Introduzione

Oggi l’Africa odierna spazia dall’Aids ai conflitti fomentati dalle ex potenze coloniali; dal fondamentalismo islamico alle fragili paci; dal petrolio sino alla penetrazione cinese che ha il pregio pragmatico di non mettersi maschere pietistiche nel far man bassa nel Continente.

Giorgio Barba Navaretti in un articolo di tempo fa su un quotidiano milanese1 si poneva domande sul fallimento delle politiche d’aiuto ai Paesi poveri: “Se la prima grande tragedia dell’umanità è che milioni di persone sul pianeta muoiono ancora di fame, la seconda è che continuano a morire nonostante i governi occidentali abbiano speso miliardi di dollari in aiuti negli ultimi cinquant’anni”.

Sul problema degli avanzi del ricco Epulone, negli anni Cinquanta l’Africa contava nel commercio mondiale per un misero 3%, e nei Novanta ha visto calare al 2 la sua quota nel mercato della globalizzazione e addirittura all’1,2 ai nostri giorni: intanto il debito estero del continente è arrivato alla cifra di 220 miliardi di dollari, falcidiando con le sue rate e i suoi interessi ogni possibilità di sviluppo e l’insieme dei servizi sociali. Ma non solo questo. A dimostrazione delle sopraddette briciole fatte passare alla stregua di laute mance al portinaio, gli aiuti allo sviluppo da parte dei donatori occidentali, in questi anni si sono dimezzati. Nel 1970 i Paesi ricchi si erano impegnati a destinare agli aiuti lo 0,70% dei propri Pil, e trascorsi ben trentacinque anni nessuno dei G-8 ha ancora raggiunto tale quota… a parte – aggiungiamo noi – le campagne elettorali che riempiono le piazze con cantanti che promettono al mondo l’annullamento del debito di coloro che non possono acquistare i loro album. Non per nulla, Bono cantante di punta degli U2 – paladino dei movimenti no global – scrive una prefazione piena di elogi a un volume del liberista statunitense di Harvard, Jeffrey Sachs, l’uomo che a partire dagli anni Ottanta ha predicato i benefici dell’integrazione economica internazionale e delle riforme radicali verso il mercato a decine di Paesi dell’ultimo mondo, o in via di transizione dal sistema sovietico2.

Noi vediamo il fallimento della politica degli aiuti all’Africa, al punto che oltre una decina di Stati ricevono con le donazioni la metà delle loro rendite nazionali. E non possiamo dimenticare che fra il 1960 ed il 2005 il mondo ricco ha stanziato 450 miliardi di dollari (al netto dell’inflazione) a vantaggio degli Stati subsahariani. Nell’ultimo quarto del sec. XX, però, il Pil africano pro capite è sceso in media ad un tasso dello 0,56% annuo, quando ad esempio il Pil nell’Asia meridionale, nello stesso periodo, è cresciuto con un 2,94% l’anno. E non è tutto. Gli investimenti privati nell’Africa subsahariana sono i più bassi fra tutti i Paesi in via di sviluppo, e gli investimenti esteri rappresentano meno dell’1% in tutto il Continente.

Un discorso importante meritano le multinazionali le quali hanno lanciato una nuova corsa per sfruttare le risorse presenti nel Continente, soprattutto petrolio, diamanti e minerali per l’alta tecnologia. Esse alimentano la corruzione e favoriscono l’instabilità politica.
Gli aiuti non fanno parte, come si fa credere erroneamente, di uno schema col quale il capitalismo e l’imperialismo cerchino il perdono nei confronti dei secolari crimini ai danni dei popoli africani, o di rimediare ai danni fatti.

Attualmente attraverso le pratiche di Fondo monetario internazionale, Banca Mondiale e dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), si rende l’Africa il mercato ideale di prodotti di consumo (nelle grandi città) e di armi (nelle periferie e campagne) portate direttamente in dono dal “mondo libero”. Una volta si diceva “burro e cannoni”, oggi io conio la proposizione “telefonino e mitragliette”. Solo i religiosi, i singoli volontari, ed organizzazioni del tipo Alisei, Médecins Sans Frontières, Emergency fondata dall’italiano Gino Strada, ecc., possono dirsi immuni dal professionismo dell’umanizzazione sotto vuoto, imbottigliato direttamente nella city delle capitali finanziarie. D’altronde sta venendo anche meno la cosiddetta fiducia a scatola chiusa verso le ong, all’indomani di recenti rivelazioni: “Le Ong vengono spesso coinvolte in scandali e sono accusate di scarsa trasparenza. E vengono anche accusate di criticare eccessivamente gli altri, mentre non riescono a mettere ordine in casa propria. ‘Le Ong sono trasparenti come dicono di essere?’, chiede Nicole Elouga, un avvocato di Yaounde. ‘Molte vengono spesso imputate per corruzione’”3.

Clamore e ignominia hanno provocato gli abusi sessuali nei confronti di bambine compiuti da ong e soldati ONU: “La sezione britannica di ‘Save the children’, accusa ong, Caschi blu in missione di pace e uomini di affari locali di pretendere dai minori rapporti sessuali in cambio di cibo e denaro, anche solo per una birra, un film o un giro in auto. […] Lo scandalo in Liberia va a sommarsi alle reiterate violenze perpetrate sotto lo scudo delle missioni di pace nei paesi vittime delle guerre civili. Tra i casi più recenti: Congo, Bosnia, Sierra Leone, Rwanda e Kosovo, che hanno sollevato ondate di indignazione a livello internazionale, dando finalmente il via alla discussione interna alle Nazioni Unite sulle violenze sessuali ‘ordinarie’ compiute dai peacekeepers. Nel marzo 2005 un rapporto dell’ambasciatore della Giordania all’Onu, il Principe al-Hussein denuncia: ‘La realtà della prostituzione e degli abusi sessuali nei contesti di peacekeepers è specialmente inquietante e sconcertante perché le Nazioni Unite hanno avuto il mandato di entrare a far parte di una società devastata dalla guerra per aiutarla e non per abusare della fiducia riposta dalle popolazioni locali’”4 . Ultimamente la critica alle ong è svolta anche dall’autore italiano Giordano Sivini, che denuncia il bisogno del loro gradimento da parte dei governanti africani interessati5.

Come si vede la barzelletta del chiedere perdono e dare riparazioni non torna, come volevasi dimostrare. Per quanto concerne, invece, il sistema dei donatori, Luigi Gianturco afferma su “Limes” che “da una parte si dice che i paesi debbono scrivere i loro piani, dall’altra li si dà indicazione su come scriverli. Molti paesi africani si adattano: sembrano accettare il nuovo paradigma dello sviluppo nei suoi aspetti retorici, ma non lo condividono dal punto di vista pratico. Riportiamo la tagliente ma efficace definizione di un esperto che definisce come ‘vetriloquio’ il contesto, putroppo molto diffuso, in cui i donatori fanno capire quali politiche preferiscano e i governi dei paesi poveri ripetono a distanza quello che i primi vogliono sentirli dire per avere più aiuti. Siamo in un mondo d’ipocriti?”6.

Pensare che l’Africa possa svilupparsi attraverso strade adiacenti al retaggio dei propri usi e tradizioni, resta l’unica speranza affinché il Continente rinizi finalmente a fare storia come fino ai secc. XVI-XVII. Ma se l’Occidente cercherà – col pretesto di considerarsi educatore naturale di selvaggi – a voler portare “regole democratiche di governo” a propri immagine, somiglianza e bombardieri, continueremo ad assistere alla tragica rappresentazione ricattatoria che, come dice Navaretti, vede il “forte consenso a trasferire risorse verso i Paesi poveri, in cui i Governi del G8, Gran Bretagna in testa, rock star, Nazioni Unite e miliardari come Bill Gates sono coalizzati a definire grandi piani d’intervento”7. Ah! meno male che ci sono ancora brave persone così disinteressate…

In definitiva i fatti dimostrano che meno terzi intervengono nel Continente, meno le fazioni locali possono cercare aiuto dall’esterno, meno danni ci saranno e, forse, maggiori saranno le probabilità che i compromessi e la pace prendano il posto delle devastanti guerre civili che dopo il collasso del bipolarismo e l’annientamento del diritto internazionale stanno avendo una massiccia diffusione8.

 
La Cina e l’Africa

Nel 1948 la Cina aveva una quota pari allo 0,6% delle importazioni mondiali, nel 2008 questa grandezza ammontava al 7%. Sul fronte delle esportazioni, il consistente surplus commerciale della Cina permette oggi alla grande nazione asiatica di essere dal 2008 il primo esportatore con il 9,1% delle esportazioni complessive mondiali, di fatto in partità con la Germania; nel 1948 la Cina con le sue esportazioni non raggiungeva l’1%9.

La Cina è oggi il Paese maggiormente popolato al mondo e presenta da circa un ventennio ritmi di crescita del proprio prodotto interno lordo ad un tasso sempre superiore al 5% annuo. Tale ritmo non ha subito sostanziali arresti né sensibili attenuazioni nelle recenti annualità, segnate dall’ancora attuale crisi finanziaria ed economica. La Repubblica Popolare Cinese vanta attualmente la terza economia del pianeta, dopo quella degli Stati Uniti e dei Paesi appartenenti all’Unione Europea complessivamente considerati.

Tale potenzialità economica e inoltre notevolmente supportata da politiche di protezione verso i Paesi esteri che, soprattutto nell’ultimo settennio, hanno determinato un sensibile incremento degli obiettivi posti e dei risultati raggiunti in specie in Africa. Qui v’è uno sviluppo di accordi commerciali che mirano all’acquisizione di materie prime, soprattutto fonti energetiche tradizionali presso i Paesi di questo Continente, attività svolte in chiara concorrenza con operatori economici provenienti dalle economie maggiormente avanzate del pianeta. Ma vediamo le origino dei contatti fra l’Impero di Mezzo e l’Africa10.

Fu il 1956 – l’anno della seconda guerra arabo-israeliana (crisi di Suez) e dell’invasione dell’Ungheria – esattamente il 16 maggio che la Cina Popolare superò per la prima volta i confini africani. Nasser riconobbe Pechino e ruppe ogni legame con Taiwan, in nome dei cinque principi adottati alla Conferenza di Bandung (18-24 aprile 1955 in Indonesia): rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale; non-aggressione reciproca; non interferenza reciproca negli affari interni di ciascuno; uguaglianza e reciproco beneficio; coesistenza pacifica.

Otto anni dopo registriamo il celebre viaggio di Zhou Enlai nel 1964, quando, al colmo della guerra fredda, Pechino, Mosca e Washington cercavano ovunque alleanze e le compravano con opere faraoniche. Tra queste va sicuramente ricordata la Freedom Railway, di ben 1.860 chilometri, che allaccia il porto tanzaniano di Dar es-Salam a Kapiri Mposhi in Zambia, costruita e finanziata interamente da Pechino in piena rivoluzione culturale con immenso sacrificio.

E trascorsi quarantadue anni, il 4-5 novembre 2006, la Cina ha ospitato la Terza Conferenza Ministeriale del Forum sulla Cooperazione Sino-Africana, che ha visto la partecipazione di ben 48 Paesi africani. La Repubblica Popolare ha invitato – in qualità di osservatori – persino i capi dei cinque Stati africani che riconoscono l’esecutivo di Taiwan, ossia Burkina Faso, Gambia, Malawi (nel frattempo ha riconosciuto Pechino), São Tomé e Príncipe e Swaziland11. È stata la più grande conferenza interstatale della storia moderna cinese.

La Cina sta cercando di diversificare l’acquisizione di risorse naturali e sviluppa mercati per le sue esportazioni. L’evento strabiliante è stato pressoché ignorato in Europa, a causa delle suddette critiche all’Impero di Mezzo per come affronta la questione diritti umani. Ma quello che ci chiediamo è il perché se il sistema cinese è vincente nel conquistare materie prime ed è accolto senza diktat dagli africani, l’Europa non riesce ad approdare in Africa, se non con miserabili e degradanti elemosine? Ancora una volta l’UE cerca di dettare regole di moralità all’Africa, sul tipo: “Noi UE siamo migliori dei Cinesi”. Ma se è vero che siamo “migliori”, perché l’Africa volge, invece, lo sguardo ad Oriente snobbando il buonismo liberal-chic?

Per cui “quando si partecipa a convegni e conferenze sia come relatori o spettatori – si è assolutamente stufi di ascoltare che la Cina è ‘cattiva’ perché commercia con chi non è ‘buono’, mentre l’Europa e gli Stati Uniti sono ‘buoni’ in quanto vogliono mercanteggiare solo con chi diverrà ‘buono’… magari inducendolo ad essere”12>.

La Cina ha ingenti interessi economici nel Continente. Penetrazione commerciale, sviluppo della collaborazione nel settore delle fonti energetiche, investimenti e crediti agevolati sono attività che hanno conosciuto, a partire dalla fine degli anni Novanta, una crescita spettacolare nelle relazioni tra Pechino e Paesi africani: non vi è dubbio che negli ultimi dieci anni la caratura politica delle relazioni Cina-Africa si sia fortemente ispessita. L’interesse cinese per l’Africa si spiega, soprattutto, per la vastità dei territori, la ricchezza di risorse naturali e l’enorme potenziale di sviluppo del Continente.

I principi generali e gli obiettivi della politica cinese poggiano soprattutto sulla definizione di un partenariato strategico con l’Africa, fondata sull’uguaglianza politica e sulla cooperazione economica di tipo paritario (modello Bandung), che si fonda sul rispetto degli interessi di entrambi i Paesi e in cui tutte le parti risultano beneficiare della collaborazione. Dal 1985 al 2000 l’interscambio commerciale Cina-Africa è passato da 1,665 a 35 miliardi di dollari, mentre è più che triplicato solo nell’ultimo decennio, raggiungendo un valore di poco inferiore ai 115 miliardi, superiore a quello del commercio Stati Uniti-Africa, e facendo della R.P. della Cina il primo partner commerciale africano, prima, appunto, di Stati Uniti e Francia. Oggi circa un decimo del valore totale delle importazioni africane arriva dalla Cina (contro l’1,3% del 1995). Ma la caratteristica più impressionante è che l’attività di scambio commerciale tra Cina e Africa cresce in maniera molto più veloce e significativa rispetto a quella con Europa e Stati Uniti.

Gli interessi sono concentrati principalmente nel settore delle materie prime e dei prodotti energetici: l’approvvigionamento petrolifero costituisce infatti un nodo centrale della crescita economica cinese, tanto più se tiene di conto del fatto che una riduzione delle forniture, e comunque una domanda nettamente superiore all’offerta, permetterebbe al mercato internazionale di tenere sotto controllo i prezzi delle risorse energetiche, il che potrebbe essere un disastro per un Paese che ha fatto dei prodotti a basso costo e della capacità di esportare deflazione il suo principale fattore di competitività internazionale. A partire dalla metà degli anni Novanta, le tre maggiori compagnie petrolifere cinesi a direzione statale, la CNPC (China National Petroleum Corporation), la CNOOC (China National Offshore Oil Corporation) e la SINOPEC (China Petroleum and Chemical Corporation), hanno assunto un ruolo crescente in Africa, sia nella prospezione e nello sfruttamento, sia in attività correlate, come la costruzione di raffinerie e oleodotti, avviando con le compagnie petrolifere occidentali un’attiva competizione che ha registrato non pochi successi. Nel 2008 la Cina ha importato dall’estero il 40% del suo fabbisogno domestico di petrolio, con l’Africa che ha contribuito a circa il 25% di tali importazioni. Visto dal lato africano, ciò si traduce nel fatto che il 60% del petrolio del Sudan (terzo produttore in Africa) prende la via della Cina di cui copre il 5% del fabbisogno interno, mentre l’Angola e la Nigeria (rispettivamente secondo e primo produttore) esportano in Cina circa un quarto della loro produzione. Se si considerano gli accordi stipulati nel corso degli ultimi anni, appare del tutto probabile che il peso della Cina come sbocco del petrolio africano sia destinato ad aumentare notevolmente nell’arco dei prossimi cinque anni. Inoltre, come già accennato, l’Africa rappresenta per la Cina uno sconfinato potenziale mercato da inondare con i propri prodotti (più che) economici, in special modo provenienti dai settori tessile e tecnologico. Pechino può infatti riuscire a competere con facilità, grazie alla manodopera a basso costo e alla produzione su scala industriale, con i prodotti artigianali locali, specie per ciò che riguarda il mercato dell’abbigliamento (tutt’altro che saturo). Per di più può ricoprire il Continente nero di prodotti non ancora diffusi tra la popolazione, rendendo accessibili tecnologie e servizi fino ad oggi inarrivabili. La capacità della Cina di riuscire a mantenere i costi di produzione, e quindi i prezzi, bassissimi, insieme a un auspicabile miglioramento delle condizioni economiche della gente del posto, apre le porte a prospettive commerciali di tutto rilievo, che proiettano i rapporti di scambio sino-africani ben oltre le statistiche già fornite. Scrivono Levanti-d’Elia-Pilerci: “Dal confronto dei contenuti tipologici e quantitativi delle merci oggetto della bilancia commerciale cinese possiamo affermare che la tipologia degli scambi di beni che la Cina conduce con il resto del mondo, consente agli stessi di essere fortemente concorrenziali sotto il profilo del prezzo. Quest’aspetto è coniugato con una qualità che, seppur leggermente inferiore a quella presentata da analoghe produzioni effettuate presso le economie più avanzate, è necessariamente ritenuta degna di sicuro apprezzamento e facile commerciabilità presso i mercati dei Paesi meno sviluppati economicamente, ovvero in via di sviluppo”13.

Alla luce di quanto detto, si capisce che le operazioni ONU di mantenimento della pace (peacekeeping) possono servire a Pechino14 per la presenza di truppe sul territorio che possano interagire con gli autoctoni, creando un rapporto di fiducia con la popolazione e ponendo le basi per una convivenza pacifica nei territori nei quali si intende investire. Ci vanno in abito ufficiale governativo e non sotto le spoglie dell’imprenditore privato con la sahariana dell’“ex” colonizzatore. Essere presenti in loco significa venire a contatto con la cultura locale, poter studiare da vicino le abitudini del posto, usando, al loro rientro, le conoscenze acquisite dalle forze di polizia ONU per redigere rapporti precisi e aderenti alla realtà. Non solo: la partecipazione delle truppe alle missioni ONU permette alla Cina di gestire da vicino le attività economiche in corso e di mantenere un rapporto diretto con i partner commerciali, tutelando frontalmente le proprie attività nel luogo15.

 
I principi dell’ex OUA, oggi Unione Africana, venuti meno

Un ultima parola sul fallimento dell’Unione Africana. L’Organizzazione dell’Unità Africana, nei quarant’anni d’esistenza (1963-2002), è riuscita a far rispettare almeno due principi fondamentali: l’integrità dei confini ereditati dal colonialismo e il sostegno alla liberazione dei Territori non ancora indipendenti. Invece, il bilancio dell’UA – succeduta nel 2002 all’OUA – nel suo primo decennio di esistenza è stato funzionale a che gli interessi dei bianchi – suoi finanziatori –non fossero toccati. L’UA non può opporsi e non ha reagito – a parte formali iniziative di pace – alla continua frammentazione somala (1991-2012), alla penetrazione postcolonialista europea in Libia, in Costa d’Avorio, nella secessione nel Sudan, nel Mali e altrove. Lo stesso sacro principio dell’intangibilità delle frontiere – incensato fattivamente dalla defunta OUA – è stato profanato per far comodo, con la nascita del Sudan Meridionale agli interessi di Stati Uniti d’America e dei suoi alleati nel Vicino Oriente. È penoso constatare, come il Continente più ricco del pianeta elemosini briciole di benessere a terzi per un’élite di funzionari che si disinteressano completamente all’Africa, ove gli unici “pericoli” da combattere, con l’ipocrita retorica dei diritti umani, sono la Cina e quei Paesi come la Libia, la Costa d’Avorio, lo Zimbabwe ecc., che volevano e vogliono condurre politiche economica ed estera in cui l’indipendenza sia reale e non simile a quella regalata nel 1960 (in specie nella fascia francofona a moneta della Metropoli).

 
NOTE:
1. Giorgio Barba Navaretti, Il paradosso degli aiuti, “Il Sole-24 Ore”, 29 ottobre 2006, Domenicale, p. 43.
2. Jeffrey D. Sachs, La fine della povertà, Mondadori, Milano 2005.
3. Cfr. http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=697
4. Cfr. http://unimondo.oneworld.net/article/view/132498/1/; v. pure: http://news.bbc.co.uk/2/hi/africa/1842512.stm; http://uk.oneworld.net/external/?url=http%3A%2F%2Fwww.crin.org%2Fresources%2Finfodetail.asp%3Fid%3D8184; http://www.crin.org/resources/infodetail.asp?id=10778; http://www.crin.org/resources/infodetail.asp?id=8201
5. Giordano Sivini, La resistenza di vinti. Percorsi nell’Africa contadina, Feltrinelli, Milano 2006.
6. Luigi Gianturco, Et dona ferentes: il paradigma degli aiuti tra maschera e volto, in “Limes”, N. 3/2006, L’Africa a colori, pp. 79-80.
7. Navaretti, cit.
8. Cfr. anche G. Armillotta, Africa. Scannatoio, discarica, magazzino e granaio del mondo ‘civile’, in “Eurasia”, Rivista di studi geopolitici, VI, N. 3, Settembre-Dicembre 2009, pp. 39-60.
9. Carlo Levanti, Adriano d’Elia, Pasquale Pilerci, Peculiarità della bilancia commerciale cinese, in “Notiziario”, Lido di Ostia (Roma), Guardia di Finanza, Scuola di Polizia Tributaria, A. XLVI, N. 6, Novembre-Dicembre 2010, pp. 1129-1130.
10. Ivi, pp. 1107-1108.
11. I restanti Paesi che hanno relazioni diplomatiche con Taiwan: Belize, Repubblica Dominicana, El Salvador, Guatemala, Haiti, Honduras, Kiribati, Isole Marshall, Nauru, Nicaragua, Palau, Panama, Paraguay, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Isole Salomone, Santa Sede e Tuvalu.
12. G. Armillotta, La Cina in Africa. Petrolio, risorse e mercati, in “Affari Esteri”, Roma, Trimestrale dell’Associazione Italiana per gli Studi di Politica Estera, patrocinato dal Ministero degli Affari esteri e diretto da Giulio Andreotti e Achille Albonetti, Anno XL, N. 160, Ottobre 2008 (Autunno), p. 884.
13. Levanti-d’Elia-Pilerci, cit., p. 1120.
14. La R.P. della Cina è presente nelle seguenti missioni di pace dell’ONU: Costa d’Avorio (UNOCI), Repubblica Democratica del Congo (MONUC), Etiopia ed Eritrea (UNMEE), Liberia (UNMIL), Sudan (UNMIS), Sierra Leone (UNIOSIL), Sahara Occidentale (MINURSO), Sudan meridionale (UNMISS); poi in passato: Namibia (1989-90: UNTAG), Mozambico (1993-94, ONUMOZ), Liberia (1993-97, UNOMIL), Burundi (2004, ONUB), Sierra Leone (1998-99, UNOMSIL e 1999-2005, UNAMSIL).
15. Luca Favilli, La Repubblica Popolare della Cina e le operazioni di peacekeeping. Un rapporto controverso, in “Africana”, Pisa, Rivista di studi extraeuropei fondata da Vittorio Antonio Salvadorini, XVII (2011), pp. 58-60.


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