei vari attori geopolitici, siano essi gli Stati, le entità sovra o subnazionali, o anche le grandi imprese industriali e commerciali.

La definizione del Generale Carlo Jean (2003) sembra appropriata : “La geopolitica è una particolare analisi della politica (specialmente la politica estera degli Stati nazionali ma non solo quella), condotta in riferimento ai condizionamenti su di essa esercitati da fattori geografici: intendendo come tali non solo e non tanto quelli propriamente fisici, come la morfologia dello spazio o il clima, quanto l’insieme delle relazioni di interdipendenza esistenti fra le entità politiche territorialmente definite e le loro componenti”.

Il termine “ geopolitica”  è stato usato per la prima volta nel 1916 dal politologo svedese Rudolf  Kjellén, nel suo Staten som Lifsform (Lo Stato come organismo).

Egli considera lo Stato come un organismo vivente, e ricostruisce le condizioni e i modi secondo i quali esso nasce, si sviluppa, invecchia e muore.  Egli distingue nello Stato due aspetti: quello naturale (Naturseite) rappresentato dal popolo e dal territorio, e il lato culturale (Kulturseite) costituito dalla sua economia e dalla sua organizzazione sociale e giuridica. Kjellén divide lo studio dello Stato in cinque branche:  demopolitica o etnopolitica che analizza quest’entità quale raggruppamento umano, quale società organizzata politicamente, occupandosi in particolare della nazione, razza, lingua, religione e delle altre caratteristiche che determinano l’individualità specifica della popolazione; l’ ecopolitica che studia la struttura economica statuale; la sociopolitica che si occupa della base sociale dello Stato, delle sue classi e degli interessi di queste in funzione del bene collettivo; la cratopolitica affronta lo Stato come ente giuridico studiando l’organizzazione della sua sovranità; la geopolitica tratta delle basi geografiche e della diffusione spaziale dello Stato.

Lo svedese considerava la geopolitica una delle cinque categorie necessarie per l’ analisi politica degli Stati, della loro struttura e delle loro relazioni. Secondo il politologo la geopolitica non è solo un contenitore spaziale delle altre quattro categorie, che essa unifica su un determinato territorio, ma influisce anche direttamente sulle caratteristiche dello Stato e quindi sulla sua politica e sulla sua storia.

Kjellén pertanto combinava la geografia con la scienza politica e considerava lo Stato un organismo vivente territoriale, la cui essenza era costituita dalla potenza.

Sulla base delle idee dello studioso svedese nascono due scuole. Una che segue più fedelmente le idee di Kjellén, viene sviluppata da Henning, invece la seconda, riunendo numerosi studiosi intorno alla rivista “Zeitschrift für Geopolitik (1924-1968) trova la sua guida in Karl Haushofer, che amplia il settore studiato dalla geopolitica, definendola  “scienza del sangue e del suolo”.

Geopolitica non era solo una parola nuova, oppure un cambiamento di nome alla geografia politica, bensì come sostennero più tardi Massi e Roletto, fondatori della geopolitica italiana, si trattava di una nuova dottrina, che senza volersi sostituire alla geografia politica, intendeva:  “estendere la propria indagine ai legami che vincolano gli eventi politici alla terra e vuole indicare le direttrici di vita politica agli Stati, desumendole da uno studio geografico-storico dei fatti politici, sociali ed economici e della loro connessione” (Roletto, Massi,1939).

La geopolitica non si sostituisce alla geografia politica, che considera come la sua naturale piattaforma: essa supera la tradizionale concezione di Ratzel degli Stati quali organismi politici, e applicando alla loro esistenza un metodo di analisi geografico-politico dinamico, ne studia i fattori di competitività. La geografia politica nacque con l’opera Politische Geographien di Friedrich Ratzel (1896). Alla base dell’opera dello studioso, il principio secondo il quale la geografia politica deve fondare il suo metodo e le sue norme sullo spazio terreste, perché lo Stato è si una creazione umana, ma è una creazione umana che aderisce intimamente al territorio. Organizzazione politica, uomini e territorio, però, non devono essere intesi come un insieme statico, ma vanno studiati nella loro dinamica: lo Stato dunque, questa la più importante novità introdotta da Ratzel, va considerato alla stregua di un organismo biologico. Il medesimo concetto a cui si è ispirato in seguito Kjellén.

Per comprendere l’evoluzione della geopolitica è stato di grande importanza il contributo di G. Parker  (1985), che individua sei distinti modelli geopolitici riassuntivi dell’evoluzione della disciplina. Il primo modello è il binario: proposto da Mackinder, studioso britannico, agli inizi del novecento nello stesso periodo di Kjellén. Egli contrappone due potenze che si contendono il predominio degli spazi mondiali ( l’autore parte dalla distinzione tra potenze continentali e marittime). La massa continentale formata dall’Eurasia è “ l’isola del mondo “ (heartland) e corrisponde al territorio occupato dall’ ex Unione Sovietica. Mackinder  arriva a sostenere:    “chi tiene l’Europa orientale comanda l’ heartland, chi tiene l’ heartland tiene l’isola del mondo, chi tiene l’isola del mondo comanda il mondo”. La sua teoria mostra un carattere di estremo equilibrio, come conferma la situazione creatasi durante la Guerra Fredda.

Il secondo modello invece è quello marginale, sviluppato dagli studiosi americani, tra cui Spykman e Meinig (1956). Con la fine della Seconda  Guerra mondiale e del Reich si assiste a una sorta di pausa di riflessione tra gli studiosi europei, e si verifica l’ingresso  nello studio della disciplina da parte degli autori statunitensi. La geopolitica tedesca è stata ridotta in silenzio dalla sconfitta militare, invece i geografia americani in conseguenza della posizione preminente assunta dagli Stati Uniti d’ America in tutto l’ Occidente  hanno potuto fornire la loro interpretazione.  Particolarmente adatta a rappresentare la nuova realtà bipolare sembra essere la teoria dell’heartland di Mackinder, rielaborata ed animata dagli studiosi americani. Spykman parte dall’elemento base di un area geopolitica di interesse dominante, ma contrariamente a Mackinder non la individua nella regione eurasiatica, bensì nella fascia marginale (rimland), che si estende dall’Europa all’ Asia orientale attraversando il Medio Oriente, l’Iran, l’Afghanistan, contraddistinta da alcuni caratteri peculiari: essere stato il teatro di grandi civiltà del passato, presentare un’elevata densità di popolazione e un notevole sviluppo nei traffici commerciali. Il rimland è conteso tra due potenze ed è interessante notare come il confronto geostrategico postbellico tra Stati Uniti e Unione Sovietica ha spesso riguardato proprio l’area indicata dallo studioso (spartizione dell’Europa in due aree d’influenza, l’ invasione dell’Afghanistan da parte dell’ Armata Rossa, le due guerre di Corea e Vietnam).

Un’ulteriore variante  della teoria di Mackinder è quella di Meinig, che conferma l’importanza strategica della fascia marginale ma, in base ad un’analisi delle fattezze fisiche e dello sviluppo culturale dei Paesi che la compongono, delinea una distinzione tra quelli che hanno una specifica tendenza ad orientare il proprio sviluppo verso l’interno continentale, e quelli protesi verso le fasce esterne oceaniche.

Il terzo modello geopolitico è quello zonale: si rifà alla concezione delle Pan regioni, sviluppata dalla scuola di Monaco tra la Prima e la Seconda Guerra mondiale, secondo la quale i territori a nord dell’equatore sono sede delle potenze (Stati Uniti, Europa, Russia, Cina e Giappone) che controllano la rispettiva fascia a sud di esso. L’esponente più importante della scuola di Monaco è stato Haushofer che amplia la visione del padre della geopolitica, ossia Kjellén, sostenendo che essa studia la vita dello Stato sotto un duplice aspetto: in quanto cioè legata all’ambiente geografico, e in quanto è da questo determinata. Una sorta di “arte del governo tratto dallo studio della terra”. Quindi ad Haushofer la geopolitica appare come una disciplina applicata che gli uomini di governo non devono  ignorare, se non vogliono sbagliare le proprio politiche. La mancanza di una visione geopolitica è la spiegazione della disfatta della Germania nella Prima Guerra mondiale. Egli ritiene molto importante che l’impero tedesco concluda delle alleanze per non doversi battere su due fronti e assicurarsi la vittoria.

Nel 1931 la scuola geopolitica, grazie ad Haushofer che diede ampio spazio ad articoli di contenuto politico, entra ufficialmente nell’orbita nazionalsocialista, e dopo l’ascesa di Hitler diventa strumento del regime per giustificare le proprie mire espansionistiche. Infatti secondo lo studioso lo Stato vive col desiderio di vedere i propri territori allargarsi, solo i Paesi deboli sono favorevoli all’immutabilità territoriale. La geopolitica,  partita con l’ambizione scientifica di enunciare leggi geografiche dello Stato e di scoprire la configurazione geografica dello Stato ideale, si tradusse invece in un asservimento alla politica nazista. È evidente come il Terzo Reich manipolò le idee di Haushofer.

Il quarto modello è il pluralista: ideato da Cohen negli anni sessanta, individua alcune regioni geostrategiche che presentano caratteri omogenei; ognuna di esse è caratterizzata dalla presenza di una potenza che assume il ruolo di leader regionale e ne assicura la stabilità. Successivi approfondimenti negli anni novanta hanno portato all’individuazione di una pentarchia di potenze nell’emisfero boreale (Stati Uniti, Europa occidentale, Russia, Cina e Giappone) a cui si aggiungono due potenze nell’emisfero australe (Sudafrica e Australia).

Saul Cohen, vivendo negli anni del dopoguerra è consapevole della mutevolezza dei fenomeni storici, proprio per questo tenta di elaborare un modello storico che si possa adattare in ogni momento alla dinamica della situazione mondiale, questa è la ragione per cui rifiuta il concetto di una singola regione politica privilegiata – come l’ heartland di Mackinder o il rimland di Spykman – affermando che è improbabile per una potenza dell’una o dell’altra regione occupare stabilmente aree esterne ad essa.

Il quinto modello è quello di centro-periferia, nato sulla scia degli studi sul sottosviluppo  e delle concezioni terzomondiste vive nella geografia francese degli anni settanta; questo modello evidenzia la conflittualità tra un centro (Occidente) in posizione egemonica ed una periferia (il Terzo Mondo) politicamente ed economicamente sottomessa.

L’ultimo modello geopolitico che Parker analizza è quello idealista: propone un ordine ideale al posto della perenne condizione d’instabilità, disordine e caos. Si tratta più di un sentimento che di un modello scientifico. Si  può definire piuttosto come un riflesso del desiderio di un ordine mondiale armonioso che garantisca la pace.

La fine della guerra fredda ha portato a notevoli cambiamenti a livello mondiale, in quanto a un sistema internazionale polarizzato intorno ai rapporti USA-URSS, si è andato a sostituire un complesso puzzle  in cui i piani internazionale, transnazionale e subnazionale non sono più organizzati gerarchicamente da un potere centrale superiore ma si sovrappongono e a volte si trovano in conflitto. Ad esempio: con la disgregazione dell’Urss la nascita della Russia post sovietica ha dato vita al sorgere di una “geopolitica frenetica” qual è quella euroasiatica tesa ad affermare la supremazia del Cremlino nei territori meridionali.

Non assistiamo pertanto ad un  “nuovo ordine mondiale “ come auspicava George Bush dopo la caduta del muro di Berlino, ma semmai, con lo spostamento della competizione mondiale dal campo strategico-militare a quello economico, al riaccendersi della lotta per le aree di influenza, per il dominio dei mercati, per il controllo delle più importanti risorse economiche.

Al geografo del terzo millennio appare molto diverso lo spazio in cui i protagonisti di questa lotta si confrontano. In primo luogo perché per conseguire obiettivi politici oggi appaiono molto più importanti la globalizzazione economica e finanziaria nonché lo sviluppo tecnologico dei processi produttivi rispetto a quelli militari. In secondo luogo, la ricchezza, la forza di coesione e la potenza di uno Stato non discendono più solo dalle dimensioni orizzontali del suo territorio o dal possesso di risorse naturali, quanto alla dimensione verticale della produttività, della tecnologia e della partecipazione ai processi di globalizzazione.

Lo scontro vero al giorno d’oggi è soprattutto tra i diversi livelli di sviluppo economico tra chi ha e chi non ha, tra chi soffre l’ umiliazione di non avere speranza e chi spavaldamente vive nell’opulenza. La geopolitica può dare un concreto aiuto alla risoluzione dei problemi odierni come ha sempre fatto anche in passato.

 

* Natalya Korlotyan è dottoressa in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee (Università Statale di Milano)

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