Negli ultimi due anni, a causa delle sanzioni seguite all’annessione della Crimea, la Russia vive in modo completamente nuovo il rapporto con la propria agricoltura, la propria economia ed il proprio sviluppo industriale. Lo scorso 19 dicembre 2016 il Consiglio Europeo, perseverando nella propria decisione, ha prorogato le sanzioni economiche riguardanti settori specifici dell’economia russa fino al 31 luglio 2017; esse però, dopo poco più di 24 mesi dalla loro adozione, si sono rivelate più che altro una manifestazione di impotenza, nuocendo a chi le ha imposte non meno di quanto non abbiano nuociuto a chi ne è stato vittima.

L’avvio delle sanzioni da parte degli U.S.A. e di un certo numero di Stati europei ha dato il via ad un processo di sostituzione di quelli che erano stati gli storici partner importatori.

L’arma delle sanzioni adottata da U.S.A. e Unione Europea, ideata già nel marzo del 2014, doveva mettere in ginocchio l’economia russa, poiché gli occidentali speravano che tale mossa inducesse il governo federale russo a disinteressarsi di quanto avveniva in Ucraina.

Le sanzioni, oltre ad essere un ammonimento statunitense nei confronti del Cremlino, reo di aver assecondato le istanze secessioniste della maggioranza russofona in Crimea, avevano lo scopo di bloccare e paralizzare l’apparato militare russo, che continuava a rifornire lungo la linea di confine sud-ovest, specialmente dall’oblast’ di Volgograd, le Repubbliche Popolari di Donetsk e di Lugansk.

Non a caso il 4 agosto 2014, il primo giorno in cui i provvedimenti punitivi entravano in vigore, il ministro dell’Economia tedesco Sigmar Gabriel annunciava il blocco della consegna di attrezzature per l’addestramento militare della Russia. Lo stesso ministro tedesco dichiarava che il governo aveva ritirato l’autorizzazione concessa all’azienda Rheinmetall di esportare materiale bellico e infrastrutturale per il valore di 128 milioni di euro, destinato alla formazione di 30.000 soldati sul suolo russo.

Questa prima mossa poteva indurre a ritenere che le sanzioni fossero un’arma efficace per fermare l‘azione di Putin in Ucraina.

Già all’indomani dei falliti colloqui tra il Segretario di Stato Usa John Kerry e il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, colloqui inerenti alla crisi generata nella regione dalle rivolte di Piazza Maidan, sembravano essere ritornati i vecchi scenari della Guerra Fredda. Ricomparvero nei discorsi dei Capi di Stato e dei loro delegati le allusioni a “noi” e “loro”, deformando e facendo dimenticare le amichevoli relazioni che il commercio aveva costruito nei 25 anni precedenti.

Dati alla mano, nel giugno 2014 l’export proveniente dall’UE verso la Russia ammontava a circa l’11%, mentre l’export russo verso la UE era costituito dal 50% del totale.

L’interscambio tra i due vecchi blocchi, soprattutto quello interno all’Eurasia, sembrava soddisfare entrambe le parti, fuorché l’establishment di Berlino, fiero rappresentante in UE della fazione sanzionatrice. Il governo della Merkel, infatti, era quello che aveva meno rapporti commerciali con Mosca. Non a caso in quel periodo l’interscambio tedesco-polacco aveva un valore superiore a quello tedesco-russo.

Per quanto riguarda la Federazione Russa, a fine 2014 il gas, il petrolio ed altre materie prime costituivano la maggior parte dell’export; questi dati risultano coerenti per un paese che cerca un rapido sviluppo imprenditoriale dopo l’immobilismo industriale degli anni Ottanta.

Ma le sanzioni non sembravano in grado di ottenere il loro obiettivo, dato che in pochi mesi Mosca adattò la sua economia al nuovo scenario internazionale, spostando il proprio baricentro finanziario verso est e guardando con particolare interesse all’interscambio con due partner privilegiati come India e Cina. “Guardare ad est presenta buone prospettive, in particolare per la Russia più remota”, sostenne il vice primo ministro Arkady Dvorkovich dopo appena due mesi dall’entrata in vigore delle misure restrittive.

Nonostante le contromisure prese per tempo dal governo federale, il 2015 risultò essere però un anno duro per l’economia russa; la recessione sembrava il proiettile perfetto esploso dall’arma delle sanzioni, e le misure restrittive attuate dai governi occidentali sembravano essere state la giusta opzione. Per lo più gli osservatori internazionali erano certi che il presidente Putin avrebbe mollato la presa sulle enclavi russofone nell’est dell’Ucraina, sicuri com’erano dell’infallibilità dell’arma economica. Ma nel 2016 accade ciò che l’ex ministro delle Finanze, Aleksej Kudrin, aveva previsto accadesse solo dopo vent’anni, ovvero lo spostamento del baricentro economico-commerciale e finanziario da ovest verso est.

L’economia russa, superando anche le più rosee aspettative dello stesso establishment di Mosca, riuscì a scalare 11 posizioni nel rapporto Doing Business, la classifica annuale – compilata dalla Banca Mondiale – delle nazioni in cui è maggiore la capacità di fare impresa. Tale risultato è stato raggiunto nei soli dodici mesi successivi all’entrata in vigore delle sanzioni, il Ministero dell’Economia essendo riuscito con sole cinque riforme ad aumentare la propria attrattività nei confronti degli investitori stranieri. In particolare, gli esperti della Banca Mondiale mettono in risalto la semplificazione dell’accesso alla rete elettrica; la rete internet veloce, stabile, economica e sicura; la facilità nella registrazione dei titoli di proprietà, che colloca la Russia all’8° posto nel mondo; la garanzia dell’applicazione dei contratti, che la colloca al 5° posto.  

Partendo da queste solide basi, l’intero corso del 2016 ha visto enormi migliorie in vari settori, soprattutto nel campo agro-alimentare, della farmaceutica e del turismo.

Nei primi due settori sono chiari gli esiti positivi che sono scaturiti dal processo di sostituzione dell’import. Ad oggi l’industria farmaceutica appare uno dei settori più dinamici dell’economia russa, perfezionamento generato sia dalla cessazione delle massicce importazioni di prodotti farmaceutici, sia dai grandi investimenti che il governo ha destinato per migliorare il settore. Inoltre, se il flusso di tali investimenti statali non dovesse cessare negli anni a seguire, tale settore diventerebbe un’ulteriore importante voce nella lista dell’export made in Russia.

Per quanto riguarda l’industria chimica, invece, si stanno compiendo enormi passi in avanti nella produzione di colori organici, delle lacche colorate, del caucciù sintetico e dell’etilene. A beneficiare della tendenza positiva sono anche i produttori di fertilizzanti, che, con il rublo debole, registrano nel 2016 un rilevante aumento dei loro fatturati grazie all’export.

Inoltre i dati raccolti dal Ministero dell’Agricoltura durante il 2016 mostrano che la Russia ha provveduto alla copertura del proprio fabbisogno di grano, patate, zucchero e olio alimentare per l’intero anno; lo stesso Ministero prevede che entro la fine del 2017 i Russi potenzieranno la loro autonomia dall’import di carni ovine e bovine e tra sei anni questa dipendenza scomparirà del tutto.

Sempre nel 2015, dati alla mano, le esportazioni agricole russe hanno superato le esportazioni di armi, risultato di sostanziale importanza per capire come l’economia russa abbia assorbito il colpo delle sanzioni senza ripiegarsi su se stessa.

Secondo quanto riportato dal “Der Spiegel”, nel 2015 la Federazione Russa ha prodotto più grano degli Stati Uniti: 110 milioni di tonnellate, una cifra mai raggiunta che ha trasformato la Federazione nel primo produttore mondiale. Umoristicamente e con una vena di ironia il ministro dell’Agricoltura Alexander Tkachev, dopo quasi 18 mesi dal varo delle sanzioni europee, si augura che esse siano prolungate per altri cinque anni, perché, come riporta Eurasiatx, «Esse di fatto hanno permesso di cambiare in positivo lo status del comparto alimentare russo, aumentando la produzione, implementando la tecnologia (…) e attuando quell’import substitution che oggi rende la Russia autosufficiente nel settore agricolo». Tale ottimismo del ministro Tkacev, così come quello dell’intera squadra di governo del presidente Putin, non è stato generato solamente dagli ottimi risultati raggiunti in quei settori che dovevano essere i più danneggiati dalle sanzioni, ma anche perché l’economia russa, in acuta recessione nell’intero 2015 ed in parte nel 2016 con il rublo svalutato ed il prezzo del petrolio ai minimi storici, ha dimostrato di reagire con un inaspettato attivismo.

La notizia più sorprendente dell’effetto inaspettato e devastante delle sanzioni, è data dal fatto che il danno economico, più che avvenire ad est, è ricaduto su quella parte d’Europa che pensava di essere immune da una tale bieca e cieca scelta politica. Solo in Italia il costo della guerra commerciale tra UE e Russia è ammontato a quasi 4 miliardi di euro ai danni dell’export; si è passati dai 10,7 miliardi del 2013 ai 6,9 miliardi di euro nel 2015, facendo scivolare così la Russia dal sesto al tredicesimo posto nella lista dei paesi verso cui è orientato l’export italiano.

Dopo quasi due anni e mezzo, le sanzioni, oltre ad aver indirizzato e forse anche aggiustato i settori dell’economia russa storicamente sostenuti dall’import delle nazioni considerate commercialmente amiche, come l’Italia, hanno mostrato che nell’era della globalizzazione l’arma economica può risultare fallace.

Filippo Sardella

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