Per decenni siamo stati abituati a un certo modo di vedere il mondo, più classico e più radicato, che privilegia l’economia in quanto scienza. Coloro che vi aderiscono, siano essi adepti del liberalismo o di tendenza marxista, assicurano che tutti i problemi della società, comprese le rivalità politiche, derivano da rivalità economiche – che si tratti di concorrenza fra le imprese o di contraddizioni fra le classi sociali. Eppure, mentre gli economisti spiegano, non senza ragione, che la mondializzazione dell’economia avanza e che anzi essa è stata completata in seguito alla fine della guerra fredda, come è possibile che i conflitti geopolitici diventino sempre più numerosi (e certo questa non è una illusione mediatica)?

Così in Europa, dopo la caduta della cortina di ferro, nel 1989, sono spuntati una dozzina di nuovi Stati, portatori di rivendicazioni territoriali. Fra metà di essi, in particolare nella ex Jugoslavia, è attualmente in corso una guerra. Ora, le cause di questi conflitti derivano in maniera solo molto indiretta dall’economia: gli avversari non combattono per il possesso di ricchezze ma soprattutto per delle ragioni nazionali, ciascuno essendo impegnato a liberare il suo «territorio storico», mentre una parte dei suoi cittadini si trova a vivere in terre annesse da nazioni rivali.

Non vogliamo negare l’importanza dei problemi economici, né pretendere che la geopolitica, questo nuovo modo di vedere il mondo, risponda a ogni domanda. Si tratta solo di formulare i problemi in modo differente e complementare. Ma noi non siamo ancora abituati alla complessità e alla diversità dei problemi geopolitici.
Si è a lungo pensato, in effetti, che delle cause molto generali – rivalità economiche, relazioni di produzione e di scambio tra gli uomini – condizionassero i comportamenti politici, la volontà di potenza dei dirigenti e persino, indirettamente, il patriottismo dei cittadini.
Oggi che la mondializzazione dell’economia è, a quanto pare, acquisita, si è costretti a constatare che l’atteggiamento degli Stati può essere guidato da altri fattori, al di là della ricerca del profitto o della conquista di terre fertili. Se c’è sempre la tentazione di cercare di impadronirsi di grandi giacimenti di petrolio come quelli del Kuwait, pure questo esempio spettacolare di rivalità economica come fattore di guerra è abbastanza eccezionale.

Nella maggior parte dei casi, oggi, le nazioni combattono o si preparano a combattere per altri valori. Certo, per alcuni decenni, si affrontarono due ideologie, due concezioni della società, che mascheravano a fatica le loro rivalità economiche; il capitalismo, che diceva di essere il mondo libero, e il comunismo, epressione dell’eguaglianza. In quel caso si trattava ancora di cause molto generali, su scala planetaria. Non appena questa rivalità si è spenta, ecco sorgere in Europa (e in altre parti del mondo) una serie di conflitti nei quali la posta in gioco non è più la terra, come poteva essere un tempo, e nemmeno una morale per l’umanità, come ancora poco fa, ma parti di territorio molto precise, rivendicate per ragioni intricatissime: territori storici, territori-simbolo disputati fra nazioni rivali. Analoghe rivalità cominciano ad apparire, in modo meno drammatico, in seno a grandi Stati nazionali europei.

E’ di questo che si tratta quando si parla di problemi geopolitici. La funzione di questo saggio è appunto di analizzarli, di cercare una chiave per rispondere a domande così nuove.
Per capire un problema geopolitico, sia pure a grandi linee, non basta più evocare delle cause generali, il conflitto «Est-Ovest», come prima; occorrono un certo numero di informazioni relativamente precise e obiettive. Ecco che ci si scontra con nuove difficoltà: più che l’insufficienza della documentazione disponibile, sono la cattiva conoscenza delle concezioni antagoniste, i timori reciproci inconfessati e soprattutto l’ignoranza di coloro che, certi del loro buon diritto, non sanno o non ammettono che possa esistere un’opinione contraria alla loro, anch’essa in buona fede.

Bisogna certo condannare i fanatismi d’ogni genere, le cui conseguenze risultano essere, prima o poi, catastrofiche. Ma non occorre forse considerare che tutti questi antagonismi di idee e di argomenti sono, ahimé, normali, quando si tratta di geopolitica? Terribile interrogativo filosofico, quando questi antagonismi sono esasperati al massimo, giacché insorge allora il problema della guerra e quello delle frontiere. La geopolitica è una serie di drammi (senso primo del termine: azione) e persino di tragedie – non bisogna mai dimenticarlo. Ma «le cose stanno come stanno e il mondo essendo come è», per riprendere l’epressione del generale de Gaulle, bisogna ben accettare che questi antagonismi sono la norma. Ciò non significa che oggi le guerre siano normali e che non possano essere evitate. è d’altronde la pacificazione uno dei compiti dell’analisi geopolitica.

Nei molteplici casi in cui oggi si usa il termine geopolitica, si tratta in effetti di rivalità di potere su dei territori e sugli uomini che vi abitano. In questi scontri tra forze politiche, ognuna di esse usa mezzi diversi, e in particolare argomenti che dimostrino le ragioni per cui l’una parte o l’altra vuole conquistare o conservare il tal territorio, e anche dunque, all’inverso, che le pretese dei rivali sono illegittime.

Situazioni e idee geopolitiche
Quale che sia la sua estensione territoriale (planetaria, continentale, statale, regionale, locale) e la complessità dei da ti geografici (rilievo, clima, vegetazione, ripartizione della popolazione e delle attività…), una situazione geopolitica si definisce, a un dato momento di urta evoluzione storica, attraverso delle rivalità di potere di maggiore o minor momento, e attraverso dei rapporti tra forze che occupano parti diverse del territorio in questione.
Le rivalità di potere sono anzitutto quelle tra Stati, grandi e piccoli, che si disputano il possesso o il controllo di certi territori. Si tratta di individuarne la localizzazione precisa e le ragioni che ciascuno invoca per giustificare il conflitto, spesso legate alle risorse (appropriazione di un giacimento minerario o di una zona sottomarina non ancora esplorata, eccetera), ma talvolta anche a cause di più difficile discernimento, e che occorre nondimeno cercare di definire.

Rivalità di potere, ufficiali e ufficiose, si sviluppano anche all’interno di numerosi Stati i cui popoli, più o meno minoritari, rivendicano la propria autonomia o indipendenza. Emergono poi i problemi dell’immigrazione, che in molti paesi sono divenuti geopolitici.
Infine, in seno a una stessa nazione, esistono rivalità geopolitiche tra i principali partiti politici, che cercano di estendere la propria influenza nella tal regione o nel tale agglomerato, e di conquistare o conservare delle circoscrizioni elettorali.
Per mostrare la ripartizione di queste forze diverse, anche negli spazi relativamente ristretti, occorrono delle carte chiare e suggestive, e in particolare delle carte storiche, che permettano di capire l’evoluzione della situazione (attraverso i successivi tracciati delle frontiere), come pure di apprezzare «diritti storici» su un determinato territorio, di cui si dotano contraddittoriamente diversi Stati.
Per capire un conflitto o una rivalità geopolitica, non basta precisare e cartografare le poste in gioco, bisogna anche cercare, lo si è visto – soprattutto quando le cause sono complesse – di comprendere le ragioni, le idee dei suoi principali attori: capi di Stato, leader di movimenti regionalisti, autonomisti o indipendentisti, eccetera. Ciascuno di essi esprime e influenza a un tempo lo stato d’animo della parte di opinione pubblica che rappresenta. Il ruolo delle idee -anche se sbagliate – è capitale in geopolitica. Sono esse a spiegare i progetti e a determinare la scelta delle strategie, certo insieme ai dati materiali. Queste idee geopolitiche le chiamiamo rappresentazioni. Se questo termine sarà qui impiegato a profusione è perché a causa dei suoi significati originari e della sua ricchezza di senso, corrisponde molto bene a due caratteristiche fondamentali delle idee geopolitiche.

Da un lato, rappresentare (rendere presente), «mostrare in modo concreto» (definizione del Robert), è anzitutto disegnare. Ora, le idee geopolitiche si riferiscono a dei territori, cioè alle carte che ne sono le rappresentazioni, allo stesso modo in cui un quadro rappresenta un personaggio. D’altro lato, la rappresentazione è l’atto teatrale per eccellenza, l’atto che rende simbolicamente presenti personaggi e situazioni drammatiche, ciò che è anche proprio delle idee geopolitiche. Può essere che questo senso di «tenere il posto di qualcuno» di «agire in suo nome», sia all’origine dell’uso diplomatico e politico della «teoria della rappresentazione», secondo cui la sovranità di una nazione si esprime attraverso i suoi rappresentanti.
In fondo, questo senso oggi non è il più importante nelle rappresentazioni geopolitiche. è spesso il senso cartografico a dominare. Ma non per questo bisogna minimizzare la rappresentazione in senso teatrale, giacché la maggior parte dei conflitti geopolitici sono pensati in termini di dramma. Ciascuna delle nazioni implicate assume simbolicamente i tratti di un personaggio («la Francia», «la Germania», eccetera). La rappresentazione storica dei loro rapporti, il modo di raccontare le cause dei loro conflitti assumono i contorni della tragedia. Ecco perché il termine di rappresentazione è, nelle analisi geopolitiche particolarmente utile in ciò che possiede di ambiguo e di semanticamente ricco.
Per giustificare le proprie rivendicazioni e i propri diritti su dei territori, o per concepire le proprie strategie, i protagonisti (i capi di Stato e i loro consiglieri), tenuto conto delle loro rappresentazioni geopolitiche personali e collettive, si riferiscono a diversi tipi di argomentazione o di ragionamenti che appartengono all’arsenale delle teorie geopolitiche.
Ci sono in effetti diversi modi di concepire la geopolitica, e lo stesso termine è stato oggetto di accentuazioni alquanto differenti. Non è nello spirito di questo saggio di escludere idee che oggi appaiono superate o pericolose, giacché alcuni continuano a riferirvisi. è invece necessario di inventariarle, spiegarle a rischio di criticarle – e discernere le loro origini storiche e il loro ruolo nelle lotte e nelle controversie attualmente in corso nel mondo.
Per trattare di tutto ciò in modo razionale e metodico, occorre una concezione d’insieme come pure un approccio scientifico, che aiuti a meglio capire gli avvenimenti attuali e quelli che si annunciano.

Una concezione nuova e globale della geopolitica
Ciò che abbiamo appena affermato, all’inizio di questo preambolo, è già molto diverso rispetto ai differenti modi più o meno parziali e di parte in cui abitualmente si tratta di geopolitica. Ma bisogna spingersi più avanti ed esporre i fondamenti di una concezione nuova e globale della geopolitica.
Questa concezione non deriva unicamente da una evoluzione personale, essa è il compimento di un’evoluzione storica complessa e relativamente lunga delle società europee occidentali. è in particolare la conseguenza dei nuovi fattori politici e culturali del nostro tempo: progresso della libertà di stampa e della libertà di espressione in una notevole parte del mondo d’oggi. In effetti, questa concezione nuova e operativa della geopolitica prende in considerazione il ruolo sempre più importante dei media, che diventano dei fattori geopolitici in tanto in quanto, influenzando l’opinione pubblica, modificano i punti di vista e le decisioni dei dirigenti.
Opponendosi in questo alle diverse concezioni che esamineremo in seguito, questa idea della geopolitica non procede da una definizione generale a priori. Al contrario, essa è stata definita dopo aver analizzato e distinto le caratteristiche comuni alle differenti qualità di fenomeni e di problemi che sono oggi considerati come geopolitici. è il risultato di ormai vent’anni di ricerche condotte dall’équipe che anima la rivista Hérodote, e che ha esaminato giorno dopo giorno, talvolta sul campo, le cause e lo svolgimento di molteplici tensioni e conflitti, come pure le reazioni dell’opinione nazionale e internazionale. Queste ricerche hanno anche progressivamente permesso di capire perché il termine «geopolitica», apparso all’inizio del XX secolo, non è più stato utilizzato dopo la fine della seconda guerra mondiale, e perché è così diffuso oggi.

La comparsa in Europa, dopo la fine della guerra fredda, di un gran numero di conflitti geopolitici gravi, e il fatto che da una decina d’anni il termine -geopolitica sia sempre più utilizzato per designare delle tensioni finora latenti – e che oggi si aggravano o suscitano, grazie alla stampa, l’interesse e l’emozione dell’opinione pubblica – inducono a pensare che stia accadendo qualcosa di nuovo. Quanto meno, si accentuano oggi dei fenomeni che erano meno chiaramente percepiti nel passato, o che non potevano manifestarsi in modo così evidente fino a pochi anni fa.
Sicché per aprire il gioco potremmo affermare (poi lo dovremo dimostrare) che il termine «geopolitica» non è tanto un nuovo modo di definire delle rivalità territoriali come ne esistono da secoli, ma che l’apparizione e l’allargamento degli usi di questo termine significano che, da qualche tempo, dei nuovi fattori moltiplicano i differenti generi di rivalità tra poteri relativi ai territori, e che esse si svolgono in modo diverso dal passato, non fosse che per il ruolo crescente dell’opinione pubblica. è ciò che noi verificheremo paragonando al passato il modo in cui appaiono e si sviluppano gli attuali conflitti.
Seconda affermazione, che scaturisce dalla prima: i fenomeni specificamente geopolitici non corrispondono a non si sa quali rivalità tra poteri per il controllo di territori ma – ecco la novità – a delle rivalità le cui rappresentazioni più o meno antagonistiche sono ormai largamente diffuse dai media. Ciò suscita discussioni fra i cittadini, certo alla condizione che vi sia libertà d’espressione nei paesi interessati. Così caratterizzati, si tratta dunque di fenomeni di un tipo storico nuovo, le cui conseguenze modificano sensibilmente le relazioni internazionali e l’esercizio dell’autorità dello Stato in vari paesi.
La dimostrazione di questa duplice affermazione necessiterà di percorrere un ceno numero di tappe di osservazione e di ragionamento. In effetti, le cose sono tutt’altro che semplici, e bisognerà tener conto e risolvere un certo numero di contraddizioni per costruire progressivamente la definizione di un concetto di geopolitica, e per misurarne il significato storico, culturale e politico.
Per capire a cosa corrisponda ciò che oggi chiamiamo geopolitica, è dunque necessario (ma non sufficiente) spiegare come e perché questo modo di vedere il mondo sia apparso, si sia poi sviato, per essere in seguito occultato, prima di riapparire recentemente, dotato di una portata e di un’ampiezza nuove e tanto maggiori quanto più i problemi detti geopolitici si moltiplicano ormai sulla superficie del globo. è per capire questo fenomeno che noi riflettiamo sul senso che dobbiamo dare alla geopolitica affinché essa non sia solo una parola «alla moda» per definire certi problemi, ma uno strumento per avviare un’indagine scientifica efficace.
Se anche occorre fare la storia, in verità abbastanza sorprendente, della parola geopolitica, dei suoi usi trascorsi o della maniera in cui è stata passata sotto silenzio, tuttavia noi partiremo dal presente. Tracceremo un quadro rapido dei diversi modi in cui questo termine è oggi adoperato, delle differenti qualità di problemi che oggi esso contribuisce a designare. In seguito, risaliremo al passato per meglio capire la situazione attuale. In ciò noi seguiremo l’approccio geopolitico che ci è proprio.
Il recente successo di un termine contestato
Il termine «geopolitica», a partire dagli anni Ottanta, e soprattutto dopo la fine della guerra fredda, conosce un crescente successo, praticamente in tutti i paesi. E soprattutto nei media, quando i giornalisti cercano di spiegare questa o quella rivalità territoriale – rivalità che vanno moltiplicandosi, specialmente in Europa – e di rendere conto delle reazioni dell’opinione pubblica nel mondo. Compito più difficile di quanto non appaia, almeno se lo si vuole affrontare seriamente (malgrado i tempi stretti di cui dispongono i giornalisti), analizzando onestamente gli argomenti e le rappresentazioni contraddittorie delle diverse forze politiche in contrasto, si tratti di Stati o di popoli, o che si manifestano in seno a una stessa nazione. Compito sempre più difficile, in ragione di un’attualità sempre più appesantita dal fatto abbastanza sorprendente per cui, malgrado la fine dell’antagonismo fra le maggiori potenze, numerose questioni, fino a ieri latenti o minime o di cui non si parlava affatto, si sono bruscamente aggravate negli ultimi anni – e ciò in contrade europee relativamente vicine.

Ma la geopolitica non è solo affare dei giornalisti. Giacché la maggior parte delle rappresentazioni geopolitiche è associata in modo più o meno evidente a delle idee e a dei principi, un gran numero di intellettuali, specialmente brillanti filosofi, se ne preoccupano. Essi dissertano sul ruolo e sui valori dell’Europa e si indignano a giusto titolo a causa del dramma che si svolge nei Balcani, problema a tal punto geopolitico che certi pensatori arrivano quasi a darne la colpa alla Geopolitica, come se si trattasse di una qualche divinità malefica.
Essendo questo termine nuovo, mal definito e molto utilizzato dai giornalisti, negli ambienti universitari e in particolare in quello delle scienze sociali, non lo si adopera ancora che con cautela. Invece, per un certo numero di specialisti di relazioni internazionali, per degli storici e soprattutto per certi geografi la geopolitica designa un nuovo campo di ricerca, in cui oggi c’è molto da fare, e un approccio scientifico nuovo.

Tuttavia, la difficoltà per questi ricercatori è che il termine geopolitica non è chiaramente definito ed è interpretato secondo accezioni molto diverse. Da un lato, questa è una conseguenza del suo successo, ma ciò deriva anche dalla diversità dei casi che oggi si ritiene utile definire geopolitici, meno per una moda che perché questo riferimento è ritenuto illuminante, pur essendo oggetto di giudizi di valore estremamente contraddittori.

Il recente successo di questo termine è tanto più da sottolineare in quanto alla fine della seconda guerra mondiale esso è stato quasi proscritto in un gran numero di paesi (la maggior parte dei paesi «occidentali» e soprattutto quelli comunitari), con il pretesto che si trattava di un concetto «hitleriano». Eppure, dopo il 1945, i problemi e i rivolgimenti che oggi chiameremo senza dubbio geopolitici non sono mancati, a cominciare dagli accordi di Jalta. Ma la quasi totalità di coloro che, nella maggior parte dei paesi, parlano oggi di geopolitica, non hanno certo nulla a che vedere con l’ideologia nazista, e anzi spesso ignorano le origini di questo termine e il fatto che esso sia stato oggetto di una sorta di tabù.

Ciò spiega le controversie a proposito di questa parola. Per alcuni – d’altra parte sempre meno numerosi (ma non si tratta solo di persone di una certa età, che sarebbero state particolarmente vittime del nazismo) – la geopolitica è una pseudoscienza e persino un approccio intellettuale criminale, giacché – dicono costoro – essa è indissociabile dall’imperialismo e financo dalle avventure più spaventose dei regimi totalitari. Per altri, al contrario, si tratta di una scienza nuova, oppure almeno di un modo nuovo di vedere il mondo e di porre i problemi che fino ad ora erano stati occultati dallo schermo delle ideologie. Tra questi due atteggiamenti estremi, le accezioni o le definizioni della geopolitica coprono una gamma più o meno larga di problemi che sono legati a diverse categorie di fenomeni politici come a porzioni più o meno vaste di spazio terrestre.
La storia di questo termine non è dunque semplice, non più della sua sfera semantica, che tende ad allargarsi; oggi si parla di geopolitica a proposito della moltiplicazione – non fosse che in Europa o in paesi vicini – di problemi tanto diversi quanto la comparsa di nuovi Stati, il tracciato delle loro frontiere, i loro conflitti territoriali, l’espansione di certe ideologie politiche e religiose come l’islamismo, o le rivendicazioni dei popoli che vogliono essere indipendenti; ma si parla anche di geopolitica, e sempre più da qualche anno, a proposito di problemi politici interni a un medesimo Stato, delle rivendicazioni regionalistiche, della geografia dei risultati elettorali, del ritagliare o raggruppare le circoscrizioni amministrative, o delle questioni di gestione del territorio. Si è tentati di considerare che si tratti di un fenomeno alla moda. Nondimeno, resta che le rivendicazioni di autonomia o di indipendenza formulate da modesti gruppi etnici o da piccole «minoranze culturali» pongono oggi, in numerosi Stati, delicati problemi politici, quando ancora qualche anno fa esse sarebbero state soffocate, se non regolate, con la forza.

Questioni teoriche e semantiche
È ora necessario affrontare alcuni problemi teorici che sono, in verità, molto importanti, anche se il più delle volte ad essi non si presta attenzione: si riferiscono ai rapporti abbastanza sorprendenti tra questo significante – «geopolitica» – e tutta una gamma di significati. Nelle diversissime accezioni già evocate, si tratta pur sempre di rivalità tra differenti tipi di poteri su territori più o meno vasti. Constatare questa territorialità della «geopolitica» conferma il riferimento alla geografia, ciò che l’abbreviazione iniziale indica in modo quasi evidente.
Ora, tali conflitti territoriali fra gli Stati esistono da secoli e da altrettanto tempo le frontiere sono state tracciate e poi modificate; tutto ciò veniva riferito alla storia e non si parlava di geopolitica né di un termine equivalente. Perché si è dovuto attendere l’inizio del XX secolo affinché questo termine apparisse, ed essenzialmente, a quel tempo, in un solo Stato, la Germania? E perché dobbiamo attendere la fine del secolo perché improvvisamente l’uso di questa parola si generalizzi e diventi un’idea-forza? Che cosa porta essa di nuovo in rapporto alla storia, cioè a quello che scrivono gli storici?
Finiremo per definire retrospettivamente «geopolitici» tutti i conflitti territoriali di una volta, come fa qualcuno? Il problema è meno semplice di quanto non appaia, non fosse che per la proscrizione del termine «geopolitica» dopo la seconda guerra mondiale. Per quasi quarant’anni questa parola non è stata più usata (nemmeno come aggettivo), né nei media né nelle università, quando tutta una serie di fenomeni (la divisione dell’Europa e del mondo in due blocchi e le rivalità delle due «superpotenze») si riferivano palesemente a quella che noi oggi definiamo correntemente geopolitica. Il rapporto signficante-significato non è dunque affatto semplice, non più di quanto sono chiare le cause di questo tabù, né le ragioni per cui esso è stato progressivamente superato nel corso degli anni Ottanta.
Per definire a posteriori alcuni tipi di problemi è sufficiente notare che il termine «geopolitica» è relativamente recente e impiegarlo semplicemente come una novità o come una comodità linguistica? Gli specialisti che hanno riferimento hanno un modo nuovo di inquadrare e di spiegare le rivalità territoriali di un tempo e quelle di oggi? La sua apparizione all’inizio del secolo e la sua riapparizione – inizialmente timida, verso il 1980, e poi clamorosa dopo la frantumazione dei regimi comunisti e dell’Unione Sovietica – sono solo il riflesso dell’evoluzione delle idee negli ambienti intellettuali o universitari? O non anche la conseguenza di cambiamenti politici importanti nell’ambito di numerosi Stati? Tutto dipende da che cosa si intende con geopolitica.
Il termine, nelle sue molteplici accezioni attuali, è usato il più delle volte come aggettivo. Curiosamente, i dizionari nemmeno lo citano in quanto aggettivo e lo prendono in considerazione solo come sostantivo, ma senza indicare i tre significati differenti di questa parola. Il primo significato è quello dato dai grandi dizionari, il Larousse e il Robert, dove il termine non figura d’altronde che in modo furtivo: la geopolitica vi è considerata solo come una scienza o una particolare materia di studio. Il secondo, sempre più frequente per quanto assente nei dizionari potrebbe essere, trasponendo la definizione che il Robert dà in secondo luogo della geografia: «La realtà oggetto di questa scienza». Sarebbe d’altra parte preferibile dire «le realtà che sono considerate essere oggetto di questa scienza» e che è dunque, per conseguenza, legittimo definire geopolitiche.
Ora, che si tratti dei media o di ricerche degli specialisti queste «realtà» sono prese in considerazione sia in quadri spaziali più o meno vasti (per esempio, geopolitica dell’Africa, geopolitica di Beirut), sia in funzione di certi attori politici che conducono o si ritiene conducano un certo tipo di azioni che si definiscono anch’esse geopolitiche. Siccome questi attori sono spesso assimilati a Stati, si parlava per esempio correntemente, almeno fino al 1991, di geopolitica dell’Unione Sovietica; in un tale caso, c’è confusione tra i dati i problemi geopolitici considerati nel quadro di questo Stato, e le azioni e i progetti attuati dai suoi dirigenti dentro o fuori le frontiere statuali. Sicché si parla oggi correntemente della geopolitica americana in questa o quella parte del mondo.

L’idea che la geopolitica è anche e soprattutto strategia è ancora più evidente quando si evoca, per esempio, la geopolitica di Reagan o quella di Gorbacev, cioè i differenti tipi di azione condotti, o più precisamente decisi da questo o quell’attore politico per modificare una situazione definita geopolitica. Siamo così arrivati al terzo senso del termine geopolitica.
Negli scritti dei giornalisti come nei lavori di diversi specialisti è chiaro che la geopolitica non è oggi considerata tanto come scienza o conoscenza (non fosse che per le difficoltà di definirla) quanto come azione, progetto e strategia. E questa evoluzione, lungi dall’essere una deriva mediatica (checché ne pensi qualcuno), è assolutamente fondata, perché in questo campo le analisi concrete si fondano su rivalità territoriali tra poteri i cui attori e soprattutto i cui capi hanno logicamente dei progetti e delle strategie. Questi dirigenti si servono d’altronde delle informazioni geopolitiche fornite da diversi specialisti per stabilire e modificare questi progetti e queste strategie. Eppure, nei dizionari la geopolitica non è assolutamente considerata come azione e strategia, ma definita solo come scienza o disciplina di un genere particolare. Le definizioni dei dizionari sono di fatto dello stesso tipo di quelle che essi danno della geografia.

Questo sostantivo ha anch’esso due significati troppo spesso confusi. Secondo il Robert, è 1) «la scienza che ha per oggetto lo studio dei fenomeni fisici biologici umani localizzati sulla superficie del globo terrestre» e 2) «la realtà fisica, biologica, umana che è oggetto di studio della scienza geografica». Ora, se il termine stesso di «geografia» fa esplicito riferimento a una tecnica scientifica (geo-grafia, disegnare, rappresentare la Terra, cioè anzitutto costruire delle carte), non è questo il caso del termine geopolitica giacché, in primo luogo, la politica non è definita nel Robert come scienza ma come 1) ciò che è «relativo alla città, al governo dello Stato» e 2) «arte e pratica del governo delle società umane». Il terzo senso di «geopolitica» – azione, progetto, strategia – è dunque semanticamente legittimo. Queste considerazioni permettono di prendere coscienza di un certo numero di ambiguità semantiche, ma non per questo definiscono che cosa è la geopolitica. Coloro che – procedendo in modo inverso rispetto al nostro – vogliono partire dai principi e non dalla realtà, così come essa è percepibile, diranno che sono geopolitici i fenomeni che si riferiscono alla geopolitica. Ma come l’hanno definita, fino ad oggi la geopolitica?

Alcune definizioni correnti ma parziali e contraddittorie della geopolitica
Per il Robert (1965), la geopolitica è «lo studio dei rapporti tra i dati naturali della geografia e la politica degli Stati». Il Grand Larousse Universel (1962) è ancora più esplicito, giacché per esso la geopolitica è «lo studio dei rapporti che uniscono gli Stati le loro politiche e le leggi di natura, queste ultime determinando le altre».

È abbastanza curioso che questo genere di definizioni che non si trovano solo nei dizionari ometta ogni riferimento alla storia, per quanto l’invocazione dei «diritti storici» sia uno dei maggiori argomenti in geopolitica. Ad ogni modo, simili definizioni avrebbero dovuto essere respinte per la loro evidente illogicità, che rasenta l’assurdità (ma certi geopolitici vi si riferiscono senza vergogna, per le necessità della causa che essi sostengono). In effetti se «le leggi di natura determinano la politica degli Stati», come spiegare che essi possano operare cambiamenti spettacolari e durevoli della loro politica, ciò che la storia permette di constatare, e non solo durante le rivoluzioni? I «dati naturali della geografia» purtuttavia non cambiano affatto, e «le leggi di natura» sono comunque eterne. Queste definizioni quanto meno sommarie (due righe ciascuna) sono anteriori al successo attuale della geopolitica, ma si continua spesso a farvi riferimento, specialmente negli ambienti universitari.

Queste definizioni classiche, che si limitano a indicare l’esistenza di rapporti tra la geopolitica e la geografia, ma senza specificare di quali rapporti si tratti comportano inoltre il grande inconveniente di ridurre quest’ultima ai soli fenomeni naturali – concezione assai diffusa nell’opinione comune, ma che non ha alcuna giustificazione epistemologica. Perché queste pretese definizioni della geopolitica non fanno menzione dei rapporti tra la «politica degli Stati» e i dati purtuttavia fondamentali della geografia umana, non fosse che, per esempio, l’importanza della densità di popolazione in rapporto alla superficie utilizzabile di uno Stato? Mistero, o forse questo rischierebbe di richiamare la questione dello «spazio vitale» che Hitler ha sviluppato nel Mein Kampf?
Il Grand Larousse Universel (1989) definisce la geopolitica come «una scienza che studia i rapporti tra la geografia degli Stati e la loro politica. (…) La geopolitica esprime la volontà di guidare l’azione dei governi in funzione delle lezioni della geografia. (…)». La volontà di chi? Si potrebbe credere che questo proposito rifletta le ambizioni dei maestri della geografia accademica. Uno dei più celebri in questo campo non fu forse il britannico sir Halford Mackinder (1861-1947) che acquisì dopo il 1900, una grande notorietà nei circoli dirigenti anglosassoni? Egli è spesso considerato uno dei più celebri geopolitici. Eppure, non ha mai fatto esplicito riferimento alla geopolitica nei suoi scritti, e il più celebre tra essi intorno a questo tema (The Geographical Pivot of History), si inquadra piuttosto in quella che sarà poi definita geostoria.

La corporazione dei geografi accademici in senso generale ma in modo peculiare in Francia e oggi anche in Germania, è tuttavia, paradossalmente, quella che, assai più delle altre, tuttora respinge la geopolitica in nome della scienza e con il pretesto che si tratterebbe di un residuo o di una rinascita del nazismo. Questa corporazione disapprova coloro tra i suoi membri che se ne occupano e promuove invece la pratica della geografia politica.
Ma questo settore della geografia accademica, malgrado l’importanza riconosciuta del volume Politische Geographie nell’opera del grande geografo tedesco Friedrich Ratzel (1844-1904), negli ultimi decenni era stato completamente abbandonato, a parte un certo risveglio in questi ultimi anni nell’intento di far concorrenza alla geopolitica. Al punto che la geografia politica è dimenticata nel Dictionnaire de la géographie diretto da Pierre George (1979), che indica come «la geopolitica è lo studio dei rapporti tra i fattori geografici e le azioni o le situazioni politiche», prima di menzionare che essa è stata «uno degli strumenti di propaganda politica dei teorici dei Terzo Reich».

Il più celebre di questi teorici l’animatore della prima corrente di idee che facesse riferimento alla geopolitica per metterla in pratica, il geografo e generale tedesco Karl Haushofer (1869-1946), dichiarava verso il 1920, in modo al quanto lirico: «La geopolitica sarà e deve essere la coscienza geografica dello Stato. Il suo oggetto è lo studio delle grandi connessioni vitali dell’uomo d’oggi nello spazio d’oggi (…) e la sua finalità (…) è il coordinamento dei fenomeni che legano lo Stato allo spazio». In effetti, l’oggetto principale di questa corrente geopolitica erano le relazioni territoriali degli Stati tra loro, il tracciato delle loro frontiere, e in particolare quelle della Germania che, in conseguenza del Trattato di Versailles (1919), aveva appena perso importanti territori.
Gli specialisti di relazioni internazionali inquadrano la geopolitica ancor più in funzione delle loro preoccupazioni. Dopo il 1945, quando questo termine era completamente proscritto in Europa, all’Ovest come all’Est, certi specialisti americani vi facevano talvolta riferimento in lavori abbastanza riservati destinati a fornire ai dirigenti americani una base teorica alla politica che gli Stati Uniti, a causa della guerra fredda e della loro potenza, dovevano condurre su scala mondiale. «L’essenza della geopolitica è di studiare la relazione che esiste tra la politica internazionale di potenza e le caratteristiche corrispondenti della geografia (e specialmente) quelle su cui si sviluppano le fonti della potenza», scrive nel 1963 Saul Cohen in Geography and Politics in a World Divided. Per Robert E. Harkavy, in Great Power Competition for Overseas Bases: Geopolitics of Access Diplomacy (1983), la geopolitica è «la rappresentazione cartografica delle relazioni tra le potenze principali in contrapposizione fra loro». Secondo la Encyclopedia Britannica la geopolitica è «l’utilizzazione della geografia da parte dei governi che praticano una politica di potenza», mentre William T. Fox, in un colloquio organizzato a Bruxelles dalla Nato nel 1983, sostiene che in generale la geopolitica è «l’applicazione delle conoscenze geografiche agli affari mondiali». Identica la concezione del generale Pierre Gallois, autore di un’opera intitolata Géopolitique: les voies de la puissance (1990): «La geopolitica è lo studio delle relazioni che esistono tra la condotta di una politica di potenza sviluppata sul piano internazionale e il quadro geografico in cui essa si esercita».
Ma queste concezioni più o meno prossime, secondo cui la geopolitica è essenzialmente analisi di tipo geografico delle relazioni interstatuali sul piano planetario o su quello dei grandi spazi non tengono conto del fatto che analisi geopolitiche dei rapporti di forza sono oggi condotte riguardo a territori di dimensioni assai minori che si tratti di Beirut o dei quartieri centrali di Los Angeles, ad esempio.

Alcuni specialisti di scienze sociali considerano che la geopolitica tenga anche in conto numerosi problemi politici interni agli Stati compresi quelli la cui unità nazionale è forte. Queste ricerche di geopolitica interna, anch’esse orientate sullo studio delle rivalità territoriali tra poteri – in particolare quelle tra i notabili della politica – hanno mostrato la loro efficacia in materia di analisi dei fenomeni elettorali e delle operazioni digestione del territorio. Già da molti decenni in America Latina i gruppi dirigenti e soprattutto i militari brasiliani argentini e cileni si riferiscono alla «geopolitica» per condurre delle operazioni di gestione dei loro territori o di organizzazione dello spazio.
Molto più complessa e recente è la «proposta di definizione» che Michel Foucher, nel suo libro Fronts et Frontières (1991), dà della geopolitica: essa è, secondo lui «un metodo globale di analisi geografica di situazioni sociopolitiche concrete prese in esame in tanto in quanto esse sono localizzate, e delle rappresentazioni abituali che le descrivono». Ciò ha il vantaggio di potersi applicare a situazioni di ogni dimensione, compreso il quadro di Stati di dimensioni relativamente piccole, e di non ridurre la geopolitica ai rapporti tra Stati o alle rivalità planetarie, come fa qualcuno. Ma l’espressione «situazioni sociopolitiche concrete», se applicata ad altre questioni oltre a quelle concernenti le frontiere, non indica che i fenomeni geopolitici sono essenzialmente rivalità di potere riferite al territorio; ciò risulta ancor più mascherato dal fatto che questa definizione fa stato delle «rappresentazioni abituali» quando si tratta, in tutte le situazioni geopolitiche, a fortiori nei problemi di frontiere, di rappresentazioni contraddittorie.

Malgrado le loro differenze, tutti questi modi di inquadrare la geopolitica, compreso l’ultimo, hanno in comune la caratteristica di non rendere conto delle sue singolarità storiche: né spiegano l’apparizione molto tardiva di questo termine all’inizio dei XX secolo, la sua eclisse trentacinquennale, e soprattutto, da una decina d’anni la sua utilizzazione sempre più frequente sulla stampa e da parte di diversi specialisti meno per effetto di una moda che in ragione di un fenomeno obiettivo: la moltiplicazione recente dei problemi dei conflitti gravi o minori che vengono chiamati geopolitici. Insomma, nel mondo accade qualcosa di nuovo.
Era successo qualcosa del genere quando per la prima volta, in un paese, una corrente di opinione si è preoccupata della geopolitica?
L’apparizione della geopolitica
Perché è solo all’inizio dei XX secolo, nei 1918-1919, in Germania, che la geopolitica appare come una novità intellettuale e politica e suscita in quel paese una poderosa corrente intellettuale, quando i conflitti territoriali fra Stati esistevano da secoli? Non bisogna mettere da parte questo problema, che oggi può apparire ben superato. Ma cercare di capire le cause di questa apparizione, così come quelle della proscrizione del termine dopo il 1945, poi del suo riapparire dopo dieci anni – cioè cercare di capire le grandi tappe della storia della geopolitica – permette di afferrare meglio alcune delle caratteristiche fondamentali della geopolitica e di avanzare nella costruzione della sua definizione.
Non basta segnalare, come si fa la maggior parte delle volte, che la parola «geopolitica» è comparsa, d’altronde in modo alquanto furtivo, per la prima volta nel 1904, per la penna di un geografo svedese, Rudolph Kjellen (1864-1922), fortemente influenzato dall’opera di Friedrich Ratzel e legatissimo agli ambienti culturali tedeschi. Per lui la geopolitica, allo stesso modo della ecopolitica e della demopolitica da lui proposte, era uno dei percorsi di ricerca di cui sottolineava l’importanza. Egli riprenderà questi termini nel suo libro del 1916 Lo Stato come organismo vivente. Ma è solo dopo il 1918 e soprattutto in tutt’altro contesto politico che debutterà, con Haushofer; quello che si può definire il primo movimento di idee geopolitiche.
Per un gran numero di autori che tratteranno più tardi di geopolitica, questa appare, nel migliore dei casi come una delle forme più caratteristiche della «ragion di Stato», o di una Realpolitik: il sovrano e i suoi fidi non prendendo in considerazione nell’interesse dello Stato che dati materiali considerati come oggettivi e in primissimo luogo i «dati geografici», e così mettendo tra parentesi determinati principi politici o morali. Si ripete a volontà la frase di Napoleone I «la politica degli Stati è nella loro geografia», dimenticando che era lui che sceglieva i dati geografici in funzione dei quali prendeva le sue decisioni per riorganizzare la Germania e l’Europa. Nel caso peggiore, si pensa spesso, la geopolitica copre con argomenti speciosi le annessioni più ciniche e brutali.
Ora, la prima apparizione della corrente di idee geopolitiche – in Germania – si situa al contrario in un momento in cui l’autorità dello Stato è singolarmente indebolita, nel 1918-’19: dopo che il Reich ha dovuto chiedere l’armistizio, a causa dello scoraggiamento di una grande parte dell’esercito per la comparsa in Europa di un nuovo avversario, l’esercito americano, ma anche a causa delle rivolte comuniste, in particolare a Berlino. Dopo l’armistizio, si avvia un grande dibattito nei quale cittadini di diverse tendenze politiche si domandano se conviene accettare o rifiutare – salvo riprendere la guerra – le clausole territoriali dei trattato di pace che la coalizione vittoriosa vuole imporre. Coloro che sperano che il trattato potrà essere rivisto ulteriormente si oppongono a coloro che vogliono resistere ad ogni costo: che cosa bisogna accettare, a rigore? Quali sono i territori che bisogna accettare di abbandonare e quali sono quelli cui aggrapparsi? Di lasciare la Prussia Orientale non si discute nemmeno!
Fino ad allora, solo i sovrani e i capi di Stato decidevano, con i loro consiglieri più vicini su questo genere di problemi e non ci si sognava affatto di riferirne al popolo. Ma nella Germania dei dopo-sconfitta si ingaggiò fra cittadini di differenti tendenze politiche un vero dibattito democratico (per quanto segnato da molte violenze) sul problema del territorio della nazione e delle sue frontiere. Allora era un fatto assolutamente eccezionale. Certo, negli Stati democratici c’erano già molti dibattiti politici – sull’attribuzione del diritto di voto ai poveri o alle donne, sul ruolo della Chiesa, sul sistema di governo eccetera – ma non c’erano mai stati dei dibattiti geopolitici cioè imperniati sul problema delle frontiere e sulla definizione stessa del territorio dello Stato e della nazione.
In questo primo dibattito geopolitico e patriottico, i professori di storia e di geografia dei licei e specialmente i giovani che tornavano dal fronte, hanno giocato un ruolo importante. Alcuni tra loro si sono resi conto che i corsi di geografia politica ispirati dall’opera di Friedrich Ratzel e che essi avevano seguito quando erano all’università non servivano a un bel nulla quando si trattava di provare l’ingiustizia e l’assurdità delle frontiere che i vincitori pretendevano di imporre alla Germania. Le «leggi scientifiche» della geografia politica che Ratzel invocava in un insegnamento molto teorico e molto accademico (che egli aveva voluto al quanto differenziare rispetto agli articoli che scriveva in quanto presidente della Lega pangermanista) non permettevano di comprendere i rapporti di forza in Europa né, in modo concreto, la situazione politica in cui la Germania si trovava dopo la sconfitta.
Inoltre, contrariamente a coloro che affermano che Ratzel è in qualche modo il fondatore della geopolitica, pare evidente che è semmai proprio contro l’accademismo della geografia politica ratzeliana che si è lanciata quella corrente di idee che avrebbe introdotto un nuovo termine, quello di «geopolitica». La maggior parte dei geografi accademici tedeschi inizialmente non fu ad essa favorevole, ed è questa la ragione per cui i professori di liceo trovarono il sostegno di Haushofer messo ai margini dell’università a causa dei suoi incarichi militari e della sua carriera diplomatica (in Giappone, prima della guerra). Ed è per rivolgersi all’insieme dei cittadini che il movimento geopolitico lanciò una pubblicazione semplicissima, illustrata da carte schematiche, molto suggestive: Zeitschrift fur Geopolitik. Se Haushofer non disdegnò di riprendervi alcune «leggi» della geografia politica, egli tuttavia proclamò che la geopolitica era una scienza nuova: era un mezzo di imporre le sue tesi con un’operazione apertamente politica, apertamente differente dal discorso accademico tenuto da Ratzel.

In seguito, per ottenere la revisione dei Trattato di Versailles o l’Anschluss con l’Austria (ciò che chiedevano anche i partiti di sinistra tedeschi e austriaci), il movimento geopolitico sviluppò la sua azione sul piano internazionale, grazie alla collaborazione di geografi o di diplomatici di diversi Stati europei Unione Sovietica compresa, i quali non accettavano affatto le frontiere imposte dopo il 1918, anche coloro che erano stati avvantaggiati volevano ancor di più.
Il partito nazista non cominciò ad acquistare importanza che dieci anni dopo l’esordio di questa scuola geopolitica che non è, contrariamente a quanto spesso si afferma, una creazione del nazismo.
I francesi avrebbero d’altronde potuto lanciare la loro propria scuola di geopolitica ma, all’università, i maestri di quella che si chiamava la geografia francese o la scuola geografica francese vi si opposero in nome della scienza e della geografia, pur senza esprimere ragioni epistemologiche più precise.
In Germania, se Hitler recuperò a proprio uso e consumo gli argomenti patriottici della geopolitica tedesca e la notorietà di Haushofer; i nazisti che ebbero le loro riviste di geopolitica, soffocarono poi ogni dibattito intorno ai problemi dello Stato e della nazione nei rapporti di forza europei.
Haushofer era un personaggio complesso giacché sua moglie, che ebbe fino all’ultimo un ruolo importante al suo fianco, era di origine ebraica ed egli era amico personale di Rudolf Hess il quale volò in Inghilterra nel maggio 1941. è proprio dell’estate 1941 la rottura tra il Fuhrer e Haushofer; che allora era al vertice del suo prestigio, giacché egli aveva fama di essere la mente del patto germano-sovietico dell’agosto 1939 (in nome delle tesi planetarie di Mackinder). Ma Haushofer manifestò il suo disaccordo quando, nel giugno 1941, Hitler lanciò improvvisamente l’attacco all’Unione Sovietica. La rivista Zeitschrift fur Geopolitik cessò le pubblicazioni poco dopo, e Haushofer fu da allora in poi malvisto dai dirigenti nazisti giacché Rudolf Hess non poteva più servirgli da garante. Haushofer fu persino arrestato quando suo figlio, egli stesso geopolitico e diplomatico, fu implicato nei complotto contro Hitler e assassinato dalla Gestapo.
I rapporti tra la scuola geopolitica tedesca e il nazismo sotto dunque molto più complicati di quanto abitualmente non si dica. Karl Haushofer; che alcuni avrebbero voluto vedere tradotto davanti al tribunale di Norimberga, dove erano giudicati i dirigenti nazisti fu risparmiato dagli americani che cominciavano a interessarsi molto di geopolitica. Ma nel 1946 egli si suicidò insieme alla moglie.

Si tratta ora di capire perché il termine geopolitica sia stato proscritto per così lungo tempo, dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando sarebbe stato assolutamente possibile contrapporre alla geopolitica dei nazisti una geopolitica dei loro avversari. Perché questo termine è stato oggetto di un simile tabù (salvo che per l’uso interno degli ambienti vicini alla Casa Bianca, al Pentagono o al Cremlino) e ciò per trentacinque anni, malgrado diverse spettacolari decisioni prese sia all’Est che all’Ovest avrebbero meritato la qualifica di «geopolitiche»?
Quando la guerra fredda era al culmine, gli americani avrebbero potuto appropriarsi di una geopolitica del mondo libero e accusare i sovietici di praticare una geopolitica oppressiva. Questi ultimi avrebbero potuto impossessarsi di una geopolitica anti-imperialista e socialista. Alcuni scritti sovietici accusavano il pentagono di riappropriarsi della geopolitica hitleriana, ma, fatto curioso, i comunisti non insistettero.
In effetti, Stalin aveva fatto proibire in Unione Sovietica e in tutti gli Stati diretti dai partiti comunisti ogni riferimento alla geopolitica (e persino alla geografia umana, sospetta di connivenza), se non per denunciarla come consustanziale al nazismo, ma senza troppa convinzione. Sembra che Stalin volesse far dimenticare assolutamente quella grande operazione geopolitica che era stato il Patto germano-sovietico, nel quale si era fatto intrappolare, non prevedendo che l’attacco tedesco sarebbe venuto meno di due anni dopo. In quella operazione egli sarebbe stato sedotto dalle pretese leggi geopolitiche di Haushofer-Mackinder; che intendevano dimostrare la necessità di un’Eurasia unificata, dall’Atlantico al Pacifico, e ciò tanto più in quanto al centro dell’Unione Sovietica era situato lo Heartland che, per Mackinder, era il futuro «centro del mondo».
D’altra parte, dopo lo scatenamento della guerra fredda, a partire dal 1947, la costituzione di due blocchi contrapposti in Europa, schierati lungo la linea di confine fissata dagli accordi di Jalta nel 1945, spinse i leader dei due schieramenti a proscrivere ogni idea, ogni rappresentazione che non rafforzasse quella dello scontro planetario delle due concezioni del mondo: il «mondo libero» che i suoi avversari definivano imperialista o capitalista, e il «mondo socialista», chiamato più semplicemente mondo comunista. Questa rappresentazione – la divisione del mondo in due coalizioni con le loro zone di influenza – era peraltro di tipo perfettamente geopolitico – rivalità di poteri su dei territori, ma, per i dirigenti dell’una o dell’altra superpotenza, non era auspicabile impiegare un termine che non poteva mancare di ricordare i recenti conflitti nazionali, né di ricordare a ciascuna nazione quanto aveva lottato per difendere o riconquistare il suo territorio.
Le nazioni appartenevano ormai all’uno o all’altro blocco, ed era importante che nulla ne indebolisse la coesione. Nel «campo socialista» gli Stati erano considerati fratelli grazie al socialismo, e la geopolitica andava dunque vietata, poiché era così strettamente legata ai conflitti territoriali che li avevano opposti gli uni agli altri solo poco tempo prima. I conflitti sul territorio dovevano essere per principio dimenticati una volta per tutte. In «Occidente» non era più considerato opportuno evocare la geopolitica né i litigi territoriali (per esempio, l’Alsazia-Lorena) che avevano portato a combattersi così duramente tra loro delle nazioni che oramai facevano parte dell’Alleanza atlantica. In ciascuno dei due campi, i problemi delle nazioni e dei loro territori dovevano apparire secondari e sorpassati tenendo conto della contrapposizione planetaria di due ideologie, di due sistemi, di due mondi dai valori radicalmente diversi.
Non tutte le rivalità fra poteri sul territorio sono necessariamente geopolitiche. E Dio sa quanto grande fosse questa rivalità ai tempi della guerra fredda, giacché la posta in gioco era l’estensione delle zone di influenza dell’una o dell’altra superpotenza sulla maggior parte del globo. Ma la parola «geopolitica» era proscritta. Certo, c’erano dei grandi dibattiti politici, ma essi erano fondati sui valori ideologici (il Bene socialista contro il Male capitalista, e viceversa) e sulle ragioni economiche della concorrenza fra le superpotenze. Ma non c’erano affatto discussioni sulle rappresentazioni propriamente territoriali di questa competizione. La teoria detta «del domino», formulata a partire dal 1954 dai dirigenti americani a riguardo della pressione comunista nel Sud-Est asiatico, era abbastanza rudimentale a causa del suo aspetto meccanico, e d’altronde non suscitò un grande dibattito.
È particolarmente significativo che il termine geopolitica abbia ricominciato ad apparire sui media occidentali non gia in occasione della guerra di Corea, né durante la guerra di Indocina, quando il più lungo e più forte scontro militare fra Est e Ovest era al suo culmine, ma solo dopo la fine di questo scontro: e precisamente nel 1978-’79 al tempo del conflitto fra Cambogia e Vietnam. Riapparizione dapprima timida, per la penna di certi giornalisti. Benché si trattasse di paesi molto lontani dall’Europa, il tabù in un primo tempo fu rispettato, nella misura in cui la geopolitica fu ancora una volta presentata come la peggiore e la più stupida delle maledizioni che possano abbattersi sui popoli: appena terminata una così lunga guerra, in cui i loro dirigenti erano stati alleati contro l’imperialismo, ora questi arrivavano a battersi per delle dispute di confine e in nome dei diritti storici su determinati territori.
In un momento in cui l’opinione pubblica mondiale, grazie ai media, seguiva con passione ciò che avveniva in Indocina (gli americani si erano massicciamente impegnati contro il comunismo, prima di mollare la presa), questo nuovo avvenimento mostrava in modo spettacolare che, persino in seno al blocco comunista, le rivalità territoriali tra due nazioni erano talmente gravi da poterle condurre alla guerra. Certo, dopo la rottura fra Cina e Unione Sovietica nel 1958, questo blocco era diviso, ma si pensava che degli Stati comunisti, malgrado le loro rivalità, non potessero arrivare alla guerra aperta. Quella che scoppiò tra i khmer rossi e i comunisti vietnamiti per il controllo di una parte del delta del Mekong ebbe dunque un eco fortissima nel mondo e contribuì al riapparire della parola «geopolitica» per designare degli antagonismi molto meno ideologici che territoriali. Ciò diede luogo a diversi dibattiti nel mondo occidentale, e non solamente tra i marxisti, sconcertati e dilacerati da quella che consideravano come una «lotta fratricida».

Il modo di porre i problemi in termini economici e politici o di rapporti di classe era messo per la prima volta spettacolarmente in causa da un’altra rappresentazione, che dava importanza ai territori e alle poste in gioco di tipo economico, strategico e soprattutto simbolico che essi costituivano per degli Stati o dei popoli. È sintomatico che queste discussioni, non limitate agli specialisti, ma che riguardavano correttamente, sul piano internazionale, un gran numero di cittadini, fossero sempre più associate alla riapparizione del termine «geopolitica» nei media occidentali.
In seguito a questo conflitto cambogiano, altre ambizioni territoriali fondate su «diritti storici» hanno provocato altre guerre di grande rilievo, da quella che oppose Iraq e Iran dal 1980 al 1988, fino all’invasione e all’annessione del Kuwait da parte dell’Iraq nel 1990, da cui nacque la guerra del Golfo (1991), preceduta quest’ultima da grandi discussioni geopolitiche in tutto il mondo. In questi due casi, Saddam Hussein pretendeva di liberare dei territori «storicamente parte della nazione irachena», caso evidente di rappresentazione geopolitica radicalmente opposta a quella dei suoi avversari. Tuttavia, nel Vicino Oriente, il conflitto tra Israele e Palestina curiosamente non è stato considerato geopolitico, benché sia uno dei conflitti geopolitici più complessi. Invece, quello dell’Afghanistan ha largamente contribuito, a causa delle reazioni suscitate, alla diffusione dei ragionamenti geopolitici.

Il trionfo del diritto dei popoli di disporre di se stessi e.. della geopolitica

È soprattutto dopo il 1985 che l’uso del termine geopolitica ha conosciuto il suo maggiore sviluppo. Intanto in quanto sono apparse, in Europa orientale e sul piano mondiale, tutte le notevoli conseguenze della perestrojka, e in special modo la glasnost – cioè l’esortazione ai giornalisti di usare di una nuova libertà di stampa – si è venuti in un numero crescente di paesi a considerare la geopolitica come un nuovo modo di vedere il mondo. Infatti, il crollo dei regimi comunisti ha disvelato la molteplicità di rivendicazioni di indipendenza nazionale e le loro contraddizioni territoriali nella maggior parte d’Europa, in Europa centrale, nei Balcani e nella ex Urss. In seno a ciascuna nazione, compresa la Russia, la recente libertà di espressione ha provocato dei dibattiti paragonabili in qualche misura a quelli che i tedeschi avevano conosciuto quando apparve il movimento geopolitico. «Bisogna staccarsi dall’Unione Sovietica?» Se i baltici hanno risposto in massa di sì, la risposta era, invero, molto meno evidente nelle altre repubbliche, se non inversa, prima del tentativo di putsch dell’agosto 1991. «Dobbiamo accontentarci del territorio della nostra repubblica così come è attualmente delimitato o non dobbiamo profittare invece delle condizioni attuali per rivendicare da subito i nostri territori “storici”, dove si trova una parte dei nostri compatrioti?». Si tratta evidentemente di dibattiti fondamentalmente geopolitici e che d’altro canto hanno scavalcato in importanza quelli propriamente politici. I problemi posti sembrano di soluzione alquanto ardua a causa delle aspirazioni territoriali contraddittorie della maggior parte delle nazioni dell’ex Urss e del fatto che in certe regioni siano in casto nate diverse minoranze nazionali.
Se la scomparsa dell’Urss non ha provocato finora grosse perdite umane, salvo che nei conflitti caucasici o in Tagikistan, i rischi di frammentazione della Repubblica federativa di Russia a causa delle rivendicazioni di diversi popoli appartenenti alle repubbliche autonome e soprattutto il destino dei 25 milioni di russi che vivono fuori della Russia, pongono problemi geopolitici tanto più gravi in quanto cominciano a essere sfruttati da alcuni leader politici. Inoltre le strutture della Csi appaiono fragilissime.

Se la dimensione della Cecoslovacchia si è fatta nella calma, dopo serie discussioni geopolitiche, la disgregazione della Federazione jugoslava, dopo le proclamazioni di indipendenza delle repubbliche federate, ha provocato combattimenti terribili, in Croazia e soprattutto in Bosnia: il fatto che le diverse nazionalità siano frammiste sul territorio e i timori reciproci costituiscano l’eredità di una storia dolorosa e complicata, sono le cause principali della tragedia attuale. Ma questa avrebbe potuto indubbiamente essere scongiurata se i diplomatici europei, prima di riconoscere l’indipendenza di queste repubbliche, avessero misurato i rischi connessi all’incastratura delle nazionalità sul terreno e se i leader slavi, per far dimenticare il loro recente passato comunista o per prevalere sui rivali, non avessero fomentato la crisi e l’esasperazione delle rappresentazioni geopolitiche antagoniste.
L’accentuazione e la moltiplicazione delle preoccupazioni geopolitiche riguardano anche Stati dell’Europa occidentale, a causa dello sviluppo di ciò che viene definito democrazia e del rispetto della libertà di espressione.
L’emergere di poteri regionali, il riconoscimento dei particolarismi culturali persino nel quadro di un vecchio Stato nazionale a forte tradizione centralista come la Francia, pone nuovi problemi geopolitici: per apparire democratico, il governo, seguendo la maggioranza dell’opinione pubblica, discute con nazionalisti còrsi presunti responsabili di diversi attentati che, appena vent’anni fa, sarebbero stati giudicati e incarcerati da tempo. La Francia aveva già conosciuto più di un dibattito politico – anche molto violento – ma è in realtà la prima volta che in tempo di pace alcuni cittadini pongono un problema geopolitico che fino ad allora non era mai stato possibile discutere apertamente: quello della separazione di una parte del territorio nazionale, destinato a diventare territorio di un altro… popolo e di un’altra nazione. Occorre che la libertà di espressione sia divenuta ben grande perché simili rappresentazioni separatiste possano esprimersi liberamente e perché i dibattiti politici vertano su problemi geopolitici di tale gravità.
In Europa occidentale, a parte la riunificazione della Germania – che porre ormai dei problemi geopolitici interni – è in Spagna che le trasformazioni geopolitiche recenti sono state più considerevoli dopo la morte di Franco, che aveva vietato l’espressione dei particolarismi culturali basco e catalano, lo Stato è stato diviso in «comunità autonome», cioè in governi autonomi corrispondenti alle vecchie province, favorendo così il consolidamento delle nazioni basca e catalana.
In Canada come in Australia (e presto nel Nord della Russia e altrove) piccolissimi gruppi di persone – che si tratti di indiani, di inuit o di aborigeni australiani – consigliati da abili avvocati e con l’appoggio dei media, arrivano a rivendicare i loro diritti su spazi vastissimi: essi esigono, ad esempio, il versamento di royalties sullo sfruttamento delle risorse minerarie o idrauliche dei loro territori. Simili pretese geopolitiche non possono esprimersi e non possono ottenere soddisfazione che in società molto attaccate ai valori democratici e alla libertà di stampa, al punto che esse lasciano sviluppare fino alle estreme conseguenze «il diritto dei popoli a disporre di se stessi», aiutando persino dei gruppi di qualche migliaio di persone a costituire dei micro-pseudo-Stati, come quegli arcipelaghi del Pacifico riconosciuti dalle istituzioni internazionali. Anche in quei casi si tratta di geopolitica, così come geopolitici sono i problemi posti, nelle grandi città di numerosi paesi, dalle minoranze di immigrati. Anch’esse rivendicano il loro diritto alla differenza e all’autonomia.
Sicché l’esame degli svariati problemi geopolitici dello stesso tipo recentemente emersi in Europa, e l’ascolto dei dibattiti non meno geopolitici che essi provocano sia nelle nazioni che fra di esse, confermano essenzialmente l’affermazione fatta precedentemente. E cioè che sono specificamente geopolitiche le rivalità territoriali oggetto di rappresentazioni contraddittorie oggi largamente diffuse dai media, e che suscitano dibattiti politici fra i cittadini, a condizione che vi sia una certa libertà di espressione.

Da alcuni decenni si stanno moltiplicando e sviluppando fenomeni specificamente geopolitici, cioè le polemiche tra cittadini riguardo a problemi di poteri-territorio sul piano nazionale e internazionale. Nella maggior parte dei paesi, in particolare in tutta una parte d’Europa, la nazione è ancora oggi la rappresentazione geopolitica per eccellenza, non fosse che per i valori particolarmente forti di cui è caricata, soprattutto quando le lotte per l’indipendenza sono recenti come nell’ex Unione Sovietica, o sono ancora in svolgimento, come nell’ex Jugoslavia.
Tuttavia – fenomeno relativamente nuovo – in un certo numero di paesi, in Europa occidentale ma anche nel mondo musulmano e in Africa, lo Stato nazionale non è più la sola rappresentazione geopolitica e si trova in concorrenza con rappresentazioni molto più vaste e più vaghe o al contrario più ristrette e più precise, anch’esse però cariche di valori. La diffusione di queste rappresentazioni rivali della nazione è opera di movimenti politici in cui gli intellettuali giocano un ruolo importante.

È il caso dei movimenti islamisti che lottano non solo per l’applicazione della sola legge coranica, la sharia, nel mondo musulmano, ma anche per l’unità politica di questo enorme insieme. Essi mettono in atto una strategia veramente geopolitica per realizzare, sotto il loro controllo, l’unità non solo religiosa ma anche politica della umma, la comunità musulmana: un miliardo di uomini (e di donne!) in un’area che si estende dall’Atlantico al Pacifico, dagli Urali all’Indonesia o al Golfo di Guinea, ma divisa in una quarantina di Stati. Per superare i contrasti politici e culturali, e in particolare la diversità delle lingue in seno all’umma (dove l’arabo, la lingua del Corano, non è parlata che da un quinto dei musulmani), gli islamisti indicano a tutti i musulmani un avversario comune, l’Occidente, grande astrazione geopolitica se mai ve ne è una. Essi li chiamano a lottare contro l’Occidente anzitutto abolendo quelle frontiere che essi sostengono essere state tracciate in seno alla comunità musulmana per trarre profitto dalle sue divisioni e dal petrolio. Denunciando la tirannia e le turpitudini dei dirigenti di questi Stati, giudicati illegittimi in quanto rifiutano di fondersi nella umma, e promettendo di instaurare una società perfetta ispirata ai comandamenti di Dio, l’internazionale islamista spera di stabilire su gran parte dell’umanità un potere più duraturo di quello dell’Internazionale comunista. Ma i combattimenti in corso a Kabul e in tutto l’Afghanistan fra i diversi gruppi islamisti dopo la loro vittoria sul regime comunista provano che invocare l’unità della umma non impedisce loro di speculare sui particolarismi tribali o sulle rivalità etniche, sollecitando l’appoggio di Stati islamici e pur tuttavia rivali come Iran, Arabia e Pakistan.
In Europa occidentale, nell’ambito di alcuni vecchi Stati nazionali, l’idea stessa di nazione tende a stemperarsi. I valori che vi erano associati sembrano oggi sorpassati. Furono in grande misura le guerre che le opposero le une alle altre a forgiare queste nazioni. Ora, l’oblio che ci si è sforzati di gettare sui drammi della seconda guerra mondiale, poi la costruzione della Comunità europea, l’abolizione progressista delle frontiere, la fine delle minacce esteriori che si scrutavano al di là della cortina di ferro – tutto ciò ha indebolito l’idea di nazione, o almeno la rende molto meno esclusiva di un tempo. Di conseguenza cresce il peso di altre rappresentazioni geopolitiche, come quella di «Europa» e soprattutto quella di regione, a causa delle politiche di decentramento condotte dalla maggior parte dei governi, e dall’esempio dato dai Lander di uno Stato potente come la Repubblica federale Germania. Certo, queste regioni sono dotate di «personalità» più o meno spiccate. In certi casi, la celebrazione dell’identità regionale si avvicina al discorso sulla nazione e le idee separatiste conquistano una parte della popolazione, tanto più facilmente a causa della maggiore libertà di espressione.
Questo tipo di Stato, lo Stato nazionale, compimento di una lunga storia, non è forse così irreversibile come lo si credeva qualche tempo fa. Perché si possa veramente parlare di Stato nazionale occorre che una grande parte della popolazione si senta effettivamente toccata dall’idea di nazione, della sua unità e della sua indipendenza, e la consideri il quadro fondamentale della vita politica. Tra qualche decennio non sarà forse più questo il caso per un certo numero di paesi europei, le cui prerogative inoltre si saranno diluite a causa dello sviluppo dei poteri delle istituzioni sovrannazionali europee e della mondializzazione dell’economia sotto la direzione delle grandi imprese sovrastatali.

La geopolitica come approccio scientifico
Occorre sottolineare ancora una volta che tutte le opinioni geopolitiche che si affrontano o si confrontano, in quanto riferite a rivalità di poteri (ufficiali o ufficiosi, attuali o potenziali) su dei territori e sugli uomini che vi abitano, sono delle rappresentazioni caricate di valori, più o meno parziali e più o meno consapevolmente di parte, relativi a situazioni reali le cui caratteristiche obiettive sono di difficile definizione.
Per squalificare i rivali, alcune tesi geopolitiche si proclamano scientifiche e si riferiscono a «leggi» della storia, della natura o della geografia – del tipo di quelle che Ratzel aveva preteso stabilire fondandosi sui atti della geografia fisica, in particolare le forme dei rilievi e il contorno delle terre e dei mari – perché esse sembrano «eterne» e in grado di sfidare i secoli. Questo genere di discorso non deriva affatto dalla razionalità, né a maggior ragione dalla scienza, quando pretende di fondare un giudizio su un preteso rapporto diretto di casualità fra assiomi generali e una situazione particolare in cui si affrontano dei poteri nel quadro di una complessa evoluzione storica. Tuttavia, tali discorsi sedicenti «scientifici», come pure le tesi storiche grossolanamente articolate, non sono da prendere alla leggera, perché hanno un potere di mobilitazione considerevole.

La sola maniera scientifica di affrontare qualsiasi problema geopolitico è di porre subito in chiaro, come principio fondamentale, che esso è espresso da rappresentazioni divergenti, contraddittorie e più o meno antagoniste.
Bisogna anche tener conto del fatto che ciascuna di queste rappresentazioni non è unicamente fondata su dati spaziali e sulla situazione presente. Ciascuna si riferisce alle situazioni e ai conflitti precedenti, che rimontano più o meno indietro nel tempo. Queste memorie selettive sono evidentemente cariche di giudizi di valore. Ciascuna si fonda sulla sua versione della storia, su antichi tracciati di frontiera, su configurazioni spaziali di cui si conserva o meno la memoria, secondo le necessità della causa. È il problema dei «diritti storici» che si riferiscono a tale o talaltra carta o a tale o talaltra descrizione di geografia storica. Una certa rappresentazione, ad esempio, riposa sui «tempi lunghi» per fondare i suoi diritti su un lontano passato. Al contrario, i suoi avversari giocheranno i «tempi brevi» se sono loro più favorevoli. Tale rappresentazione «salta» tutto un periodo del passato, quello che invece valorizza il discorso avverso. Rari sono i ragionamenti geopolitici che non fanno alcun riferimento alla storia e in cui gli argomenti appaiono come unicamente spaziali. È dunque tanto più necessario esaminare le ragioni storiche che inducono gli autori di certe rappresentazioni a tacere o a sottolineare determinati periodi.
Occorre infine sottolineare che, come i discorsi, così le rappresentazioni geopolitiche non appartengono inizialmente a uno Stato o a un popolo, ma a personaggi o a piccoli gruppi che le hanno formulate o inventate. Anche se in seguito esse sono largamente propagate e adottate dalla grande maggioranza di una nazione, esse sono anzitutto legate a uomini politici (o a loro consiglieri), ma anche ad intellettuali – spesso geografi o storici – che esprimono, oltre agli interessi dello Stato o del gruppo intellettuale che servono, la loro maniera personale di vedere le cose.
Ci sono anche i discorsi dei rivali o di coloro che sono all’opposizione (perlomeno quella del momento) che, senza per altro accedere alle tesi dell’avversario straniero, tengono a rimarcare la propria diversità rispetto al regime al potere. L’analisi «oggettiva» di osservatori stranieri non implica che essi siano necessariamente neutrali. Essi sono particolarmente sollecitati, e bisogna tener conto di certe relazioni sentimentali, delle affinità ideologiche e delle somiglianze che possono esistere tra problemi di Stati diversi.
Certo, bisogna cercare di rendere conto nel miglior modo possibile della complessità delle interazioni tra le molteplici rappresentazioni geopolitiche più o meno soggettive e di taglia variabile, dalla locale alla planetaria. Ma non si può concepire la geopolitica come approccio scientifico se non si pone come principio fondamentale che si tratta di analizzare delle rivalità territoriali fra differenti tipi di poteri, essendo ogni territorio disputato sia una posta in gioco in quanto tale, per ragioni strategiche, economiche o simboliche, sia solamente un terreno su cui si affrontano influenze rivali.
Principio corollario: poiché si tratta di analizzare delle rivalità tra un certo numero di forze, le rappresentazioni che ciascuna di esse dà di se stessa e della situazione sono parziali, faziose e antagoniste, così come le loro strategie sono divergenti o antagoniste. Ma occorre cercare di renderne conto in modo oggettivo, se non imparziale.
Come si è potuto parlare di scienza politica a partire dall’epoca in cui una pluralità di attori, di movimenti, di partiti concorrenti è stata presa in considerazione con l’intenzione di spiegare obiettivamente le loro rivalità, la geopolitica può essere considerata come metodo scientifico («scienza» sarebbe ancora presuntuoso in un campo così carico di contraddizioni) dal momento in cui l’una e l’altra tesi rivale sono presentate in buona fede e si cerca di comprenderle entrambe in profondità.
La ragion d’essere di un simile approccio non è solamente un desiderio di obiettività, è anche l’efficacia. È un modo di capire o di meglio intendere ciò che accade e forse ciò che può accadere. Se è già intellettualmente gratificante osservare il normale svolgimento delle rivalità politiche sulla carta elettorale di uno Stato, di una grande città o di una regione, diventa assolutamente necessario essere in grado di analizzare degli scontri i cui effetti sono molto più gravi e in cui le poste in gioco sono molto più importanti, sia per agevolare una soluzione di compromesso, sia per contribuire alla vittoria della propria causa. Ma perché l’approccio geopolitico funzioni, occorre un metodo di analisi.

Intersezioni di livelli spaziali e differenti livelli di analisi spaziale
Per capire in che cosa i metodi e i ragionamenti geografici sono indispensabili a qualsiasi analisi geopolitica, bisogna sottolineare che, contrariamente a un’opinione assai diffusa, i fenomeni detti fisici non sono che una parte delle molteplici categorie di fenomeni presi in considerazione dalla geografia. Certo, ciascuna di queste categorie è oggetto di una scienza particolare (come la geologia o la demografia). Quanto alla geografia, essa tiene conto delle raffigurazioni spaziali di tutti questi fenomeni.
Ogni fenomeno cartografabile deriva dalla geografia, che si tratti di dati geologici e della localizzazione di giacimenti petroliferi, del tracciato dei corsi d’acqua e dei rilievi, ma anche della ripartizione della popolazione, di una determinata opinione politica, o della localizzazione delle attività economiche, o delle frontiere in questa o quell’epoca eccetera. Ora, le differenti tesi geopolitiche che si affrontano utilizzano ciascuna tale o talaltro dato geografico per provare il loro buon diritto, ed è dunque utile avere una visione di insieme e una visione precisa di ciascuno di questi dati. Così, la rivendicazione o la difesa delle «frontiere naturali», tesi geopolitica classica, si fonda sulla presentazione delle forme del rilievo; ma ciascuna delle forze in campo sceglie come linea legittima, fra i tracciati dei corsi d’acqua e gli spartiacque, quello che è posto più «avanti», in modo da estendere il proprio territorio.
Lo studio delle differenti rappresentazioni e dei diversi argomenti geopolitici deve prendere in considerazione carte attuali e carte storiche che rappresentino, per una stessa porzione di spazio terrestre, la ripartizione di queste diverse categorie di fenomeni. Presa in considerazione attenta e critica, giacché queste carte hanno origini e significati politici. Inoltre, in materia di geopolitica, l’uso delle carte è oggetto di trucchi che sfuggono ai non iniziati: ciascuna delle rappresentazioni geopolitiche che si confrontano per il controllo dello stesso territorio fonda i suoi argomenti sulla carta che meglio le conviene, mentre la tesi rivale sceglie, senza dirlo, un’altra carta che rappresenta altri fenomeni e che pare confortare le sue rivendicazioni.

Queste tattiche cartografiche contraddittorie sono rese possibili dal fatto – generalmente disconosciuto – che ciascuno dei fenomeni che isoliamo nel pensiero ha la sua particolare configurazione spaziale su una stessa porzione di territorio. Così la maggior parte dei differenti insiemi spaziali che si possono tracciare su una stessa carta (o su dei calchi) per rappresentare le diverse caratteristiche di uno stesso territorio (risorse geologiche, forme del rilievo, insiemi di vegetazione, distribuzione della popolazione, ripartizione delle lingue, delle religioni eccetera) ha dei limiti che non coincidono con quelli di altri insiemi spaziali. Questi insiemi spaziali formano una serie di intersezioni.
Ciò riveste una grande importanza in materia di ragionamenti geopolitici, soprattutto quando si tratta di frontiere. La maggior parte delle frontiere traversano le intersezioni che formano i limiti dei diversi insiemi spaziali. Ne sono risultati gravi conflitti geopolitici. Basti citare quello tra Francia e Germania, provocato in particolare dalla questione dell’Alsazia-Lorena, cioè dalla non coincidenza del tracciato attuale della frontiera franco-tedesca con il limite verso ovest delle lingue germaniche. E il fatto che la frontiera Iran-Iraq, di antica data, non coincida con l’estensione delle lingue arabe verso est, né con l’estensione della religione islamica sciita verso ovest, è una delle cause della guerra del 1980-’88 e può esserlo anche di un futuro conflitto fra questi due Stati. Ecco perché bisogna essere molto attenti a queste intersezioni di insiemi.

L’analisi delle intersezioni degli insiemmi è molto difficile quando tali insiemi spaziali appartengono a ordini di grandezza molto differenti. Conviene allora per comodità chiamare insiemi del primo ordine quelli che si misurano in decine di migliaia di kilometri; del secondo ordine, quelli che si misurano in centinaia di kilometri, e così via fino alle decine di kilometri, ai kilometri eccetera.
Importa notare che nella maggior parte dei casi, a eccezione dei deserti, più questi insiemi sono grandi, più la loro popolazione è numerosa, e più essi sonno concepiti, formati, a un forte grado di astrazione; è particolarmente il caso dell’insieme planetario definito Terzo mondo, che conta più di 4 miliardi di individui.
Non è facile articolare scientificamente una rappresentazione formata a un forte grado di astrazione, e un insieme di dimensioni ben minori è perciò molto più concreto. Le rappresentazioni geopolitiche che mescolano tutti questi insiemi in modo più o meno vago. Così, durante le polemiche suscitate dalla guerra del Golfo, la causa dell’Iraq è stata spesso presentata, a torto o a ragione, come quella del Terzo mondo vittima dell’attacco occidentale: siamo al livello di insiemi di dimensioni planetarie, dai vaghi contorni, difficilmente definibili, ma carichi di valori particolarmente forti. Ora, se la posta in gioco più immediata del conflitto, il territorio del Kuwait, è dell’ordine delle centinaia di kilometri, a medio termine la posta in gioco più vasta è l’insieme dei giacimenti petroliferi del Golfo arabo-persico, che si estende per un migliaio di kilometri circa.
Per vederci più chiaro, il metodo è di classificare per ordine di grandezza i molteplici insiemi di qualsiasi taglia che bisogna prendere in considerazione – che siano geologici o religiosi – e di rappresentare questi diversi ordini (dal locale al planetario) come una serie di piani sovrapposti, con per ciascuno di essi la carta che mostri le intersezioni degli insiemi di dimensioni simili cartografati alla stessa scala. È combinando i dati che appaiono su ciascuno dei piani di un tale schema, che alcuni definiscono «diatopico» o «multiscalare», che si potrà condurre il ragionamento ai diversi livelli di analisi spaziale. Un tale approccio costituisce, con lo studio delle intersezioni degli insiemi, la forma più operativa, più strategica del ragionamento sui territori, cioè il ragionamento geografico nella sua definizione epistemologica più efficace.
Così si possono avere rappresentazioni più complete e più oggettive di quelle delle parti in causa. In effetti la geopolitica, in quanto approccio scientifico, non si limita all’esame delle rappresentazioni contraddittorie. Essa deve sforzarsi di costruire una rappresentazione più globale e molto più obiettiva delle situazioni, per proporre soluzioni agli scontri in atto ma anche per cercare di prevedere gli scenari futuri.
Scenari geopolitici e diversi tempi della Storia
Nell’evoluzione delle situazioni geopolitiche che occorre distinguere tempi lunghi e tempi brevi, riprendendo e precisando l’approccio di Fernand Braudel. Alla stregua dei diversi piani sovrapposti secondo gli ordini di grandezza dell’analisi spaziale, è possibile differenziare le categorie dei fenomeni geologici, demografici, economici eccetera, in funzione delle durate e dei ritmi temporali alquanto differenti secondo i quali essi evolvono. Essi si distinguono nella lunga durata, si accavallano e interferiscono, ma devono essere tutti presi in considerazione nei tempi brevi più vicini al presente. Importa poi distinguere con maggior precisione di Fernand Braudel la categoria dei tempi brevi, e distinguere ciò che si misura in mesi da ciò che si misura in giorni e anche da ciò che si svolge nell’arco delle ore, giacché i tempi brevissimi possono avere una notevole importanza nello svolgimento dei conflitti attuali. I tempi lunghi sono misurati in anni o decenni; quanto ai tempi lunghissimi, si contano in secoli.
Così, nelle rappresentazioni geopolitiche dei popoli dell’Asia sud-orientale, in particolare dei vietnamiti, ma oggi anche degli indonesiani, un movimento abbozzato già più di duemila anni fa è una delle maggiori preoccupazioni: la spinta secolare degli Han dal Nord della Cina verso quello che si può chiamare il Mediterraneo asiatico.

Geopolitica e cittadini
Lo sviluppo della libertà di stampa e della libertà di espressione in un sempre maggior numero di paesi provoca la moltiplicazione delle rivendicazioni geopolitiche di dimensione locale, regionale e nazionale.
Contrariamente a coloro che proclamano che il mondo si degeopoliticizza (sic) perché la guerra fredda è finita, si può pensare che il mondo entri progressivamente nell’èra della geopolitica. E si tratta di fenomeni geopolitici sempre più complessi e interdipendenti. La scomparsa dell’Unione Sovietica come superpotenza non significa la fine del confronto fra grandi potenze: di fonte agli Stati Uniti si parano oggi il Giappone e la Germania. Le lotte per l’indipendenza, dopo essersi concentrate nei paesi africani e asiatici alla metà del XX secolo, interessano nuovamente un gran numero di nazioni europee. Sicché l’approccio geopolitico è sempre più necessario a tutti i cittadini.
Da qualche anno, un certo numero di associazioni simpatizzanti per le cause umanitarie da esse difese, hanno assunto come slogan l’espressione «senza frontiere». La prima è stata Médecins sans frontières, che svolge un ruolo notevole in tante tragedie. Da allora, lo slogan «senza frontiere» è di moda. Checché se ne dica, le frontiere esistono e, se esse tendono a impallidire in Europa occidentale, il diritto dei popoli a disporre di se stessi le moltiplica dolorosamente in tutto l’Est europeo. Gli animatori della maggior parte di questi movimenti «senza frontiere» sanno bene che le frontiere esistono, visto che cercano di superarle per fare il loro lavoro. Ora, la funzione del ragionamento geopolitico è anche quella di un ponte che permetta di superare l’ostacolo. Facendo capire quali sono le idee e gli antagonismi da una parte e dall’altra delle frontiere, la geopolitica aiuta a scavalcarle e, forse, a contribuire a formare una disposizione d’animo che aiuti a cercare la soluzione pacifica di alcuni conflitti.


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