Non è soltanto quell’inquieta attesa del clero, all’apparenza criptica che disorienta, ma pure le analisi dei tanti politologi dalle quali trasuda una certa difficoltà nell’inquadrare le origini della protesta popolare e a spiegarle, ad immaginare i tempi e i modi in cui si evolverà la crisi. Infatti, la rivolta nel Maghreb nessuno l’ aveva inserita nei «dieci scenari da evitare nel 2011».

Eppure la rimozione di Hosni Mubarak è da tempo nell’agenda della politica estera degli Stati Uniti con tanto di regole e di modalità di svolgimento. Esse prevedono il controllo ideologico di ogni movimento di protesta e la sostituzione del contestato presidente con un nuovo capo di Stato altrettanto compiacente come lo è stato per trent’anni Hosni Mubarak.

L’obiettivo di Washington è quello di non perdere un “alleato importante” come l’Egitto, che è – tra l’altro – il maggior beneficiario degli aiuti militari statunitensi dopo Israele. Infatti, il Paese ha una funzione di avamposto strategico nelle operazioni militari degli Stati Uniti e nella loro “guerra sporca” in Medio Oriente, e non soltanto là. E’ convinzione diffusa tra i gruppi internazionali che si battono per la difesa dei diritti umani, che moltissime delle “ persone sospette” catturate dalle forze statunitensi, nei diversi teatri di crisi, vengano consegnate segretamente all’Egitto, per degli «interrogatori approfonditi», come ricorda Finian Cunningham. Nel suo recente: “Egypt: US-Backed Repression is Insight for American Public”, egli spiega con un’ ampiezza di particolari ben documentati che «il Paese funziona come una gigantesca, “Guantanamo” del Medio Oriente, opportunamente obliterata dall’interesse del pubblico Usa, e nascosta da sottigliezze giuridiche sui diritti umani».

Infine, si tenga a mente che l’anno scorso, gli Stati Uniti hanno versato un miliardo e mezzo di dollari in armamenti, ma anche in aiuti al regime di Mubarak perché esso ha avallato le politiche pro-israeliane americane e quindi ha aiutato Israele a mantenere la sua pressione su Gaza.

Tuttavia se da una parte gli Stati Uniti hanno sostenuto il governo di Mubarak, incluse le sue atrocità, dall’altra parte hanno continuato a finanziare le attività dei suoi oppositori attraverso speciali fondazioni che hanno legami con il dipartimento di Stato e il Pentagono.

Secondo “Freedom House Press Releases”, «la società civile egiziana è vivace sì, ma vincolata. Ci sono centinaia di organizzazioni non-governative egiziane, vere e proprie coadiuvanti dei dissidenti, che operano rispettando direttive statunitensi ben irreggimentate.». Insomma la parola d’ordine è «garantire la continuità», e nel contempo alimentare, «l’illusione che un cambiamento politico significativo si è verificato».

Naturalmente questo accade non soltanto in Egitto, ma su tutta la sponda Sud del Mediterraneo squassata dai conflitti che per molti aspetti fanno da tragica chiosa al decennio di George Bush e della sua Amministrazione con le due guerre (Iraq e Afghanistan) non ancora concluse, e i traumi creati da Huntington, l’inventore di “ Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale”, la tesi con la quale – come si ricorderà – egli teorizza il “Clash of Civilization”, lo “Scontro di Civiltà” appunto.

Va pure aggiunto che l’amministrazione Obama non si discosta di molto dalle strategie del suo predecessore. Si limita ad adeguarle ai nuovi tempi, e non potrebbe fare diversamente perché gli Stati Uniti non vogliono rinunciare alle loro basi militari e quindi alla loro presenza nel mondo arabo. Pertanto, essi si riservano un ruolo chiave nel programma di “democratizzazione” cioè nello svolgimento delle cosiddette elezioni democratiche nell’intero Maghreb percorso dalla sollevazioni popolari.

L’idea è di promuovere le coalizioni cooptando i partiti politici, non escludendo quelli della sinistra moderata, ma soprattutto si lavora e si investe per raccogliere in un partito quei gruppi della società civile che attualmente giocano un ruolo importante nel movimento di protesta e che sono sostenuti, indottrinati e finanziati dagli Stati Uniti.

Insomma si lavora e si investe per una coalizione che, per forze di cose servirà gli interessi degli Stati Uniti. Così operando si realizzerebbe in pieno anche nel Ventunesimo secolo il sogno americano: instaurare in tutto il Maghreb, utilizzando i movimenti di protesta, nuovi regimi, non più retti da un dittatore, ma con una veste democratica, con lo scopo non ultimo di rivitalizzare nel mondo l’immagine degli Usa quale modello di libertà e giustizia.

A riprova c’è il discorso dell’altro ieri del presidente Obama che ha ribadito la necessità di «avviare un processo di transizione ordinato che inizi subito, e coinvolga tutte le parti, in grado di portare verso pratiche democratiche» e verso future elezioni «libere e giuste». Obama ha anche confermato che i primi colloqui in Egitto per definire i particolari della transizione sono iniziati.

In questo scenario comincia a delinearsi la posizione di cauto distacco, dai disegni di Obama, dei Fratelli Musulmani i quali rappresentano il segmento più importante dell’opposizione a Mubarak e, come “indipendenti”, costituiscono il più vasto blocco, (88 seggi sui 444 eleggibili della camera bassa), nel parlamento d’Egitto.

Essi – ecco il primo segnale di presa di distanza – – non presenteranno un loro candidato alle imminenti elezioni presidenziali, come l’altro ieri ha dichiarato un dirigente della Fratellanza, Mohammed al-Beltagi, all’emittente Al Jazeera. Un altro esponente del gruppo, Saad Katatni, ha spiegato che vogliono sondare le «reali intenzioni del governo» e che il solo dialogo «non conduce a nulla, la gran parte delle richieste non è stata rispettata».

Per poter valutare il “peso” di queste prese di posizione bisogna tenere a mente che i Fratelli musulmani egiziani formano l’organizzazione madre di tutte le altre fratellanze islamiche in Giordania, Algeria, Iraq, Palestina. E’, come detto, un’associazione religiosa, ma anche un partito politico di massa. Inoltre essa può contare sul sostegno di una parte rilevante della media e alta borghesia, come dimostra il controllo che il gruppo esercita sui più importanti ordini professionali, da quello dei medici a quello degli avvocati, a quello degli ingegneri.

Insomma la Fratellanza, dopo la dura repressione subita durante l’èra nasseriana, ha iniziato un’opera capillare di reislamizzazione “dal basso” della società imperniato sul ritorno dell’individuo a quello che viene definito l’”autentico Islam”. E così in tre decenni o giù di lì la Fratellanza è diventata una presenza radicata in ogni strato della popolazione del Paese. Beninteso, il primato non è stato raggiunto con le prediche degli Ulema soltanto. A chi gli chiede spiegazione di un così largo consenso Abu al-Futuh, il leader del sindacato dei medici controllato dai Fratelli, preferisce fare un esempio concreto: «Abbiamo cinquanta ospedali al Cairo, venticinque sono nuovi. Curiamo due milioni di pazienti l’anno a prezzi politici. Da noi un’operazione al cuore costa cinque mila lire egiziane (circa 800 euro) mentre negli ospedali privati cinquanta mila. Siccome riceviamo donazioni da gente ricca e da associazioni, i nostri pazienti possono pagare le prestazioni secondo le loro disponibilità».

Va pure detto che, grazie alle paraboliche, si sono moltiplicati i telepredicatori della congregazione e tutti registrano favolose audience. Inoltre, gran parte del consenso è stato anche raccolto perché i Fratelli hanno esteso la loro influenza al sistema educativo e investito capitale umano, e non solo, nelle strutture del welfare religioso. Infine si sono assicurati la preferenza elettorale perché hanno saputo dimostrare che sanno far funzionare gli ospedali “in nome di Dio”, che sanno soccorrere le masse che il governo dimentica, che sanno amministrare con trasparenza.

Se questo è lo scenario, ben si comprende perché i Fratelli Musulmani non hanno voluto essere il “perno” di una rivolta per molti versi irreggimentata.

Certo, molti sostengono che è nata spontanea, che essa è figlia della bomba demografica, della diffusione dell’istruzione, della rete e di emittenti televisive come Al Jazeera.

Molti altri ancora dichiarano che il vero motore sono le organizzazioni della società civile finanziate dagli statunitensi le quali agiscono come un “cavallo di Troia“, quando vengono incorporate all’interno del movimento di protesta. Ma nei tanti discorsi finora espressi c’è sempre quel rutilare di etichette poco edificanti, come Islam e Occidente, che sviano e confondono la mente quando essa si sforza di dare un senso a una realtà disordinata che non intende essere archiviata o liquidata con tanta facilità.

Questo accadrà finché prevale un certo modo di pilotare le crisi secondo il quale è meglio inventarsi slogan al fine di mobilitare le passioni collettive piuttosto che riflettere, esaminare, cercare di capire che cosa si sta in realtà affrontando, l’interconnessione di innumerevoli vite, “nostre” quanto “loro”. Infatti, i risultati di queste politiche si continuano a vedere in Iraq, Iran,Afghanistan, e l’elenco non finirebbe qui.

I religiosi – musulmani o cristiani (dieci milioni di copti in Egitto) – hanno regole di condotta collaudate nei secoli che li accomunano al di là delle dispute. Essi sono sempre disposti – per accumulare consenso – a trovare parole « molto rassicuranti per gli uomini e le donne che si trovano incagliati nel bel mezzo delle acque profonde della tradizione e della modernità», come scriveva una decina di anni fa Eqbal Ahmad, un giornalista pachistano esperto di Medio Oriente come pochi altri.

I Fratelli Musulmani sono tutto questo? E chi lo poteva immaginare nel 1976, nell’Egitto di Anwar Sadat, quando ricominciavano di nuovo ad agire dopo la dura repressione di Nasser. Ricordo che la loro sede era in centro, in una stradina non distante da piazza Tahrir. Era in un piccolo edificio con un’unica porta dipinta con incerte pennellate di verde, il colore dell’Islam. Dentro, in quel pomeriggio, vi erano quattro, cinque funzionari, non di più.

*Vincenzo Maddaloni, giornalista e saggista. E’ un autore di Eurasia

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