Lo scorso 2 marzo si sono svolte in Iran le elezioni parlamentari per eleggere 290 deputati del Majles (Parlamento), per un periodo di quattro anni. Questa è stata la nona tornata elettorale per le politiche, dalla Rivoluzione islamica del 1979. Il sistema parlamentare iraniano è di tipo monocamerale e tutte le norme approvate dal Parlamento sono soggette al controllo costituzionale del Consiglio dei Guardiani (Shoraie Negahban), una sorta di Corte costituzionale con sindacato preventivo. Nei sistemi costituzionali europei normalmente vi sono due Camere, una “bassa” e una “alta” e il controllo sulla legittimità costituzionale avviene dopo che la legge emanata dal potere legislativo diviene operativa (in Italia funziona esattamente in questo modo). L’unico sistema europeo che prevede in alcuni casi residuali un controllo di legittimità preventivo è quello francese.

Alle recenti elezioni iraniane hanno partecipato poco più di 3.000 candidati, sui circa 5.000 iscritti, visto che tutte le iscrizioni vengono vagliate da alcuni comitati elettorali provinciali e poi dal Consiglio dei Guardiani, per valutare alcune caratteristiche degli aspiranti deputati. Infatti, in base al Testo costituzionale iraniano, sono candidabili solo le persone che non abbiano precedenti penali e procedimenti pendenti, che riconoscano i valori della Costituzione e siano fedeli ad essa.

La situazione politica interna alla Repubblica islamica

Le elezioni di venerdì 2 marzo hanno sancito la vittoria schiacciante, per la terza volta consecutiva (le precedenti tornate elettorali del parlamento si erano svolte nel 2004 e nel 2008) della variegata formazione dei conservatori (forse sarebbe meglio chiamarli “tradizionalisti”). La differenza fondamentale però con gli altri anni è che all’interno dei conservatori si sono create coalizioni diverse con orientamenti antitetici. L’attuale confronto politico quindi, non è più tra conservatori e riformisti, confronto quest’ultimo in voga fino alle elezioni presidenziali del 2009 con la contesa tra Ahmadinejad (conservatore) e Musavi (riformista), ma all’interno dei conservatori. Possiamo individuare almeno quattro anime all’interno dei conservatori: 1- i sostenitori del Presidente Ahmadinejad. 2- Il cartello elettorale denominato “Fronte della Stabilità”, sostenitore della politica economica e della politica estera del governo, ma preoccupato del comportamento di alcuni collaboratori di Ahmadinejad, accusati di ostruzionismo nei confronti della Guida spirituale, l’Ayatollah Khamenei. 3- Il “Fronte Unito dei Tradizionalisti”, avversario del governo per ciò che riguarda le politiche economiche, sociali e culturali. 4- La lista denominata “La Voce del Popolo”, avversaria del governo in modo radicale, con posizioni molto vicine ai riformisti.

Alla fine è stato chiaro che nel prossimo Parlamento il gruppo parlamentare di maggioranza relativa, con circa il 40% dei seggi, sarà il “Fronte Unito”, vicino all’attuale Speaker, Ali Larijani. Sarebbe però sbagliato dire che il nuovo Parlamento sarà sicuramente in antitesi col governo, visto che un ruolo importante per le future alleanze lo giocheranno i candidati indipendenti, circa il 25% dei deputati neoeletti. Inoltre, tanto per complicare ulteriormente le cose, alcuni deputati eletti nel “Fronte Unito”, hanno posizioni meno radicali nel criticare il governo rispetto ad altri membri della coalizione. Gli scenari quindi sono molto variabili e potrebbero esserci delle sorprese nei ballottaggi che si terranno nelle prossime settimane; attualmente sono stati assegnati 225 seggi su 290.

Il messaggio internazionale delle elezioni iraniane

L’Iran è un Paese fondamentale per gli assetti vicinorientali e mondiali, visto che la regione in cui è collocato fornisce buona parte del petrolio del mondo. Con l’avvento della cosiddetta “Primavera araba” e i venti rivoluzionari nel mondo arabo, con la costante pressione occidentale sull’Iran per un cambio di regime che favorisca gli Usa, e con la costante minaccia di un intervento militare israeliano, le elezioni hanno assunto un ruolo fondamentale per garantire alla Repubblica islamica un sostegno diffuso nella popolazione iraniana. Infatti la tornata elettorale ha riscontrato una partecipazione del 65% degli aventi diritto; questo è stato un grande successo per la “democrazia islamica” in Iran e ha confermato che la grande maggioranza degli iraniani crede nei valori della Costituzione del 1979. Prima delle elezioni, i media in lingua persiana legati al governo americano ed inglese come VOA (Voice of America) PERSIAN e BBC PERSIAN hanno messo in scena una pesante campagna di boicottaggio delle elezioni, ma alla fine gli iraniani sono andati alle urne, stabilendo un primato di partecipazione rispetto alle elezioni americane, dove normalmente più della metà delle persone non va a votare, gettando così nel discredito la classe dirigente nordamericana.

In un discorso tenuto pochi giorni dopo il voto iraniano, il Presidente Obama ha detto che l’ipotesi di un intervento militare in Iran non è all’ordine del giorno, ammettendo quindi che intervenire in un Paese in cui vi è un regime politico stabile sarebbe una follia: non come in Iraq, dove l’avanzata dell’esercito americano fino a Baghdad avvenne quasi indisturbata, visto che dopo dodici anni d’embargo Saddam Hussein godeva di un appoggio popolare in netto calo, particolarmente nelle regioni meridionali e settentrionali del Paese. Ciò ovviamente non vuol dire che ormai non esiste più alcuna minaccia per l’Iran, ma solo che la principale arma di ‘distruzione di massa’ a disposizione di un regime è l’appoggio popolare, il consenso verso i valori fondamentali di un ordinamento politico e sociale, e non la “terribile” arma atomica, come invece la propaganda occidentale vorrebbe farci credere

NOTE
*Ali Reza Jalali è laureato in legge, si occupa dello studio della costituzione e della forma giuridica in vigore nella Repubblica Islamica dell’Iran.

 

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