Vista la delicatezza del tema, quando si parla di nucleare, la posta in gioco non è costituita dalle sole riserve di uranio nel mondo, né dalla sola capacità degli Stati di controllarle e di sfruttarle a scapito di altri concorrenti, bensì anche dalla scaltrezza con la quale si convince l’opinione pubblica di un paese della presunta convenienza e della supposta sicurezza dell’energia nucleare: in altre parole, la partita del nucleare si gioca sia su un fronte interno che su un fronte internazionale. Inoltre l’opinione pubblica si trova, nel caso dell’energia nucleare, di fronte a un prodotto “di nicchia” in quanto, mentre le conoscenze tecniche e non sulle altre forme di energia sono abbastanza diffuse, quelle relative allo sfruttamento e alla connessa catena di trasformazione dell’uranio sono in mano a pochissimi (ricercatori finanziati da corporazioni multinazionali facenti capo a un esiguo pugno di stati) e, siccome parlare di scopi militari in merito allo sfruttamento del nucleare sarebbe molto impopolare, si invocano altre ragioni: se non si vuole accelerare ulteriormente il cambiamento climatico – si sostiene – e se non si vuole rimanere senza l’energia necessaria per avere, ad esempio, la luce nelle nostre case, bisognerebbe scegliere lo sfruttamento dell’uranio. Nelle possibili scelte energetiche di breve termine i sostenitori del nucleare antepongono l’utilizzo di questa fonte energetica alle stesse energie rinnovabili, argomentando che non si avrebbero al momento i mezzi economici per una rapida conversione alle rinnovabili dei sistemi produttivi attuali e che l’imminente esaurimento dei tradizionali combustibili fossili lascerebbe come unica alternativa quella dell’energia nucleare1. Vi è da dire subito che sarebbe errato analizzare il tema del nucleare civile in modo del tutto indipendente da quello del nucleare a scopi bellici, in quanto “il processo produttivo inerente all’arricchimento dell’uranio per uso civile e quello per uso militare utilizzano la stessa filiera di apparati” 2.

Qual è al momento il quadro mondiale delle riserve di uranio e dei Paesi che sfruttano tali risorse? Vediamo la lista dei primi paesi detentori di riserve uranifere:

  1. Australia
  2. Kazhakistan
  3. Usa
  4. Canada
  5. Sudafrica
  6. Niger
  7. Namibia
  8. Russia
  9. Brasile
  10. Ucraina

Tra i primi dieci territori al mondo con le maggiori riserve naturali di uranio, spicca l’Australia e, più in generale, l’Oceania la quale, pur ospitando le maggiori riserve di uranio sulla Terra, può essere considerata sullo stesso gradino del vasto Continente asiatico: qui la Russia, centro dello Heartland, nonostante il suo ottavo posto a livello globale per le riserve presenti nel proprio territorio, può infatti contare sulla vicinanza con il Kazhakistan che a sua volta è addirittura il secondo Paese al mondo per possedimenti di uranio 3. Russia e Kazhakistan hanno in corso molti progetti congiunti nell’ambito della produzione nucleare e ancora altri progetti bilaterali sono in esame. Come si può vedere dalla classificazione più sopra e dalla piantina sotto riportata, lo Heartland è ricchissimo anche di uranio, confermandosi dopo più di un secolo l’effettivo centro geopolitico mondiale: nel corso della Guerra Fredda, ciò permise all’allora Unione Sovietica di sopravanzare gli Usa per potenza atomica militare. Sembra che la sete di uranio di Mosca sia insaziabile laddove le riserve kazake appaiono insufficienti. Il 29 marzo 2010, proprio in occasione della celebrazione del ventesimo anniversario dell’indipendenza della Namibia, il Presidente di una importantissima holding russa dell’uranio è stato presente a una cerimonia chiave in Namibia assieme a un inviato speciale del Presidente russo Medvedev.

Tutto ciò può aiutarci a comprendere come Mosca non sia indifferente al peso geopolitico dell’Africa e in particolar modo di quello che è il quinto maggiore produttore al mondo di uranio e sembra che di qui a non molti anni, la Namibia possa divenire il più grande esportatore di uranio del pianeta: tutto questo aiuta appunto a comprendere quale possa essere l’azione della Russia su di un Continente africano che dal punto di vista dello sfruttamento economico è già in mano a Usa, Cina e Francia. Al momento tuttavia, le attuali riserve uranifere del Niger, stabilmente in mano alla Francia e alle sue multinazionali, fanno di questo Stato il sesto nel mondo per giacimenti (dati del 2008).

Fonte: http://www.wise-uranium.org/img/uresw.gif

Quando nel corso dei decenni lo scontro Usa-Urss scandiva i ritmi delle agende internazionali, la Francia cominciò a legare a sé le ex colonie africane attraverso decine di accordi, contrapponendosi, con lo sfruttamento dei giacimenti del Niger effettuato per trent’anni in regime di monopolio, a quei Paesi che oggi utilizzano le riserve uranifere africane ma anche i giacimenti centroasiatici del prezioso minerale. Il nucleare fu l’elemento geopolitico che consentì alla Francia, nel corso della Guerra Fredda, una effettiva sovranità rispetto a Washington che monopolizzava allora l’industria del nucleare in tutto il resto dell’Occidente: De Gaulle aveva deciso di svincolarsi dagli americani trovando nello sviluppo del nucleare un elemento chiave di tale affrancamento. Del resto, la cosiddetta “autostrada dell’uranio”, ramificazione delle principali arterie stradali che connettono i maggiori centri minerari del Niger come Niamey, Arlit e Agadez, venuta su tra gli anni settanta e gli anni ottanta, ha come suo fulcro principale, pur nell’isolamento dato dal territorio quasi totalmente desertico del Niger, proprio lo Stato africano, dove gran parte della popolazione muore di fame e non ha accesso all’istruzione e dove oramai una forte siccità fa pensare alla carestia 4: è oramai da più di cinquant’anni che Parigi assorbe dal Niger quell’uranio che rende la Francia una potenza nucleare la quale può in Africa rivaleggiare con gli analoghi interessi di Usa e Cina, nuovo concorrente del settore nel Continente. Ancora una volta, l’Africa occidentale presenta un tipico esempio di strapotere sulle risorse contrapposto alla fame più nera. Neanche sul fronte strettamente politico lo stato africano del Niger sembra passarsela bene, in quanto dietro al golpe in Niger che lo scorso febbraio vide l’arresto ad opera delle forze militari del Presidente Tandja, vi potrebbero essere stati proprio i forti interessi francesi sui giacimenti uraniferi qui esaminati: il potere politico e militare del Niger è da tempo immemore nelle mani di Parigi che da sempre si preoccupa di addestrare le forze armate dello Stato centro-africano. Al giorno d’oggi, il Niger fornisce fino al 40% dell’uranio che viene consumato dalla Francia e più di due terzi dei redditi da esportazioni provengono per il Niger da questo ambito minerale e se consideriamo che l’energia utilizzata dalla Francia è costituita da un 76% di nucleare, capiamo bene quanto sia strategica la repubblica sahariana agli occhi di Parigi.

La storia francese e l’inevitabile sviluppo congiunto civile-militare dell’energia nucleare, senza troppe incertezze, ci lasciano pensare che gli attuali movimenti italiani in direzione del nucleare siano diretti anche a scopi militari, dei quali gli impieghi civili sarebbero soltanto un corollario.

E’ la storia che ce lo insegna, visto che, tra gli anni cinquanta e gli anni ottanta, l’impressionante crescita di arsenali nucleari di Mosca e Washington andava di pari passo con la forte crescita del nucleare civile e ne era la causa; seguì dunque una fase calante a causa dei due storici incidenti di Three Mile Island in Usa nel 1979 e, soprattutto, di Chernobyl in Urss nel 1986. A proposito di storia, mi sembra qui doveroso accennare agli eventi principali che nel corso dei decenni hanno avuto come protagonista l’avvento dell’atomica e la sicurezza nucleare e cioè la firma del cosiddetto TNP; quella degli accordi START I e START II; il recentissimo New START e la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1887. Già nel novecento Enrico Fermi scoprì l’utilità dell’uranio come carburante nell’industria nucleare: era l’epoca nella quale si stavano per avviare le ricerche che avrebbero portato alle prime importanti bombe atomiche della storia e che, al termine di quel secondo conflitto mondiale che vide l’annientamento di due città giapponesi ad opera degli americani, si sarebbero intensificate per caratterizzare quasi tutta l’èra della cosiddetta Guerra Fredda tra Usa e Urss, consegnando alle nuove generazioni alcune serie preoccupazioni in merito allo stato di salute dei popoli e del mondo, soprattutto considerando la catastrofe di Chernobyl che ancor oggi provoca seri problemi non soltanto agli ucraini bensì al mondo: molti prodotti cinesi sarebbero infatti fabbricati con materiale radioattivo proveniente proprio da quelle zone dell’ex Urss.

Nel 1957, in seguito al discorso tenuto quattro anni prima dall’allora Presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nacque l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica; il Trattato di non proliferazione Nucleare (il summenzionato TNP) arriverà nel 1968: in piena corsa agli armamenti atomici i rappresentanti di Urss e Stati Uniti firmeranno il cosiddetto NPT (questo l’acronimo inglese del trattato), che vedrà molto tempo dopo l’adesione di Corea del Nord, Cina e Francia e che era basato su tre semplici principi: il disarmo, la non proliferazione e l’utilizzo del nucleare a scopi pacifici; si disponeva inoltre che gli Stati sprovvisti di armi nucleari non potessero procurarsi per l’avvenire armi di tal genere e che i paesi già detentori di tali strumenti di difesa, non potessero ricevere da parte di altri soggetti tecnologie nucleari belliche. Lo START I, che ha cessato di essere in vigore proprio pochi mesi fa, costituirà il maggiore esempio di limitazione di armamenti atomici della storia: esso fu negoziato e firmato da Mosca e da Washington nel luglio del 1991, data che fa di questo patto un simbolo storico della fine della Guerra Fredda, un accordo con il quale fu possibile intervenire su un vastissimo ammontare di armi atomiche. Due anni dopo sarà la volta dello START II, firmato tra Russia e Stati Uniti nel 1993 e avente lo scopo di bandire l’utilizzo dei cosiddetti “sistemi di trasporto e lancio multiplo di testate” (MIRV con acromino inglese): il secondo trattato START è stato superato dalla firma del trattato SORT, sottoscritto da George W. Bush e Vladimir Putin a maggio 2002, con il quale si lasciava da parte la logica dei precedenti accordi, obbligando Washington e Mosca ad una riduzione unilaterale indipendente del numero totale delle testate. Un nulla di fatto costituì invece il cosiddetto START III, niente più che una sigla, rimasta sulla carta e per il quale non si può parlare di un trattato.

Spostando la nostra attenzione ai giorni nostri, la summenzionata Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu del settembre scorso ha senz’altro rappresentato un importante passo in avanti, essendo stata emanata dall’organo decisionale dell’Onu il cui ruolo ufficiale di principale responsabile del mantenimento della pace nel mondo era stato messo da parte negli ultimi anni: con la Risoluzione 1887 infatti il Consiglio di Sicurezza vuole perseguire un contesto globale più sicuro per tutti e creare altresì le condizioni per un mondo privo di armi nucleari, in conformità al Trattato di non Proliferazione Nucleare 5. Il cosiddetto New START è stato invece firmato l’8 aprile scorso dalle due grandi potenze planetarie e, insieme al Vertice nucleare di Washington e alla Conferenza sul disarmo di Teheran, ha fatto dell’aprile 2010 un mese storico: con l’ultimo accordo START si è infatti puntato ad un efficace regime di controlli degli armamenti; si è mostrata l’intenzione di ridurre la portata degli arsenali nucleari che Usa e Russia potrebbero schierare, soprattutto missili e lanciamissili; in verità, sembrerebbe che il nuovo patto abbassi solamente il limite legale per lo schieramento delle testate strategiche ma non il numero delle testate stesse. Sicuramente non deve essere stato facile per Obama portare Medvedev al tavolo delle trattative dopo che il leader russo, in occasione dell’elezione di Obama a Presidente degli Stati Uniti, aveva dichiarato la sua intenzione di schierare i famigerati missili Iskander 6 come risposta al sistema missilistico Usa in Europa.

Eppure possiamo qui affermare che, se si fa un balzo in avanti nel tempo fino agli anni recenti, vediamo che né gli Usa (tanto i democratici quanto i repubblicani) né l’attuale Russia, sembrano voler rinunciare ai loro disegni atomici: ma allora cosa si è stabilito presso il Vertice sulla sicurezza nucleare di Washington? Certo, è stato raggiunto un accordo tra i quarantasette rappresentanti presenti al Summit, con l’impegno di tutti ad evitare che “i soggetti diversi dagli Stati” possano “ottenere le informazioni o la tecnologia necessarie per usare tale materiale per scopi malvagi” e dunque che possano impossessarsi di materiale nucleare per scopi non pacifici. Questi i principi dell’accordo: cooperazione più intensa per arginare la proliferazione nucleare e maggiore sicurezza, nel rispetto delle sovranità nazionali; inoltre la messa al sicuro, nel giro di quattro anni, delle materie nucleari poco protette.
Ad oggi, timori permangono sul versante asiatico, dove si teme per il “patrimonio” atomico pachistano, che alcuni considerano poco sorvegliato e dunque possibile preda di gruppi terroristici: a Washington il Pakistan ha fatto presente tra l’altro di non apprezzare accordi che impediscano la produzione nucleare a scopi bellici.

Tuttavia, spostando la nostra attenzione per un attimo sul nucleare civile, ci sarebbe da chiedersi ciò: si è riflettuto abbastanza sul fatto che, se da un lato i tempi di costruzione di una centrale nucleare sono di dieci anni circa e la vita media di un impianto è stata accertata in venticinque anni, i costi dei tempi di dismissione si aggirerebbero attorno alle decine di migliaia di anni? 7

Sempre a livello di politica internazionale, è senz’altro molto apprezzabile la dichiarazione recente di Ahmadinejad presso la conferenza sul disarmo che si è tenuta a metà aprile a Teheran: secondo il Presidente iraniano, si potrebbe istituire un organo internazionale indipendente per il disarmo nucleare. La proposta di Ahmadinejad consisterebbe nella creazione di un organismo sovranazionale che disponga di pieni poteri per la supervisione e la pianificazione: si tratta senz’altro di un altro notevole passo in avanti e, a tal proposito – come sostenevo circa un anno fa sulle pagine di Edicola Geopolitica 8 – sarebbero auspicabili in un secondo momento forme di cooperazione tra Iran e Usa nel campo qui in esame.

Non bisogna dimenticare poi quanto fu riportato sulle stesse pagine in rete di Eurasia e cioè – riferisco testualmente – “le installazioni nucleari iraniane, incluse quelle dell’arricchimento dell’uranio, sono aperte agli ispettori dell’Aiea. Vale la pena sottolineare che, dopo approfondite ispezioni in Iran, l’Aiea non ha trovato alcuna prova che questo paese abbia un programma di armamento nucleare, o l’abbia mai avuto. Al contrario, Israele dispone di armi nucleari e di loro diversi vettori da circa 40 anni. Si stima che oggi Israele possieda circa 200 testate nucleari, compresi alcuni missili lanciati da sottomarini. Ha la capacità di cancellare dalla carta geografica l’Iran e tutti gli Stati arabi premendo un bottone.” 9 Sappiamo come l’Europa appoggi gli Stati Uniti nelle pressioni esercitate sull’Iran circa le sue attività nucleari, ma proprio come gli Usa, sembra adottare due pesi e due misure di fronte a Israele: da parte sua Tel Aviv, in quanto ad armamenti atomici, non avrebbe molto da invidiare a nessuno, tantomeno a Teheran.

A fianco della durissima contrapposizione tra Israele e Iran, resta comunque l’incognita del terrorismo peraltro non ben definibile, assieme al fatto che India e Cina presentano forti insidie nei confronti di Washington e non solo dal punto di vista economico, vista la loro progressiva crescita militare e, appunto, nucleare. Se dunque fino a qualche decennio fa c’era la grande paura che una guerra nucleare planetaria con in testa Urss e Usa potesse scoppiare da un momento all’altro, oggi la corsa all’uranio e ai conseguenti impieghi (leggasi appunto sia civile che militare) annovera un numero di soggetti (e conseguenti insidie) molto più alto: nuovi soggetti sono, su tutti, la temibile potenza economica cinese, ma anche l’India e perfino il Pakistan (entrambi Paesi che non hanno mai firmato il Trattato di non Proliferazione), senza dimenticare l’Iran, del quale ancora non sono molto chiari i disegni atomici. Forse è per questo che nel 2003 Bush, quando era Presidente del Paese con il più grande arsenale nucleare al mondo, decise di avviare un nuovo ambizioso piano nucleare per armi atomiche di nuova generazione, capaci di distruggere i bunker dei nemici anche senza colpirli direttamente e nonostante gli obiettivi si possano trovare a grandi profondità. Ma i rischi del nucleare a scopi bellici possono venire anche dal cosiddetto uranio impoverito, politicamente e ambientalmente controverso viste le conseguenze dell’uso di munizioni utilizzate da forze armate americane, britanniche (e non solo) a base appunto di uranio impoverito: quando si parla di Sindrome della Guerra del Golfo infatti ci si riferisce proprio alle gravi conseguenze sulla salute dei veterani del conflitto che nel 1991 vide una coalizione occidentale attaccare l’Iraq; ricordiamo anche come armi a base di uranio impoverito siano state adoperate anche durante la guerra dei Balcani: sia nel Golfo che nel conflitto in Europa orientale, la conseguenza per i territori è stata la sedimentazione di composti chimici a base di uranio nel sottosuolo.

Inoltre i rischi di incidenti più o meno gravi, che possono verificarsi in un impianto ad energia nucleare, negli ultimi decenni sono stati frequenti in Usa, Unione Sovietica, Francia, Germania e Giappone: abbiamo già ricordato Three Mile Island negli Usa (1979) e quello storico di Chernobyl nell’attuale Ucraina (1986) ma non dobbiamo dimenticare quello, più recente, di Kashiwazaki in Giappone (2007). E’ mancato negli ultimi anni lo sviluppo di una tecnologia avanzata, che potesse dirsi sostenibile, per lo smaltimento delle scorie nucleari risultanti dalla produzione degli impianti nucleari.

Così oggi in Italia si vuole tornare a tale tipo di energia, adducendosi ragioni quali la riduzione dell’anidride carbonica nell’atmosfera e l’inversione di tendenza rispetto ai mutamenti climatici da troppo tempo in corso, senza considerare quelli che sarebbero i gravi danni alla salute dei cittadini residenti nelle zone limitrofe agli impianti e quelli di lungo termine sulle generazioni future. Inoltre, mentre è noto che le centrali elettriche comuni alimentate a carbone o a metano causano emissioni di gas serra, non si sa ancora moltissimo con riguardo alle emissioni delle stesse sostanze da parte delle centrali nucleari. E cosa dire del fatto che, terminato il suo ciclo vitale, un reattore nucleare di seconda o di terza generazione produce ben diecimila tonnellate di rifiuti di media-alta intensità? Anche alla luce dell’accordo siglato da Berlusconi con Putin in questi giorni e che prevedrebbe l’avvio di lavori per la prima centrale ad energia nucleare nel nostro Paese entro tre anni, non dimentichiamo che l’Italia punta a una dipendenza energetica “ambivalente” (e dunque poco raccomandabile), su due fronti, non solo dal punto di vista geografico, ma anche strategico: verso Ovest (gli Stati Uniti), Roma punta all’approvvigionamento di uranio e verso Est (la Russia), il Paese stringe accordi sul gas che ora vanno ad affiancarsi a quelli nucleari appena citati e sugli approvvigionamenti energetici non è mai consigliabile appoggiarsi su due soggetti contrapposti l’uno all’altro.

Inoltre, affidarsi al nucleare prodotto, sviluppato e venduto da altri vuol dire alimentare l’economia di altri sistemi paese senza assolutamente creare ricchezza per noi e, soprattutto, senza avere la possibilità di imparare da eventuali errori: “all’interno dell’Italia i cittadini si terranno gli inconvenienti senza neanche capire che insegnamento trarre” 10. Per non parlare del fatto che le scorie radioattive risultanti dalle attività industriali che utilizzano il nucleare non sono annientabili. E’ a questo punto che ci si chiede: alla luce della prima fase del processo politico italiano conclusasi a luglio dell’anno scorso in direzione di un’economia nucleare, qual é il vero scopo della “caccia” italiana all’energia nucleare? Si va verso una nuova corsa agli armamenti atomici che coinvolgerà anche il nostro Paese e che giustificherà il costante uso di forze armate per presidiare i siti atomici? Perché, oltre alla convocazione di vertici sul nucleare come quello di Washington, non si favorisce una maggiore informazione a livello sociale sui rischi dell’energia atomica da parte delle grandi potenze mondiali?

Secondo l’Aiea, i paesi in grado di creare una bomba atomica sarebbero una quarantina. Vi è realmente il rischio che grandi organizzazioni criminali mondiali, come Al-Qaeda o altre, possano fare uso della bomba atomica? Il futuro, più che su energie rinnovabili che trainino un’economia sostenibile, si giocherà sulla deterrenza atomica, coinvolgendo anche un faccia a faccia tra stati e organizzazioni terroristiche? In casi del genere, quelle tra Stati e organizzazioni criminali non potrebbero più essere definibili come guerre asimmetriche, dal momento che i terroristi potrebbero detenere armi micidiali tanto quanto quelle delle grandi potenze e dunque, potrebbero mostrare risorse distruttive perfettamente simmetriche a quelle delle classiche forze armate dei soggetti di diritto internazionale, gli stati.

In un tale contesto, quale sarà infine il destino dell’Africa e dei suoi popoli?


* Alfonso Arpaia è dottorando in Lingue moderne (Middlebury College)


Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’Autore e potrebbero non coincidere con quelle delle redazione di “Eurasia”


1 La menzogna nucleare, di Giulietto Chiesa, Guido Cosenza e Luigi Sartorio, Milano, Ponte alle Grazie, 2010., pag. 17.

2 La menzogna nucleare, cit., pag. 38.

3 Fonte: WISE Uranium Project, dal sito http://www.wise-uranium.org/.

4 Si osservi a tal fine la tabella presente al link http://www.alertnet.org/thefacts/chart.htm?startdate=2005&enddate=2005&rt=0&category=standard_of_living.0.human_development_index&countrycode=NO&countrycode=CH&countrycode=219018&countrycode=219032.

5 La Risoluzione 1887 è presente al collegamento http://www.unhcr.org/refworld/docid/4abcd4792.html.

6 Per comprendere quale possa essere la potenza di tali missili, rimando al seguente collegamento su Wikipedia: http://en.wikipedia.org/wiki/Iskander.

7 La menzogna nucleare, cit., pagg. 23 e 44.

8 Si veda infatti all’indirizzo http://www.edicolaciociara.com/E.Geopolitica/2009/arpaia_200409.htm.

9 L’intero articolo è presente sul collegamento http://www.eurasia-rivista.org/3412/gli-occhi-chiusi-dell%E2%80%99unione-europea-come-l%E2%80%99europa-ignora-il-rifiuto-di-israele-di-adempiere-ai-suoi-obblighi-in-conformita-agli-accordi-europei

10La menzogna nucleare, cit., pag. 78.

1 La menzogna nucleare, di Giulietto Chiesa, Guido Cosenza e Luigi Sartorio, Milano, Ponte alle Grazie, 2010., pag. 17.

2 La menzogna nucleare, cit., pag. 38.

3 Fonte: WISE Uranium Project, dal sito http://www.wise-uranium.org/.

5 La Risoluzione 1887 è presente al collegamento http://www.unhcr.org/refworld/docid/4abcd4792.html.

6 Per comprendere quale possa essere la potenza di tali missili, rimando al seguente collegamento su Wikipedia: http://en.wikipedia.org/wiki/Iskander.

7 La menzogna nucleare, cit., pagg. 23 e 44.

10La menzogna nucleare, cit., pag. 78.

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