L’isola di Cipro, isola eurasiatica per eccellenza in quanto situata nel cuore del Mediterraneo orientale, presenta ancora oggi la triste peculiarità di essere divisa da un confine la cui sorveglianza spetta ai Caschi Blu incaricati della più lunga operazione di “mantenimento della pace” mai dispiegata dalle Nazioni Unite. Il motivo per cui quest’isola deve rimanere tuttora divisa e lacerata da un conflitto interno che impedisce la riunificazione dei due stati sotto un’unica bandiera, è però taciuto dai testi storici convenzionali, forse per il fatto che andrebbe ad aggiungere un’altra pagina non certo lusinghiera al libro nero del neocolonialismo esercitato dall’Occidente nel secondo dopoguerra.

Cipro, la cui popolazione è greco-ortodossa (“A Cypriot may be anything by blood, but, being Orthodox, he thinks of himself as a Greek“‘ ebbe a scrivere il Times nel 1928), dopo esser stata dominata per secoli da Fenici e Romani, Franchi  e Veneziani, passò sotto il governo ottomano nel 1571, per restarvi sino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Già nel 1878, tuttavia, la Gran Bretagna aveva esteso la sua longa manus sull’isola, divenuta di fondamentale importanza strategica in seguito all’apertura del Canale di Suez nel 1869. Questo evento rivoluzionò le rotte marittime delle compagnie commerciali, tra le quali le più floride e potenti erano quelle di Sua Maestà, che trasportavano merci dall’Oriente verso Occidente e viceversa. Possedere una “piazza d’armi”, come s’espresse in merito l’allora Primo Ministro britannico Disraeli, divenne una necessità per salvaguardare gli interessi economici e geopolitici del Regno Unito. Infatti nella Convenzione anglo-turca, con cui il Sultano cedeva alla regina Vittoria l’effettivo possesso di Cipro mantenendo esclusivamente una formale sovranità, era contenuta anche una clausola: l’agonizzante Impero ottomano riceveva da Londra un aiuto militare contro la Russia, la quale, seguitando nella sua espansione meridionale allo straordinario ritmo di circa 150 chilometri quadrati al giorno, iniziava ad inquietare non poco la Gran Bretagna, le sue vie commerciali e addirittura le sue colonie, India in primis. La popolazione cipriota, che parallelamente a quella greca aveva provato ad emanciparsi dal dominio ottomano nel corso dell’Ottocento, vedeva nell’arrivo degli inglesi un’ulteriore possibilità di successo nelle sue aspirazioni. L’Inghilterra aveva sostenuto la popolazione ellenica in occasione dello sforzo finale verso l’indipendenza nella guerra degli anni ’20, periodo in cui si diffondono nel mondo greco i concetti di “enosis” (neogreco ένωση, unione) e di “megali idea” (Μεγάλη Ιδέα, grande idea), riguardanti rispettivamente l’unione di Cipro alla madrepatria greca e la simultanea riunificazione di tutti i territori abitati storicamente da popolazioni di etnia ellenica (Creta, Cipro, le Cicladi, il Dodecaneso, Smirne e altre porzioni di Asia minore, ecc…) sotto un’unica bandiera. Queste grandi ambizioni però non ottenevano migliori risultati neanche sotto il patrocinio della Gran Bretagna, la quale, insieme con la dichiarazione di guerra fatta pervenire al Sultano, prendeva possesso a tutti gli effetti dell’Isola allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Iniziò così un lungo periodo nero per la popolazione indigena, vessata in ogni modo dall’amministrazione di Londra: si arrivò addirittura a vietare l’insegnamento della storia greca, a esiliare i vescovi ed i cittadini maggiormente appassionati alla causa ed a sopprimere le libertà civili più elementari. La Chiesa ortodossa fu sempre in prima linea nel sollecitare Londra ad accondiscendere alle richieste della popolazione. Uno dei suoi etnarchi, Makarios III, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, in seguito alla quale ancora l’Inghilterra si era nascosta dietro ai grandi proclami ed alle promesse di concessioni, intraprese in prima persona la lotta per l’indipendenza; il momento storico sembrava essere dei più favorevoli, grazie al processo di decolonizzazione iniziato tra la fine degli anni ’40 e i primi anni ’50. Richiamandosi ai nuovi princìpi incorporati nella Carta delle Nazioni Unite – l’autodeterminazione dei popoli ed il diritto alla libertà dal giogo straniero – Makarios prese le redini della protesta ed iniziò ad infiammare le folle grazie al suo carisma, diventando una figura mitica non solo fra i suoi concittadini, ma anche fra coloro che realmente credevano nell’emancipazione dei popoli ancora sottoposti al dominio coloniale.

Si giunse così alla situazione in cui il problema cipriota, da “semplice” questione fra gli indigeni occupati ed i britannici occupanti (la minoranza turca, circa il 20% della popolazione, non aveva costituito sino ad allora particolari problemi), divenne una contesa internazionale, in cui gli interessi strategici e militari di alcune delle maggiori Potenze mondiali introdussero la logica bipolare della Guerra Fredda.

Si deve a questo punto fare uno spaccato del contesto nordafricano e mediorientale di quegli anni, valutandone la posta in palio, gli attori impegnati e il motivo per cui Cipro era diventata tanto importante.

L’abbandono delle posizioni in Egitto, in Palestina ed in Iraq da parte degli inglesi rendeva indispensabile il mantenimento di Cipro – e delle sue enormi basi aeree – al fine di mantenere una forza vicina al Medio Oriente ed al Nordafrica. Qui iniziavano infatti a divampare aspirazioni indipendentiste e antioccidentali: in Libia il regime corrotto del re filoinglese veniva rovesciato dal colpo di stato del colonnello Gheddafi; Siria e Yemen si avvicinavano sempre più all’Unione Sovietica, con la quale iniziavano a sviluppare rapporti diplomatici e commerciali; nel 1952 un colpo di stato guidato dal generale al-Nāser rovesciava in Egitto il governo filooccidentale di re Faruk ed instaurava un regime socialista e panarabista con simpatie non celate per l’URSS; la nazionalizzazione del Canale di Suez nel 1956 esacerbava gli animi delle Potenze occidentali e portava all’invasione dell’Egitto da parte di Francia, Regno Unito ed Israele; la nazionalizzazione della Anglo-Iranian Oil Company da parte del primo ministro iraniano Mossadeq scatenava la reazione britannica prima, e statunitense poi. Per queste ragioni veniva siglato nel 1955 il Patto di Baghdad – un accordo  in chiave antisovietica tra Regno Unito e USA da una parte ed una serie di paesi mediorientali dall’altra, quali Turchia, Iraq e Iran (quest’ultimo riportato sotto l’ala occidentale grazie ad un’azione dei servizi segreti americani).

Torniamo a Cipro. La veemenza con cui Makarios insisteva per ottenere l’indipendenza e l’unione alla madrepatria, unitamente all’appoggio espresso a livello internazionale da parte ellenica, fecero aprire gli occhi alla minoranza turca, sino ad allora silenziosa. Questa, iniziando ad esprimere dubbi riguardo al destino dell’Isola, permise agli inglesi di sfruttare a proprio interesse la situazione venutasi a creare. Soffiando sul fuoco del mai sopito antagonismo fra i due paesi, Londra iniziò ad imporre misure che accentuassero la divisione in seno alle due comunità, richiamando l’attenzione della Turchia sulle conseguenze di una Cipro totalmente greca; questo in considerazione della vicinanza di Cipro alle coste turche (40 miglia appena) e del fatto che l’Egeo era diventato nel frattempo un “lago greco”. Era la messa in atto del sempre valido principio del divide et impera, in cui i britannici erano maestri, con cui si puntava ad acuire la tensione nell’isola e a rendere indispensabile la presenza di Londra per garantirvi la pace e soprattutto lo status quo. Vi era poi da parte occidentale una marcata simpatia nei confronti della Turchia; essa era in primis uno Stato grande, anticomunista, dotato di uno degli eserciti più forti e organizzati al mondo e situato in posizione strategica per il controllo dell’area mediorientale. Godeva di ampie simpatie all’interno dei palazzi della politica britannica ed era, non a torto, considerata uno dei più validi membri della NATO. Alla Grecia, invece, che si presentava piccola, militarmente debole e con una situazione politica spesso travagliata, non si dedicavano molte attenzioni.

Era l’Unione Sovietica a posare il suo occhio su Cipro, in virtù sia della simpatia che il nazionalismo “socialisteggiante” di Makarios ispirava, sia del principio di autodeterminazione dei popoli. In merito, non si vorrà certo negare che con queste mosse – come quando affermava che il diritto all’emancipazione per i ciprioti doveva realizzarsi con il “contemporaneo smantellamento di tutte le basi militari straniere ivi presenti e l’evacuazione delle truppe” – Mosca tirasse acqua al proprio mulino; ma, in ogni caso, la causa cipriota si ritrovò ad avere uno sponsor di tutto rispetto, fatto che le permise anche di guadagnarsi rapidamente la simpatia e la solidarietà dei paesi del cosiddetto “terzo mondo” e di quelli non-allineati.

Quel che accadde successivamente, però, introdusse nella vicenda i toni della beffa. Si addivenne nel 1960, dopo lunghe trattative, alla proclamazione dell’indipendenza della Repubblica di Cipro: una repubblica in cui gli interessi della gran parte della popolazione (quella greca) venivano frustrati a favore di quelli della componente turca, avvantaggiata sotto tutti i punti di vista; una repubblica ostaggio del cosiddetto “trattato di garanzia”, ove i garanti erano Grecia, Turchia e ovviamente Regno Unito. Il trattato impediva alla neonata Repubblica di intraprendere autonomamente le più elementari funzioni previste dal moderno modello di “nazione”, facendola assomigliare più ad un territorio in regime di protettorato. Ci si riferisce all’impossibilità di redigere autonomamente una costituzione, all’impossibilità effettiva di modificarla, all’impossibilità di stringere accordi commerciali con paesi terzi, al diritto di muovere guerra, ecc… In merito, il massimo esperto italiano della condizione giuridica di Cipro, il professor Grandi, espresse nel suo principale lavoro un’emblematica riflessione: “…nel dar vita alla nuova formazione statale, gli accordi di Zurigo e Londra [quelli con cui si stabilì la nascita dello Stato cipriota, n.d.a.] provvedevano a priori a limitarne considerevolmente le competenze interne ed esterne, fornendo un chiaro esempio di subordinazione dell’organizzazione politica e costituzionale di uno Stato ai prevalenti interessi internazionali che ne avevano suggerito la creazione”.

Makarios, eletto Presidente e resosi conto dell’impossibilità materiale di ottenere di più, preferì in ogni caso una simile condizione, considerandola come punto di partenza per ipotetici sviluppi futuri; tuttavia l’enosis così s’allontanava e con essa il consenso della popolazione, che presto lasciava posto al malcontento e poi alla rabbia. L’aver esacerbato la situazione in questo modo (e si devono omettere diversi tristi particolari della vicenda) fece rapidamente precipitare gli eventi; così si arrivò agli incidenti del dicembre 1963, che originarono l’invio della Forza di pace dell’ONU, l’UNFICYP, avvenuto nel marzo dell’anno seguente. Nei successivi dieci anni i momenti di tensione e violenza, da ambo le parti, si alternarono a quelli di relativa calma e distensione. La vita di Cipro fu però sconvolta definitivamente da ciò che però accadde il 15 luglio del 1974, quando un colpo di Stato orchestrato dalla Grecia e condotto da ciprioti e greci rovesciò il governo di Makarios, provocando un’istantanea invasione da parte dell’esercito di Ankara.

Ancora una volta è indispensabile riassumere la situazione dell’area circostante: nel 1973 la guerra dello yom kippur e il conseguente trauma petrolifero agitavano nuovamente il Vicino Oriente e il mondo intero, che vedeva crescere i prezzi del greggio perv effetto della rappresaglia economica dei paesi OPEC contro l’Occidente, per l’appoggio fornito da quest’ultimo ad Israele. Pochi anni prima, un colpo di Stato orchestrato dalla CIA aveva portato al potere in Grecia il governo dei Colonnelli, passato poi alla storia come “la Giunta”, che avrebbe segnato in maniera indelebile il futuro prossimo di Cipro.

Sull’isola il golpe andava in porto. Makarios era costretto a fuggire e trovava rifugio a New York, dove parlava al Consiglio di Sicurezza; quest’ultimo adottava all’unanimità una risoluzione volta all’immediato ristabilimento delle condizioni antecedenti il rovesciamento dell’etnarca. Contemporaneamente, le armate turche iniziavano l’invasione di Cipro, sconfiggendo agevolmente le esigue formazioni greco-cipriote e commettendo atti qualificati come crimini di guerra e contro l’umanità (esecuzioni sommarie di prigionieri e uso di bombe al napalm contro la popolazione inerme); arrivavano ad occupare in dieci giorni di combattimenti circa il 37% del territorio, cacciandone via gli abitanti di etnia greca e impossessandosi della porzione più ricca e sviluppata dell’isola. Questa parte, che avrebbe presto conosciuto il declino a causa dell’inefficienza dei coloni turchi fatti prontamente affluire da parte di Ankara per ripopolarla, sarebbe in seguito divenuta quella che è nota come la Repubblica Turca di Cipro, riconosciuta esclusivamente dalla Turchia e con un’economia fondata per lo più sui sussidi provenienti dalla madrepatria.

Alla fine di luglio cessavano le ostilità, ma nulla tornò più ad essere come prima, eccezion fatta per gli ampi territori al cui interno si trovavano le basi militari britanniche, che restavano saldamente in mano di Londra.

Dopo quasi quarant’anni, la situazione é ancora fondamentalmente la medesima. Il tentativo di portare Cipro sotto la Grecia tramite il golpe aveva avuto il risultato finale di mantenere a lungo termine lo status quo, la soluzione più auspicata da parte britannica e occidentale.

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