Premessa

Contro chi combattono realmente Russia, Iran, le forze lealiste ed Hezbollah in Siria? La risposta a tale quesito, pur riconoscendo l’intrinseco carattere dicotomico sacro/profano della scienza geopolitica[1], non può limitarsi all’idea dello scontro sul controllo delle risorse e dei corridoi energetici o sulla volontà nordamericana di imporre il proprio dominio sul Rimland eurasiatico. Il progetto “Grande Medio Oriente” varato nei primi anni Duemila dall’amministrazione Bush-Cheney,  improntato sulla costituzione del pivot geopolitico curdo come testa di ponte utile alla destabilizzazione dell’area, ha un precedente, sostanzialmente identico nella strategia, nel Piano Oded Yinon del 1982 volto alla realizzazione della Grande Israele (Eretz Yisrael) nei confini auspicati per lo Stato ebraico dal padre del sionismo Theodor Herzl nel 1904: ovvero, “dal fiume d’Egitto al gran fiume, il fiume Eufrate”, secondo ciò che scritto nel Libro della Genesi (15, 18-21).

Tale Piano, noto come “Una strategia per Israele negli anni Ottanta”, oltre a rivendicare il Sinai, sottratto con l’inganno dal Presidente egiziano Sadat all’occupazione sionista, come parte integrante dello Stato ebraico, pone le basi per la futura destabilizzazione dell’area e per una strategia di lungo periodo che avrebbe inevitabilmente condotto Israele al totale controllo della regione e delle sue risorse. Il Piano, pubblicato sotto forma di articolo sulla rivista sionista Kivunin (Direzioni), mira, di fatto, alla disgregazione del mondo arabo come fattore fondamentale per lo sviluppo della politica di potenza ebraica: “nel lungo periodo questo mondo non sarà più in grado di esistere”[2]. L’articolo, riguardo all’Iraq, si esprime in questi termini: “la dissoluzione dell’Iraq è ancora più importante per noi di quella della Siria. L’Iraq, ricco di petrolio, è un candidato garantito per gli obiettivi di Israele […] In Iraq, una divisione in province lungo linee etnico-religiose è possibile. Così, tre o più Stati esisteranno attorno alle tre città più importanti: Bassora, Baghdad e Mosul. La zona sciita nel sud separata da quella sunnita e curda al nord”[3].

Non è un caso se proprio nel 1982 la Siria dovette subire, sotto la spinta di Mossad e CIA, la ribellione islamista di Hama’[4]. E non è un caso se nel corso del medesimo anno il Libano, già dilaniato dalla guerra civile, dovette subire un nuova aggressione sionista (Operazione Pace in Galilea) il cui reale obiettivo era la vera e propria annessione del sud del Paese dei cedri, con relativa espulsione delle popolazione sciita, sulla base di argomentazione storico-religiose. Tanto che la direzione del rabbinato militare fece circolare tra i soldati di stanza in Libano carte geografiche di Eretz Yisrael con tanto di nomi di villaggi e città riportati in ebraico[5]

Ora, è un dato di fatto che il nucleo centrale dell’ala cosiddetta neocon del Partito repubblicano statunitense, che ha avuto un ruolo di primo piano nell’amministrazione Bush, abbia un’ascendente giudaico-sionista di non poco rilievo. E’ altresì vero che la lobby sionista esercita una notevole influenza sul Congresso. E l’attuale amministrazione Trump, dopo gli anni del lead from behind di Barack Obama, è espressione della corrente più oltranzista del sionismo nordamericano. Va da sé che la recente scelta di interrompere il piano di rifornimento ai cosiddetti “ribelli siriani” è facilmente spiegabile con il fatto che questi abbiano esaurito il loro compito ora che la costruzione del pivot curdo è cosa fatta.

Comprendere il fatto che il sionismo sia solo il ramo laico (inteso nel senso etimologicamente corretto del termine laikós, ovvero: popolare, volgare), di un progetto imperialistico-messianico più vasto è solo il primo passo per determinare il reale carattere dello scontro geopolitico in atto nel Levante. L’obiettivo di questo studio è proprio quello di dimostrare la stretta connessione che esiste tra messianismo ed imperialismo e come l’imperialismo, lungi dall’essere esclusivamente uno “stadio specifico dell’economia mondiale”[6], sia l’esito inevitabile di un progetto messianico pronto ad evolversi dalla fase regionale a quella mondiale.

 

L’imperialismo come esito del messianismo.

Carl Schmitt, nel tentativo di comprendere il reale significato del termine nomos, individuò tre diverse accezioni a cui il sostantivo greco può fare riferimento: appropriazione, divisione, produzione[7]. Il giurista tedesco, allo stesso tempo, sottolineò come la storia dei popoli, con le loro migrazioni e conquiste è una storia di appropriazione della terra. E di come questa appropriazione non debba essere intesa esclusivamente come appropriazione di terra libera (senza padrone) ma anche come conquista di terra nemica sottratta al suo precedente proprietario. Il racconto della conquista di Canaan da parte degli ebrei rappresenta l’archetipo biblico di questa forma di appropriazione.

Carl Schmitt fece altresì notare come la redazione di uno dei testi fondamentali del marxismo-leninismo, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, venne ispirata non tanto dall’osservazione dei rapporti economici ma dalla formulazione del programma di politica mondiale da parte di Joseph Chamberlain che considerava l’imperialismo, inteso nel senso di appropriazione di nuove terre, come la soluzione della questione sociale. Lenin, impressionato da una simile affermazione, non poté far altro che constatare il carattere predatorio ed usurpatore dell’imperialismo anglo-sassone. Il fatto stesso che la divisione e la produzione dovessero essere precedute dall’espansione coloniale, appariva al rivoluzionario russo come l’espressione di un ordine contrario al progresso, reazionario e disumano. Tuttavia, Lenin non hai mai negato il carattere triplice del significato del termine greco nomos, ma lo ha riadattato ad una filosofia della storia in cui l’appropriazione viene sostituita dall’espropriazione, la divisione diventa re-distribuzione, ed in cui l’aumento smisurato della produzione rende obsoleta ogni forma di nuova appropriazione. Carl Schmitt, inoltre, mise in evidenza come su questo punto il socialismo si incontri con il liberalismo in quanto entrambi guardano al progresso sterminato della tecnica come l’unico sistema per evitare una ricaduta nel diritto primordiale di preda[8].

Tuttavia, l’analisi del leader bolscevico, concentrandosi marxisticamente sull’aspetto prettamente economico e predatorio dell’imperialismo britannico, non ha potuto intuire il carattere religioso di questo fenomeno che, di lì a poco, si sarebbe compiutamente palesato nel passaggio di consegne all’Isola maggiore: l’America.

Lo studioso Anders Stephanson ha esaminato approfonditamente l’idea di “destino manifesto”: l’espressione coniata da John O’Sullivan nella metà del XIX secolo per definire la missione nordamericana di espansione nel continente assegnatogli dalla Provvidenza, e successivamente utilizzata dal Presidente Wilson per sottolineare il ruolo statunitense di guida del mondo verso un futuro migliore attraverso un costante intervento di rigenerazione. Stephanson è giunto alla conclusione che gli Stati Uniti, non siano stati l’unico paese ad attribuire un carattere esemplare alla propria identità nazionale. “Ogni Stato-nazione, o gli stessi imperi del passato hanno sostenuto la propria unicità o hanno ritenuto di essere stati consacrati da un ordine superiore. Tuttavia, nessuno ha mai preteso che tale consacrazione dovesse imporre una trasformazione del mondo a propria immagine e somiglianza conducendo alla fine stessa della storia”[9]. Stephanson riconosce che questo ruolo profetico ed universale sia un prodotto dell’eredità puritana, della riproposizione della narrazione dell’Esodo e dunque del tema ebraico dell’elezione divina attraverso il Patto con Dio. Non è dunque errato affermare che l’imperialismo nordamericano abbia una diretta discendenza dal messianismo ebraico. Il popolo eletto ha un’enorme responsabilità sulle spalle: la scelta tra il bene ed il male che determinerà il perdurare o meno del patto stipulato con Dio. Una scelta che implica la necessità di intervenire nel mondo secondo giustizia per cambiarlo e rigenerarlo. E solo attraverso la Nuova Israele la giustizia universale ritornerà nel mondo.

Una simile prospettiva, in primo luogo, certifica la bontà dell’affermazione del pensatore conservatore polacco Emmanuel Malynski che riteneva ogni forma di imperialismo come “megalomania nazionalistica”[10]. In secondo luogo, certifica l’assoluta coincidenza tra l’ideale imperialistico nordamericano con il suo antecedente giudaico. “Nei testi classici della tradizione ebraica, universalismo e particolarismo etnico-religioso e nazionalistico non sono due tendenze contrapposte, ma due aspetti della stessa ideologia messianico-imperialistica. L’universalismo coincide con l’impero universale di Jahvè e con il dominio del popolo eletto. Universalismo è sinonimo di imperialismo universale giudaico”[11]. Questo universalismo deriva dal patto che Jahvè, prima ancora del patto con i patriarchi, tramite Noè, strinse con l’umanità intera[12]. “Secondo gli esegeti ebrei l’inizio della Bibbia sarebbe infatti scritto in un prospettiva universalistica, mentre l’alleanza tra Jahvè ed Abramo avrebbe introdotto un importante elemento particolaristico”. Tuttavia tale presunto universalismo non è in contrapposizione con il particolarismo ma né è una logica conseguenza. 

Ora, se è vero che la missione di Abramo, secondo l’interpretazione generalmente accettata da tutti i biblisti, non è limitata alla creazione di Israele (“nella tua discendenza saranno benedette tutte le nazioni” – Genesi 22, 17-18), ma va intesa come ricreazione di tutta l’umanità. È altrettanto vero che tali nazioni saranno benedette soltanto se riconosceranno la sovranità di Jahvè, “come appare nel Salmo 72 dove la benedizione delle nazioni implica la loro totale sottomissione a Israele ed al suo Messia”[13]. Le stesse idee ebraiche di pace (shalom) e di giustizia (sedeq), sulla base della Torah, sono associate alla mera supremazia sui nemici. “Al centro della speranza dell’Antico Testamento non c’è la prospettiva di una pace universale neutrale in cui tutti gli uomini convivono così come sono. Al centro della speranza messianica sta invece la potenza di Jahvè, ottenuta o con la sottomissione spontanea dei popoli o con la vittoria eclatante su tutti i nemici […] La pace universale non è altro che la pax giudaica, cioè il riconoscimento della sovranità di Jahvè e la sottomissione di tutti i popoli della terra all’ordine mondiale stabilito dal Messia ed al dominio universale di Israele”[14]. Una prospettiva non dissimile dalla volontà globalista di imposizione della pax americana improntata sull’idea che “il Messia sia l’America stessa e la sua mentalità”[15]. E non è un caso, se diversi esegeti cristiani del Talmud, identificavano il Messia ebraico non come persona singolare ma come popolo; “per l’appunto il popolo di Israele predestinato a regnare sopra l’universo”[16].

Dunque, su uno sfondo profondamente influenzato dal messianismo ebraico, si sviluppa l’ideale imperialista statunitense. Il presidente Wilson, al termine del Primo Conflitto Mondiale definì gli Stati Uniti come una Nuova Israele: una nazione eletta e messianicamente destinata a portare la legge e l’ordine nel mondo. E su questo sfondo messianico avviene la deformazione della dottrina isolazionista del Presidente Monroe, a suo tempo già incentrata sull’idea della superiorità morale dell’America (patria della libertà)[17] nei confronti dell’Europa (dimora del dispotismo secondo Thomas Jefferson)[18]. Ed è in questo istante che si compie il passaggio dall’imperialismo regionale della Dottrina Monroe all’imperialismo mondiale.

Un passaggio che si compie anche nel Midrash (investigazione, ricerca) dei testi sacri dell’ebraismo ed in particolar modo nel commento alla Genesi di R. Shelomoh ben Isaak, meglio noto come Rashi. Egli afferma: << Se i popoli del mondo dicessero ad Israele: “voi siete dei predoni, perché avete preso con la forza le terre appartenenti alle sette nazioni”, essi potrebbero replicare loro: “tutta la terra appartiene al Santo, benedetto Egli sia: è Lui che l’ha creata e l’ha data a chi parve giusto ai suoi occhi. Con un atto della sua volontà Egli l’ha tolta a loro e l’ha data a noi”. Poiché tutto l’universo appartiene a Jahvè, e Lui con un libero atto della sua volontà ha dato agli israeliti la Terra promessa, Egli implicitamente può dare al popolo eletto anche il mondo intero>>[19]. Dunque, essendo Jahvè signore non solo della Palestina ma del mondo intero, il dominio universale giudaico rappresenta il passaggio immediatamente successivo rispetto alla riconquista ebraica della Terra promessa.

 

Su messianismo e sionismo

Il movimento sionista, nato ufficialmente nella seconda metà del XIX secolo, nonostante la sua pretesa impostazione laica e socialista (una trappola che riuscì a trarre in inganno anche uno statista tendenzialmente antigiudaico come Josif Stalin)[20], ha rappresentato l’inevitabile esito del messianismo ebraico. La stessa formulazione dei confini dello Stato ebraico ad opera di Theodor Herzl nel 1904 secondo le linee stabilite in Genesi 15, 18-21, e quella successiva proposta dalla delegazione sionista alla Conferenza di Pace di Versailles, secondo Numeri 34, 1-15 ed Ezechiele 47, 13-20, ne sono la più evidente dimostrazione. Il ritorno degli ebrei, numericamente aumentati in Palestina, la riedificazione di Gerusalemme e la ricostruzione del Tempio sul monte di Sion, sede della presenza divina tra gli uomini, sono i segni che nell’escatologia ebraica spalancano le porte all’avvento dell’era messianica.

Ora, leggendo Lo Stato ebraico di Theodor Herzl, manifesto programmatico del sionismo, il carattere messianico del progetto, nonostante il velo progressista e laicizzante di molte delle sue parole d’ordine, appare con chiarezza. “Noi mostriamo la via per la Terra promessa”[21]. E ancora: “il mondo sarà liberato per la nostra libertà, arricchito dalla nostra ricchezza e ingrandito dalla nostra grandezza”[22]. E con altrettante chiarezza vengono posti in evidenza gli strumenti, anch’essi avvallati dalla dottrina rabbinica, attraverso i quali si mirava alla realizzazione di tale progetto. Afferma Herzl: “La Palestina è la nostra patria storica, indimenticabile […] Se sua Maestà il Sultano ci desse la Palestina, ci potremmo in cambio impegnare a sistemare completamente le finanze della Turchia; per l’Europa, che dovrà garantire la nostra esistenza, rappresenteremmo colà un vallo contro l’Asia, copriremmo l’ufficio di avamposto della civiltà contro la barbarie”[23]. Il fatto che Herzl ignori volutamente la presenza della popolazione araba in Palestina, all’epoca largamente maggioritaria, è già di per sé significativo del carattere esclusivista etnico-religioso impresso nella progettualità sionista. Tuttavia, a colpire maggiormente è il disegno volto allo smantellamento dell’Impero Ottomano tramite il ricatto economico (il denaro e “l’aristocrazia del denaro” come strumento di domino)[24]. Una disgregazione che di lì a poco sarebbe stata prodotta, a livello interno, dalla Rivoluzione dei Giovani Turchi (da taluni definita come la Rivoluzione ebraica nell’Impero Ottomano)[25], e per ciò che concerne la sua dimensione territoriale, dalla Prima Guerra Mondiale. Ma l’idea di disgregazione dell’Impero Ottomano, nella prospettiva del messianismo ebraico, non è di origine recente.

Solomon Molcho ed il suo maestro David Reubeni, che ebbero un ruolo di primo piano nella creazione dell’idea delle radici giudaico-cristiane dell’Europa e dunque nell’influenzare i cristiani cercando di sottometterli alle idee del messianismo giudaico[26], prima di finire nel rogo dell’inquisizione di Carlo V, fecero il giro delle corti d’Europa cercando di convincere i sovrani europei della necessità di attaccare l’Impero Ottomano per ricreare il Regno d’Israele. In particolar modo, Molcho propose a Papa Clemente VII l’idea di creare un esercito di marrani (ebrei falsamente convertiti al cristianesimo) atto alla realizzazione di tale impresa.

I movimenti millenaristi inglesi e protestanti, profondamente influenzati dal messianismo ebraico, abbracciarono a loro volta l’idea restaurazionista nella convinzione che il ritorno degli ebrei in Terra Santa avrebbe avvicinato il nuovo avvento di Cristo.

Di enorme rilievo fu anche il ruolo giocato da Sabbatai Zevi che, intorno alla metà del XVII secolo, venne considerato da larga parte della popolazione ebraica di Europa, Africa del Nord e Levante come il Messia, dando vita altresì a quel movimento noto come sabbatianesimo il cui obiettivo era la disgregazione dell’Impero Ottomano, e con esso dell’Islam, dall’interno. Sabbatei Zevi ordinò infatti ai suoi discepoli e familiari di convertirsi falsamente all’Islam per il raggiungimento di tale scopo dando vita al fenomeno conosciuto nell’area ottomana come donmeh.

Non è un caso se spesso il wahhabismo, ad oggi il più importante alleato del sionismo nell’area del Levante, venga paragonato proprio al sabbatianesimo. Nathan di Gaza, mentore ed ispiratore di Sabbatai Zevi, scrisse a suo tempo falsi rapporti, inviati a diverse comunità ebraiche europee, nei quali si descriveva con dovizia di particolari l’azione di un fantomatico esercito che partito dal Najd, avrebbe conquistato Mecca e Medina e distrutto le tombe dei compagni del Profeta e della sua famiglia: esattamente ciò che fecero i wahhabiti con il loro portato ideologico anti-tradizionale ed a-culturale una volta raggiunto il potere nella Penisola Arabica[27]. Lo stesso ispiratore del wahhabismo, Muhammad Abd al-Wahhab, nella Tradizione islamica è spesso paragonato a Shaytan. È infatti riportato nella Sunna profetica che Shaytan prese la forma di un vecchio del Najd nel momento in cui i Quraish decidevano sulla sorte da riservare al Profeta Muhammad, suggerendo loro di ucciderlo. Non è dunque un caso se Abd al-Wahhab fosse famoso tra i suoi contemporanei come “il vecchio del Najd”.

Ma è attorno alla città santa di Gerusalemme che si concentra il progetto messianico ebraico-sionista. La sua occupazione da parte dei sionisti europei, identificati con le genti di Gog e Magog nella prospettiva dello Shaykh Imran Hosein, costituisce il presupposto per la manifestazione del Djallal – il mentitore o falso messia – che ha un ruolo di primo piano nel sistema escatologico islamico[28]. Ed anche in ambito cristiano, prima del definitivo sdoganamento cattolico del sionismo ad opera del Concilio Vaticano II, fin dalle origini della tradizione patristica, il Messia giudaico veniva assimilato all’Anticristo che avrebbe cercato di distruggere la religione cristiana e sovvertire l’ordine sociale edificato dalla Chiesa. “Secondo i padri della Chiesa l’Anticristo sarebbe sorto dal seno stesso del giudaismo ed il suo avvento avrebbe coinciso con il trionfo di Israele e la ricostruzione del tempio di Gerusalemme”[29].

 

Conclusioni

Youssef Hindi, in un articolo datato 2015 dal titolo Russia, Europa ed Oriente: la doppia strategia dell’impero per piegare Mosca, cerca di dimostrare che Russia ed Iran non stiano combattendo contro l’imperialismo statunitense ma contro quello giudaico. Hindi mette in evidenza come la strategia sionista nei confronti della Russia (mantenimento di buone relazioni diplomatiche ma feroce opposizione ad ogni alleato della Russia nell’area) si combini con quella nordamericana. Nel luglio del 2013, per voce del “principe del terrorismo” Bandar bin Sultan[30], l’Arabia Saudita, principale alleato sionista nella regione, cercò di attirare la Russia dal proprio lato attraverso l’offerta di vantaggiosi accordi economici. Il netto rifiuto della Russia al compromesso ha segnato il progressivo accerchiamento nordatlantico culminato con il colpo di Stato in Ucraina e l’inasprimento dello scontro nel Levante.

Se la cristianità occidentale si presenta oramai ammansita e prona ai desideri imperialisti dell’entità sionista, la cristianità orientale, maggiormente legata alla tradizione paolina, funge ancora da “bastione della Tradizione” la cui distruzione è condizione dell’avvento del regno messianico e del dominio universale di Israele. Edom[31] è il nome con cui nei testi postbiblici viene indicata la più grande potenza empia ed idolatrica del tempo: Roma, ritenuta un impero premessianico. Dopo il tramonto dell’Impero romano questo nome passa alla seconda Roma (Costantinopoli) ed a seguito della sua caduta e della translatio imperii a Mosca (la terza Roma). Edom – inteso come la cristianità – nella prospettiva del messianismo ebraico viene dunque assimilato alle forze del male che saranno annientate da Jahvè.

Il filosofo e mistico Vladimir Solov’ev, nella summa profetica del suo pensiero I tre dialoghi ed il racconto dell’Anticristo, tramite il personaggio del Generale, invitava l’Impero zarista a farsi baluardo della cristianità espandendosi oltre Costantinopoli e fino a Gerusalemme[32]. Una simile prospettiva ad oggi è irrealizzabile. Tuttavia, il rinnovato impegno russo nell’area, ed il sostegno di Siria, Libano, Iraq ed Iran lasciano presagire interessanti scenari futuri. In questo senso il riconoscimento russo della sola Gerusalemme Ovest come capitale dello Stato ebraico, più che concessione all’imperialismo ebraico, deve essere interpretato come monito a non andare oltre. Soprattutto se si considera che al termine del conflitto del 1967, Moshe Dayan, Ministro della Difesa dell’entità sionista, dichiarò Gerusalemme, totalmente occupata dal sionismo, capitale unica ed indivisibile dello Stato ebraico.


NOTE

[1]C. Mutti, La geopolitica tra il sacro e il profano, su https://www.eurasia-rivista.com/la-geopolitica-sacro-profano-verona-25-febbraio/

[2]O. Yinon, Una strategia per Israele negli anni Ottanta, l’articolo è originariamente apparso in ebraico su Kivunim (Direzioni), un Giornale per il Giudaismo e il Sionismo, N° 14 Inverno, 5742, febbraio 1982 Editore: Yoram Beck. 

[3]Ibidem.

[4]Si veda a tal proposito R. Dreyfuss, The Devil’s game. How the United States helped unleash fundamentalist Islam, Metropolitan Books, new york 2005.

[5]S. Fabei – F. Polese, I guerrieri di Dio. Hezbollah: dalle origini al conflitto in Siria, Ugo Mursia Editore, Milano 2017.

[6]P. M. Sweezy, La teoria dello sviluppo capitalistico, Bollati – Boringhieri, Torino 1976, p. 307.

[7]C. Schmitt, Appropriazione/divisione/produzione. Un tentativo di fissare correttamente i fondamenti di ogni ordinamento sociale, a partire dal nomos, in C. Schmitt, Le categorie del politico, Il Mulino, Bologna 1972, p. 297.

[8] Ibidem, pp. 302-303.

[9]A. Stephanson, Destino manifesto. L’espansionismo americano e l’impero del bene, Feltrinelli, Milano 2004, p. 18.

[10]C. Mutti, Imperialismo e impero, “Eurasia”, 1/2013

[11]G. P. Mattogno, L’imperialismo ebraico nelle fonti della tradizione rabbinica, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2009, p. 25.

[12]Da questa prospettiva teologica trova il suo fondamento il movimento del noachismo. Definito come “sistema morale interno alla tradizione ebraica”, tale dottrina, escogitata in epoca talmudica, ha il solo obiettivo di sottomettere quanti più gojim possibile, trasformandoli in manovalanza al servizio dell’ideale imperialistico-messianico ebraico.

[13]L’imperialismo ebraico nelle fonti della tradizione rabbinica, ivi cit., p. 73.

[14]Ibidem, p. 29.

[15]A. Dugin, L’isola del tramonto, in Russia segreta, Edizioni all’Insegna del Veltro – Collana Elettrolibri, Parma 2014.

[16]L’imperialismo ebraico nelle fonti della tradizione rabbinica, ivi cit., p. 14.

[17]La libertà di cui qui si parla è la libertà così come solitamente la si intende in ambito anglosassone e dunque limitata da una precisa connotazione etnico-razziale. Thomas Jefferson, paladino dei diritti, era latifondista e proprietario di centinaia di schiavi. Le stesse popolazioni indigene dell’America, sulla base di un’esegesi biblica (del tutto simile a quella tradizionale ebraica) secondo la quale la terra non occupata dalla cristianità veniva considerata una terra della quale ci si poteva liberamente impadronire, avevano due opzioni di fronte a sé: la sottomissione al Dio cristiano o lo sterminio.

[18]C. Mutti, L’America non si isolerà, “ Eurasia”, 1/2017

[19]L’imperialismo ebraico nelle fonti della tradizione rabbinica, ivi cit., pp. 69-70.

[20]Si veda a tal proposito L. Mlecin, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti, Roma 2008. Il Vozd, ingannato dal carattere socialista del progetto sionista, si convinse di poter usare lo Stato ebraico in funzione anti-occidentale. Ben Gurion dichiarò in più di un’occasione la propria riconoscenza all’URSS e ad altri paesi del campo socialista (soprattutto Cecoslovacchia e Yugoslavia) per il sostegno fornito in termini di armamenti alla causa sionista. Tuttavia fu lo stesso Ben Gurion ad ammettere che il socialismo era solo uno strumento di facciata, utile in quel preciso momento storico per la completa realizzazione del progetto sionista.

[21]T. Herzl, Lo Stato ebraico, Il Nuovo Melangolo, Genova, p. 160.

[22]Ibidem, p. 163.

[23]Ibidem, p. 60.

[24]“Quando il Signore, tuo Dio, ti avrà benedetto, come ti ha promesso, presterai a molte nazioni, ma non prenderei a prestito, dominerai molte nazioni, ma esse non ti domineranno” (Deuteronomio 15, 6). L’esegesi di questo versetto biblico è incentrata sull’idea dell’usura come strumento di dominio sui non ebrei.

[25]Il movimento dei Giovani Turchi, alla pari di diversi movimenti ispirati al riformismo islamico, ha un’origine prettamente massonica. René Guénon denunciò a più riprese la degenerazione della dottrina iniziatica determinata in età moderna da organizzazioni segrete, massoniche o pseudo tali.

[26]Y. Hindi, Occident et Islam: Sources et genèse messianiques du sionisme; De l’europe mèdievalè au choc de civilization, Editions Sigest, Parigi 2015, p. 202.

[27] P. Rumi, L’Islam nell’istante unipolare, su www.eurasia-rivista.com, Rubriche – Geofilosofia.

[28] I. Hosein, Jerusalem in the Qu’ran, su www.imranhosein.org

[29] L’imperialismo ebraico nelle fonti della tradizioni rabbinica, ivi cit., p. 10.

[30] K. Barnett, Bandar bin Sultan: Prince of terrorists, su http://www.veteranstoday.com/2013/09/21/bandar/

[31] Edom – il rosso – ed “edomiti” sono i nomi con i quali vengono definiti nella Bibbia Esaù, fratello di Giacobbe ed i suoi discendenti. Gli ebrei, pretendendo di essere figli di Giacobbe, consideravano Esaù come padre di Roma e della cristianità.

[32] V. Solov’ev, I tre dialoghi ed il racconto dell’Anticristo, Marietti Editore, Genova 1996, p. 96.

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Nato ad Iglesias il 26 ottobre 1982. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali (orientamento Storia e Istituzioni dell’Asia e dell’Africa) presso l’Università degli Studi di Cagliari. Ha conseguito nel 2015 il diploma di Master in Middle Eastern Studies presso ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.