Con la destituzione di Fernando Lugo e l’insediamento temporaneo di Federico Franco alla presidenza della repubblica, la sintesi del futuro politico del Paraguay è legata ad una data precisa: le elezioni del 21 aprile 2013. Qui troverà compimento la dialettica nata all’indomani del 22 giugno scorso: quando alla tesi di democrazia sospesa con l’uscita di scena dell’ex vescovo a seguito di impeachment, gridata dalle organizzazioni regionali Mercosur e Unasur, ha fatto da contrappeso interno l’antitesi del nuovo presidente spalleggiato dall’Oas, i quali hanno ribadito la normale transizione al potere secondo la legge costituzionale. Sarà dunque compito dei cittadini paraguayani farsi motore della storia del Paese e voltare pagina con il voto di primavera per ristabilire in concreto la normalità; in special modo nelle relazioni estere regionali, minate dalla sospensione del Paraguay come membro del Mercosur. Tuttavia il nuovo governo in carica sta intrecciando nuove politiche, sia interne che estere, in un modo tale che il corso delle sue relazioni in Sud America possa già definirsi nel breve e medio periodo e quindi prima del voto.

La cronaca estiva è nota: durante la riunione di Mendoza (Argentina), a fine giugno, al Paraguay è stata notificata la sospensione momentanea dal tavolo dei processi decisionali del Mercato Comune del Sud  e dall’Unione delle Nazioni Sudamericane, come azione punitiva per il rovesciamento di Lugo: avvenuta sì nel rispetto formale dei principi giuridici del Paraguay – su una tesi alquanto generalista –  ma ribaltando di fatto il volere del popolo che aveva scelto un presidente di centro-sinistra, e che ora, si ritrova guidata da un liberale trasformista di destra (golpe morbido, rivoluzione parlamentare due delle tante definizioni date all’accaduto). La sospensione ha avuto subito le sue conseguenze mettendo in evidenza l’importanza geostrategica di un territorio all’apparenza di secondo piano che possiede il Pil più basso tra i membri effettivi del Mercosur (36 miliardi di dollari) e rappresenta, in proporzione, appena l’1,5% del Pil del confinante Brasile e pressappoco dell’intero mercato comune (1).

L’impossibilità di riproporre il veto, confermato sempre dal 2005, all’ingresso nell’area di libero scambio del rampante Venezuela, ha lasciato campo a Chavez che, profittando dell’empasse, ha ottenuto per Caracas lo status di membro effettivo del Mercosur: il 31 luglio ne è stata ufficializzata l’adesione. Tutto molto velocemente dunque perché gli interessi del Mercosur, con o senza Paraguay, sono in espansione e avere Caracas tra i partner (la terza economia sudamericana) rende ancor più appetibile la regione per gli investimenti di capitali esteri. A tal proposito tornando alla calda estate del Mercosur il 26 giugno, a tre giorni dal summit argentino, il premier cinese Wen Jiabao si era detto interessato ad un accordo di libero scambio con il mercato sudamericano per interessi comuni e potenziale da sviluppare. A tali condizioni il Paraguay ora appare un partner più scomodo con un presidente di destra meno che mai prono alle esigenze di potere del Mercosur e interessato invece a procacciarsi investitori esteri più vicini, sia in termini politici che geografici. La stessa ideologia di Franco appare in contrasto con l’obbiettivo regionale di creare un Mercosur sempre più “comune” in termini politici, ed indirizzato verso una congiunzione economica interstatale. La sospensione quindi assume connotati di interesse geopolitico, preventivi ad una espansione del Mercosur sui mercati asiatici e fondato sull’asse Argentina-Brasile-Venezuela. In tutto ciò il Paraguay non si è fatto comunque schiacciare passivamente dal peso dei giganti confinanti, e ha riproposto la propria indipendenza e sovranità a scapito di un’interferenza esterna che si sta avvalorando con le sanzioni dei blocchi regionali (Mercosur e Unasur) esprimenti un potere non sfiancato dagli interessi nordamericani, al contrario dell’Organizzazione degli Stati Americani dall’ampio respiro atlantista. Le tensioni restano alte soprattutto con l’Argentina: a fine settembre il ministero degli Esteri ha denunciato lo status di sospensione come dannoso per l’economia e come un forte impedimento alla difesa degli interessi del Paese(2). Ad inizio novembre poi l’affondo contro Buenos Aires si è fatto più duro e specifico da parte della delegazione parlamentare al Mercosur: <<Le misure di controllo alla frontiera sono illegali e lesive della proprietà privata>>(3). Il Paraguay si riferisce alle perquisizioni sistematiche riguardanti i mille container che giornalmente transitano in Argentina – principalmente dai porti – rallentando il commercio con danni sensibili e mettendo in atto un sabotaggio velato delle merci in violazione delle sanzioni comminate che dovevano riguardare le conseguenze politiche e non economiche dell’avvicendamento alla presidenza. Il braccio di ferro prosegue sui tavoli dei tribunali: Franco sta chiedendo pareri agli organi giudiziali anche del Wto oltre che del Mercosur, ma la partita è destinata a giocarsi almeno fino a primavera. Queste azioni tuttavia tendono anche a far guadagnare consensi alla compagine politica di Franco tra la popolazione giustificando l’isolamento come punizione per aver rispettato la Costituzione e nello stesso tempo mostrando forza politica all’elettorato: è stata commissionata nel frattempo la stima dei danni commerciali alla Capex, la camera paraguayana delle esportazioni, e il ministro del Commercio ha iniziato a chiedere il boicottaggio dei prodotti argentini.  Comunque la politica interna paraguayana di Franco e la speranza di vittoria della sua coalizione non si giocheranno le carte solo sul piano delle relazioni commerciali, ma anche su quello energetico, lasciando molto probabilmente inalterato il problema dei campesinos, facenti parte di un elettorato storicamente ostile.

Le priorità sono altre: uscire dall’isolamento regionale e introdurre capitali esteri. Le mosse del nuovo governo parlano chiaro: puntare in questi mesi sulle basi da porre per un nuovo sviluppo industriale e largo spazio ai latifondisti. Non sarà Franco ad abbassare il rapporto percentuale tra terra e proprietà (98% delle terre coltivabili in mano al 2% dei cittadini), ma l’obbiettivo che il presidente si è posto è quello di intaccare la percentuale d’incidenza dell’industria sul Pil (attualmente inferiore al 10%)(4). Il governo sarà impegnato, almeno fino a primavera, nell’aumentare la propria indipendenza industriale attraverso petrolio, gas ed elettricità. Ne Chaco (il polmone verde del Paraguay) il governo ha deciso di trivellare ed esplorare nuovi giacimenti di petrolio e forse non è proprio un caso se la società che investirà i propri capitali è la più grande del Brasile. Ingraziarsi il vicino meno intransigente è la cosa migliore visti anche i nuovi accordi per la diga di Itaipú volti ad un maggiore approvvigionamento idroelettrico indispensabile a fronteggiare il fabbisogno dell’industria dell’alluminio paraguayano. Questo nuovo accordo merita di essere segnalato anche per un suo secondo effetto: si tratta di nuove risorse per l’industria paraguayana che tuttavia sguarnirebbero il Brasile che condivide le turbine e in sostituzione delle quali necessiterebbe di maggiore petrolio(5).

La via tracciata da Franco è decisa: visto l’isolamento dal Mercosur che è il maggior mercato di sbocco delle merci paraguyane, è necessario immettere capitali di investitori stranieri che aiutino a sviluppare l’industria e la logistica. Un modo, quello delle relazioni bipartisan regionali, che se rafforzate a dovere potrebbero eludere il boicottaggio argentino e le sanzioni Mercosur. Restano per ora sottotraccia i capitali degli Stati Uniti d’America, comunque ben protetti e remunerati attraverso le multinazionali che controllano l’agricoltura (il 40% del Pil) e che potranno avere tranquillità nell’investire, visto l’accantonamento del problema dei senza terra. Dal punto di vista agricolo la tensione sociale, sfociata ad inizio estate con il massacro dei sin tierra a Curuguaty non si è placata e l’arrivo di Franco, malvoluto dagli stessi agricoltori, non ha ovviamente risolto la situazione né placato gli animi anche se episodi di violenza feroce non si sono più ripetuti. Per comprendere la situazione ad est di Asunción basta leggere il bollettino del Ministero degli Affari Esteri italiano: <<Continuano a verificarsi atti violenti, principalmente legati al narcotraffico ed alle proteste dei campesinos o carperos (agricoltori senza terra), che reclamano una riforma agraria. Questa situazione produce ancora un certo grado di insicurezza nei Dipartimenti di Concepción, San Pedro, Amambay, Canindeyú, Alto Paraná e Itapúa, per cui si sconsiglia ai connazionali di recarsi in tali zone del Paese>> (6). Aggravio della situazione invece per i nativi del Chaco: è in fase di stallo la trattativa per il recupero delle terre interrotta dalla destituzione di Lugo –  come denuncia Amnesty International che da tempo monitora il problema (7). Da questo punto di vista appare ovvio che i diritti di sfruttamento delle grosse società sui campi non saranno intaccati  e sarà maggiormente potenziato il controllo sui territori per spegnere i focolai.

La nuova direzione del Paraguay a guida liberale  sarà senza ostacoli? Dipenderà certo dalle prossime elezioni. Franco riuscirà a far dimenticare Lugo e a consegnare il Paese in mano ad una coalizione di centrodestra? Dalla sua dipartita dalla presidenza l’ex vescovo ha usato toni forti denunciando al mondo il golpe in contrapposizione al comportamento tenuto durante le fasi dell’impeachment: toni bassi e istituzionali e remissione alla volontà del Parlamento(8). Ma mentre Lugo combatteva la sua battaglia il Partido Colorado già sceglieva il suo prossimo candidato e compattava il centrodestra, vista l’impossibile candidatura di Franco per ragioni costituzionali. La sinistra paraguayana invece sembra dipendere dalla ancora inespressa volontà di Lugo: la tentazione di ricandidarsi è forte e a suffragare la tesi è la mancanza ancora oggi di un leader vero nel Frente Guasù. Di certo Lugo non sparirà dalla politica: la nomina a capolista al Senato pare la mossa più probabile, anche perché la ricandidatura alla presidenza scatenerebbe l’attuale amministrazione pronta ad impugnarla davanti la Corte Suprema per manifesta incostituzionalità. La mancanza quindi di coesione sta lasciando ampio margine di manovra al Partido Colorado che ha già le idee chiare e le sta esprimendo con l’attuale presidente Franco.

 

*Salvatore Rizzi, dottore in Scienze della Politica e corrispondente per il quotidiano Latina Oggi.

 

NOTE

(1)http://www.indexmundi.com/map/?v=65&l=it

(2)http://eleconomista.com.mx/economia-global/2012/09/16/paraguay-demanda-reparacion-danos-mercosur

(3)http://www.neike.com.py/afirman-que-se-propone-destruir-el-comercio-paraguayo-de-exportacion/

(4)http://www.rapportipaesecongiunti.it/rapporto-congiunto.php?idpaese=66

(5)http://www.businessweek.com/news/2012-09-26/paraguay-reclaiming-energy-from-brazil-in-franco-industrial-push

(6)http://www.viaggiaresicuri.it/index.php?id=322&tx_ttnews[tt_news]=10198

(7)http://rapportoannuale.amnesty.it/sites/default/files/Paraguay_0.pdf

(8)http://www.pressenza.com/it/2012/07/intervista-esclusiva-al-presidente-ferndando-lugo/

 


Questo articolo è coperto da ©Copyright, per cui ne è vietata la riproduzione parziale o integrale. Per maggiori informazioni sull'informativa in relazione al diritto d'autore del sito visita Questa pagina.