Fonte: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=1731

A metà marzo, con l’attenzione degli osservatori concentrata su Medio Oriente e Giappone, è passata in secondo piano una notizia molto interessante per il futuro del mercato europeo dell’energia: l’ingresso della compagnia tedesca Wintershall, parte del gruppo Basf, nel consorzio promotore del gasdotto South Stream.

Inaugurato nel 2007 come una joint-venture paritaria tra Gazprom e Eni, il progetto prevede la costruzione di un gasdotto sottomarino che trasporterà fino a 63 miliardi di metri cubi annui (Mmc/a) dalle sponde orientali del Mar Nero ai mercati dell’Europa centro-orientale e meridionale. Secondo il memorandum d’intesa siglato a Mosca, Wintershall acquisirà una quota societaria pari al 15%, mentre Gazprom manterrà il controllo della metà delle azioni, facendo dunque scendere la quota posseduta da Eni al 25 % (l’ultimo 10% sarà detenuto dalla francese Edf).

Soddisfazione di Eni
Nonostante le cifre potrebbero suggerire altrimenti, l’operazione non rappresenta una sconfitta per Eni e le dichiarazioni soddisfatte dei dirigenti del cane a sei zampe non sono di facciata. L’ingresso di Wintershall risolleva infatti le sorti di un progetto che, fino a qualche settimana fa, pareva destinato al fallimento. Sullo sfondo di indiscrezioni che riferivano di contrasti tra Eni e Gazprom sugli aspetti operativi dell’impresa, South Stream si trovava ad affrontare la concorrenza del progetto del gasdotto Nabucco, che gode dei favori di Washington e dell’attivo sostegno da parte della Commissione europea e di diverse istituzioni finanziarie internazionali.

Inoltre, la situazione sul mercato europeo del gas – inondato da un eccesso di offerta di gas naturale liquefatto (Gnl) in un periodo di bassi consumi dovuti alla crisi economica e a inverni miti – era tutt’altro che favorevole a un così ambizioso progetto infrastrutturale. Le dichiarazioni dell’Amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni a favore di una fusione tra Nabucco e South Stream e l’esclusione del tema dall’agenda degli altrimenti idilliaci vertici tra Vladimir Putin e Silvio Berlusconi lasciavano ulteriormente presagire un inesorabile abbandono del progetto.

La situazione era poi peggiorata in questo inizio di 2011. Un primo colpo si è registrato il 13 gennaio, in seguito al blitz a Baku del Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso e del Commissario per l’energia Günther Oettinger. La dichiarazione congiunta firmata in quell’occasione da Barroso e dal presidente azero Ilham Aliyev aveva di fatto sancito che i 10 miliardi di metri cubi annui (Mmc/a) del giacimento azero di Shah Deniz II sarebbero stati convogliati verso occidente, fornendo al progetto Nabucco il tanto agognato accesso a risorse upstream a scapito di South Stream.

Nonostante la nebulosità dei piani di Gazprom, era infatti opinione comune che il gas necessario a rifornire South Stream dovesse provenire proprio dall’area del Caspio e raggiungere l’Europa dopo essere stato acquistato dal monopolista russo.

Problema turco
Inoltre, nonostante il primo ministro turco Recep Tayyp Erdogan avesse dato il suo assenso al passaggio del gasdotto in acque territoriali turche, erano sorti contrasti anche con la Turchia, nelle cui acque territoriali è prevista la posa dei tubi: Ankara si oppone infatti al rilascio, inizialmente previsto per il 31 ottobre 2010, di alcuni permessi legati alle valutazioni di impatto ambientale. Diverse fonti hanno ricollegato il rifiuto turco ai dissidi con il Cremlino sull’oleodotto Samsun-Ceyhan e all’opposizione di parte dell’establishment turco agli affari con Gazprom e la Russia.

In un tale contesto, quando il 10 marzo Putin ha annunciato che il tratto sottomarino di South Stream avrebbe potuto essere sostituito da infrastrutture per il trasporto Gnl, che trasportano quantità minori e più variabili di gas, si è pensato che avesse messo una pietra tombale sul progetto. Inoltre, l’aumento della domanda di gas causato dal disastro di Fukushima e dalla conseguente perdita della produzione di energia elettronucleare in Giappone faceva presagire una rifocalizzazione della strategia di investimento di Gazprom verso i mercati asiatici.

In fondo, Gazprom riuscirebbe a garantirsi una posizione molto forte sul mercato europeo grazie al completamento del gasdotto Nord Stream (che rifornirà la Germania con 55 Mmc/a partire dal 2012) e al mantenimento delle forniture che attualmente transitano attraverso l’Ucraina, più vicina a Mosca in seguito all’elezione del Presidente filorusso Viktor Yanukovich nel febbraio 2010 e alla probabile acquisizione della rete gassifera del paese da parte di Gazprom.

Il rilancio di South Stream rappresenta dunque una evento inaspettato sullo scenario del mercato europeo del gas. Tuttavia, restano ancora forti incognite sulla fattibilità del progetto e sulla forma che prenderà. La domanda di gas nel medio-lungo periodo, nonostante una revisione al rialzo dovuta al probabile ridimensionamento dell’energia nucleare, non pare in grado di giustificare l’amento di capacità che la realizzazione combinata di Nabucco e South Stream genererebbe.

Competizione crescente
La competizione tra i due progetti è perciò destinata a intensificarsi. Nondimeno, l’evoluzione di South Stream da joint-venture bilaterale a progetto genuinamente europeo smentisce coloro che vedevano in questo gasdotto il prodotto di una strategia russa per minare la coesione dell’Unione europea e nella rivalità con Nabucco una nostalgica battaglia geopolitica tra blocchi contrapposti.

Inoltre, la necessità di estrarre il gas necessario al rifornimento di South Stream senza contare sui giacimenti azeri potrebbe portare la Russia ad aprire il suo settore upstream agli investimenti esteri e alla cooperazione con compagnie europee. Diverse sono le imprese che stanno cercando di assicurarsi una posizione privilegiata attraverso partnership strategiche con controparti russe. All’inizio di marzo, Gazprom e la stessa Wintershall – già partner in Nord Stream – avevano firmato un altro memorandum d’intesa volto allo sfruttamento di alcuni giacimenti siberiani.

Il tentato scambio di assets tra British Petroleum e la compagnia statale russa Rosneft in vista di esplorazioni congiunte nel Mar Glaciale Artico è un altro segnale di questa tendenza. Inoltre, pur continuando a rifiutare la ratifica dell’Energy Charter, la diplomazia russa sta da mesi cercando di negoziare attraverso diversi forum istituzionali un regime internazionale in materia di investimenti e trasporto nel settore dell’energia.

Queste nuove iniziative russe non devono spaventarci: un mercato del gas dove le risorse sono abbondanti e le regole adeguate non subirà contraccolpi anche nel caso di crisi con un singolo fornitore. In questo senso, la Commissione europea ha svolto un ottimo lavoro: il terzo pacchetto sull’energia approvato nel 2009 e altre misure volte a promuovere la concorrenza e l’integrazione tra reti nazionali sono strumenti molto più efficaci a garantire la sicurezza degli approvvigionamenti degli antagonismi con i fornitori e di un’ossessiva ricerca della diversificazione delle fonti.

* Andrea Bonzanni è un analista di affari internazionali e politiche energetiche residente a Ginevra. Ha lavorato come consulente per le Nazioni Unite e la Banca Mondiale ed è attualmente Capo Redattore dello European Center for Energy Security Analysis (ECESA) di Equilibri.net. Può essere contattato a andrea.bonzanni[at]graduateinstitute[punto]ch.


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