Il 18 febbraio 2011 si sono svolte in Uganda le elezioni presidenziali che hanno visto la vittoria del presidente uscente Yoweri Museveni su altri sette candidati sfidanti, di cui si puó affermare che Kizza Besigye sia stato il principale.

L’Uganda é un Paese dell’Africa Orientale e si ritrova perfettamente inserito nelle dinamiche della sua regione. Negli ultimi anni inoltre, grazie ad una costante crescita economica e ad un certo equilibrio politico, può definirsi come il Paese di maggior peso di questa regione.

L’Uganda nasce come colonia inglese, creata dalla Corona da un insieme di differenti gruppi etnici, culture e sistemi politici.

Negli anni delle lotte per la decolonizzazione combatté per ottenere l’indipendenza, alla quale arrivò nell’ottobre del 1962. Da quel momento cominciò la storia di questo Stato, il quale dovette lavorare a lungo per poter costruire una comunità politica stabile e poter cercare di unire i suoi territori in un sistema equilibrato.

La storia dell’Uganda é travagliata e segnata da esperienze violente: da quando é stata ottenuta l’indipendenza infatti, il Paese ha cambiato più volte regime ed é stato teatro di diverse dittature.

Dal 1971 al 1979 fu al potere Amin accusato di aver causato la morte di circa 300000 oppositori politici; in seguito dal 1980 al 1985 ci fu Obote anch’esso accusato di averne provocati circa 100000 vittime. Infine, dal 1986 é al potere Yoweri Museveni, che combatté proprio contro Obote nell’esercito di liberazione, insieme a quello che ora é il suo maggior rivale politico, Kizza Besigye.

Museveni é al potere da ormai 25 anni ed è il leader del NRM, il National Resistance Movement. Ha fatto parte negli anni ’60 del movimento di liberazione nazionale e fu tra quegli uomini che, anche grazie all’aiuto del governo della Tanzania, riuscì a deporre il dittatore Amin. Da quando poi, é riuscito a prendere il potere durante gli anni ’80, l’Uganda ha cominciato a registrare una certa crescita economica ed equilibrio politico. Nell’ottobre del 1995 inoltre é stata data vita alla Costituzione, poi emendata nel 2005. Gli emendamenti messi in atto hanno riguardato la nascita del sistema multipartitico e la rimozione dei limiti dei mandati presidenziali. Quest’ultimo punto in particolare, dimostra una chiara affezione al potere da parte del presidente Museveni, che nonostante affermi che sarà il suo partito a decidere chi sarà il leader nelle prossime elezioni presidenziali del 2016, non disprezzerebbe il potersi ricandidare e rimanese alla guida del Paese per altri cinque anni.

Dal punto di vista geopolitico l’Uganda detiene una particolare importanza per il ruolo che gioca all’interno della regione. Museveni si é inserito all’interno di queste dinamiche e ha fatto della politica regionale uno dei suoi punti di forza. I confini ugandesi sono spesso teatro di scontri tra tribù rivali e i problemi di sicurezza si riscontrano soprattutto all’interno dei suoi confini settentrionali. L’instabilità del Sudan per esempio, é un pericolo per l’Uganda in quanto questo Paese rappresenta il suo maggior partner economico. Inoltre, il territorio ugandese é una delle mete piu importanti per i rifugiati sudanesi, che ammontano a circa 210000 individui (Fonte : https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/ug.html). I problemi con il Sudan sono dovuti anche all’appoggio che il governo sudanese, ostile a Museveni, ha sempre dato all’Esercito della Resistenza del Signore (LRA) di Joseph Kony.

Joseph Kony lotta da circa 20 anni un’assidua guerriglia contro il governo di Museveni, del quale vorrebbe prenderne il posto. Il suo esercito é composto soprattutto da bambini soldato che recluta in particolar modo all’interno della popolazione Acholi, popolazione che vive nei villaggi al nord dell’Uganda e che si trova spesso discriminata e poco coinvolta nelle attività del Paese. Nonostante ciò, Kony non gode di popolarità tra gli Acholi; il suo programma politico é di governare l’Uganda secondo le leggi dei dieci comandamenti della Bibbia.

Il governo di Museveni ha resistito alla guerriglia del LRA e ha cercato di spingere sempre più verso nord questo esercito. Dal 2006 é stata stabilita una tregua tra le due parti ed é stato concesso ai combattenti pentiti del LRA di poter fare ritorno in Uganda senza avere conseguenze penali. Un appoggio alla soluzione di questo problema con l’LRA é stato dato dagli accordi di pace per l’autonomia del Sudan meridionale, che ha concesso all’esercito del presidente Museveni di poter  entrare nel territorio del Sudan per lottare contro l’esercito di Kony, che si é cosí dovuto rifugiare in Congo (Fonte : http://limes.espresso.repubblica.it/2008/02/01/la-guerra-in-uganda-e-il-profeta-kony/?p=461).

Per Museveni dunque la situazione del Nord del Paese e, in generale quella dei confini regionali, é sempre stata di estrema importanza, in quanto il problema della guerriglia e delle lotte comportava un aumento del numero di sfollati e di rifugiati che si riteneva costituissero un freno alla crescita economica ugandese. L’Uganda infatti, non ospita solo rifugiati sudanesi, ma anche quelli provenienti dal Congo e dal Rwanda.

Museveni é stato coinvolto ed é sempre stato molto attivo all’interno delle politiche riguardanti la regione dell’Africa Orientale. Il governo ugandese infatti ha dato il suo contribuito ed é intervenuto per sanare diverse crisi, come quella del Burundi e come quella avvenuta in Kenya nel 2008,  dopo le elezioni politiche. Uno degli obiettivi politici regionali di Museveni é inoltre la costituzione della federazione politica dell’Africa Orientale, di cui farebbero parte Uganda, Kenya, Tanzania, Rwanda e Burundi. Questo punto é stato infatti introdotto nel suo programma politico.

Le elezioni del 18 febbraio hanno avuto una particolare importanza in quanto sembrerebbe che il destino dell’Uganda in questo momento non riesca a slegarsi da quello del suo leader e che i rapporti e gli obiettivi politici di Museveni siano importanti per il clima di tutta la regione.

L’esito di queste elezioni secondo gli analisti e i sondaggi elettorali era scontato: Museveni, nonostante negli ultimi anni avesse cominciato a perdere il sostegno popolare, rimaneva il favorito alla vittoria. E cosí, domenica 20 febbraio la Commissione Elettorale ha dichiarato vincitore il presidente uscente con il 68,38% dei voti. Kizza Besigye del Forum for Democratic Change (FDC) si é fermato ad un 26,1% (Fonte : http://news.xinhuanet.com/english2010/database/2011-02/21/c_13741247.htm), registrando una perdita di voti pari al 10% rispetto alle ultime elezioni.  Non é stata la prima volta infatti che Besigye ha sfidato Museveni : già nelle elezioni del 2001 e in quelle successive del 2006, si era presentato alle urne, uscendone sconfitto. Besigye ancora una volta non riconosce legittimo il loro esito e lamenta brogli elettorali e corruzione. Nelle elezioni precedenti aveva denunciato questi brogli alla Corte Suprema dell’Uganda, che nonostante avesse riconosciuto il clima intimidatorio nel quale si erano svolte le elezioni, non ha ritenuto che fosse una ragione sufficiente per annullarle. Nel 2006 infatti, Museveni aveva incarcerato Besigye durante il periodo elettorale e anche stavolta minaccia di utilizzare la stessa misura qualora Besigye dovesse portare alla rivolta contro di lui il popolo ugandese. Un popolo che in ogni caso, non si sente abbastanza coinvolto negli affari istituzionali del proprio Paese e mostra una certa apatia testimoniata dal fatto che alle urne si é presentato solo un 59% degli aventi diritto al voto. Ció puó essere dovuto al fatto che gli ugandesi non si ritengano artefici di quello che succede al potere e si lascino guidare, o per paura o per rassegnazione, da quello che é il loro leader da quasi tre decadi.

Museveni se da una parte si é dimostrato come colui che ha stabilizzato e migliorato le condizioni del suo Paese e della regione, dall’altra si dimostrato attaccato al potere. Nei suoi ultimi tre mandati ha registrato una perdita di consensi, dal 75% di voti ottenuti nelle elezioni del 1996 al 59% ottenuto in quelle del 2006 (Fonte : http://news.xinhuanet.com/english2010/world/2011-02/21/c_13740901.htm), ciò causato dalla svolta autoritaria che ha dato al suo regime in quegli anni.

Le elezioni del 2011 sono state monitorate da osservatori internazionali per vigilare sulla loro regolarità. Si sono detti soddisfatti per il clima apparentemente pacifico in cui si sono svolte, ma sono state denunciate alcune irregolarità che potevano essere evitate, riguardanti per esempio la lentezza e il ritardo nello spoglio dei voti e la mancanza di materiale elettorale che si registrata in alcuni seggi. Ció che non appare chiaro e rimane celato é la corruzione e il denaro offerto da Museveni a membri del Parlamento ugandese.

Museveni in ogni caso, si ritiene soddisfatto dell’esito delle elezioni ed intenzionato a proseguire nei suoi programmi politici di sviluppo regionale ed economico. Negli ultimi anni inoltre sono stati scoperti giacimenti petroliferi in territorio ugandese, che potrebbero attrarre investitori stranieri e porterebbe nel giro di qualche anno l’Uganda ad essere il 50° esportatore mondiale e il 10° esportatore africano di petrolio (Fonte: http://news.xinhuanet.com/english2010/world/2011-02/17/c_13736648.htm).

All’interno di questo contesto politico ed economico, bisognerà ora vedere come Museveni continuerà a giocare le sue carte e se riuscirà a mantenere la presa sul parlamento e sulla popolazione. Accanto a ció, non bisogna dimenticare il ruolo di Besigye. C’é il timore infatti tra gli esperti che possa accadere in Uganda ció che é successo in Kenya dopo le elezioni politiche del 2008: un conflitto post-elettorale che ha portato alla morte di circa 1500 persone (Fonte: http://www.elpais.com/articulo/internacional/Museveni/vuelve/ganar/elecciones/Uganda/sospecha/fraude/elpepuint/20110220elpepuint_8/Tes).

Besigye non sembra darsi per vinto e richiama a quello che sta accadendo nell’Africa Mediterranea e avverte Museveni che il vento rivoluzionario potrebbe arrivare a soffiare anche in Uganda, cosí come in Tunisia e in Egitto.

*Carla Francesca Salis è dottoressa in Scienze Politiche (Università di Cagliari)

*Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’Autrice e in alcune parti potrebbero non coincidere con quelle di “Eurasia”

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