La disinformazione e l’ipocrisia con cui continua a essere celebrata la figura di Nelson Rolihlahla Mandela hanno dell’incredibile. Un uomo che ha trascorso più di ventisette anni in carcere per aver lottato contro il regime dell’apartheid, un uomo incluso fino a pochi anni fa nella lista USA dei terroristi, un uomo arrestato grazie ad informazioni fornite dalla CIA è stato trasformato dalla propaganda occidentale in una vuota e stucchevole icona del pacifismo libertario. Tutto ciò è avvenuto attraverso una sapiente opera di censura della storia, per mezzo della quale sono state volutamente rimosse la dimensione rivoluzionaria di Mandela e la sua profonda amicizia con alcuni dei leader più odiati dall’Occidente.

Il mito di Nelson Mandela

Un anno fa, il 5 dicembre 2013, a 95 anni, si spegneva Nelson Mandela. Quel giorno, dodici colombe vennero liberate nel cielo di Johannesburg e una folla immensa invase le strade del Sudafrica, intonando canti della tradizione tribale e cristiana. «Governerà l’universo insieme a Dio», diceva uno dei tanti cartelli innalzati dalla gente. Tutto il mondo si fermò per ricordare l’esempio dell’uomo eroico che lottò contro l’apartheid, il simbolo del Sudafrica odierno. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu osservò un minuto di raccoglimento. Il Presidente statunitense Barack Obama lo ricordò come esempio della sua vita e «uno degli uomini più coraggiosi dell’umanità». «Si è spenta una grande luce», commentò il premier britannico Cameron. «Un magnifico combattente», disse il presidente francese Hollande.
Il mito di Mandela era già iniziato quando il leader africano era ancora in vita. Nel 1993, assieme al Presidente De Klerk, viene insignito del premio Nobel per la Pace. Nel novembre del 2009, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite decide che ogni anno, il 18 luglio, giorno di nascita di Mandela, verrà celebrato il Nelson Mandela International Day o Mandela Day. Nel 2004, alcuni entomologi gli hanno anche dedicato una rara specie di ragno sudafricano, lo Stasimopus mandelai. Un celebre pubblicitario, citato dall’agenzia France Presse, è arrivato perfino a suggerire di ribattezzare il Sudafrica col nome di “Mandelia”. Mandela è forse il politico che ha ricevuto più premi al mondo: circa 250 riconoscimenti, tra cui cinquanta lauree honoris causa.

 

Chi era Nelson Mandela

Ma chi era veramente Nelson Mandela, quel leader che, dopo aver passato quasi ventotto anni in prigione, i media non hanno mai finito di celebrare, dipingendolo come un pacifista amico dell’Occidente?
Mandela nacque il 18 luglio 1918 a Mvezo, un piccolo villaggio di capanne bianche sulle rive del fiume Mbashe, situato in una fertile vallata dell’Africa Sudorientale. Era figlio di un capo della tribù Thembu, parte della nazione Xhosa. Venne chiamato “Rolihlahla”, letteralmente “colui che tira il ramo di un albero”, che in lingua xhosa equivale a dire “colui che combina guai”. Assunse il nome Mandela dal nonno, ma il suo popolo lo chiamava Madiba, un titolo onorifico adottato dagli anziani della sua famiglia. Il nome di Nelson gli venne, invece, da una maestra della scuola missionaria metodista, dove usavano dare agli studenti dei nomi più semplici da pronunciare rispetto a quelli difficili della tradizione tribale.
Mandela si dimostrò ribelle fin da giovane, quando, insieme al cugino Justice, suo amico d’infanzia, decise di scappare a Johannesburg per sfuggire a un matrimonio combinato dal suo capotribù: aveva solo 23 anni. Due anni dopo s’iscrisse alla facoltà di legge dell’Afrikaner Witwatersrand University ed entrò in contatto con gli ambienti che si opponevano al regime segregazionista sudafricano. Nel 1942 s’iscrisse all’African National Congress, e due soli anni dopo, insieme a Walter Sisulu e Oliver Tambo, fondò la Youth League, l’ala giovanile del movimento, e presto ne divenne il presidente.
Completati gli studi di legge, avviò insieme a Tambo il primo studio legale, che offrirà protezione gratuita o a basso prezzo a molti neri poveri, che non avrebbero avuto altrimenti alcuna assistenza legale. Erano gli anni più bui della segregazione e Mandela si dedicò con passione ad organizzare scioperi e manifestazioni, incoraggiando la gente a disobbedire alle leggi discriminatorie.
Nel 1956 arrivò la prima accusa di alto tradimento e venne arrestato. Fu assolto dopo un lungo e tormentato processo nel 1961. Intanto la repressione si era fatta sempre più brutale e le autorità avevano messo al bando l’ANC. A Nelson Mandela non rimase che un’unica via: quella della lotta armata. Fu così che fondò l’ala militare dell’ANC, chiamata Umkhonto we Sizwe (“Lancia della nazione”, abbreviata in MK) e ne divenne il comandante. Obiettivo dell’organizzazione era combattere il regime segregazionista del Sudafrica attraverso azioni di guerriglia e campagne di sabotaggio contro l’esercito governativo e diversi obiettivi sensibili. Per addestrare i combattenti, Mandela si dedicò a raccogliere fondi all’estero, sia dai Paesi socialisti che da vari governi africani, come la Guinea, il Ghana, il Mozambico e l’Angola. Umkhonto s’ispirava a Mao, a Stalin e a Che Guevara.

 

Come fu che Nelson Mandela venne imprigionato per 28 anni

Erano ormai 17 mesi che Mandela viveva in clandestinità. Una notte, il 5 agosto del 1962, stava attraversando in auto Howick, una cittadina del Natal, quando venne fermato da una pattuglia della polizia. Fu arrestato e condannato a cinque anni di lavori forzati per incitamento alla dissidenza e per aver compiuto viaggi illegali all’estero. Due anni più tardi sarà accusato anche di sabotaggio e tradimento e condannato all’ergastolo.
Come fece la polizia a catturare Nelson Mandela? La vicenda rimase oscura per oltre venti anni. Solo nel luglio del 1986, tre giornali sudafricani, ripresi dalla stampa inglese e dalla CBS, spiegarono l’accaduto. Negli articoli veniva chiarito, con dovizia di particolari, che un agente della CIA, Donald C. Rickard, aveva fornito ai servizi segreti sudafricani tutti i dettagli per catturare Mandela, cosa avrebbe indossato, a che ora si sarebbe mosso, dove si sarebbe trovato. Fu così che lo presero.
Mandela rimase in prigione fino al 1990, quando venne liberato grazie a una grande mobilitazione internazionale.

 

Quello che gli ipocriti vogliono far dimenticare

Mandela per il regime razzista sudafricano era un terrorista. Ma era un terrorista anche per alcuni dei più importanti governi del mondo. Per l’ex primo ministro britannico Margaret Thatcher e per il presidente statunitense Ronald Reagan era qualcosa di peggio: un terrorista comunista. I governi di Londra e di Washington hanno a lungo considerato il regime di Pretoria un importante baluardo contro i movimenti di liberazione anticoloniale del continente africano e gli hanno fornito sempre il loro sostegno. Alle Nazioni Unite, questi due Paesi hanno sempre manifestato la propria opposizione alle risoluzioni dell’Assemblea Generale che miravano a contrastare l’apartheid, proprio la stessa politica che stanno a tutt’oggi attuando sulle azioni illegali di Israele nei confronti dei palestinesi. Mandela era ormai una delle più grandi personalità del Pianeta ma, fino al 2008, cioè dopo che gli era stato concesso il premio Nobel per la Pace e aveva già ricoperto la carica di Presidente della Repubblica Sudafricana, il suo nome e quello dell’African National Congress erano ancora nella lista delle organizzazioni terroristiche redatta dal governo statunitense.
Nei lunghi anni della prigionia, pochi furono coloro che veramente lo sostennero, non solo verbalmente, ma materialmente, e fra essi ci furono alcuni leader che oggi la stampa addomesticata dell’Occidente, impegnata a riscrivere un’altra storia di Mandela, accuratamente occulta. Ma Mandela, che il sentimento di lealtà non perdette mai, non se ne dimenticò. «Ho tre amici nel mondo», soleva dire, «e sono Yasser Arafat, Muammar Gheddafi e Fidel Castro». Molto stretta e profonda fu, in particolare, l’amicizia con Muammar Gheddafi, che Mandela visitò in Libia soltanto tre mesi dopo la sua scarcerazione. Molti criticarono in quell’occasione la sua visita al leader libico, primo fra tutti Bill Clinton, il Presidente di quello stesso Paese i cui servizi segreti avevano contribuito a incarcerare Mandela ed a fornire il maggior sostegno politico, militare ed economico al regime razzista sudafricano. Ma Mandela, anche in quell’occasione, non mancò di rispondere: «Nessun Paese può arrogarsi il diritto di essere il poliziotto del mondo. Quelli che ieri erano amici dei nostri nemici hanno oggi la faccia tosta di venirmi a dire di non visitare il mio fratello Gheddafi. Essi ci stanno consigliando di essere ingrati e di dimenticare i nostri amici del passato».
Stessa stima e amicizia mostrò nei confronti di Fidel Castro e del popolo cubano. Lo testimoniano le parole che pronunciò il 26 luglio del 1991, quando Mandela visitò il leader cubano in occasione della celebrazione del trentottesimo anniversario della presa della Moncada: «Fin dai suoi primi giorni la rivoluzione cubana è stata fonte di ispirazione per tutte le persone che amano la libertà. Noi ammiriamo i sacrifici del popolo cubano che cerca di mantenere la sua indipendenza e sovranità davanti alla feroce campagna orchestrata dagli imperialisti, che vogliono distruggere gli impressionanti risultati ottenuti grazie alla rivoluzione cubana».
Le parole di elogio pronunciate dal presidente statunitense Barack Obama il giorno della morte del leader sudafricano stridono fortemente col pensiero che Mandela aveva espresso in più occasioni sulla politica USA: «Se c’è un paese che ha commesso atrocità inenarrabili nel mondo, questi sono gli Stati Uniti. A loro non interessa nulla degli esseri umani». Sono parole che Madiba pronunciò al Forum Internazionale delle Donne a Johannesburg, quando gli USA si preparavano a invadere l’Iraq.
Chiare sono anche le parole riguardanti il conflitto israelo-palestinese, riferite da Suzanne Belling dell’agenzia Jewish Telegraph: «Israele deve ritirarsi da tutti i territori che ha preso dagli arabi nel 1967 e, in particolare, Israele dovrebbe ritirarsi completamente dalle Alture del Golan, dal sud del Libano e dalla Cisgiordania».
Che fare di fronte alla realtà di parole così chiare? Ai media dell’Occidente libero e democratico non resta che un’unica via: quella della censura e della falsificazione della storia.

 

Funérailles nationales pour Nelson Mandela le 10 décembre, Agence France-Presse, 6-12-2013;
Jean-Simon Gagné, Nelson Mandela (1918-2013): la génèse d’une légende, lapresse.ca, 5-12-2013;
Filippo Bovo, La morte di Nelson Mandela, in “Stato e Potenza”, 6-12-2013;
William Blum, Come la CIA ha fatto imprigionare Nelson Mandela per 28 anni, in “Con la scusa della libertà”, di W. Blum, Marco Tropea Editore, 2002;
What the hypocrites want you to forget about Nelson Mandela: his support of Muammar Gaddafi, in Max Forte, Slouching towards Sirte, NATO’s war on Libya and Africa, pp. 142-43, pubbl. in barakabook.com, 6-12-2013;
Il Sudafrica piange Nelson Mandela. Ma di lui ormai si stravolge tutto, Sinistra.ch, 9-12-2013.


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