La Francia non ha mai messo da parte le sue mire “colonialiste” e la cosiddetta Françafrique nel Continente africano. Osserva sempre con molto interesse le vicende politiche delle sue ex colonie nel continente nero, spesso intervenendo in prima persona. Dopo la Costa d’Avorio, la Libia, il Mali, ora tocca alla Repubblica Centrafricana, scossa da una crisi senza precedenti, ad essere nel mirino dell’Eliseo. La situazione si va complicando giorno dopo giorno tant’è che sono dovute intervenire le Nazioni Unite con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza

La Repubblica Centrafricana è diventata un ingarbugliato gomitolo di filo spinato dal quale è difficile trovare l’inizio e venirne fuori. Nel corso degli ultimi trent’anni si sono avvicendate missioni di pace riproposte in tutte le salse per cercare di mettere un po’ di ordine nel Paese. La Francia, che non ha mai messo da parte le sue mire neo-colonialiste nel continente nero e il sogno della Françafrique, ha sempre avuto un ruolo di primo piano. Operazione Barracuda (1979), Minurca (1998-2000), Fomac (2010), Misca, Sangris (2013).
Il Paese è ripiombato nel caos circa un anno fa, quando un gruppo ribelle di fede musulmana, la Coalizione Sèlèka, proveniente dal nord e dal Ciad (alleato storico della Francia) hanno messo a segno un colpo di Stato ai danni dell’ex Presidente Bozizé, costretto alla fuga, rimanendo al potere fino a gennaio 2014. Un lasso di tempo in cui si sono verificati una moltitudine di soprusi ai danni della popolazione e in particolare sui cristiani. In questo contesto di violenza, si è formata la milizia di autodifesa “anti-balaka”, come reazione alle esazioni e ai crimini perpetrati sulla popolazione civile, che a sua volta ha condotto attacchi altrettanto sanguinanti contro i ribelli e i civili musulmani. La conseguenza è che i civili vivono nel terrore e fuggono dal Paese in massa. La situazione è drammatica. Nonostante l’elezione del nuovo capo di Stato, Catherine Samba-Panza, si registra una crisi alimentare e sociale di enorme portata, aggravata dalla guerra civile. Anche l’Unione europea si è attivata raccogliendo circa 500 milioni di dollari. Di questa cifra 200 verranno destinati alla gestione delle emergenze umanitarie più impellenti, mentre il resto verrà impiegato per stabilizzare la zona e per ripristinare i servizi fondamentali, come l’acqua corrente.

Ben poca cosa per togliere il Paese dalle mani del caos. Per il momento le risoluzioni prese a livello internazionale riguardano più l’aspetto geopolitico che l’emergenza umanitaria che sta attraversando la Rca, ricca di minerali.

Il 10 aprile di quest’anno il Consiglio di Sicurezza dell’Onu (su insistenza dei francesi e dei cinesi) ha approvato la risoluzione 2149 con la quale ha dato il via alla creazione di un’operazione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, per proteggere i civili e facilitare l’accesso umanitario nella Repubblica Centrafricana (Rca) devastata dalla guerra. Di pari passo, l’Unione Europea, che continua a seguire la linea d’azione dettata dalla Francia e dal suo presidente Hollande, ha dato il via libera alla missione militare, ribattezzata Eufor Rca, nel Paese africano “per contribuire alla creazione di un ambiente sicuro in questo Paese”, in linea con la risoluzione Onu. L’operazione militare opererà a Bangui e nell’aeroporto della capitale con l’obiettivo di proteggere la popolazione e fornire aiuti umanitari. Dietro ai nuovi provvedimenti, c’è sempre il presidente francese François Hollande che ha cercato di risalire la china dell’impopolarità mostrando i muscoli in politica estera e rilanciando, con le missioni militari in Africa, il ruolo della Francia in uno scacchiere – quello delle ex colonie – in cui Parigi vorrebbe sentirsi ancora egemone e protagonista. Già a dicembre Parigi è intervenuta nella Repubblica Centrafricana, prendendo parte a MISCA (la Missione internazionale di sostegno alla Rca sotto l’egida africana) e dislocando sul terreno circa 1600 soldati.

Fin qui le certezze geopolitiche di un conflitto che secondo l’ultima risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU – 2149 (2014) (1) – desta “profonda preoccupazione” soprattutto perché “la disastrosa situazione umanitaria nella Rca” che riguarda in particolar modo “le esigenze umanitarie degli oltre 760.000 sfollati interni e degli oltre 300.000 rifugiati nei paesi vicini, gran parte dei quali sono musulmani” e le conseguenze che il flusso di rifugiati potrebbe portare “sulla situazione in Ciad, Camerun e nella Repubblica Democratica del Congo, così come altri Paesi della regione “.

L’escalation di violenza cui si è assistito, parallela alla progressiva incapacità di Michel Djotodia, il capo dei Sèlèka che si autoproclamò presidente, di controllare i suoi uomini, anche dopo il loro scioglimento, ha “dato il la” al presidente francese che ha ritenuto necessario un intervento rapido e obbligato che solo la Francia sarebbe riuscita a garantire (data la presenza di contingenti francesi sia in Repubblica Centrafricana stessa, sia nei Paesi confinanti a cominciare dal Ciad e dal Camerun). Inutile sottolineare la somiglianza tra quest’intervento e quello in Mali, dove peraltro le forze transalpine si sono trovate a dover prolungare il loro intervento a data da destinarsi, senza potere ridurre il numero degli effettivi come inizialmente previsto.

Nella Rca non è da minimizzare la riorganizzazione dei ribelli (ex-Sèlèka) che sono scappati a Nord e che si sono dispersi nelle zone rurali. In futuro potrebbero essere fonte di destabilizzazione ulteriore del Paese.
In ultima analisi, la crisi in Centrafrica mette in evidenza ancora una volta la debolezza e l’inefficacia dell’Unione Africana. Nonostante negli ultimi anni abbia intrapreso un lento ma profondo processo di riforma (non ancora terminato), non dispone ancora di strutture adeguate e pronte a intervenire in conflitti “ingarbugliati” come quelli che caratterizzano la fascia del Sahel, in cui milizie, anche provenienti dall’esterno, riescono a impadronirsi rapidamente di porzioni considerevoli di territorio.

*Antonio Coviello, laureando in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, ha cominciato la sua avventura giornalistica collaborando con La Nuova Basilicata. Ha scritto per alcune testate on line e cartacee occupandosi in particolar modo di politica interna ed estera. E’ appassionato di storia araba e di relazioni internazionali.

NOTE:
1) Risoluzione CdS 2149(2014) “its serious concern at the dire humanitarian situation in the CAR, and emphasizing in particular the humanitarian needs of the more than 760,000 internally displaced persons and of the more than 300,000 refugees in neighbouring countries, a largenumber of which are Muslim, and further expressing concern at the consequences of the flow of refugees, on the situation in Chad, Cameroon and the Democratic Republic of the Congo,as well as other countries of the region”

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