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Da ormai più di mezzo secolo l’asse degli avvenimenti globali si sta spostando dall’Europa verso l’estremo Oriente. Questo fatto porta in primo piano i pesi massimi della storia: Cina, India e Russia.

Questi ultimi tempi sono contrassegnati dalle crisi delle ideologie e dalla messa in scena delle volontà più sfrenate nell’impiantare un’egemonia globale da parte di un capitalismo che ha esaurito la sua positività storica e che solo sembra indirizzarsi verso la distruzione di tutto e di tutti in onore di un’ingordigia che non si preoccupa di altro se non di concentrare i propri profitti – ubbidendo, in questo modo, alla sua più radicata legge naturale -; in questa realtà caleidoscopica e feroce, si confrontano due grandi principi, i quali a loro volta si agganciano a un nodo esplosivo. Il primo, concerne la persistenza delle grandi correnti di massa che hanno bisogno di essere accostate intorno a qualche bandiera che le rappresenti, in altre parole, che raffiguri l’espressione del loro desiderio di essere, di riconoscersi in un’ideologia vincolante -, e l’altro, concerne le grandi derive geopolitiche che rendono evidente la forza cieca della volontà di potere e della volontà d’imposizione che si colloca sopra qualsiasi altra determinazione che implichi l’esistenza di una volontà estranea al modulo dominante.
La grande corrente che puntava a instaurare la giustizia e l’uguaglianza sociale e che si era manifestata nei fenomeni vincolati alla costruzione collettiva di un mondo migliore partiva, grosso modo, dalla rivoluzione Francese e finì provvisoriamente sconfitta dall’ostilità, ferocia e maggiore duttilità dal capitalismo e dal suo braccio esecutore, la società borghese, che alla fine del secolo XVIII conquistò la pienezza dei suoi poteri, al tempo stesso che costruiva contro il fenomeno che la negava i postulati della libertà, l’uguaglianza e la fraternità. Dobbiamo prendere atto che la sconfitta di quest’ultima corrente fu dovuta ai suoi propri errori e alle sue limitazioni dottrinarie. Ma, nessuno è nato imparato.
Dopo che era diventata evidente questa sconfitta, una buona parte dell’opinione contestatrice che condivideva il progressismo e si opponeva allo status quo, considerò la caduta del Muro di Berlino come un verdetto definitivo contro un proposito insurrezionale che implodeva dovuto alla propria fragilità interna e perché era portatore di valori la cui obsolescenza era (presumibilmente) messa in evidenza dalla sua incapacità d’imporsi. Durante la decade degli anni novanta si osservò in molti settori del progressismo intellettuale, che fino a quel momento aveva rivendicato la rivoluzione, l’avanzata di un diffuso scetticismo, associato a un edonismo assimilabile alla cultura light. È l’epoca de “L’insostenibile leggerezza dell’essere”. Questo edonismo, in fondo, era già presente in loro da ormai molto tempo e rispecchiava uno stato d’animo –ragguardevole, soprattutto negli strati intellettuali dei paesi del primo mondo – che prediligeva inserirsi nell’ambito privilegiato dell’Accademia, prima di vedersi presi a calci dai fatti violenti della storia. C’era e c’è in quest’ultima, troppa densità, troppe contraddizioni tra etica, politica, passato, presente e futuro eventuale; era una sfida molto grande da poter essere sorretta da coloro che si sforzarono nel costruire un mondo diverso. Un simile volume di problemi era di molto peso per essere risolto in un’equazione che consentisse ai nostri intellettuali di conservare la loro stanza imbottita nelle cattedre o nelle cappelle culturali ed essere, contemporaneamente, validi campioni delle cause giuste. Allora, cosa c’era di meglio nel considerare la partita come se fosse persa, sentenziare la morte dell’utopia e consentire il godimento senza colpa dei privilegi che sono contenuti in una posizione più o meno confortevole.
Oggigiorno, l’utopia e la rivoluzione sono diventate turpi parole, come fino a non molto tempo fa era accaduto con il vocabolo imperialismo. Solo che, per quanto concerne quest’ultimo, dopo l’11 settembre 2001, partendo dal decreto di Bush junior sulla “guerra infinita” e dalle invasioni dell’Iraq e dell’Afganistan, è diventata impossibile negare la sua presenza, nonostante i mezzi di comunicazione e la Vulgata democratica continui a ignorarlo.
Questo imperialismo, attualmente, dispiega i suoi tentacoli su tutto il mondo. Ma, come la lotta ideologica è passata in secondo ordine, i contorni della situazione globale tendono a manifestarsi dalla crudezza vincolata con la geopolitica. Vale a dire, allo scontro frontale delle volontà di potere, esacerbate dalla mancanza di referenti ideologici affidabili e inserite intorno agli imperativi categorici che si deducono dalla posizione geografica dei paesi che si contendono il possesso delle risorse naturali, e il dinamismo delle potenze che cercano d’imporsi l’una sull’altra, la geopolitica si trova infuocata dal carattere agonico del sistema capitalista, la cui febbre aumenta con l’acutizzarsi della crisi.

Un’epoca pericolosa

Così come esiste un apogeo e un declino delle grandi potenze (Paul Kennedy dixit), esiste anche un apogeo e un declino del sistema economico che ha mantenuto in moto il mondo sin dagli albori della società moderna. Attualmente la sovrastruttura politica manifesta i dolori e le incertezze propri delle epoche di transizione: come ha osservato Gramsci, un mondo muore e quello che dovrebbe rimpiazzarlo non è partorito ancora.
Questa è un’epoca pericolosa, tanto per il potere distruttivo raggiunto dall’uomo in violazione delle leggi della natura, quanto per la gigantesca magnitudine dei rivali che si confrontano per il predominio. Il capitalismo aveva generato collisioni che nel suo grembo avevano, nonostante tutto, una positività innegabile: era troppo quello che si distruggeva, ma ancora di più quello che avanzava. Ad esempio, con la scoperta dell’altro, conseguenza dell’accelerazione della capacità di trasferimento e di continue rivelazioni geografiche e culturali; nella sagacità per scoprire le pieghe della psiche e nella scienza, che potenziava tutti quegli spostamenti e generava senza tregua nuovi orizzonti, si nutriva una grande speranza. La velocità di questa dinamica e la magnitudine dei protagonisti che la rappresentavano non giungevano a scompensare le possibilità di sopravvivenza del globo.
La situazione comincia a cambiare nel secolo XX, quando le grandi potenze industriali si battono le une contro le altre per il controllo delle materie prime in guerre sempre più devastanti e implacabili. Se fino alle guerre napoleoniche la questione si dirimeva tra Stati provvisti da una capacità di distruzione limitata e circoscritta in determinati spazi geografici che, sebbene si disperdessero per il mondo intero, operavano in scenari che incidevano solo nelle frazioni dei cinque continenti. Nel secolo XX, la motorizzazione, la socializzazione delle masse e il potere di distruzione coinvolsero il pianeta in un disordine dalle enormi proporzioni, dal quale nessuno è sfuggito senza essere stato, in un modo o nell’altro, compromesso. Europa e Asia sono state colpite da questo terremoto e il resto del mondo ne risentì, in qualche maniera, il rimbalzo delle onde espansive di questo sisma.
Le guerre religiose, le atrocità commesse durante la conquista dell’America o la colonizzazione dell’Africa, i conflitti per il predominio europeo che contraddistinsero le guerre della monarchia asburgica contro il potere ascendente dell’Inghilterra e della Francia, sono state nulla se comparate con le tattiche di sfinimento in atto nel 1914-1918, la distruzione diffusa dagli eserciti di Hitler ad Auschwitz, il terrorismo sistematico dei bombardamenti “a tappeto” praticati dalla Germania e dal Giappone, e le inclementi politiche di embargo impiegate in forma continuata durante e dopo il ciclo delle guerre mondiali, in certi casi verso piccoli paesi con un’insufficiente capacità di difendersi da quello strangolamento.
Attualmente la situazione si è aggravata. Non perché stanno accadendo avvenimenti così catastrofici come quelli fin qui registrati, ma perché l’asse dei conflitti – in corso o potenziali – si è spostato dall’Europa verso la gigantesca massa continentale euroasiatica, dove gli stati che eventualmente dovranno fare la parte dei protagonisti possiedono delle dimensioni fenomenali, proiettandosi come rivali dell’Occidente a tutti gli effetti, in lotta per il predominio.
Lo scacchiere geopolitico del secolo XXI è oggetto di studi e d’impegno da parte di specialisti in materia. Tra i più conosciuti tra di noi si trovano personalità come Walter Lutwak e Zbigniew Brzezinski, i quali (insieme a una miriade di pianificatori del Pentagono e del Dipartimento di Stato) si sono impegnati a tratteggiare una politica di grande portata diretta ad annullare la Russia, sottraendogli regioni che le erano vincolate da legami atavici, come nel caso dell’Ucraina e, allo stesso tempo, favorendo lo smembramento di tutti quegli Stati che sono strattonati da nazionalismi meschini. Divide et impera. Questo movimento è simultaneo all’assalto perpetrato verso quelle regioni che sono produttrici di materie prime strategiche o grandi riserve di gas o di petrolio, con la pretesa di controllare le vie dove attraversano i vettori attraverso i quali queste materie prime circolano, elaborando strategie che blocchino la Cina e la Russia nell’interferire in questi sviluppi. Che, certamente, tendono a subordinare queste potenze al diktat degli Stati Uniti e dell’Unione Europea in una reimpostazione delle regole del Grande Gioco che ha al suo centro la polemica tra l’Isola Mondiale (Eurasia) anche denominata Perno del Mondo o Centro del Mondo (l’Heartland) e la periferia esterna a quel “cuore del mondo” composta da una serie di gradazioni che partono dagli Stati “peninsulari” – l’Unione Europea, l’India e il Giappone, i quali si trovano alloggiati nei margini della massa continentale euroasiatica – agli Stati marittimi (Stati Uniti e Gran Bretagna), che si trovano nell’ago della bilancia e che, nel caso degli Stati Uniti, esso si avvantaggia di una condizione sia insulare sia continentale. Le tesi di Sir Halford Mackinder, che aveva concepito questo quadro nella prima metà del secolo scorso, conservano tutta la loro attualità.
Certamente, le coordinate di questa impostazione non implicano l’imposizione di comportamenti invariabili. Le congiunture politiche possono interessarlo e farlo giocare in una maniera imprevedibile. La geografia fisica come fattore determinante della storia non può agire per se stessa: i suoi grandi blocchi o unità in parte sono il risultato dell’attività degli uomini e della loro interazione in termini socio-economici e politici. In questo momento si sta disegnando nella cartina una dialettica dei rapporti di potere che cela un’enorme capacità di destabilizzazione al suo interno. Washington (che crede di essere il Deus ex machina di tutto quello che accade nel mondo) fomenta tali contraddizioni, ma gli effetti di queste possono essere così inaspettati come formidabili.

L’India e l’assedio della Cina

Le pubblicazioni elettroniche e non, nelle quali si sperimentano punti di vista alternativi in materia di politica internazionale (Global Research, Foreign Policy Journal, Asia Times, Reseau Voltaire, eccetera) sono inquiete davanti alla situazione che è in gestazione nel subcontinente indiano e nel nucleo euroasiatico e rendono evidente l’importanza della loro evoluzione. Questa zona, in effetti, raggruppa il grosso della popolazione mondiale, ha enormi risorse ed è militarizzata o si sta militarizzando al massimo. Ospita quattro potenze nucleari – Russia, Cina, Pakistan e India -, si trova vicina alla polveriera del Medio Oriente e in essa si può decidere la sorte del Grande Gioco nel giro di questo secolo. Vale a dire, che in questo posto si può affermare o fare a pezzi la politica egemonica dell’Occidente capeggiata dagli Stati Uniti, il quale tende risolvere la sua crisi impadronendosi dell’enclave e delle risorse che gli consentiranno d’insediare ed eventualmente attaccare la Cina, la potenza che, secondo tutti i pronostici e i calcoli più realisti, si profila come la superpotenza più forte del futuro. La teoria della guerra preventiva o della dissuasione mediante la minaccia militare possiede una lunga storia; non è sorta dopo l’attentato alle Torri Gemelle, è un principio che, nel passato, più che prevenire finì col precipitare i conflitti.
Il Gruppo di Shangai collega Russia e Cina con vari stati dell’Asia centrale e ha come osservatori il Pakistan e l’India. La dislocazione di questo raggruppamento di stati è un obiettivo prioritario per gli Stati Uniti e il blocco occidentale. Questa pretesa attualmente starebbe trovando un’accoglienza molto marcata da parte dell’India che, secondo i termini del teorema di Mackinder, si definisce come parte del flusso esterno o marginale nei confronti dell’area perno euroasiatica e che manifesta profonde rivalità con la Cina e con il vicino Pakistan. Continuare per questa strada, tuttavia, implicherebbe un punto d’inflessione nella politica estera indiana, fin qui capace di rimanere su una linea di neutralità pragmatica tra l’emergente polo eurasiatico e il più consolidato polo periferico.
Ciò sta cambiando. Lungi dall’immagine di raccolta spirituale e di pacifismo, prodotto delle leggende che si sono tessute su questo immenso paese e la personalità di Gandhi, l’India è una nazione che, nonostante le contraddizioni che la percorrono, possiede una ben definita vocazione di potenza. Si è industrializzata vertiginosamente, è diventata un fattore mondiale e si è armata su grande scala. Il pacifismo gandhiano era un espediente per raggiungere l’indipendenza da una posizione di debolezza assoluta nei confronti delle armi dell’impero britannico. In questo momento non è più così, e l’India sa che si trova messa in mezzo agli smisurati contendenti del Grande Gioco, che non le consentiranno di circolare facilmente per il corrimano della neutralità. Deve scegliere o, per lo meno, si deve dotare di un arsenale e di un’attrezzatura scientifica che gli consentano, arrivato il momento, di pesare in forma decisiva sia nella neutralizzazione, sia nella risoluzione del conflitto tra l’Eurasia e il “flusso marginale”.
Ma l’India sembra che stia tendendo piuttosto verso quest’ultima ipotesi. Questo fatto è grave, poiché presuppone finire con la politica di non allineamento del Pandit Nehru e tornare, sotto forma più sottile, alle politiche dipendenti dell’epoca del Raj britannico. Un anello è cominciato a formarsi intorno alla Cina. Sotto questa inquadratura l’India si è unita tacitamente agli Stati Uniti, Giappone e Australia, configurando una coalizione a quattro che punta contro la Cina. Lo sviluppo della marina india che per il 2014 progetta introdurre una flotta di portaerei con il fine di controllare l’oceano indiano in concomitanza con la flotta americana, è sintomo di qualcosa più grande, nel senso che si vede verso dove vuole andare la pianificazione di Nuova Delhi. La conquista di un posto sotto il sole starebbe diventando un obiettivo per la politica estera india.
Ciò non dovrebbe verificarsi sotto forma d’identificazione con i paesi della periferia esterna. Vale a dire, con l’imperialismo globalizzatore della società di mercato. Ma esistono motivi ben concreti che spingono verso questa direzione. La rivalità con il Pakistan e il rischio di una frattura in quest’ultimo paese, la sua vicinanza con l’Afganistan e l’insediamento della NATO nell’area, dove può far pressione verso le frontiere della Cina e dell’Iran, sono tutti fattori che avvertono l’incombere della tormenta. L’India dovrà giocare le sue carte. Il posizionamento dei diversi attori sarà soggetto a molte vicissitudini e al caso della congiuntura, ma le tendenze generali sono fin troppo chiare.
Lo è anche per la Cina. La nuova base di sottomarini nucleari che sta costruendo a Sud dell’isola di Hainan, da poco confermata dalle fotografie satellitari ad alta risoluzione e la sua decisione di costruire alcuni gruppi di portaerei da combattimento (Task Force) che dovrebbero insediarsi nello stesso luogo, ha scompigliato gli alti comandi dell’Armata americana. Il comandante in capo delle forze americane in Asia, l’ammiraglio Timothy King, ha definito come terminali le scelte militari che Cina sta prendendo nei mari che la circondano. In un’intervista concessa in questi giorni alla Voce d’America, ha precisato che il suo paese “ha il fermo proposito di non abbandonare il suo ruolo predominante nel Pacifico”, avvertendo a Pechino che affronterebbe una sconfitta sicura se decidesse di animarsi a sfidare militarmente gli Stati Uniti.
Sembra essere evidente che nei conflitti che si stanno sviluppando, la posizione dell’India non potrà essere passiva. Ma una cosa è avere una presenza e un’altra è gettarsi a favore dell’Occidente. Giocare nei due bandi è l’espediente che ha per il momento, mentre osserva come si organizzano le cose, ma la sua posizione è molto decisiva perché possa evitare il compromesso nel caso in cui la situazione precipiti. In particolare, se si prende in considerazione la lunga rivalità di frontiera con la Cina e la spina inchiodata nel fianco rappresentata dal Pakistan, unico paese musulmano nel mondo provvisto di armi nucleari. La cosa migliore sarebbe che l’India evitasse di diventare la punta dilancia americana contro Cina e potesse agire come l’ago della bilancia nel caso in cui si diffondesse un conflitto. Ma non ci sono indizi che ciò accadrà.
Quale ruolo giocheranno le masse in questo processo? La domanda ci riporta all’impostazione iniziale. Le masse – non solo quelle dell’India, ma anche quelle di tutto il mondo – sprovviste d’ideologia, potranno recuperarla per scappare dal tornio che le opprime tra l’imperativo geopolitico e l’appetito di potere delle elite? La concentrazione di denaro del capitalismo senile sta perfino annullando il senso e la ragione di essere della borghesia. Le elite finanziarie e del mondo della comunicazione sono sempre più anonime e sempre più astratte. E, di conseguenza, sempre più elusive e difficili da fissare come obiettivo. Forse c’è bisogno di uno scuotimento della catastrofe, affinché i popoli comincino di nuovo a camminare nella ricerca di una strada.

(trad. di Vincenzo Paglione)

Enrique Lacolla, scrittore, giornalista e docente. Escritor, periodista y docente. Dal 1962 al 1975 è stato membro dei Servizi di Radiodiffusione dell’Università di Nazionale la Universidad Nacional de Córdoba. Tra il 1975 e il 2000 ha fatto parte del gruppo de La Voz del Interior, cui ha seguitato a collaborare fiono ad aprile del 2008. Professore ordinario di Storia del cinema presso la Scuola del Cinema dell’Università di Córdoba dal 1967 al 2002, eccetto durante il periodo della dittatura.
Nle 2005 ha ricevuto il Premio Consagracion de Cordoba
Ultimi libri pubblicati :
El Cine en su Época – Aportes para una historia política del filme (2003)
El Siglo Violento – Una lectura latinoamericana de nuestro tiempo (2005)
Apuntes de Ruta (2006)

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