Poche settimane fa si è consumato l’ultimo scontro tra la direttrice del FMI Christine Lagarde e la presidentessa argentina Cristina Fernández de Kirchner. La titolare dell’organismo internazionale ha posto un aut aut perentorio: se entro il 17 dicembre 2012 il Paese sudamericano non fornirà dei dati macro-economici chiari riguardo a inflazione e crescita, il cartellino giallo da poco utilizzato per ammonire il governo di Buenos Aires diventerà rosso. La conseguenza del “fallo” potrebbe essere l’espulsione della nazione latinoamericana dall’istituzione – un evento senza precedenti nella storia stessa del Fondo.

La replica argentina non ha tardato ad arrivare. Nel suo intervento alla 67esima riunione annuale delle Nazioni Unite(1), la presidentessa Kirchner ha affermato chiaramente l’indisponibilità del suo Paese ad accettare pressioni e minacce di questo tipo, ricordando alla direttrice che non si sta parlando di una partita di calcio, ma di una delle più preoccupanti crisi che il mondo abbia conosciuto dagli anni ’30.

Benché di grande importanza, il solo punto di vista economico non aiuta a comprendere a fondo il “duello” creatosi. Dietro la sua superficie, infatti, si celano altri risvolti che direttamente spostano la lettura del confronto su un piano più profondo. Vista da una prospettiva geopolitica, “la guerra delle due Cristine” – definita così dai media britannici – non solo vede contrapporsi un attore e un organo internazionale insieme a due diverse scuole di pensiero economico, ma anche due centri di polarità del sistema globale del XXI secolo.

 

Un rapporto pericoloso

Il 21 dicembre 2001, dal palazzo della Casa Rosada – sede del governo argentino – si alzava in cielo un elicottero al cui interno era trasportato il presidente Fernando de la Rúa, nello stesso momento in cui la Plaza de Mayo diventava teatro di violenti scontri tra la popolazione e le forze dell’ordine. La fotografia appena descritta è l’epilogo di una storia che ha portato a una delle più pesanti crisi sudamericane del debito sovrano, sia in termini economico-finanziari che sociali. La dichiarazione di default, nel novembre 2001, rappresenta quindi un punto di partenza ideale per l’analisi del già accennato scontro: un percorso che va compiuto a ritroso nel tempo, al fine di capire il ruolo svolto dal FMI nella vicenda argentina di inizio secolo.

A partire dagli anni ’80, i rapporti tra i due attuali “rivali” si sono consolidati progressivamente. Ma è con l’arrivo degli anni ’90 che i rappresentati del governo argentino hanno applicato in maniera sistematica le ricette economiche neo-liberiste dettate dal FMI, dalla Banca Mondiale e dal Dipartimento del Tesoro statunitense. Elevando l’Argentina al rango di modello economico da seguire, le misure di austerità previste dal cosiddetto Washington Consensus(2) dovevano essere la soluzione alla crisi del debito che già allora interessava alcuni Paesi della macro-area latinoamericana, nonché una garanzia per l’ottenimento di ulteriori prestiti internazionali.

Il presidente Carlos Saúl Menem, eletto per la prima volta nel 1989, e il suo ministro dell’Economia Domingo Cavallo – protagonisti principali degli anni della “pizza e champagne”(3) – diedero vita ad una radicale ristrutturazione  del sistema economico argentino, il cui cardine poggiava su una profonda privatizzazione che non risparmiò alcun settore. In pochi anni i maggiori asset  dello Stato furono coinvolti in un processo senza regole e controlli che alimentò la corruzione già presente nel governo. Tra questi figura anche un’importante azienda statale – la YPF(4) – che fino ad allora aveva permesso all’industria petrolifera argentina di svilupparsi senza la dipendenza del capitale straniero, divenendo un esempio per l’intera America Latina. Dietro l’ondata di privatizzazioni si nascondeva la solita vecchia politica di sfruttamento coloniale che offriva alle compagnie straniere un ampio margine di manovra e di guadagno, permettendo inoltre di fare in Argentina ciò che nei Paesi di origine veniva loro vietato.

Con il fine di sconfiggere l’aumento dell’inflazione e di stabilizzare l’economia, nel 1991 venne attuato il Piano di Convertibilità che introduceva la parità fissa tra peso e dollaro. Una misura che all’inizio sembrava dare buoni frutti, ma che col tempo finì per avere pesanti ripercussioni. L’equiparazione monetaria allettava gli investitori stranieri ai quali lo Stato offriva interessi da usura e, soprattutto, non obbligava il reinvestimento degli utili in attività di sviluppo interno al Paese. Conseguenza di ciò è stato un ulteriore incremento del già colossale debito estero e a causa della debolezza intrinseca del sistema argentino – poco competitivo e per nulla innovativo – l’ipotizzato salto in avanti verso il “primo mondo” fu, in definitiva, un balzo all’indietro. La rigida applicazione dei dogmi neo-liberisti fece calare bruscamente l’occupazione; ridusse sia i salari che i consumi e il mancato finanziamento dello sviluppo interno da parte degli istituti di credito nazionali, ormai in mani straniere, aprì la strada alla recessione del ’97 e alla conseguente crisi economica del ’99.

Anche se breve e focalizzato sui nodi nevralgici delle decisioni prese nell’ultimo decennio del secolo, quanto appena descritto aiuta a delineare meglio l’influenza esercitata dal FMI nelle dinamiche sia economiche che politiche dell’Argentina di allora. Soprattutto, si presta efficacemente quale base storica da cui osservare approfonditamente il dibattito attuale. Con il governo di Néstor Kirchner – eletto nel 2003 – è stato implementato un piano di ripresa in antitesi alle ricette neo-liberiste che ancora oggi il FMI propone come soluzione alla crisi di alcuni Stati europei. Tale cambio, continuato ora dalla moglie Cristina, costituisce una scelta in controtendenza verso un modello economico non ortodosso e di stampo keynesiano, intrapresa anche da Paesi come Brasile, Venezuela, Ecuador e Bolivia. Una svolta generale che segna un punto di discontinuità con il modello passato, trasformando la bancarotta argentina del 2001 in uno spartiacque per il futuro del Paese.

 

Il “dietro le quinte” della disputa

Non diamo lezioni a nessuno perché non ci consideriamo maestri di nessuno. Semplicemente, vogliamo raccontare l’esperienza di un Paese che ha vissuto una situazione simile a quella che stanno vivendo altre nazioni, nel mondo sviluppato. […] Come membro del G-20, sappiamo che dobbiamo prendere misure che ancora non si sono adottate […] Siamo di fronte a un nuovo mondo che esige leadership creative, con nuove idee e concetti. La volontà di risolvere i problemi che oggi il mondo ha con le ricette che li crearono risulta assolutamente assurdo.”

Queste poche parole, riprese dal discorso della presidentessa Kirchner all’Assemblea Generale dell’ONU, esprimono in modo efficace il retroscena velato dal “botta e risposta” di qualche settimana fa. Una possibile interpretazione alla risolutezza di quanto affermato dalla direttrice del FMI nelle sue dichiarazioni – rivolte al governo argentino – si definisce in una contrapposizione che non si limita al diverbio tra un “arbitro” zelante e un “giocatore” poco disciplinato nel rispetto delle regole. La questione arriva a lambire una dimensione più profonda in cui le parti a confronto si delineano come due modelli di risposta alla crisi differenti e, allo stesso tempo, come centri di polarità del nuovo sistema internazionale, nel quale il peso specifico di uno sta reclamando per un maggiore spazio a discapito dell’altro.

A tal proposito, è interessante ciò che si legge in un articolo pubblicato dalla rivista Foreign Policy(5). Nel suo intervento, l’autore rileva un elevato rischio di “contagio”, contenuto nella formula utilizzata per risolvere la crisi del debito argentino. La sua ristrutturazione, infatti, ha permesso al governo di Buenos Aires un margine di manovra più ampio, lanciando un’offerta di rimborso unilaterale di 35 centesimi su ogni dollaro investito. Nel corso del suo intervento a New York, è la stessa presidentessa a chiarire la logica sottostante tale operazione: “[…] Quando ristrutturammo il nostro debito sostenemmo che chi si fa carico del rischio di collocare in un Paese dollari  con una tassa come quella che si pagò nella Repubblica Argentina per sostenere la convertibilità negli anni ’90, tra il 15% e il 16% mentre nel resto del mondo si pagava appena un 2%, deve assumere la possibilità che quella Istituzione non restituisca il denaro prestato. Visto che hanno rischiato, la tesi fu quindi che il rischio doveva essere in parte condiviso”.

Una decisione che, nel corso degli anni, ha rappresentato un percorso differente da seguire anche per altre nazioni. Secondo Glassman, l’Argentina è infatti un “esempio pericoloso” che ha influito nelle vicende di altri due Paesi. Il primo di questi è l’Ecuador, il cui presidente nel 2008 decise di applicare la dottrina del debito immorale e di denunciare il Washington Consensus nella gestione delle crisi economico-finanziarie; il secondo è il Belize che ha minacciato un’offerta di rimborso ai propri creditori di 20 centesimi su ogni dollaro prestato(6). Dati questi precedenti, l’autore nota la preoccupazione presente nel dibatto tra le autorità pubbliche europee – Germania in testa – secondo cui la strategia di ristrutturazione possa essere adottata anche nel vecchio continente, ad esempio in Grecia.

Dunque, in questo senso va interpretato il recente voto a sfavore dei tedeschi, insieme a Stati Uniti e Spagna, a una richiesta di prestito di 60 miliardi di dollari fatta dall’Argentina alla Banca Inter-Americana di Sviluppo per un progetto nella provincia di San Juan. Il diniego ha provocato la immediata reazione di Cristina Kirchner, la quale ha dichiarato che “ancora in questo mondo, abbattuto e collassato, un mondo mostrato come ideale, insistono a punirci perché siamo il cattivo esempio di una nazione che è riuscita a costruire e stare in piedi da sola, senza nessuna tutela esterna”(7). Così, il blocco dei prestiti unito a un’espulsione dal G-20 dell’Argentina sono, per Glassman, la combinazione giusta sia per evitare che il paventato contagio si muova da una parte all’altra dell’Atlantico, che per dare al Paese un segno di disappunto in merito alle politiche attuate nel corso degli ultimi anni.

In opposizione alle scelte neo-liberiste passate, dal 2003 in poi il governo argentino ha impiegato una serie di misure volte a far riguadagnare allo Stato uno spazio preponderante nell’economia nazionale – un ruolo messo in secondo piano dal poderoso progetto di liberalizzazioni targato Menem-Cavallo. Ne è un chiaro esempio la recente re-nazionalizzazione della YPF,  di cui Buenos Aires è tornata a possedere la quota di maggioranza, a scapito della spagnola Repsol e spiegando così il veto della Spagna alla richiesta di prestito. Altro elemento di discontinuità è rilevabile nelle politiche sociali  che, fornendo un sostegno alle fasce più basse e includendo nel ciclo produttivo una buona parte delle persone che avevano perso il posto di lavoro, hanno segnato un importante calo del tasso di disoccupazione e di povertà.

Quindi, le recenti scelte di politica economica sono valse all’Argentina l’appellativo critico di Paese protezionista. Ma nel ricordare come l’attuazione di determinate misure altro non sia che una difesa dalle economie sviluppate, ancora a New York la presidentessa sud-americana ha sottolineato quanto chi accusa “abbia vissuto proteggendosi, attraverso sussidi agricoli e di qualsiasi altra indole”. Del resto, anche un importante economista della Banca Mondiale come Martin Wolf ha denunciato il comportamento protezionista di alcuni dei Paesi ad alto reddito. Supportato da studi di settore, nel paragrafo “L’ipocrisia dei ricchi”(8), l’autore elenca una serie di provvedimenti – soprattutto nel settore agricolo – tesi a limitare fortemente le importazioni e il commercio coi più importanti Paesi produttori.

Concludendo, l’analisi fin qui condotta mette in luce quanto il dibattito internazionale, apertosi con “la guerra delle due Cristine”, si spinga ben al di là della richiesta di maggiore trasparenza di dati  statistici e macro-economici. Piuttosto, esso prende le sembianze di una resa dei conti iniziata quando l’Argentina decise di svincolarsi dai rigidi dettami e dall’influenza del FMI. Una sorta di affronto mal digerito e, per di più, proveniente proprio da quel Paese eretto a manifesto della corrente economica dominante negli anni successivi alla fine della Guerra Fredda.

Se osservate da una lente più ampia, le dinamiche che interessano l’intero subcontinente mettono in rilievo una sua progressiva emancipazione all’interno dello scacchiere globale. I risultati di Stati come Argentina, Brasile e Venezuela, insieme all’incalzante processo di integrazione macro-regionale, in cui è sempre più evidente la volontà di smarcarsi dalla sfera di influenza del Nord, rendono il recente scontro una “partita” in cui si contrappongono gli interessi di due poli ben distinti, caratterizzanti l’attuale ordine internazionale. Un esito del tutto impensabile nel sistema unipolare immediatamente successivo al crollo della logica dei due blocchi. 

 

*Massimo Aggius Vella è laureando in Scienze Politiche e di Governo, presso l’Università degli Studi di Milano.

 

 

NOTE:

(1)  É possibile ascoltare l’intervento completo al seguente indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=hyHTSC–pVk

(2)  Il Washington Consensus è un insieme di dieci direttive specifiche di politica economica, considerate dal suo ideatore il pacchetto pacchetto standard da destinare ai paesi in via di sviluppo che si trovassero in crisi economica.

(3)  Con questo termine vengono definito il periodo della presidenza di Menem, il cui valore simbolico rappresenta uno stile di vita individualista e consimista, nonché l’accoppiata prediletta dallo stesso presidente.

(4)  La YPF è stata fondata nel 1923, a seguito della scoperta di ingenti giacimenti di petrolio grezzo in Patagonia.

(5)  James K. Glassman, “Argentina’s deadbeat mom”, in Foreign Policy, 4 ottobre 2012. L’autore è stato segretario di Stato per la diplomazia e gli affari pubblici durante la prima amministrazione di G. W. Bush. Il testo completo dell’intervento è consultabile all’indirizzo http://www.foreignpolicy.com/articles/2012/10/04/argentinas_deadbeat_mom?page=full

(6)  Una visione generale della vicenda si può consultare al seguente indirizzo, http://www.businessweek.com/news/2012-08-21/worse-than-argentina-debt-offer-rejected-by-belize-bondholders#p2

(7)  L’articolo da cui è tratta la dichiarazione è consultabile all’indirizzo http://en.mercopress.com/2012/08/31/argentina-surprised-by-germany-which-voted-against-granting-a-loan-at-the-idb

(8)  M. Wolf, Perché la Globalizzazione funziona, Il Mulino, Bologna 2006.


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