Cipro è uno dei grandi nodi diplomatici del nostro tempo. Fin dalla conflitto turco-greco del 1974 l’isola (spaccata in tre parti fra la zona a Nord occupata dalla Turchia, la zona a Sud dalla Repubblica di Cipro facente parte dell’U.E. e una sottile terra di nessuno a direzione internazionale, per lo più inglese) Cipro è divenuta il crocevia degli altalenanti rapporti, ufficiali ed ufficiosi, fra l’Europa e il Vicino Oriente. Pur essendo tornata alla ribalta dei media internazionali a seguito della vicenda della Saipem 12000, molti hanno posto l’accento sul ruolo esclusivo della Turchia quando invece le dinamiche sono molto più complesse. Cipro è la prima casa della scacchiera del Mediterraneo, in una partita complessa dove non bisogna commettere l’errore di semplificare le mosse dei vari giocatori.

 

I Fatti

Come annunciato dal presidente Erdogan, il 5 febbraio, nell’ambito delle nuove rivendicazioni turche in materia di sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi del mediterraneo, la nave Saipem 12000 dell’ENI è stata bloccata da alcune navi militari turche lungo la strada che l’avrebbe condotta al sito di sfruttamento, Calypso 1. Dopo giorni di braccio di ferro diplomatico la nave della compagnia italiana ha lasciato le acque di Cipro per dirigersi verso il Marocco. Tale contenzioso sollevato dalla nave dell’ENI è solo apparentemente sciolto dalla guerra in Siria. Seppur questa vicenda è stata analizzata sotto ogni possibile punto di vista è necessario uno sguardo olistico all’intero sistema per cogliere alcuni dettagli fondamentali della vicenda e comprendere cosa abbia spinto la Turchia ad una azione così prepotente nei confronti di una nave per cui aveva in precedenza rilasciato 5 autorizzazioni a procedere per quella stessa area e quello stesso sito di estrazione. Come spesso capita nel Mediterraneo, Cipro è un ottimo caso di scuola per comprendere le complesse dinamiche della diplomazia internazionale. 

 

Gli attori in scena e quelli dietro le quinte

Osserviamo quindi gli attori palesi e quelli nascosti che hanno preso parte alla questione.

In primo luogo vi è l’ENI, la quale è la scopritrice dei nuovi giacimenti in oggetto della tenzone, e dei quali detiene le licenze, in numero di sei, concesse dalla Repubblica di Cipro, tra cui quella del blocco 6 in cui ricade anche il sito Calypso 1. L’ENI non ha difficoltà a temporeggiare potendo dirottare i suoi interessi e le sue attività di estrazione verso altre zone del Mediterraneo Orientale su cui detiene i diritti di estrazione. Questa vicenda va risolta dal diritto internazionale secondo dinamiche nazionali e sovra nazionali e l’ENI è impegnata in troppi scenari complessi per potersi impantanare in questo contesto.

Altro attore palese della vicenda è l’Asse Israele, Cipro, Grecia, Italia nell’ambito della costruzione del gasdotto EastMed. Il progetto, prevede la costruzione di un gasdotto che permetta a Israele e Cipro di attingere da quelle risorse del Mar Mediterraneo e di dirottarle verso la Grecia e l’Italia. Il solo blocco 6, di cui fa parte Calypso 1, può garantire a entrambi i paesi europei una totale indipendenza per quel che concerne gli approvvigionamenti di gas.

Più nello specifico vi è l’asse Israele-Cipro-Grecia, che, come definito da un accordo del 2013, organizza lo sfruttamento energetico di quell’area a vantaggio esclusivo di questi paesi e con un accordo escludente di altre realtà interessate fra cui la Turchia. L’ENI, in questo scenario, ha una funzione tecnica più che politica ed opera come multinazionale apolide più che come rappresentante del governo italiano.

Celati dietro le quinte esistono altri attori che agiscono direttamente e indirettamente. In primo luogo vi è la Giordania. Il paese, storicamente alleato di Israele, soffre l’isolamento dal mare e la dissoluzione politica dei paesi che lo circondano, che ha provocato una cancrenizzazione dei processi di approvvigionamento energetico del paese.  L’accordo dell’EastMed permetterebbe a Israele di vendere gas e alla Giordania di comprarlo, risolvendo la crisi che già portò alle prime proteste dell’inverno del 2012.

L’Egitto è un altro attore silenzioso. L’ENI infatti ha scoperto nel 2015 giacimenti petroliferi nel Delta del Nilo anche più importanti di quelli Ciprioti ed il progetto Nooros finalizzato al loro sfruttamento si è rivelato enormemente più vantaggioso per l’ENI e l’Egitto di quanto precedentemente sperato. Le mire espansionistiche turche difatti minacciano anche gli interessi egiziani nel mediterraneo in quanto lo stesso regolamento che definisce le aree di influenza  cipriote sancisce anche le zone di sfruttamento di idrocarburi dell’Egitto (le cosiddette ZEE, zone economiche esclusive), e non è un caso che con la situazione sollevata dalla Saipem 12000 l’Egitto e la Turchia abbiano iniziato un fitto botta e risposta diplomatico finalizzato alla rivendicazione della giustezza (o infondatezza) di tali accordi.

L’Inghilterra cerca di mantenere una posizione defilata ma per il Regno Unito è come camminare scalzi sul vetro. Sua Maestà infatti, oltre a gestire la zona di intercapedine fra le due Cipro, occupa anche militarmente due basi nel sud dell’isola (Akrotiri e Dhekelia) e le relative province. Questa presenza (sancita dal Trattato dell’Alleanza e il Trattato della Garanzia, entrambi del 1960) è un’eredità di un’epoca differente, nella quale l’Inghilterra svolgeva ancora un ruolo di potenza equilibrante nella zona. Oggi l’Inghilterra, divisa sul fronte interno dalle complicazioni legate alla Brexit, deve gestire tale crisi non solo non avendone più la forza, ma giocando anche il difficile ruolo di alleato (e garante) politico della Repubblica di Cipro, ma alleato reale ed economico della Turchia. L’Inghilterra è infatti il secondo importatore di beni dalla Turchia, dopo la Germania, e legata ad essa da accordi militari molto forti (fra cui il contratto da 100 milioni di sterline per la creazione dei nuovi caccia TAI TFX).  Il silenzio assenso dell’Inghilterra di questi giorni è il tentativo di celare sotto una maschera di gentile permissività una debolezza intrinseca del Regno Unito in questo contesto.

Probabilmente però “l’elefante nella stanza” di cui nessuno parla è la Russia, il cui ruolo di massima potenza nell’area Medio Orientale è oramai indiscusso, avendo assurto l’ingrato compito, un tempo degli Stati Uniti, di gestire le continue crisi della zona in esame. I rapporti fra Russia e Turchia sono altalenanti e ben noti ma è interessante osservare il silenzio di Mosca in relazione a questa questione, e non c’è da stupirsene. La Turchia in questo periodo, con l’invasione della Siria e l’attacco rivolto alle milizie curde alleate dei Pasdaran, sta contemporaneamente ostacolando i due principali alleati Russi nell’area: l’Iran e la Siria di Assad. Ciononostante la Russia è probabilmente il principale nemico dell’EastMed il quale rappresenta un pericolo ben più grande per Mosca che non per Ankara. La sua realizzazione infatti ridurrebbe drasticamente l’influenza russa sull’Europa privandola di quella “sete” di gas che viene spesso usata come arma di ritorsione (a fronte spesso delle sanzioni subite dal fronte occidentale). Non bisogna però dimenticare che la Russia da tempo gioca in casa quando si parla di Cipro e le relazioni dei due paesi sono particolarmente salde da almeno dieci anni (come dimostrato dalla vicenda Metsos del 2010 che dimostrò l’esistenza di una collaborazione bilaterale fra i servizi segreti Russi e quelli della Repubblica di Cipro), ma almeno dal 2013 l’Unione Europea, utilizzando l’arma delle sanzioni, cerca di rendere sconveniente la presenza dei capitali Russi sull’isola che era divenuta, ed è tuttora, alquanto ingombrante. 

Infine la Turchia, di cui già tanto si è detto, vive questa fase di espansione, che la spinge addirittura a guardare verso l’Egeo (con la riapertura mediatica del contenzioso delle isole greche dell’Egeo orientale). Erdogan sa di poter sfruttare questa posizione ambivalente e la vicenda della Saipem 12000 non è altro che la punta dell’iceberg di una politica aggressiva e consapevole di una nazione che punta a divenire la nuova potenza egemonica del Mediterraneo. Parallelamente però il gioco della Turchia e della Russia è chiaro per quanto pericoloso. La Turchia di Erdogan, pur perseguendo reali interessi economici e politici, deve salvaguardare il supporto di quelle ale estremiste della popolazione che permettono al governo di tenere in scacco anche le storiche frange kemaliste dell’esercito (il che spiega le dichiarazioni sulle isole greche). Dall’altra parte la Russia attende che la Turchia, formalmente ancora alleata degli Stati Uniti e ospitante le truppe statunitensi, commetta un errore inimicandosi in maniera definitiva gli ultimi alleati nel mondo occidentale. I due paesi giocano al tiro della fune, cercando entrambi di far durare il più possibile il gioco, più interessati a mollare la presa al momento giusto che non effettivamente a vincere la partita.

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