Nell’immediato secondo dopoguerra, sulle ceneri del nazismo, insieme alla ricostruzione tedesca prese corpo la Costituzione di una Nuova Germania, i cui organi Costituzionali garantirono una prassi giuridica, come riflesso  di un “Ordine Ideale di Valori” quali: Pace, Libertà, Giustizia,Tolleranza, Lavoro, Benessere, Solidarietà…”; una concessione fatta alla Germania di individuare valori unificanti di una identità politica.

Questo fu in sintesi l’idea ispiratrice di un saggio di Carl Schmitt, dal titolo “La Tirannia dei Valori” (pubblicato dall’editore Adelphi, 2008), redatto sulla base dei seminari organizzati, tra il 1957 e il 1971 dal giurista Ernst Forsthoff  (discepolo di Schimtt) a Ebrach (Germania).  La ricostruzione di una “Filosofia dei valori”  che fece Schmitt,  tra Nietzsche e Heidegger, andò ben oltre la sua introduzione e investì più direttamente l’aspetto politico-costituzionale di una Germania da ricostruire  su un percorso storico obbligato da un “Sistema dei Valori”;  un nuovo linguaggio da universalizzare come cemento ideologico di nuove relazioni internazionali, base fondamentale, di un sistema di valori “condivisi” che  permeasse il rapporto di dominanza statunitense a partire, dal più potente paese europeo sconfitto militarmente, quale quello tedesco.

Per Schmitt la filosofia dei valori è una filosofia che si sviluppa su vari “punti di osservazione”, da cui poter stabilire se qualcosa ha valore o è valore ed in quale misura. I valori per Schmitt non sono né idee, né categorie, né principi, ne premesse, ma punti di vista di  un sistema di relazioni; ogni valore è quindi un valore di posizione: i valori supremi sono tali soltanto per la  posizione occupata  all’interno del sistema di relazioni creato. E da qui nasce l’idea schmittiana di una “trasvalutazione” dei valori, attuata attraverso una loro commutazione: uno scambio  di valori con altri si realizza quando si cambia il punto di vista, la presa di posizione (“punto di attacco”); ed è anche il modo di svelare l’aggressività propria di ogni posizione dei valori che cambia e la confusione che regna sui valori, quando nel proporre nuove relazioni, “la tolleranza e la neutralità illimitate dei punti di vista e dei punti di osservazione intercambiabili a piacere si ribaltano subito nel loro opposto, cioè in ostilità..”.

Nessuno può sfuggire alla logica immanente del pensare per valori . Non importa che il valore sia soggettivo, formale o materiale: non appena appare, si attiva inevitabilmente uno specifico meccanismo mentale, connaturato a ogni pensare per valori. Il carattere specifico del valore risiede infatti nell’avere non già un essere, ma soltanto una validità. Ne consegue che la posizione non è nulla se non si impone; la validità dev’essere continuamente attualizzata, cioè fatta valere, se non vuole dissolversi in mera parvenza. Chi dice valore vuole far valere e imporre. Le virtù si esercitano; le norme si applicano; gli ordini si eseguono; ma i valori vengono posti e imposti”.

Quello che intende Schmitt per “Tirannia dei Valori” è qualcosa di diverso di un fenomeno storico culturale già studiato da Hartmann; è più precisamente la radicalizzazione di un conflitto ideologico che fa sempre seguito ad un richiamo ai valori e che implica intransigenza, imposizione, proselitismo; non l’essere dei valori, ma la loro realizzazione, conduce, al fondamentalismo, al fanatismo, all’integralismo delle virtù

Un popolo vinto, quello tedesco, che iniziò la sua ricostruzione (materiale), insieme ad  un’inedita “Costituzione Etica” posta a garanzia di  un  passato  (nazismo) da far dimenticare a tutto il genere umano, attraverso una  cura  di valori da inoculare; una sostanziale reificazione di una dottrina dello Stato tedesco (a dominio Usa), che potesse campeggiare come sovradeterminazione dell’agire politico rafforzato da un vaccino morale che, una volta inoculato, possa immunizzare l’intero pianeta da ogni ritorno del nazismo: una occupatio bellica di un insieme di virtù, di libertà individuali, di diritti umani.., in grado di prevenire,  confliggendo, l’intero campo sociale planetario .

E’ da qui che prese forza lo  scetticismo  di Schmitt  che, con una indubbia lucidità  lungimirante, si espanse oltre il suo tempo storico (1888-1985 ): una irresistibile retorica politica, che avanzò in parallelo ai valori inscritti come collante delle identità nazionali, onde preservare i popoli,  rendendoli immuni,  dalle barbarie.

Il carattere di intransigenza dei valori fomenta i conflitti e li trasforma in resistenze morali e non negoziabili: “chi aderisce a valori opposti rispetto a quelli ritenuti corretti è considerato nemico, e merita solo di essere annientato. La logica dei valori soffia sui fattori polemogeni e porta dritto al conflitto discriminante. Un individuo, un gruppo, una etnia, se armati di valori, sono potenziali assassini. ” ( “Anatomia dei valori” di Franco Volpi).

C’è  in questa denuncia, la traccia di  uno pensiero  schmittiano  non pienamente riportato alla luce nella sua critica radicale all’etica della politica (pensare per valori), che è stata capace di trascinare con sé, un allungamento (troppo) di una storia scritta dal vincitore (Usa); e che, con il proprio (pre)dominio, ha potuto sottrarre  e svuotare ogni distinzione nazionale, colmandola nel contempo, di quel brodo culturale di valori  del “politicamente corretto”: un viatico fondamentale aperto ai conformisti di tutte le bandiere politiche che, come iniziati dei nuovi miti, (ri)scoprono le  virtù sempre eterne dei valori; e con essi, l’emergere di una storia già inscritta,  all’insegna  di un ragionare  contro  ogni interesse nazionale, e incardinata, a tutt’oggi, nel “Moloch” sovranazionale dei principi fondativi di una Costituzione europea, vero e proprio attrattore di ogni  principio  identitario: un perdersi infinito tra necessità burocratiche e virtù contabili entro un disegno storico cinico e baro per tutti i popoli europei, costretti a convivere con “solidarietà europee”, in un perdersi infinito tra i Valori sovranazionali, estranei  ad ogni logica, sia pur minimale, di salvaguardia di interessi nazionali.

GIANNI DUCHINI novembre ‘10

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