Fonte: Chennai Centre for China Studies http://www.c3sindia.org/us/1373


Un articolo intitolato “Il complotto degli USA contro la Cina”, scritto dal Colonnello dell’Aviazione ed influente stratega cinese Dai Xu, pubblicato dall’edizione in lingua cinese dell’agenzia di stampa Xinhua il 27 maggio 2010, arriva come un macigno negli Stati Uniti per l’idea di “accerchiamento strategico crescente” della Cina. È interessante notare come la recensione di tale articolo, riproduzione di uno scritto dallo stesso autore qualche giorno prima ma con altra pubblicazione (“Huan Qiu Shi Ye” – Global Vision, 24 maggio 2010), è comparsa proprio a cavallo della seconda tornata dei Sino-USA Strategic and Economic Dialogues (Pechino, 24-25 maggio 2010) e, naturalmente, stimola le riflessioni degli esperti in merito all’interpretazione della tempistica di apparizione e del contenuto della stessa.

Dai Xu, nel suo articolo, sostiene che gli USA stiano tentando di portare avanti un “accerchiamento strategico crescente” della Cina. Prima della Guerra Fredda, l’obiettivo statunitense era quello di contenere la Cina in modo tale da strangolare dolcemente l’Unione Sovietica. Terminata la Guerra Fredda, la strategia è stata invertita: dunque, contenere duramente la Russia per riuscire a strangolare dolcemente la Cina. Relativamente a ciò che egli chiama la “Trappola del Dollaro USA”, Dai Xu riprende le osservazioni di qualche anno fa del professor Zhang Wuchang dell’Università della Finanza di Beijing, rivelando che in Cina gli USA controllano ben 21 industrie su un totale di 28, dopo averla svuotata economicamente, in un momento in cui il focus del Paese è rimasto per anni quello di garantire la crescita del PIL attraverso gli scambi commerciali. Gli USA reinvestivano in Cina i soldi che dalla Cina arrivavano, sradicando così i marchi cinesi e controllando le risorse minerarie interne, le azioni della Banca di Cina e il mercato azionario. Allo stesso tempo, secondo Dai Xu, gli USA impediscono alla Cina di acquisire compagnie statunitensi e le negano di dotarsi di qualunque loro strumento ad alta tecnologia. Tutto ciò che gli Stati Uniti vogliono è che la Cina investa in maniera cospicua sui loro buoni del Tesoro in modo da lasciarla senza liquidi per acquistare tecnologia, costruire industrie moderne, sviluppare potenziale militare e un sistema di sicurezza efficiente. L’intento americano è quello di vendere un “debito tossico” in risposta alla precedente vendita cinese di “giocattoli tossici”.

Ritenendo che la strategia della morsa diplomatica miri ad isolare completamente la Cina, l’esperto cinese ha riconosciuto che il Sudest Asiatico sta diventando sempre più politicamente dipendente dagli Stati Uniti. Nel Nord Est, il Vietnam sta diventando filo-USA. La strategia statunitense in Nord Corea, Myanmar e Pakistan, i tre veri amici della Cina, sembra sfidare proprio l’attore cinese:

  1. indirettamente, gli USA stimolano il programma nucleare nordcoreano in modo da colpire l’immagine internazionale della Cina e forzare Sud Corea, Giappone e gli altri ad avvicinarsi agli USA;
  2. il loro crescente interesse in Myanmar serve allo scopo di controllare Pechino mentre lo stesso Myanmar potrebbe perdere fiducia nella Cina ed optare per il supporto di India e ASEAN per bilanciare il peso cinese nell’area;
  3. nel caso del Pakistan, esso è già sotto controllo statunitense a causa del protrarsi della guerra afghana;
  4. nell’Oceano Indiano, vi è una collusione India – USA contro la Cina.

All’interno della Cina poi, gli Stati Uniti puntano strategicamente su Tibet e Xinjiang per manipolare la scena regionale. In conclusione, Dai Xu ritiene che gli USA stiano conducendo un attacco graduale in vista del grande obiettivo dell’accerchiamento del gigante euroasiatico.

Il Colonnello Dai Xu è noto essere un falco in materia di difesa ed ha recentemente sostenuto lo sviluppo cinese delle basi oltreoceano. Media come Global Times hanno conferito rilievo internazionale alle sue visioni. Ciò che appare importante è che egli non sia il solo, all’interno della gerarchia dell’Esercito di Liberazione Popolare (ELP), a mettere in dubbio le motivazioni strategiche statunitensi nei confronti della Cina. Un altro ufficiale superiore del ELP, il Colonnello Liu Mingfu, dell’Università Nazionale della Difesa, nel suo libro Il sogno cinese, pubblicato prima della sessione di marzo 2010 del Congresso Nazionale del Popolo, ha chiesto alla Cina di “lasciare indietro ogni illusione ed essere pronta ad un duello con gli Stati Uniti per la dominazione globale nel XXI secolo”.

In contrasto con la posizione nazionalista e intransigente degli esperti del ELP, in generale i commenti cinesi sul tema sono rimasti cauti. Il Consigliere di Stato Dai Bingguo, pur ammettendo la mancanza di consenso nell’ultimo dialogo sino-statunitense, si è mostrato ottimista relativamente alle relazioni bilaterali a lungo termine. Ha descritto il continuo dialogo come benefico per lo sviluppo di un rapporto positivo, cooperativo e completo. Liu Hong, corrispondente da Washington per la Xinhua, ha dipinto il dialogo come simbolico di una relazione sempre più paritaria. Il professore Chen Dongxiao del Centro Studi Internazionali di Shanghai spera che la “situazione della mutua dipendenza strategica venga mantenuta nel lungo periodo poiché i due Paesi necessitano l’uno dell’altro nell’interesse di un equilibrio strategico”.

La questione chiave è dunque: come interpretare a questo punto le affermazioni anti-USA di esperti come Dai Xu? In qualche modo, la situazione rispecchia ciò che accadde nel novembre 2004 quando Qian Qichen, considerato lo zar della politica estera cinese, alla vigilia delle elezioni statunitensi alle quali Bush junior partecipava per la seconda volta, accusò la strategia USA di puntare all’accerchiamento della Cina, in un articolo sul China Daily (altra questione è che, recentemente, lo stesso China Daily abbia disconosciuto quell’articolo).

Quest’ultima, che può essere considerata la visione che appartiene agli analisti militari come Dai Xu, combacia con l’atteggiamento prevalente tra alcuni settori degli opinion makers cinesi. Tali opinioni sembrano avere anche una dimensione domestica – implicitamente, infatti, esse disapprovano l’attuale approccio pragmatico di Pechino verso Washington. Il patrocinio dato a queste visioni da agenzie ufficiali come Xinhua indica che gli scrittori in questione sono influenti. Ricordando, in ogni caso, che non vi sono prove dirette ed evidenti che dimostrino divisioni interne alla dirigenza sul tema, qualsiasi affrettata conclusione, secondo cui le forze armate cinesi non approvino l’attuale politica statunitense sulla definizione della politica estera della nazione, potrebbe risultare errata. In effetti, il sistema cinese permette la conciliazione tra differenti approcci – nell’ambito delle relazioni esterne, il gruppo dominante sugli Affari Esteri del partito gioca un ruolo decisivo.

Le visioni degli esperti militari sembra però che abbiano la capacità di mettere pressione sull’attuale dirigenza collettiva che opera in Cina per le relazioni con gli Stati Uniti. In particolar modo, la dirigenza di quinta generazione che nel 2012 prenderà il potere potrebbe dover affrontare un dibattito politico relativamente ai legami con gli USA. La pressione sta già dando i suoi effetti? La risposta potrebbe essere affermativa, a giudicare dall’introduzione, da parte del regime di Hu Jintao, di un nuovo criterio per condurre le relazioni sino-statunitensi: la protezione degli interessi vitali della Cina. Il messaggio è che il principio degli interessi vitali, ovvero nessun compromesso su questioni di integrità territoriale e sovranità nazionale, da ora in avanti guiderà la condotta strategica cinese nei confronti di tutte le potenze straniere, USA compresi. Il criterio ha ricevuto ulteriore enfasi in seguito alla conferenza stampa del Ministro degli Esteri Yang Jiechi durante la sessione del marzo 2010 del Congresso Nazionale del Popolo; in quell’occasione, sono stati fatti specifici riferimenti sulle tematiche relative al Tibet e a Taiwan. Ne è emersa un’immagine nitida: un’associazione strategica con gli USA può essere stabilita solo se temi caldi come Tibet e Taiwan vengono risolti. Sia Cina sia Stati Uniti sono consapevoli che ciò non succederà presto e così, ci si può aspettare che le relazioni bilaterali continueranno ad essere basate sul pragmatismo, negli anni a venire.

Finora, Pechino non ha formalmente applicato il criterio degli interessi vitali nell’ambito delle relazioni con nazioni con le quali ha problemi territoriali. In particolare, il contestato confine con l’India non è stato ufficialmente discusso sulla base di tale principio. La Cina non può discostarsi da questa posizione, e così, l’inclusione del confine conteso nella categoria degli interessi vitali potrebbe indebolire la validità della formula del “reciproco adattamento” con disposizioni inerenti a favorire compromessi sulle questioni di confine. A questo proposito, ed in ogni caso, Nuova Delhi dovrà seguire da vicino le future tendenze cinesi.

(traduzione di Chiara Felli)


* D.S. Rajan è direttore del Chennai Centre for China Studies (India)

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