Le prime decisioni dell’esecutivo guidato dal nazionalista Ivica Dacic approvate dal Parlamento serbo sembrano minare il percorso europeo intrapreso dalla Serbia sotto la guida del Presidente uscente Boris Tadic che aveva portato il Paese alla candidatura a membro della Unione Europea e pongono Belgrado sotto il fuoco incrociato di Bruxelles e delle istituzioni finanziare internazionali.

 

Un piccolo passo avanti. Un deciso passo indietro

La consegna nelle mani del Tribunale Internazionale dell’Aja di Ratko Mladic, l’ultimo criminale di guerra da tempo ricercato, aveva rappresentato per Belgrado un passo senza esitazione alcuna verso l’integrazione con l’area comune europea.

Questo piccolo ma decisivo passo in avanti verso l’abbraccio con le istituzioni di Bruxelles potrebbe adesso essere reso vano dalla delibera dell’Assemblea Nazionale che durante la seduta dello scorso 4 agosto dall’Assemblea Nazionale ha deciso di procedere all’approvazione degli emendamenti alla Legge sulla Banca Nazionale Serba proposti dal nuovo esecutivo guidato dal nazionalista Dacic.

La prima legge in materia di Banca centrale risale al 1873 ed è considerata tuttora la pietra angolare di una delle istituzioni più importanti dello Stato serbo. Come sottolineò l’ex governatore Radovan Jelasevic, predecessore del dimissionario Soskic, in occasione della ricorrenza dei 125 anni dall’adozione della prima legge in materia, l’entrata nel ventunesimo secolo avrebbe dovuto rappresentare un ritorno agli ideali di indipendenza e di professionalità dell’istituzione bancaria serba in considerazione anche della peculiare posizione geografica della Serbia che pone il Paese  a cavallo tra “l’est e l’ovest, tra l’Europa ed il suo opposto”.

A livello costituzionale, l’indipendenza della Banca Nazionale di Serbia è garantita dall’articolo 95 della legge fondamentale (la Banca Centrale di Serbia sarà la banca centrale della Repubblica di Serbia, indipendente e soggetta alla supervisione dell’Assemblea Nazionale […] ) con il secondo comma che riserva al Governatore eletto dall’Assemblea Nazionale le decisioni inerenti la sua attività. La legge fondamentale della Repubblica di Serbia rimanda ad una legge sulla Banca Nazionale la definizione degli aspetti concernenti il funzionamento, l’organizzazione e l’attività dell’istituzione. Tale legge, nel testo precedente le ultime modifiche, sanciva il principio primario dell’autonomia e dell’indipendenza nello svolgere le proprie funzioni e disponeva che la Banca centrale, il suo corpo dirigente e tutti gli altri organi da questa emanati non dovessero cercare o seguire istruzioni provenienti né dal governo né da qualsiasi altra istituzione statale né da altre persone.

Stando agli analisti del Fondo Monetario Internazionale e dell’Unione Europea, con gli emendamenti approvati dall’Assemblea Nazionale durante i lavori della seduta del 4 agosto scorso lo scenario delineato dal combinato composto delle due leggi citate in precedenza sembra essere in serio pericolo: le modifiche alla legge, infatti, prevedono la restituzione del controllo sulle attività della Banca centrale all’Assemblea Nazionale con conseguente limitazione delle competenze del Governatore e del comitato esecutivo e la creazione di un organismo di supervisione approvato dal Parlamento che avrà il compito di monitorare tutti i provvedimenti e le azioni della Banca centrale con la possibilità di intervenire in modo diretto nel caso il cui la situazione lo renda necessario e permettendo al governo di usare le riserve della banca per finanziare la spesa pubblica.

Nelle intenzioni manifestate dall’esecutivo c’è la volontà di legare la Banca centrale alla promessa di una politica fiscale più espansiva per fare in modo che si arresti lo scivolamento verso la recessione e tenere sotto controllo il tasso di disoccupazione che è giunto a toccare il 25%: Dadic ha affermato che l’indipendenza dell’istituzione non è compromessa ma questa si troverà a lavorare a stretto contatto con il Governo in modo da risollevare un’economia contratta di quasi del 2% in questa prima metà dell’anno. Un deputato del Partito Progressista Serbo (lo stesso del Presidente della Repubblica Nikolic) ha affermato che la nuova legge non limiterà l’indipendenza della Banca centrale in nessun punto e che la modifica della legge si è resa quanto mai necessaria dalla condotta della Banca centrale che non ha dimostrato di saper governare e controllare le istituzioni finanziarie del Paese ed essere la responsabile di una situazione che costringe i cittadini che pagano le tasse a sborsare 400 milioni di euro affinché sia ristabilito l’ordine.

Il varo della nuova legge sulla Banca centrale di Serbia non si presenta come un fulmine a ciel sereno dal momento che Ivica Dacic e i suoi nazionalisti avevano promesso in campagna elettorale che avrebbero realizzato un cambiamento radicale e aveva oltresì annunciato una dura lotta ai cosiddetti “banksters, le banche che agiscono come gangsters, le istituzioni finanziarie che governano le nostre vite.” La prima mossa verso questo nuovo orizzonte politico – economico si gioca sulla scacchiera finanziaria e macroeconomica con il fine di porre sotto scacco il re: la forte e pressante critica mossa dall’esecutivo all’ormai ex-governatore della Banca Nazionale Dejan Soskic è quella di perseguire una politica economica che privilegia il contenimento dell’inflazione a scapito della crescita economica del Paese; critica seguita dall’esplicita minaccia di Dacic di un cambio al vertice dell’istituzione (Soskic perderà il lavoro se non allenterà la cinta del rigore”) e dalle dimissioni di Soskic dalla carica di Governatore insieme a quella del suo vice Bojan Markovic e di altri membri del consiglio direttivo.

Il Fondo Monetario Internazionale e l’Unione Europea hanno fatto la voce grossa manifestando forti critiche all’approvazione degli emendamenti. Il FMI si è dichiarato preoccupato dall’adozione della nuova legge in quanto questa comporterebbe una maggiore debolezza all’autonomia e alla indipendenza della banca riprendendo nelle argomentazioni le tesi del dimissionario Soskic che in una nota aveva espresso l’opinione che il provvedimento approvato dall’Assemblea Nazionale “potrebbe seriamente violare l’indipendenza della Banca centrale e accrescere l’instabilità economica e finanziaria del Paese, mentre in una lettera dalla stessa istituzione indirizzata proprio all’ancora in carica governatore Soskic prima che questi rassegnasse le proprie dimissioni al Parlamento (così come dispone l’articolo 27 della legge sulla Banca Nazionale Serba) ammoniva che l’approvazione delle nuove disposizioni non sarebbe stata indolore ma, anzi, avrebbe avuto ripercussioni quantificabili in circa un miliardo di euro, cifra prevista dal programma di prestiti in favore di Belgrado che il Fondo aveva congelato lo scorso febbraio e che adesso il nuovo esecutivo ha intenzione di rinegoziare sulla base della crescita del debito pubblico serbo: il 24 agosto il rappresentante del FMI a Belgrado, Bogdan Lissovolik, ha affermato che durante l’incontro con il Governo serbo previsto per il mese di settembre non verrà offerto un nuovo prestito alla Serbia ma la missione discuterà della posizione dell’IMF sulle recenti modifiche alla Banca Nazionale di Serbia, legge che limita la sua autonomia. Sulla stessa lunghezza d’onda si è posta anche l’Ambasciatrice statunitense a Belgrado Mary Bruce Warlick che ha dichiarato come le pressioni su Soskic e gli emendamenti alla legge sulla Banca centrale “rappresentino il fallimento del diritto e facciano emergere serie questioni inerenti il rispetto dell’indipendenza delle istituzioni”.

Al coro delle voci critiche non è mancata neppure quella dell’Unione Europea che, invece, ha dichiarato che questa mossa del Governo rappresenta un deciso passo indietro nel cammino serbo verso l’integrazione europea: l’articolo 108 del Trattato di Maastricht richiede, infatti, l’indipendenza delle banche centrali nazionali. Sul documento divulgativo elaborato dalla Banca Centrale Europea riguardante l’Eurosistema pubblicato nel 2011 si legge che nell’assolvimento dei compiti assegnati all’Eurosistema, la BCE e le banche centrali nazionali non possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli organi comunitari, dai governi degli Stati membri dell’UE né da qualsiasi altro organismo” ed assegna alle Banche centrali la resposnsabilità di mantenere la stabilità dei prezzi perseguendo quindi una politica economica di contenimento dell’inflazione.

Puntuale è arrivato anche il declassamento da parte della agenzia Standard & Poor’s che ha portato il rating sul debito sovrano della Serbia al livello BB- con outlook che passa da stabile a negativo. Come annunciato nel comunicato di S&P il declassamento la visione (è frutto del fatto) che il nuovo governo ha fallito nell’adozione rapida di politiche di promozione della fiducia del suo sistema monetario e che ristabilissero la stabilità fiscale post elettorale puntando il dito anche contro le modifiche legislative che indeboliscono l’indipendenza della Banca Nazionale Serba. A questo declassamento ha fatto seguito quello annunciato dall’agenzia statunitense Fitch: “the new government amended the law on the central bank in a way that jeopradized investitors’ trust, which can cause complications concerning the agreement on the new loan from the International Monetary Fund. Stando all’opinione di Ljubodrag Savic, professore all’Università di Belgrado, “spesso le agenzie di rating agiscono con presupposti politici, in questo caso per fare pressione sul governo per fargli firmare un nuovo accordo con il Fondo Monetario Internazionale.” Lo stesso Savic, però, rimarca come il suo Paese sia “in una seria crisi economica [con] il crescere dell’inflazione, la caduta del PIL e la percentuale di disoccupazione che è tra i più alti d’Europa”. 

 

Dai Balcani una sfida alla troika?

Le parole di Savic palesano come la Serbia abbia bisogno di un aiuto internazionale dal momento che si trova a fare i conti con una crescita economica negativa, un deficit di bilancio che si assesta su un insostenibile 7% ed un debito pubblico che supera il 55%. Gli ultimi sviluppi nella regione  balcanica sembrano dimostrare come a problemi comuni (crisi economica) si cerchino soluzioni simili prospettando l’adozione di un nuovo paradigma per quel che riguarda l’architettura economico – finanziaria di un Paese, modello che fa storcere il naso e getta il guanto di sfida alle istituzioni internazionali proprio perché cerca di fare a meno dei loro aiuti.  Dello stesso genere di aiuto di cui adesso necessita Belgrado aveva bisogno anche l’Ungheria che, prima della confinante Serbia, sul finire del 2011 con 293 voti a favore, 4 contrari ed un astenuto varò una legge che aumentava l’influenza del governo sulla Banca Centrale; la legge fu approvata dal Parlamento di Budapest durante i lavori dell’ultima seduta dello scorso anno e, come nel caso della Serbia, la troika UE – BCE – FMI alzò la voce puntando il dito verso l’ennesimo colpo di mano del premier Orban: la BCE dichiarò come l’obiettivo comune europeo della vigilanza sulla stabilità dei prezzi si possa raggiungere solamente con una banca centrale indipendente e non con un’istituzione economica asservita al potere politico.

La Commissione dell’Unione Europea aprì due procedimenti di infrazione contro il Paese magiaro; il Fondo Monetario Internazionale manifestò la propria inquietudine su tali proposte legislative che avrebbero rappresentato una grave erosione dell’indipendenza della Banca Centrale provvedendo ad un “rinvio indefinito” dei negoziati per un nuovo aiuto economico. Pressato dall’esigenza di far fronte ad una crisi economica che attanagliava il Paese, nel mese di giugno di questo anno il Governo di Budapest è stato costretto a fare marcia indietro e a presentare una nuova versione emendata della legge sulla Banca Nazionale magiara resa conforme alle direttive ed alle esigenze di UE – BCE – FMI e con lo scopo di aprire al più presto le trattative per un nuovo prestito.

Il quadro serbo ha, a ben vedere, tinte molto simili a quello ungherese. Resta solo da verificare se Belgrado sarà più forte nel reggere alle pressioni internazionali: la situazione economica resta critica e l’ultimo messaggio lanciato dal capo dell’esecutivo Dacic, “servono 2 -2,5 miliardi di euro per pagare pensioni e stipendi”, non è certo un palliativo per la popolazione. Ma oltre l’obiettivo demagogico della lotta ai banksters, la volontà di mettere in atto una politica economica che salvaguardi i cittadini serbi mettendo la Banca Centrale Serba sotto il “controllo del popolo” esiste un obiettivo strategico nell’atto deliberato dall’Assemblea Nazionale? Una chiave di lettura interessante la offre Misa Brkic che in un articolo, Occupation, spiega come siano due i motivi che hanno reso necessario porre l’autorità monetaria nazionale sotto stretto controllo partitico: il primo è quello di riuscire a mettere le mani sulle riserve in valuta estera che ammontano a poco più di sette miliardi di euro mentre il secondo è quello di mettere le mani sulla leva principale della Banca centrale, quella del controllo sulle banche commerciali. Per quanto riguarda le riserve in valuta estera, il controllo di tale risorsa permetterebbe al Governo di Belgrado di non affrontare difficoltose riforme che soddisfino i requisiti del FMI e della Banca Mondiale e riuscire a mantenere al contempo la promessa elettorale  di iniettare nell’economia serba due miliardi di euro per rilanciare la produzione dando fondi a imprese e uomini d’affari selezionati. Il controllo sulle banche commerciali, invece, è una leva utile in quanto una volta indirizzati i funzionari della Banca Centrale nel trovare irregolarità di gestione ed una volta appuratane l’esistenza queste possono essere usate come armi di ricatto per, ad esempio, riuscire ad ottenere prestiti a irrisori tassi di interesse oppure veicolare fondi verso compagnie e imprese legate allo Stato.

 

Il Kosovo, una questione ancora tutta da decidere

Giuro solennemente che dedicherò tutti i miei sforzi per preservare la sovranità e l’integrità del territorio del Repubblica di Serbia, incluso il Kosovo e Metohija come sue parti costitutive”: con questo giuramento il Presidente Nikolic si è insediato alla carica di Presidente della Repubblica e, in quanto tale, intende mantenere solennemente i principi della Costituzione su cui ha giurato: il Kosovo è parte integrante della Repubblica di Serbia. D’altronde in campagna elettorale era stato chiaro: “sia UE che Kosovo ma non ad ogni costo”. 

Sulla stessa linea d’onda si muove adesso il premier Dacic che intende sì risolvere la questione legata all’indipendenza del Kosovo ma non è disposto a scendere a compromessi che danneggino il suo Paese. Durante la sua prima visita a Bruxelles ha incassato dal Presidente dell’UE Herman Van Rompuy una direttiva tanto breve quanto chiara: il miglioramento fattibile e sostenibile nelle relazioni con il Kosovo è requisito fondamentale per l’avvio dei negoziati di adesione all’Unione Europea mentre al suo ritorno in Patria tramite un’intervista rilasciata a Vecernje novosti ha rassicurato i serbi sul fatto che “la Serbia non riconoscera’ il Kosovo”.

In precedenza, il Presidente Nikolic durante la sua prima visita alle istituzioni europee aveva avanzato l’idea di portare il dialogo sul Kosovo al livello politico e non solo tecnico e cercare di sciogliere il nodo kosovaro davanti all’ONU. Se rimane tuttavia chiaro che la Serbia non accetterà per il momento di riconoscere l’indipendenza della regione è pronta a parlare di altre soluzioni al problema cercando di capire se è possibile attuare una soluzione come quella che ha risolto la questione in Andorra, Liechtestein e Sud Tirolo. La mossa di Belgrado è strategica: coinvolgendo l’ONU (che ancora non permette al Kosovo di occupare un posto all’assemblea in qualità di Stato sovrano) nella decisione sarebbero parte in causa anche Russia, Cina e i Paesi non allineati che non accettano l’indipendenza del Kosovo (non è casuale la scelta di Cipro, paese che non riconosce il Kosovo, come prima visita ufficiale del nuovo premier). Si cerca, quindi, l’apertura di un dibattito più ampio sulle regioni del Kosovo e della Metohija cercando il giusto contrappeso all’influenza dei Paesi dell’UE che con il loro supporto permettono alle istituzioni di Pristina di mettere la Serbia davanti a fatti compiuti e alzare l’asticella del controllo sul territorio (a Belgrado ritengono la mediazione di Robert Cooper di parte e scorretta dal punto di vista diplomatico e incompleta). L’ultimo atto del genere è rappresentato dalla decisione di Pristina di vietare sull’intero territorio della provincia (compresa la zona nord abitata dai serbi) la circolazione delle targhe rilasciate dal Ministero dell’Interno Serbo violando l’accordo sulla libera circolazione annunciando, al contempo, che dal 10 settembre tutti dovranno avere le patenti di guida rilasciate dalle autorità del Kosovo con la conseguenza che anche i serbi della zona settentrionale per poter guidare dovranno prima richiedere la carta d’identità del Kosovo con implicito riconoscimento dell’autorità albanese di Pristina. Durante un recente dibattito davanti alle Nazioni Unite Ivica Dacic e il primo ministro kosovaro Hasmi Thaci hanno giocato a passarsi il pesante fardello dell’attribuzione delle colpe per il mancato proseguimento del dialogo e sulla mancata messa in atto degli accordi presi con la mediazione della UE.

Il 3 settembre Belgrado ha reso note le linee guide affinché la Serbia torni a partecipare ai tavoli di cooperazione regionale, quegli stessi tavoli boicottati ogni volta che il Kosovo vi prendeva parte come Stato indipendente e sovrano: nel 2011 i due Paesi si erano accordati perché i rappresentanti kosovari si sedessero alle riunioni dietro la scritta “Kosovo*” che richiamava in una nota a pie’ di pagina che facesse riferimento ai documenti internazionali relativi allo status del Kosovo, mentre adesso si persegue una interpretazione meno restrittiva rendendo non necessaria la nota esplicativa sulla placca ma solo sui documenti ufficiali scaturiti e deliberati durante le riunioni. Oltre ad una ragione economica spiegata con la volontà di limitare i danni politici dovuti dalla mancata partecipazione a importanti riunioni di carattere regionale, il Governo persegue anche un fine politico: “il nostro obiettivo è mostrare che la Serbia, uno stato indipendente a tutti gli effetti, e il Kosovo con un asterisco, vale a dire le istituzioni temporanee di Pristina, non sono rappresentati allo stesso modo”. Sono del 6 settembre gli ultimi atti di violenza ai danni dei cittadini serbi del nord della regione: due attentati dinamitardi hanno provocato ingenti danni materiali ma non feriti.

Nonostante gli accordi raggiunti tra le parti, le tensioni non sono certo diminuite; tensioni che si sono manifestate anche quando all’ordine del giorno del dialogo sono giunti i temi di complessa risoluzione come quelli energetici, infrastrutturali e di proprietà: il 58% dell’intero territorio di Kosovo e Metohija appartiene ai serbi ed il valore dei beni usurpati arriva a più di 50 miliardi di euro ma attraverso la privatizzazione attuata da Pristina Belgrado si è vista usurpare notevoli proprietà. Da non dimenticare il problema energetico: in Kosovo ed in Metohija si trovano risorse di carbone le cui stime vedono uno sfruttamento possibile ancora per due secoli oltre a riserve di piombo, zinco e magnesio. La lotta per la culla della storia della Serbia ha venature che vanno al di là degli aspetti storici e nazionalisti.


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