La banca centrale della Repubblica Popolare Cinese, la Banca Popolare Cinese (1949), è l’istituzione incaricata di controllare la politica monetaria e regolare le entità finanziarie all’interno della Cina Continentale. Agli inizi del 2000, il surplus del conto delle partite correnti cinese iniziò a crescere a dismisura e con esso le riserve valutarie internazionali del paese stesso (figura 1).

Figura 1

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Fonte: Elaborazione dell’autore sulla base di dati forniti da “State Administration of Foreign Exchange”.

In termini di investimento, la Cina ha sempre adottato politiche difensive preferendo l’acquisto di buoni del tesoro americani dal basso rendimento (tra i 2 e i 4 percentuali). Ciononostante, nel 2006, le riserve internazionali cinesi raggiunsero il livello record di 1 trilione di dollari americani grazie anche al positivo stato della bilancia commerciale. Da allora in poi, le alte cariche e i maggiori economisti cinesi realizzarono il bisogno di disegnare un veicolo finanziario capace di amministrare in maniera profittevole l’eccesso di tali riserve. Inoltre, secondo gli addetti ai lavori, era evidente che 800 miliardi di dollari erano più che sufficienti a proteggere il paese da eventuali terremoti finanziari derivanti da problematiche esterne alla nazione. Per di più, le crescenti esportazioni resero meno indispensabile l’accumulazione di riserva valutaria al di sopra di quel livello.


Per tali ragioni, nel settembre 2007, a seguito di una decade volta alla ristrutturazione del sistema bancario, il governo cinese decise di accettare la proposta del Ministero delle Finanze e quindi di stabilire un nuovo fondo sovrano: China Investment Corporation (CIC). Tale creazione si fondò sul sentito bisogno della Repubblica Popolare Cinese di differenziare l’impiego delle proprie riserve (1.4 trilioni di dollari al settembre 2007) in investimenti in grado di fruttare una rendita assai più elevata rispetto a quella garantita dai buoni del tesoro americani citati poc’anzi. In tal senso, si stava ripetendo ciò che i paesi mediorientali produttori di petrolio fecero usando i petrodollari derivanti dalle esportazioni dell’oro nero.

Di seguito, uno studio sul fondo sovrano cinese di maggior rilievo su scala globale.

Il China Investment Corporation è stato fondato nel Settembre 2007 e costituisce un’eccezione all’interno della famiglia dei fondi sovrani poiché segnato da un’originale diversità. Infatti, a differenza dei propri simili, non ha libero accesso alla riserva valutaria e fu creato dal Ministero delle Finanze mediante un’emissione di debito di 1.55 trilioni di yuan sotto forma di speciali buoni del tesoro. Dopodiché, lo stesso ministero usò tale somma per acquistare l’equivalente in valuta estera dalla Banca Popolare Cinese (200 miliardi di dollari) e depositarlo come capitale sociale del CIC.

Cosa dire a proposito delle conseguenze scatenate da tale scelta? Essenzialmente, oltre all’alto ritorno economico sugli investimenti fondamentale al fine di soddisfare gli obiettivi della propria creazione, il fondo deve sopportare i costi relativi al tasso di interesse del 4.5% circa dovuti al Ministero delle Finanze. In altre parole, il CIC deve ripagare annualmente 9 miliardi di dollari solamente per coprire il debito originale ed chiudere l’anno in pareggio. Ecco che questa dinamica obbliga il CIC a generare rendite annuali del 10-13%, cioè attorno ai 15 miliardi di dollari l’anno.

Ma facciamo un passo indietro, più precisamente verso gli ultimi momenti che precedettero la fondazione del CIC. Nel 2006, Lou Jiwei – futuro Direttore Generale – propose di aumentare la capacità finanziaria del Central Huijin Investment Corporation (CHIC, 2003), istituzione impegnata a ricapitalizzare le banche commerciali del paese. Perciò, per poter realizzare i progetti di Jiwei, il Ministero delle Finanze decise di fondere il CHIC assieme allo State Investment Corporation (SIC) – questo il nome del futuro CIC – e quindi di trasferire le quote del CHIC dalla Banca Popolare Cinese al SIC. Così facendo, il CHIC diventò una delle società sussidiarie del CIC.

Per quanto riguarda l’apparato amministrativo, il CIC è completamente in possesso del governo cinese e riferisce direttamente al più alto corpo esecutivo, il Consiglio di Stato. Inizialmente, tuttavia, ci fu una considerevole frizione fra la banca centrale e il Ministero delle Finanze a proposito di quale delle due istituzioni avrebbe dovuto controllare il fondo. La diatriba ebbe luogo poiché il SAFE (State Administration of Foreign Exchange) è l’agenzia della banca centrale incaricata di amministrare ed allocare le riserve internazionali e, all’epoca, il CIC stava “ficcando il naso” negli affari dell’agenzia. Così, la decisione finale di assegnare il fondo sovrano al Consiglio contribuì a raggiungere un pacifico compromesso. Ora, nonostante quest’ultimo supervisioni il CIC, è il Comitato Esecutivo del fondo stesso a gestire le operazioni giornaliere e la sfera amministrativa. D’altra parte però, il Consiglio di Stato nomina il consiglio di amministrazione e di supervisione del fondo.

Il CIC si ispirò ad un altro fondo sovrano, il Government Investment Corportion (GIC, 1981) di Singapore. È vero però che esistono delle differenze fra i due, una delle quali è che il GIC si serve di apposite società di progetto attraverso cui investire all’estero; queste società vengono poi sciolte una volta raggiunti gli obiettivi dell’investimento del fondo, cosicché esso sia protetto da rischi finanziari o eventuali cause legali. Va aggiunto che le società di progetto possiedono un basso livello di trasparenza e, nel caso del GIC, riflettono chiaramente l’opacità del loro genitore (Linaburg-Maduell Transparency Index: 6/10). Pur tanto, delegazioni del CIC si recarono a più riprese a Singapore proprio per studiare il GIC, capace di far registrare investimenti dallo stupefacente rendimento sin dalla sua creazione.

Ma diamo un’occhiata ai primi movimenti che il CIC intraprese a livello mondiale. Nel maggio 2007, il CHIC – a nome del futuro fondo sovrano – acquisì il 10% dei titoli di Blackstone Group per un totale di 3 milioni di dollari. Tuttavia, nel giro di qualche mese, il gruppo perse più del 50% del proprio valore azionario e ciò significò ingenti perdite per il CIC. Nel dicembre dello stesso anno, acquisì circa il 10% della banca di investimento Morgan Stanley, per un totale di 5 miliardi. Anche in questo caso, la banca subì ingenti perdite durante l’ultimo trimestre del 2007, decretando un’altra sconfitta per il fondo sovrano cinese. Alla luce di questi iniziali fallimenti, il CIC revisionò le proprie strategie. Torniamo fra poco su questo punto.

È importante ora porre l’accento sul fatto che l’entourage del CIC ha sempre dichiarato apertamente che i propri obiettivi di mercato corrispondono esclusivamente alla massimizzazione del ritorno finanziario a lungo termine e che ogni implicazione politica è da evitarsi attraverso l’investimento. Inoltre, in parte per rassicurare i paesi riceventi preoccupati per le larghe partecipazioni azionarie che il fondo andava acquisendo in compagnie o settori di importanza strategica (energia, comunicazioni, high-tech; infrastruttura, trasporti, difesa), in parte per diversificare al meglio il proprio portafoglio, il CIC decise di limitare gli investimenti fissando un tetto massimo del 10% del capitale della compagnia in questione.

Ad ogni modo, dati gli alti costi di finanziamento iniziale del fondo (ricordiamo i 9 miliardi di dollari annuali da versare al Ministero delle Finanze), esso è costretto a scegliere investimenti ad alto rischio e generare profitti accettabili. C’è da dire però che, registrando fruttuosi rendimenti, il CIC agisce simultaneamente come stabilizzatore dell’attuale mercato finanziario pericolosamente volatile. Ecco spiegata l’insistenza con la quale il fondo cinese discute con altri fondi, banche internazionali, governi di paesi riceventi capitale ed altre istituzioni al fine di implementare accordi sia di tipo bilaterale che multilaterale.
Malgrado il vigoroso agire, l’attività d’investimento del CIC frenò a partire dal 2008 e lungo il 2009. Il trend negativo avvenne a causa di una drastica scelta di Pechino. Il governo centrale, infatti, optò per una politica fiscale volta a stimolare l’economia domestica in un periodo di recessione globale. Così, 600 miliardi di dollari furono spesi per far fronte al declino finanziario interno al paese. Per di più, nello stesso periodo, il CIC ristrutturò le proprie strategie a cui facevamo accenno sopra diversificando i propri mercati e settori-bersaglio. Per quanto riguarda i primi, quelli emergenti rimpiazzarono quelli ormai saturi (EU e USA), per i secondi, invece, l’energetico e quello dei beni indifferenziati (commodity) figuravano allora in cima alla lista.
Svariati fattori provocarono tale revisione. Fra questi, l’approccio provocatorio del SAFE. Per l’appunto, a seguito degli iniziali fallimenti del fondo cinese (Blackstone e Morgan Stanley) il SAFE metteva in dubbio il ruolo di prim’ordine che il CIC rivestiva in Cina, ovvero il fatto di essere considerato il fondo d’investimento per eccellenza. Ciò spinse quest’ultimo a ripensare i propri obiettivi e rafforzare la propria posizione di fronte al suo maggior concorrente interno in materia di investimenti esteri. Una seconda ragione, che giustificherebbe il perché della preferenza per i settori energetico e delle materie prime, è data dal fatto che la Cina previde un imminente innalzamento dei prezzi delle risorse naturali; in tal modo, investendo in quei settori, il fondo avrebbe potuto approfittare della situazione del mercato e “riempirsi le tasche”.

Certamente, il cambiamento strategico si rivelò profittevole dato che nel settembre 2011 il CIC fu dotato di una seconda società sussidiaria (CIC International) per amministrare i propri cespiti esteri. Pertanto, il fondo fu sostanzialmente rifornito con un finanziamento addizionale di 49 miliardi di dollari che mise in evidenza l’andamento economico positivo intrapreso: ottenere un’ulteriore iniezione di capitale da parte del Ministero delle Finanze era probabilmente lo scopo principale del CIC.

Recenti Sviluppi

Il CIC ha recentemente confermato la sua decisione di basare l’allocazione dei cespiti del fondo seguendo l’Endowment Model, ovvero quando una parte significante dei cespiti viene allocata in classi non tradizionali quali private equity o beni immobili. Oltretutto, il consiglio di amministrazione ha approvato il piano strategico di sviluppo per il periodo 2012-2016, cioè le linee guida per la crescita degli investimenti esteri.
Secondo l’ultimo rapporto annuale pubblicato nel giugno di quest’anno, il fondo sovrano cinese ha raggiunto un ritorno annuale sugli investimenti del 10.6% alla fine del 2012 e un tasso di crescita del 5.02% dalla sua creazione nel 2007. Di seguito una selezione di investimenti diretti esteri relativi al 2012.
Per quanto concerne l’infrastruttura, in gennaio, il CIC ha investito 276 milioni di dollari nella compagnia inglese Thames Water e, in novembre, altri 450 milioni nel gruppo Heathrow Airport Holdings Ltd. In tema di energia, invece, 300 milioni sono stati spesi in maggio per acquisire il 10% della compagnia americana EP Energy, mentre 425 milioni per il 5% dell’azienda mineraria russa Polyus Gold. Il resto comprende un’acquisizione del 7% della francese Eutelsat Communications SA risalente a giugno per un totale di 386 milioni e un investimento del 4.6% nel Moscow Exchange per l’ammontare di 187 milioni di dollari. Infine, il 49% dei cespiti del fondo è impegnato in titoli americani, il 28% in quelli di economie avanzate non americane, il restante 23% in mercati emergenti. I settori più ricercati dal CIC restano comunque quello finanziario (22%) e tecnologico-informatico (12%).
Il CIC è un attivo membro del Forum Internazionale dei Fondi Sovrani ed ha ospitato il terzo meeting annuale di tale corpo a Pechino (maggio 2011), occasione in cui Jin Liqun – presidente del consiglio dei supervisori del CIC (settembre 2008-maggio 2013) – presiedette l’assemblea. Il CIC si sta peraltro dimostrando un attore di spicco nell’ambito dei nuovi veicoli di investimento chiamati sovereign wealth funds, oltre a partecipare attivamente alle attività del succitato Forum.


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