La svolta energetica del Giappone

La Grande recessione finanziaria, esplosa nel 2008 e ancora in atto, non ha lasciato indenni le economie delle maggiori potenze: il Giappone è stato recentemente scavalcato dalla crescita incessante del Pil cinese, che negli ultimi anni è progredito del 267%. Gli imperativi geopolitici di Tokyo rimangono comunque gli stessi, e anzi assumono maggiore rilevanza: per evitare l’isolamento, non solo economico, ma anche territoriale e strategico, il paese deve stabilire e mantenere un’autorità centrale ed un’unità interna sulle isole a esso circostanti, acquisire potere sui mari territoriali, assicurarsi l’autonomia attraverso il controllo di approdi strategici verso isole come Taiwan, Sakhalin e Kuril, nonché rifornirsi dei beni necessari, delle risorse e della forza lavoro utili ad espandere il proprio potere militare e mercantile all’estero, includendo in questo processo la Siberia, la Manciuria, la Cina e il sud est asiatico. È proprio la ricerca per l’approvvigionamento di risorse naturali uno dei problemi più importanti per il Giappone, il quale si ripresenta con maggiore forza proprio all’indomani del declassamento a terza economia mondiale dietro ad una Cina vincente.

All’ombra della Russia

Punto debole del Giappone rimane la dipendenza dal petrolio e dalle fonti energetiche, che gli consentirebbero di raggiungere una crescita economia stabile. Ma guardare al Vicino Oriente come possibile area fornitrice, dalla quale proviene l’80% del petrolio necessario per sostenere la sua economia, non è una scelta che dona vantaggi di natura duratura. Tra i paesi mediorientali, c’è l’Iran, fornitore di una gran fetta del petrolio di cui il Giappone ha bisogno. Tale dipendenza ha creato un forte contrasto con Washington per la gestione del problema del nucleare con Teheran: una guerra con l’Iran metterebbe in ginocchio l’economia nipponica, causando la chiusura del canale di Hormuz. Per scongiurare una crescita delle tensioni, il Giappone ha pubblicato uno studio utile a diversificare le fonti petrolifere e abbattere i costi. Ecco perché Tokyo si è rivolto a mercati diversi, guardando all’Asia Centrale ed in particolare alla Russia, al Kazakistan, all’Uzbekistan e alla Mongolia. Tra l’altro per il paese kazako sarebbe un’importante opportunità per la propria espansione commerciale. Gli analisti prevedono che per il 2015 la sua produzione arriverà al livello di Messico e Iran.

Nel giugno del 2010, la Russia ha avanzato la proposta di un progetto ambizioso di modernizzazione da porre sul tavolo delle trattative con l’Europa, utile al rafforzamento dei legami con paesi geograficamente situati nell’est asiatico. Negli accordi, sarebbero coinvolti una pluralità di settori, in primis la distribuzione delle risorse energetiche come petrolio e gas naturale. Mosca si è rivolta a Tokyo per lo stanziamento di investimenti e per il trasferimento del know-how tecnologico al fine di potenziare le infrastrutture presenti in Siberia per l’estrazione degli idrocarburi. Tokyo, tuttavia, è consapevole che investire in Russia comporta dei rischi, così come dei vantaggi. In particolare Mosca avrebbe in cantiere il completamento di un gasdotto che collegherebbe l’Estremo Oriente al Pacifico e di un oleodotto utile a trasportare petrolio dalla Siberia al Pacifico. In questo modo, Vladivostok diverrebbe il porto principale sul Mar del Giappone, nonché la piattaforma ideale per potenziare il flusso di importazioni delle riserve energetiche russe necessarie ad alimentare la crescita economica del Sol Levante. Il Giappone, infine, potrebbe esportare le risorse energetiche in eccesso verso altri paesi asiatici avidi di materie prime. La diplomazia regionale del petrolio renderebbe più sicuro l’intero assetto asiatico, e il Giappone si liberebbe dalle catene che lo legano dalla dipendenza dai paesi vicino-orientali esportatori di petrolio. La Russia sarebbe favorevole a tale sviluppo bilaterale, poiché garantirebbe la rinascita economica delle sue aree più depresse. Unico intralcio è rappresentato dalla titubanza giapponese a investire sul territorio russo, per via delle poche garanzie che Mosca è disposta a concedere.

La decisione del Cremlino di dare il via alla costruzione dell’oleodotto tra Siberia e Pacifico e di convergere il greggio siberiano verso il Giappone, ha rappresentato una battuta d’arresto per le speranze cinesi di assicurarsi una fetta di idrocarburi russi. E l’offerta russa nei confronti di Pechino non è null’altro che un premio di consolazione. Il progetto dell’oleodotto Taishet-Nakhodka dovrebbe essere completato per il 2014, e riuscire a trasportare 80 milioni di tonnellate di greggio all’anno. Nel tragitto sarebbero coinvolti i territori di Taishet, Kazazachinskove, Tynda, Skovorodino, Khabarovsk verso il terminale della baia di Perevoznaya nel porto di Nakhodka, e le regioni russe di Irkutsk, Chita, Amur, Buryat e Primarie.

Dal canto suo Pechino non può rischiare di uscire fuori dai giochi, e ha per questo proposto la costruzione di una condotta in collaborazione con la Russia che porterebbe il petrolio a Daqing, nel nord ovest della Cina. Tokyo sta premendo per la costruzione dell’oleodotto Taishet-Nakhodka, promettendo 14 miliardi di dollari e 8 miliardi di dollari di investimenti per i giacimenti Sakhalin-1 e la Sakhalin-2, a fronte di un costo previsto di 11-12 miliardi di dollari. Il percorso Taishet-Nakhodka è strategico per la Russia, e le permette di creare un imbuto energetico non solo per il Giappone ma anche per la Corea, l’Indonesia, l’Australia e la costa ovest degli Stati Uniti.
La ricchezza di idrocarburi della Siberia costituisce un banco di prova nella competizione per le economia dell’Asia dell’est assetate di risorse energetiche. La posizione della Russia è unica in termini di riserve petrolifere: Mosca può offrire delle riserve ancora ingenti, che variano dai 50 ai 100 miliardi di barili. Tuttavia, la Russia, nonostante i suoi possedimenti nella Siberia dell’est e nella regione Artica, è ancora dietro l’Arabia Saudita che ha dei possedimenti stimati per 262 miliardi di barili. Il Cremlino ha previsto una crescita nelle esportazioni del greggio pari a 441 milioni di barili provenienti dalla Siberia orientale e di 147 milioni di barili per le riserve al largo nelle lontane isole siberiane di Sakhalin a partire dal 2020. Ha inoltre anticipato che lo sviluppo delle risorse disponibili nella Siberia orientale richiederà 55 miliardi di investimenti nei prossimi 25 anni. Il governo annuncia che questi progetti potrebbero accrescere i profitti per più di 100 miliardi di dollari, mentre in base alle stime della International Energy Agency alla Russia servirebbero 500 miliardi di dollari di investimenti in infrastrutture energetiche. A fronte dei costi piuttosto alti, gli investitori puntano tutto sugli alti profitti. Nel periodo tra il 2003 e il 2020, l’industria petrolifera russa dovrebbe raggiungere profitti nell’ordine degli 820 miliardi di dollari, mentre i guadagni provenienti dal settore del gas naturale si attesterebbero sui 350 miliardi di dollari.

La ricerca di idrocarburi per la crescita economica giapponese è tuttavia in controtendenza con i risultati riportati dalla Banca Centrale giapponese, la quale ha dichiarato che nel secondo trimestre del 2010 si è verificato un brusco rallentamento della crescita del Pil in Giappone. Le attese degli analisti sarebbero state del 2,3%, mentre l’economia del Sol Levante sarebbe cresciuta solo dello 0,4%. Il forte calo dei consumi, infatti, non è stato compensato dalla crescita delle esportazioni. Il Pil avrebbe addirittura incontrato un brusco rallentamento rispetto al primo semestre, periodo in cui aveva registrato un aumento dell’1,1%. L’indice Nikkei ha toccato il suo minimo da 8 mesi, chiudendo con un calo dello 0,38%. Lo yen rimane comunque alto rispetto al dollaro, rappresentando una boa di salvataggio per l’economia mondiale. Ma la deflazione e i bassi consumi hanno colpito anche la solidità dello yen: il consumo interno è ridotto poiché i consumatori attendono il calo dei prezzi, mentre le esportazioni risentono degli effetti della Grande recessione mondiale. Il Primo Ministro giapponese Naoto Kan ha manifestato la sua preoccupazione affermando che l’economia del paese rischia di cadere “sotto i colpi dei suoi enormi debiti”, mentre la Banca Centrale prova a fornire un’iniezione all’economia attraverso un programma di prestiti a basso interesse dal valore complessivo di 35 miliardi di dollari.

Per non rimanere in isolamento di fronte alla crescente economia russa e cinese, il Giappone ha la necessità di prendere delle contromisure. Anche l’economia cinese raggiunge standard piuttosto elevati, causando l’aumento del prezzo mondiale del petrolio.

L’interesse giapponese per gli idrocarburi del Kazakistan e dell’Uzbekistan incontra l’appoggio degli Stati Uniti. A latere, esiste la questione dell’uranio presente in questi due paesi, i quali, insieme alla Mongolia, ne sono i produttori. Il Giappone è uno dei maggiori produttori del nucleare civile che arriva a coprire 1/3 del fabbisogno energetico del paese. Infine, i tre paesi asiatici producono tungsteno e molibdeno, di grande uso per l’industria d’alta tecnologia giapponese.

La strategia russa è chiara: in quanto maggior paese fornitore tra gli stati non appartenenti all’OPEC, Mosca è impegnata a raggiungere un numero sempre maggiore di mercati asiatici, semplificando le relazioni russe con i mercati europei. Mentre la situazione in Asia è ancora in ballo, la Russia, nonostante detenga le maggiori risorse al mondo di gas e di greggio, e i due terzi del suo territorio si trovino in Asia, ricopre un ruolo molto importante nel mercato a forte espansione di gas e greggio. Vladimir Putin ha affermato che la Russia è poco rappresentata nel mercato degli idrocarburi in Asia e nel Pacifico, raggiungendo una quota del 5/6% contro il 69% dei paesi arabi. La maggior parte delle risorse petrolifere russe diretta in Asia finisce alla Cina, sebbene una parte sia imbarcato dalle isole Sakhalin verso l’estremo oriente russo. La maggior parte del petrolio e del gas proveniente da Sakhalin sarà dirottato verso il Giappone e verso altri consumatori se i progetti energetici riguardanti le isole procederanno come pianificato.

* Alessia Chiriatti è dottoressa in Sistemi di comunicazione delle relazioni internazionali (Università per stranieri di Perugia)

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