L’operazione in Mali è solo la punta dell’immenso iceberg africano. AFRICOM, il comando africano del Pentagono, fu creato dal Presidente George W. Bush sul finire del 2007. Il suo compito principale era quello di contenere la dilagante influenza economica e politica della Cina in Africa. Il campanello d’allarme risuonò a Washington quando il Presidente cinese ospitò uno summit storico a Pechino, il Forum per la cooperazione sino-africana (FOCAC), che riunì nella capitale inglese quasi cinquanta capi di stato e ministri dei governi africani. Nel 2008, completando un tour in Africa che toccò otto nazioni in dodici giorni – la terza visita simile da quando iniziò il suo incarico- il Presidente cinese Hu Jintao annunciò un programma triennale da tre miliardi di dollari di prestiti ed altri aiuti umanitari per l’Africa. Questi fondi si aggiunsero ai 3 miliardi di dollari di prestiti e 2 miliardi di dollari in crediti da esportazione che Hu Jintao aveva già precedentemente annunciato.

Nei quattro anni seguenti, il commercio tra Cina e nazioni africane aumentò vertiginosamente nella misura in cui l’influenza francese e statunitense sul “continente nero” diminuiva. Secondo le statistiche cinesi il volume degli scambi tra Pechino e l’Africa raggiunse i 166 miliardi di dollari nel 2011 e le esportazioni africane verso la Cina – in particolar modo materie prime necessarie all’industria cinese – salirono a 93 miliardi dai 5,6 miliardi del decennio precedente. Nel luglio 2012 la Cina offrì alle nazioni africane 20 miliardi in prestiti per il triennio successivo, un ammontare doppio rispetto ai prestiti concessi nel triennio precedente (1).

Per Washington rendere operativo l’AFRICOM il prima possibile era una priorità geopolitica. Le operazioni cominciarono l’1 ottobre 2008 dal centro di comando di Stoccarda, Germania. Da quando l’amministrazione Bush-Cheney firmò la direttiva creando AFRICOM nel febbraio 2007, questa è stata la risposta diretta alla riuscita diplomazia economica della Cina in Africa.

La missione di AFRICOM è definita nel modo seguente “Il Comando Africano ha il compito di coordinare il supporto militare statunitense alla politica del governo USA in Africa, inclusi i rapporti con i comandi militari delle 53 nazioni africane”. Viene ammessa la collaborazione con le ambasciate statunitensi ed il Dipartimento di Stato in Africa, un’ammissione inusuale che include anche l’USAID: ” Il comando Africano statunitense fornisce anche uomini e mezzi per le attività finanziate dal Dipartimento di Stato americano. Il personale del Comando lavora in stretto contatto con le ambasciate statunitensi in Africa per coordinare programmi di addestramento per migliorare l’apparato di sicurezza delle nazioni africane” (2).

Parlando all’International Peace Operations Association a Washington il 27 ottobre 2008, il Generale Kip Ward, Comandante dell’AFRICOM, definì la sua missione, “in accordo con le agenzie governative statunitensi e gl’interlocutori internazionali, (per condurre) azioni a favore della sicurezza attraverso programmi militari e altre operazioni simili, dirette a favorire un ambiente stabile e sicuro in Africa, di supporto alla politica estera statunitense” (3).

Differenti fonti a Washington lo dichiarano apertamente. L’AFRICOM fu creato per contrastare la crescente presenza della Cina in Africa, e il suo crescente successo, al fine di assicurarsi accordi economici a lungo termine per ricevere materie prime dall’Africa in cambio di aiuti cinesi sotto forma di contratti di produzione e relative royalties. Secondo i rapporti, i cinesi sono stati molto scaltri.  Invece di offrire pesanti imposizioni da parte dell’FMI implicanti pesanti riforme economiche ed austerity  come hanno fatto gli occidentali, la Cina sta offrendo crediti e generosi prestiti per costruire strade e scuole, con l’obbiettivo di stabilire un buon rapporto fra le parti.

J. Peter Pham, un esperto di Washington e consulente del Dipartimento della Difesa statunitense, afferma esplicitamente che tra le intenzioni del nuovo AFRICOM, c’è l’obiettivo di “proteggere l’accesso agli idrocarburi e alle altre risorse strategiche di cui l’Africa dispone in abbondanza”, un compito che include la protezione delle vulnerabili ricchezze naturali e che altre parti terze, come Cina, Giappone, o Russia, ottengano il monopolio di queste o trattamenti di favore.

Nella testimonianza che supportò la creazione dell’AFRICOM prima del congresso USA nel 2007, Pham, che è strettamente legato al Think Tank neo conservatore, Foundation for Defense of Democracies, affermò:

Questa abbondanza di risorse fa dell’Africa un bersaglio invitante all’attenzione della Repubblica Popolare Cinese, la cui dinamicità economica, con una media del 9 per cento di crescita annuo nel corso degli ultimi due decenni, ha una quasi irresistibile sete di petrolio come di altre ricchezze per sostenere tale ritmo di crescita. La Cina attualmente importa circa 2,6 milioni di barili di greggio al giorno, quasi la metà del suo fabbisogno; approssimativamente un terzo delle importazioni provengono dai giacimenti africani… probabilmente nessun’altra regione straniera eguaglia l’Africa negli interessi strategici di lungo periodo di Pechino negli ultimi anni… molti analisti si aspettano che l’Africa – specialmente la regione che comprende gli stati ricchi di petrolio lungo la costa occidentale – diventerà sempre più un teatro strategico nella competizione tra gli Stati Uniti e il loro solo concorrente quasi alla pari a livello globale, la  Cina, dato che entrambe le nazioni cercano di espandere la loro influenza e di avere accesso alle risorse (4).

Per contrastare la crescente influenza cinese in Africa, Washington ha assicurato il suo appoggio a una Francia economicamente indebolita e politicamente disperata, per ridare vigore all’impero coloniale francese, in una forma o nell’altra. La strategia, che si è rivelata nel tentativo franco-statunitense di usare il gruppo terroristico di Al Qaeda per abbattere prima Gheddafi in Libia e ora per causare distruzione dal Sahara al Mali, è di incoraggiare i combattimenti fra etnie e gruppi differenti come Berberi, Arabi e altri in Nord Africa. Divide et Impera.

Sembra che essi abbiano anche già optato per una vecchia “formula francese” per il controllo diretto. In un’analisi pionieristica, l’analista geopolitico e sociologo canadese, Mahdi Darius Nazemroaya scrive, “la mappa usata da Washington per combattere il terrorismo nell’area del Pan-Sahel è molto esplicativa. L’ampiezza dell’area di azione dei terroristi, che include i confini dell’Algeria, Libia, Niger, Chad, Mali e la Mauritania secondo ciò che è stato delineato da Washington, è molto simile ai confini dell’entità territoriale coloniale che la Francia cercò di controllare nel 1957.  Parigi pensò di promuovere quest’entità africana nel Sahara occidentale come dipartimento francese legato direttamente alla Francia, assieme all’Algeria costiera” (5).

I francesi la chiamarono Organisation commune des régions sahariennes (OCRS). Comprendeva i confini interni del Sahel e delle nazioni sahariane del Mali, Niger, Chad e Algeria. Parigi la usò per controllare i paesi ricchi di risorse, per favorire lo sfruttamento francese di materie prime come petrolio, gas e uranio.

Egli aggiunge anche che Washington aveva chiaramente pensato a quest’area ricca di risorse quando designò le aree dell’Africa che dovevano essere “ripulite” dalle cellule terroristiche e gruppi criminali. Perlomeno ora AFRICOM aveva un piano per la sua nuova strategia africana. L’istituto francese delle relazioni internazionali (Institut français des relations internationals, IFRI) discusse chiaramente questo legame fra i terroristi e le aree ricche di materie prime nel rapporto di Marzo 2011 (6).

La mappa usata da Washington per combattere il terrorismo secondo l’iniziativa del Pentagono per il Pan-Sahel mostra un’area di attività dei terroristi all’interno di Algeria, Libia, Niger, Chad, Mali e Mauritania secondo il disegno di Washington. La Trans-Saharian Conterterrorism Initiative (TSCTI) fu creata dal Pentagono nel 2005. Al Mali, Chad, Mauritania e Niger si aggiungevano ora Algeria, Mauritania, Marocco, Senegal e Nigeria e Tunisia in un teatro di cooperazione militare con il Pentagono. La Trans-Saharian Counterterrorism Initiative fu trasferita sotto il comando dell’AFRICOM il 1 ottobre 2008 (7),

I piani francesi furono frustrati durante la guerra fredda dalla guerra d’indipendenza dell’Algeria e delle altre nazioni africane, il “Vietnam” francese. La Francia fu costretta a sciogliere l’OCRS nel 1962, a causa dell’l’indipendenza algerina e del sentimento anticoloniale in Africa (8). Nonostante ciò, le ambizioni neocoloniali di Parigi non sono scomparse.

I francesi non nascondono certo la loro preoccupazione riguardo la crescente influenza cinese in quella che fu l’Africa francese. Il Primo ministro francese Pierre Moscovici affermò nel dicembre scorso a Abidjan che le imprese francesi devono andare all’attacco e scatenare un’offensiva contro l’influenza della rivale Cina scommettendo su mercati africani sempre più competitivi. ” È evidente che la Cina è sempre più presente in Africa… le imprese (francesi) che hanno i mezzi devono perseguire questa offensiva. Esse devono essere più presenti sul territorio. Esse devono combattere” affermò Moscovici durante un suo viaggio in Costa d’Avorio. (9)

Chiaramente Parigi aveva in mente un’offensiva militare per sostenere l’offensiva economica che egli aveva previsto per le compagnie francesi in Africa.

 

 

Tratto da: http://www.globalresearch.ca/the-war-in-mali-and-africoms-african-agenda-target-china/5322517

 


*Traduzione di Andrea Rosso
 

(1) Joe Bavier, French firms must fight China for stake in Africa—Moscovici,, Reuters, December 1, 2012.

(2) AFRICOM, US Africa Command Fact Sheet, September 2, 2010.

(3) Ibid.

(4) F. William Engdahl, NATO’s War on Libya is Directed against China: AFRICOM and the Threat to China’s National Energy Security, September 26, 2011.

(5) Mahdi Darius Nazemroaya and Julien Teil, America’s Conquest of Africa: The Roles of France and Israel, GlobalResearch, October 06, 2011.

(6) Ibid.

(7) Ibid.

(8) Ibid.

(9) Joe Bavier, Op. cit.

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