Non è una novità che nel corso del lungo e tragico conflitto arabo-israeliano sia più  volte accaduto che gli “amici” dei palestinesi si siano accordati di nascosto con gli israeliani, al fine di fare i propri interessi usando il popolo palestinese come mera “merce di scambio”. Si pensi, ad esempio, ai numerosi incontri – otto, per la precisione – tra il re di Giordania, Hussein, e il primo ministro israeliano, Golda Meir, prima della guerra del Kippur. Tra l’altro, nell’ultimo di questi incontri, il 25 settembre del 1973, Hussein informò Golda Meir che la Siria e l’Egitto stavano per attaccare Israele. E anche se sembra che Golda Meir abbia frainteso il senso delle parole del re di Giordania, che era giunto in Israele con un elicottero dell’IDF (Israel Defense Force), il 29 settembre Tel Aviv ricevette da Washington il piano di battaglia siriano, consegnato ai servizi statunitensi da una misteriosa “fonte araba”. Eppure, la Giordania decise di partecipare a quella guerra dalla parte dei siriani, anche per non rivelare le proprie reali intenzioni. (1) Nulla esclude perciò che anche “dietro” l’operazione “Colonna di nuvole” si sia voluto nascondere un accordo tra israeliani e alcuni sedicenti acerrimi nemici dello Stato sionista. Comunque sia, è evidente che lo scopo dell’ultima operazione militare contro Gaza avesse assai poco a che fare con i razzi che i palestinesi lanciano contro gli israeliani.

Come ci ricorda il bravo Manlio Dinucci (una delle poche voci libere, non “embedded”, di questo nostro disgraziato Paese, nelle mani del finanzcapitalismo atlantista), in Palestina non si muore solo per mancanza di cibo, di acqua potabile e di medicine, giacché scrive Dinucci, negli ultimi dieci anni diverse migliaia di  palestinesi «sono stati uccisi […] dagli israeliani a Gaza, di cui 1.200 solo nel 2009, più altri 2000 in Cisgiordania», (2) a fronte di 15 morti israeliani provocati in otto anni dai razzi di Hamas. (E non stupisce nemmeno che Piergiorgio Odifreddi, per averlo scritto, sia stato censurato da “Repubblica”, il noto altoparlante filosionista della finanza angloamericana, che piace tanto al nostro ceto  medio “riflessivo”). Razzi, si badi, non missili, ché anche il Fajar-5 è un razzo – ovvero, secondo gli esperti, un “unguided artillery rocket system“. Il che spiega perché oltre 800 razzi dei circa 1500 lanciati contro Israele, durante l’operazione “Colonna di nuvole”, siano finiti in aperta in campagna, mentre 421 sono stati intercettati dal sistema di difesa Iron Dome e meno di 60 sono giunti in aree urbane. (3) Ancora peggiore, per i palestinesi, il bilancio delle vittime: 170 palestinesi (il numero varia a seconda delle fonti), tra cui decine di donne e bambini, contro 5 israeliani.

Insomma, se Iron Dome è un sistema di difesa non perfetto (benché efficiente, è estremamente costoso, dato che un missile intercettore costa decine migliaia di dollari, da trenta a quaranta volte il costo di un razzo Qassam, e pare che lo si possa “saturare” con il lancio di numerosi razzi, per poterlo poi “bucare” con missili o razzi assai più potenti e precisi – sistemi d’arma di cui però i palestinesi non dispongono), “cantare vittoria” come fanno Hamas, il Jihad islamico e perfino Hezbollah, sembra assurdo, anche tenendo conto del fatto che gli israeliani hanno rinunciato a compiere un’operazione di terra. E tuttavia si deve riconoscere che non è affatto irrilevante che il governo israeliano, dopo aver mobilitato ben 75000 riservisti (praticamente gli effettivi di un corpo d’armata), non abbia dato inizio ad una operazione militare simile a Piombo Fuso (per intendersi), ma abbia accettato una tregua. E’ noto che Israele mobilita i riservisti solo in caso di reale necessità, essendo la mobilitazione una misura decisiva per la sicurezza nazionale del piccolo Stato sionista, che deve essere così rapida da richiedere la massima collaborazione da parte di tutta la popolazione. Tanto è vero che uno dei motivi che videro l’IDF in gravi difficoltà durante la guerra del Kippur dipese proprio dal fatto che Dayan, l’allora ministro della Difesa israeliano, si mostrò restio a dare l’ordine di mobilitazione generale prima dell’attacco siriano ed egiziano (che cominciò alle 14.00 del 6 ottobre 1973). (4)

Del resto, anche la sequenza degli eventi è significativa. La notte del 23 ottobre scorso, viene quasi completamente distrutto da un attacco dell’aviazione militare israeliana il complesso industriale di Yarmouk, a 11 chilometri da Khartoum. Si tratta di uno stabilimento di Stato, costruito nel 1996 con il supporto dell’Iran, che produce armi che, insieme a quelle provenienti dall’Iran, da Port Sudan raggiungono il Sinai, per poi entrare nella striscia di Gaza. L’Iran reagisce subito inviando due fregate che giungono a Port Sudan il 28 ottobre. (5) I primi di novembre si svolgono le elezioni presidenziali statunitensi e nella notte tra il 10 e l’11 novembre a Doha, in Qatar, si dà vita ad una coalizione che comprende la maggior parte dei movimenti che si oppongono a Damasco. A parere di diversi analisti, in realtà si sarebbe in presenza di un ulteriore (e vano) tentativo degli Stati Uniti di far cadere il regime di Assad con l’aiuto della Turchia e delle petromonarchie del Golfo, senza rischiare uno scontro frontale con la Siria e i suoi alleati (sebbene si moltiplichino le voci secondo cui in Siria sarebbero presenti forze speciali americane, britanniche e francesi, che sarebbero responsabili di attentati terroristici assai sofisticati a Damasco e ad Aleppo).(6) Infine, il 13 novembre, il giorno prima dell’inizio dell’operazione “Colonna di Nuvole”, in Israele si conclude la grande esercitazione congiunta Austere Challenge 2012, con la partecipazione di 3.500 specialisti statunitensi della guerra. (7) Il quadro però non sarebbe completo se ci si dimenticasse della visita dell’emiro del Qatar nella striscia di Gaza, nell’ultima decade di ottobre. Un viaggio il cui obiettivo era naturalmente quello di indurre Hamas a voltare le spalle definitivamente alla Siria e all’Iran.

Appare pertanto logico supporre che il vero bersaglio di questo attacco israeliano (non dovendosi dare eccessiva importanza al fatto che Israele abbia criticato aspramente l’emiro del Qatar durante la sua visita nella striscia di Gaza) fosse il legame sempre più forte tra gruppi della resistenza palestinese e l’Iran, nonché quello di testare la capacità di reazione dei Paesi dell’area e soprattutto quella dell’Iran (un Paese contro il quale da anni gli israeliani conducono una “guerra sporca”, mediante attacchi informatici, ammazzando scienziati, fomentando disordini e così via, per bloccare il suo programma nucleare). E’ possibile quindi che Netanyahu, considerata anche la situazione che si è creata in Siria (a cui ora si aggiunge un Egitto, passato dalla “primavera” ad un “autunno caldo”), abbia voluto “forzare la mano” ad Obama perché il presidente americano si decida per un intervento diretto degli Stati Uniti nella regione. Al riguardo, non è un caso che il Pentagono sostenga che occorrono 75000 uomini da inviare in Siria, per impadronirsi delle armi chimiche prima che cadano in mano a Hezbollah, (8) né che aumentino gli impegni militari degli Usa nell’area , mentre si moltiplicano i contatti tra Morsi, Israele e gli Stati Uniti. (9) E non è neppure casuale che i cosiddetti “ribelli siriani” compiano numerose azioni che di fatto favoriscono gli israeliani, danneggiando strutture militari che possono servire solo contro “nemici esterni”, come la più importante stazione radar siriana per monitorare l’attività degli aerei dell’IDF. (10)

Si deve d’altronde anche prendere in considerazione che sotto il profilo strategico Israele potrebbe aver commesso un errore, ossia, anziché indebolire i gruppi palestinesi filo-iraniani, potrebbe aver ottenuto l’effetto opposto. Peraltro, ora anche Morsi deve affrontare un situazione interna tutt’altro che facile, il regime di Assad non pare sul punto di crollare e un intervento militare della Nato o degli Usa è ostacolato non poco dalla posizione nettamente contraria della Russia e della Cina. In ogni caso, oltre alle difficoltà di carattere militare, non si vede come gli Stati Uniti o delle “forze occidentali” potrebbero gestire direttamente un’area geopolitica così difficile e delicata come quella del Medio e Vicino Oriente. Un compito che è anche ben al di là delle possibilità del Qatar e dell’Arabia Saudita. Per cercare di mutare la cartina geopolitica dell’intera regione a favore delle “forze occidentali”, occorrerebbe un cambio di regime in Iran, che portasse anche all’isolamento di Hezbollah. Ma non è uno scenario molto probabile. Nonostante che in Iran vi siano alcuni seri problemi di politica interna, non vi sono ragioni di ritenere che la Repubblica islamica iraniana non sia sufficientemente salda e coesa. E una “rivoluzione colorata” non sembra abbia reali possibilità di successo.

D’altra parte, è indubbio che per Israele la questione del nucleare iraniano sia decisiva. Epperò se è vero che si tratta di una questione politica più che militare, un’operazione come “Colonne di nuvole” mostrerebbe  solo che Israele non riesce a far coincidere scopo politico e obiettivo militare. E questo, in definitiva, è il modo in cui Nasrallah e Ahmadinejad hanno interpretato la “retromarcia” dell’esercito israeliano, congratulandosi di conseguenza con la resistenza palestinese per la “vittoria” contro l’IDF. Da questo punto di vista, non è allora strano che una vittoria militare possa rivelarsi una sconfitta politica. Infatti, Israele può colpire Gaza, continuare a massacrare i civili e distruggere migliaia di razzi e postazioni militari palestinesi. Può perfino attaccare un’altra volta Hezbollah o addirittura sferrare un’offensiva contro lo stesso Iran. Ma non può impedire indefinitamente la crescita e lo sviluppo dell’Iran o di altri Paesi della regione. Una regione i cui equilibri geopolitici sono in rapida evoluzione e in cui non vi può essere posto unicamente per la politica di potenza israeliana. Vi è quindi per Israele un problema che prescinde, in un certo senso, dalla stessa questione del nucleare iraniano e che, mutatis mutandis, è lo stesso che devono affrontare gli Stati Uniti a livello globale, dato che il multipolarismo concerne sia gli equilibri mondiali che quelli regionali. Nondimeno, è innegabile che non sia un problema che Israele possa risolvere con un successo militare o vincendo una guerra regionale. Ma non ci si dovrebbe illudere che sia questo il motivo per cui gli israeliani hanno accettato una tregua.

Vero che la “geopolitica del caos” è un’arma a doppio taglio. E che forse adesso sia gli Stati Uniti che Israele se ne stanno rendendo conto. Ma non è da Israele né dagli Stati Uniti che ci si può attendere il riconoscimento della necessità di dar vita a nuovi assetti geopolitici, giacché entrambi i Paesi da tempo non riescono ad adeguare il “passo” della politica a quello della potenza militare. Si è così venuto a generare uno “squilibrio” pericoloso, che potrebbe indurre tanto gli israeliani quanto gli americani a cercare di superarlo con una disastrosa “fuga in avanti”, basandosi sulla loro potenza militare e sulla “particolare” alleanza con le petromonarchie del Golfo. Perciò, la terribile partita geopolitica che si gioca in terra di Siria non deve essere assolutamente persa da Damasco e dai suoi alleati. Cedere qui, significherebbe favorire la “geofollia” sionista e non poter più contrastare la “pre-potenza” statunitense nell’intera regione (compresa tutta l’area mediterranea). Ecco perché anche il futuro della Palestina dipende dal conflitto che oppone Damasco (e Teheran) a Doha e Teheran a Tel Aviv. Un futuro incerto, benché sia chiaro non solo da che parte stanno gli “amici” del Qattar e chi ha da guadagnare dalla destabilizzazione del Medio e Vicino Oriente, ma pure, per così dire, in che direzione soffia il vento che ha generato “Colonna di nuvole”. Un vento così forte che ha sollevato un gran polverone, ma non tanto da impedire ad Hezbollah e all’Iran di comprendere qual è l’autentico obiettivo di Israele.

 

 

 

1. Si veda Benny Morris, Vittime, Garzanti, Milano, 2001, p. 503.

2. http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=44590

3. http://www.idfblog.com/2012/11/22/operation-pillar-of-defense-summary-of-events/

4. Benny Morris, op. cit., p. 504- 506.

5. http://www.analisidifesa.it/2012/11/il-sudan-nel-mirino-di-israele/

6. http://www.globalresearch.ca/larte-della-guerra-siria-la-nato-mira-al-gasdotto/5308518

7. Si veda l’articolo di Manlio Dinucci cui si rimanda nella nota 2.

8. Ibidem.

9. http://www.debka.com/article/22560/Middle-East-in-high-suspense-for-Gaza-operation-sequels

10. http://www.debka.com/article/22566/Syrian-rebels-destroy-Assad%E2%80%99s-radar-station-facing-Israel

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