La marea di cablogrammi scaricata sul mondo dal misterioso e reticente Julian Assange, fondatore di “Wikileaks”, rappresenta certamente uno degli eventi più bizzarri nella storia recente dell’intelligence. Lungi tuttavia dall’imbarazzare il Dipartimento di Stato e la politica estera degli USA, i cablogrammi rivelano un misto di noiosi dettagli di basso livello e di notizie che l’ex consigliere alla Sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski chiama “pointed“, che vanno al punto, portano a qualcosa.

Tra i cablogrammi dilettevoli ma inconcludenti ci sono quelli che paragonano Putin e Medvedev a “Batman e Robin”. Nessuno dei documenti esibiti è classificato come “Top Secret“. Circa il 40% delle 250.000 pagine non sono proprio classificate.

Tra i documenti che Brzezinski considera “muniti” di fatti “significativi” per “favorire un’agenda” di una “agenzia d’intelligence“, vi sono quelli relativi ai negoziati tra Mosca ed il governo Berlusconi per la costruzione del gasdotto South Stream, geopoliticamente rilevante.

Nel dicembre 2009 il presidente russo Dmitrij Medvedev si recò a Roma per siglare un accordo sul South Stream. Stando ai documenti filtrati, la segretaria di Stato USA Hillary Clinton ordinò un’analisi completa delle relazioni tra Roma e Mosca, focalizzata sulla questione del South Stream. Washington punta su un altro cavallo, un progetto fantasticamente costoso chiamato Nabucco, il quale finora manca di sufficienti forniture di gas naturale per essere praticabile.

Nei mesi scorsi la battaglia tra Nabucco e South Stream ha assunto le dimensioni delle vecchie contese energetiche tra USA e URSS, che infuriavano in Europa Occidentale durante l’era di Reagan. In gioco c’è molto più che gl’introiti finanziari derivanti dalla vendita di gas o dalla costruzione delle condotte. È coinvolto il nocciolo stesso del futuro dell’Europa Occidentale, ed il futuro della geopolitica eurasiatica. Da un’analisi superficiale è difficile coglierlo.

La geopolitica delle condotte eurasiatiche

Nel 1991, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica ed il collasso del Patto di Varsavia, la Guerra Fredda, almeno per Mosca, era conclusa. La Russia aveva alzato bandiera bianca. L’economia era devastata dalla corsa agli armamenti con gli USA, e dalla manipolazione della produzione petrolifera saudita operata dal Dipartimento di Stato a Washington nel 1986-87, per far crollare le entrate sovietiche di valuta pregiata procacciate dall’esportazione energetica. Due anni dopo Michail Gorbačëv accettava di lasciare cadere il Muro di Berlino: alcuni commentatori lo definirono il più grande “leveraged buyout“, acquisto a credito, della storia.

C’era un solo problema: che Washington non vedeva alcuna ragione per porre a sua volta fine alla Guerra Fredda. Invece di rispettare gli accordi verbali solennemente presi con Gorbačëv durante i colloqui sull’unificazione tedesca – e cioè che gli USA non avrebbero espanso la NATO tra gli ex paesi del Patto di Varsavia – Washington durante gli anni ’90 (e l’inizio della decade seguente) si approfittò della debolezza russa per estendere la NATO fino alle porte di Mosca. Dalla Polonia all’Ungheria, dalla Romania alla Bulgaria per finire con gli Stati baltici, nel 2003 la NATO circondava la Russia; nel contempo, le richieste del FMI a Mosca di privatizzare rapidamente i cespiti pubblici, in accordo con la sua “terapia d’urto”, stavano portando i minerali strategici ed altre inestimabili risorse russe sotto il controllo occidentale.

Nel corso del 2003 l’allora presidente Vladimir Putin si era saldamente consolidato al potere, e segnalò ai vari oligarchi russi che intendeva fermare il saccheggio occidentale delle risorse nazionali. Il palese colpo d’avvertimento fu, nell’ottobre 2003, l’arresto di Michail Chodorkovskij e delle sue ambizioni politiche, proprio mentre il suo gigante Jukos/Sibneft era sul punto di vendere quasi il 40% della più grande compagnia petrolifera privata russa ad una tra ExxonMobil e Chevron, in un affare mediato da George H.W. Bush a dal potente Carlyle Group di Washington. Chodokovskij aveva rotto un patto imposto da Putin, ma che permetteva agli oligarchi russi di mantenere i cespiti letteralmente rubati allo Stato nel corso delle privatizzazioni dell’era El’cin.

L’anno 2003 vide anche grossi progressi nell’accerchiamento della Russia ad opera della NATO: la Rivoluzione delle Rose in Georgia e la Rivoluzione Arancione in Ucraìna, entrambe finanziate dal Dipartimento di Stato degli USA, avevano portato al potere due marionette di Washington, incaricate di condurre i loro paesi nella NATO. A quel punto la Russia reagì con la sola arma ancora in suo potere: le più grandi riserve di gas naturale al mondo e la Gazprom (di cui Medvedev era stato presidente del Consiglio di Direzione, prima d’unirsi all’amministrazione Putin).

Putin negoziò un nuovo gasdotto con l’uscente cancelliere tedesco Gerhard Schroeder: il Nord Stream. Il Nord Stream, che recentemente ha avviato la prima fase d’invio di gas russo ai mercati della Germania e dell’UE, sollevò strepiti di protesta a Washington e in Polonia. Malgrado le ingenti pressioni, andò avanti.

Ora il South Stream è in costruzione ad opera di Gazprom. Il gas sarà pompato dalla Russia e da altri giacimenti detenuti dalla compagnia nell’area del Caspio, passerà sotto il Mar Nero ed attraverso i Balcani, e giungerà nell’Italia Settentrionale e Meridionale. L’Europa è il maggiore acquirente di gas russo.

Persino la Gran Bretagna progetta per il 2012 di rifornirsi, e sarebbe la prima volta, direttamente dalla Russia, tramite il Nord Stream. Le dispute tra Russia e Ucraìna, chiaramente incoraggiate quando l’uomo-in-arancione di Washington, Viktor Juščenko, era ancora presidente, provocarono carenze di gas in Italia ed altri paesi europei. Pensava a questo Berlusconi, quando dichiarò che «il nostro obiettivo è che il South Stream non transiti per il territorio ucraino. Per questo abbiamo fatto ogni sforzo per convincere la Turchia a permettere il passaggio del gasdotto per le sue acque territoriali». Il gigante francese dell’energia, EDF, sta negoziando l’acquisizione d’un 10% del progetto.

Nel dicembre 2009 ENI e Gazprom hanno siglato un accordo per portare il South Stream fino all’Italia. Una valutazione tecnica ed economica del progetto è attesa per il febbraio 2011, ed il gasdotto diverrà operativo alla fine del 2015. La Russia ha già firmato gli accordi con Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovenia e Croazia per implementare la porzione di gasdotto che passerà sulla terraferma.

Un accordo russo-bulgaro sul South Stream dev’essere modificato così che altri paesi dell’Unione Europea abbiano accesso al gasdotto: questo è quanto affermato dalla portavoce della Commissione Europea Marlene Holzner. Una fazione nell’UE appoggia il progetto alternativo di Washington: Nabucco. Mentre insiste su un’apparentemente equa apertura del progetto South Stream, il Commissario UE sull’Energia sta di fatto lavorando per sabotarlo a favore del Nabucco. La stampa ha citato le seguenti affermazioni della Holzner: «I funzionari europei non apprezzano il fatto che l’accordo con la Russia obblighi la Bulgaria e fornire un transito completo e senza restrizioni al gas russo nel suo territorio (…) Nabucco è la nostra priorità perché aiuta a diversificare le fonti d’approvvigionamento di gas».

I cablogrammi di “Wikileaks” concernenti le relazioni tra Berlusconi e Putin senza dubbio s’attagliano alla definizione brzezinskiana di “pointed leaks“, documenti centrati. Essi asseriscono che Berlusconi sarebbe divenuto una pedina della geopolitica energetica di Mosca. Il dispaccio parla della «relazione straordinariamente stretta» tra Putin e Berlusconi, e confessa che il South Stream sta «causandoci intensi sospetti».

Il chiaro intento della rivelazione è creare imbarazzo politico all’assediato e vulnerabile governo di Berlusconi, in un momento in cui il disinvolto Primo ministro è sommerso di scandali personali e defezioni dal suo partito.

Tuttavia, ad oggi non pare che le rivelazioni abbiano minato la cooperazione energetica tra Roma e Mosca. Il presidente russo Medvedev ha appena incontrato Silvio Berlusconi alla stazione sciistica di Krasnaja Poljana, sul Mar Nero, nell’ambito dei colloqui inter-governativi allargati. Hanno partecipato anche l’operatore energetico dello Stato russo, Inter RAO, ed il gruppo energetico italiano ENI, i quali hanno siglato un memorandum d’intesa.

Oggigiorno gli Stati Uniti sono visti non solo a Mosca, ma pure in sempre più ampi circoli dell’Europa Occidentale, come una superpotenza in declino terminale. Con la più grave depressione economica che abbia colpito gli USA dagli anni ’30 di cui non si vede la fine, col fallimento della presidenza Obama e della politica estera statunitense in genere – incapaci d’articolare un’agenda di cooperazione vantaggiosa per i governi dell’UE – una fazione sempre più larga in seno alle élites politiche ed economiche europee, dalla Francia all’Italia alla Germania ed oltre, guarda a più stretti legami con la Russia e l’Eurasia, mercati della crescita economica futura. Ciò chiaramente non suscita grande entusiasmo a Washington. Le “rivelazioni” di “Wikileaks” sull’Italia e la Russia devono essere lette tenendo chiaro in mente lo scenario geopolitico.

(traduzione di Daniele Scalea)


* F. William Engdahl, politologo ed economista, titolare della Engdahl Strategic Risk Consulting, collabora regolarmente con “Eurasia” (del cui Comitato Scientifico è membro) ed altre prestigiose pubblicazioni, tra cui “Asia Times”, “Business Banker International” e “Global Research”, di cui è direttore associato. Ha pubblicato diversi libri; la sua ultima opera è Gods of Money: Wall Street and the Death of American Century (2010).


Sull’argomento vedi anche:

I rapporti Italia-Russia, l’Ambasciata USA ed il declino di Berlusconi

Shale gas vs South Stream. La campagna del “Corsera”

«Rapporti con la Russia: in Germania non ci sono le polemiche italiane» – S. Grazioli

«Per gli USA è facile influenzare la politica italiana» – D.Scalea all’IRIB

Europa e Russia: gas-Ostpolitik

Condividi

Articolo precedente

La sfida dell'India

Articolo successivo

La Russia al tempo di Wikileaks. Intervista a Bruno Sergi