La Cina si dichiara ‘pronta a lavorare’ con il nuovo Governo del Giappone, guidato dal Partito Democratico di Yukio Hatoyama. “Siamo pronti a lavorare con il Giappone per rafforzare la nostra cooperazione bilaterale e mantenere il ritmo ad alto livello degli scambi… contribuendo congiuntamente alla pace e allo sviluppo nell’Asia“, ha detto ai giornalisti la portavoce del ministero degli Esteri, Jiang Yu.

In un articolo pubblicato sul New York Times, è stata messa in evidenza la veloce ascesa della Cina come potenza economica e ci si è chiesto se ciò porterà alla creazione di una comunità asiatica con una moneta comune, sul modello dell’Unione europea. I due paesi hanno lavorato sodo per ridurre le tensioni derivanti in gran parte dalla brutale occupazione Giapponese della Cina durante la II guerra mondiale.  Definendo il Giappone e la Cina “vicini importanti” e “grandi paesi” dell’Asia, il portavoce del ministero degli Esteri cinese ha notato: “Crediamo che il Giappone dovrebbe trattare le questioni storiche in maniera responsabile, è nel suo interesse e favorirà a migliorare le relazioni con gli altri paesi asiatici“.

Cina e Canada affrontano il problema della sicurezza energetica petrolifera, con la PetroChina che investe 1,9 miliardi dollari nelle sabbie petrolifere dell’Alberta, in Canada. Secondo l’accordo annunciato dalla Athabasca Oil Sands Corp. la PetroChina acquisirà una quota del 60 per cento nel suo progetto per le sabbie bituminose dei fiumi MacKay e Dover. E’ la più grande operazione della Cina per le sabbie bituminose canadesi, fino ad oggi. I progetti riguardano circa 5 miliardi di barili di bitume ancora da sviluppare, parte dei quasi 10 miliardi di barili di riserve di bitume dell’Athabasca, che a sua volta continuerà a gestire entrambi i progetti, dal costo di 15/20 miliardi di dollari. Il flusso di petrolio potrebbe essere, dal 2014, inizialmente di 35.000 barili al giorno e successivamente di 150.000 barili al giorno.

L’accordo PetroChina-Athabasca, dovrebbe essere chiuso il 31 ottobre, rafforzando gli investimenti nell’Alberta, che ha subito il taglio di 100 miliardi di dollari nei progetti minerari della sabbia petrolifera, rispetto allo scorso anno.

Le Sabbie bituminose canadesi rappresentano la seconda riserva di petrolio più grande del mondo. “Data la vastità delle sabbie petrolifere del canadesi, la zona non può essere ignorata dalla Cina“, ha detto gli analisti Lanny Pendill e Edward Jones del Calgary Herald. Ma Carolyn Bartholomew, presidente della US-China Economic and Security Review Commission, ammonisce sulla crescente presenza cinese nel “cortile” dell’America. Ha detto che la PetroChina di proprietà statale è un elemento del governo comunista di Pechino e respinge l’idea che possa operare come una qualsiasi altra società petrolifera commerciale. “Penso che un acquisto come questo, dovrebbe sollevare la questione della sicurezza nazionale, sia per il governo del Canada che per il governo degli Stati Uniti“, chiedendo una profonda revisione da parte di Ottawa.

Tuttavia, l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Canada, Gordon Giffin, ha detto che non si aspetta che l’amministrazione Obama si opponga agli investimenti della PetroChina nelle sabbie bituminose.

Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha annunciato un accordo di 16 miliardi di dollari con la Cina per le trivellazioni petrolifere nel bacino dell’Orinoco. “Un accordo è stato firmato a Pechino per il bacino dell’Orinoco. Definisce l’investimento cinese di 16 miliardi di dollari nei prossimi tre anni“, ha detto Chavez durante una manifestazione pubblica. Ha dato pochi dettagli dell’accordo e non ha indicato le società cinesi coinvolte, ma ha detto che formeranno una joint venture con la statale Petroleos de Venezuela (PDVSA) per la produzione di 450.000 barili al giorno di greggio extra pesante.

Il Venezuela, ha anche annunciato di aver firmato un accordo simile con un consorzio russo di cinque aziende, che investirà più di 20 miliardi di dollari nell’arco di tre anni, una joint venture che si prevede produrrà 450.000 barili al giorno entro il 2012.

Il ministro della Difesa cinese Liang Guanglie ha concluso una visita di due giorni in Serbia, e le due parti si sono ripromesse di rafforzare la loro cooperazione militare. Il presidente serbo Boris Tadic ha dichiarato dopo l’incontro con Liang a Belgrado, che “sostiene l’intensificazione della cooperazione militare e di polizia tra i due paesi“. Il primo ministro Mirko Cvetkovic ha anche elogiato “il livello elevato di cooperazione” tra i due paesi, dicendo che “la cooperazione militare-economica sarà ulteriormente intensificata nei prossimi mesi: attraverso uno scambio di esperienze nelle missioni di pace, la cooperazione tra le industrie della difesa e dell’istruzione del personale militare.”  La visita, la prima di un ministro della difesa cinese in 25 anni, è avvenuta su invito del ministro della Difesa serbo Dragan Sutanovac, che ha detto che “la cooperazione militare rafforzerà ulteriormente i legami bilaterali” tra Pechino e Belgrado.

Sutanovac ha visitato Pechino lo scorso anno e ha firmato un accordo di cooperazione in materia di difesa. Ha poi insistito sul fatto che “vi sono grandi prospettive per l’espansione della cooperazione militare tra i due paesi“. La cooperazione dovrebbe prevedere “la medicina militare, l’addestramento militare, l’economia militare, la scienza militare, così come le operazioni di mantenimento della pace“. I due ministri hanno inoltre discusso delle “sfide ad livello mondiale militare, come il terrorismo, la criminalità organizzata ed altre attività criminali”. “Abbiamo espresso il nostro desiderio comune di cooperare nella lotta contro queste minacce e nello scambio di informazioni“.

La visita di Liang è avvenuta dopo i colloqui di Tadic in Cina, ad agosto, quando i due paesi hanno annunciato la creazione di un partenariato strategico.

Le due nazioni hanno forti legami da quando la Cina ha rifiutato di riconoscere l’indipendenza del Kosovo e Pechino ha offerto sostegno a Belgrado, nella sua battaglia diplomatica contro la mossa occidentale.

Bastano queste poche notizie per far comprendere quanto ampio e molteplice sia l’attività economico-diplomatica della Repubblica Popolare Cinese. Un attività  che si estende sui cinque continenti, come abbiamo visto. La Cina popolare è assurta a grande potenza mondiale nel 1949, quando il 1° ottobre Mao Zedong suggellava la fine della ultratrentennale guerra civile cinese e la centenaria condizione di semi-colonia dell’imperialismo occidentale, iniziata con le guerre dell’oppio del 1839.

Lunga è stata la marcia della Cina nel quadro internazionale, non meno complesse e difficile della Lunga Marcia con cui Mao recuperò le forze popolari e patriottiche, uscite sconfitte dalla repressione della Comune di Shanghai edal fallimento della politica del Partito Comunista Cinese dettata dal Komintern di Zinov’ev e Borodin.

L’URSS e la Cina popolare costituiscono, negli anni ’50, un vero e proprio blocco eurasiatico, un dominio che si estende da Pankow a Pyongyang. Un alleanza tra Mosca e Beijing, tra Stalin e Mao che subisce la sua prima prova nel 1950, quando la Repubblica Popolare Democratica di Korea viene invasa e aggredita dalle truppe e dalle milizie sudcoreane di Syngman Ree, il proconsole statunitense a Seoul. Mao deve inviare 100.000 soldati a sostenere la Korea Popolare. E con l’appoggio dei mezzi sovietici riesce a respingere le truppe ONU, guidate dagli USA tramite il generale McArthur, che aveva espresso l’intenzione non solo di cancellare il governo democratico-popolare di Pyongyang, ma anche l’intenzione di entrare in Manciuria e d’impiegare l’arma atomica. Una occasione mancata rimpianta, perfino oggi, dall’ex segretaria di stato USA, Condoleezza Rice. Ma gli equilibri mondiali erano mutati, e l’URSS, esattamente sessant’anni fa, acquisiva la parità strategica nucleare. Cosa che consentiva a Beijing, e al blocco sovietico, di respingere il tentativo revanscista di Washington.

Con Chrushjov e il gruppo Molotov-Bulganin si avvia un fruttuoso periodo di collaborazione tra Cina popolare e URSS. Vengono avviati gli ampi piani quinquennali per porre le basi della potenza industriale ed economica della Cina attuale. Grazie all’assistenza sovietica, nascono per la prima volta in Cina, i settori industriali elettronico, petrolifero, energetico, aeronautico, meccanico, missilistico e nucleare. Ma le intemperanze di Mao, i quel periodo messo in ombra nel partito, dall’ala tecnocratica di Liu Shaoshi, Deng Xiaoping e del Maresciallo Peng Dehuai, portano al tentativo fallimentare del cosiddetto ‘Grande Balzo in Avanti’, che doveva fare della Cina popolare una potenza pari al Regno Unito. I risultati invece furono disastrosi; la frazione di Liu dovette intervenire direttamente a porre rimedio, me nel frattempo si verifica la rottura ideologia, prima, geopolitica dopo, tra Mosca e Beijing. Grazie, questa volta, alle intemperanze di Chrushjov, che in risposta alle polemiche ideologiche con Mao e Enver Hoxha, decise di ritirare le migliaia di tecnici e consiglieri che stavano aiutando i cinesi a crearsi una economica moderna e una solida base industriale. La mossa moscovita non sarà perdonata dai cinesi fino alla fine degli anni ’90.

Nonostante tutto Beijing porta avanti la sua linea politica, i programmi economici intrapresi. Tanto che il 16 ottobre 1964, Beijing riesce a fare detonare il suo primo ordigno atomico. Ma le tensioni interne, esistenti tra le due frazioni maggioritarie del PCC ed esterne con Mosca (Indonesia) e Washington (Vietnam e Taiwan), portano alla Grande Rivoluzione Culturale Proletaria del 1966-1969, ispirata da Mao e dal gruppo di Jiang Jin, la seconda moglie del ‘Grande Timoniere’.

La rivoluzione sociale (così almeno speravano Mao e il suo nuovo alleato, il Maresciallo Lin Biao), invece di far compiere alla Cina un altro, grandissimo, balzo in avanti, verso il comunismo, la trascinano verso la dissoluzione geografica. Con intere regioni fuori controllo e una guerra civile sempre più palese. Alla fine sarà l’esercito popolare di Lin Biao a soffocare la rivolta delle Guardie Rosse e a reimporre l’autorità del Partito. Ciò non gli impedirà di essere liquidato, con la sua frazione, nel 1971, dal quadro politico cinese, una volta avviata la nuova politica estera di Mao e Zhou Enlai. L’avvicinamento strategico verso gli USA di Nixon, la teoria dei ‘Tre Mondi’ ideata per opporsi alla Dottrina Brezhnev, porta Beijing ad iniziare quel processo di apertura economica, che poi sotto la guida di Deng Xiaoping, subì una forte e netta accelerazione, una volta espulsa la frazione neomaoista nota come ‘Banda dei Quattro’.

I legami con il mondo occidentale si rafforzano e si approfondiscono. Mentre con l’URSS le divergenze e i contrasti si ampliano. Cambogia, Vietnam e Afghanistan, sono i nuovi terreni di contrasto che danneggiano le possibilità di una nuova alleanza geopolitica eurasiatica. L’orbita di Washington attrae sempre più Beijing. E mentre questa attrazione travolge e distrugge l’esperimento gorbacioviano, mette in serio pericolo l’unità cinese. A Beijing, nella primavera del 1989, si attua su larga scala la prima di quelle che saranno note come ‘rivoluzioni colorate’. La piazza Tianmen, la più grande del mondo, che negli anni ’60 si vide invadere da un milione di guardie rosse che osannavano Mao, ora veniva attraversata da folle di studenti e nascente piccola borghesia locale, che inneggiavano alla Statua della Libertà. L’ampia apertura di credito all’occidente stava dando i suoi frutti.

Una volta repressa la rivolta filo-occidentale, il programma di espansione economico-commerciale e di modernizzazione industriale e tecnologica della Cina Popolare, subisce un rallentamento; ma è solo un passo fatto indietro per meglio saltare. Questa volta, a metà degli anni ’90, la Cina di Li Peng e Wen Jiabao inizia a compiere sul serio quel ‘Grande Balzo in Avanti’, tanto agognato da Mao.

La Repubblica Popolare di Cina ha acquisito un innegabile peso strategico mondiale. Ha salvato più di una volta gli USA dal collasso economico-finanziario. Ma contemporaneamente non ha smesso di tessere e rafforzare rapporti con i suoi amici di sempre, i più importanti tra cui sono il Pakistan e l’Iran. Legami che non casualmente le ultime tre amministrazioni statunitensi hanno preso a bersagliare continuamente. Verso Beijing si vuole applicare la vecchia tattica del cordone sanitario già impiegata contro l’URSS. Ma questa volta, la Cina ha dalla sua anche l’arma strategica del parziale controllo dei flussi finanziari e una poderose economia che sta gestendo egregiamente  l’attuale gravissima crisi economica. Beijing sta volgendo verso l’interno l‘indirizzo della sua politica economica. Maggiori investimenti verso i mercati interni, permetteranno alla Cina popolare di sfruttare al meglio il suo surplus finanziario-economico.

E oggi, Beijing ha ritrovato nella Mosca di Putin e Medvedev, l’antico alleato che l’aveva aiutata a fronteggiare l’aggressione nipponica nel 1937 e che negli anni ’50, prima dell’avventata rottura chruscioviana, l’aveva avviata al XX° secolo. Con la nascita del Shanghai Cooperation Organization, costituito il 14 giugno 2001 (e forse profonda ragione scatenante degli eventi dell’11 settembre 2001), si rivitalizzava quell’intesa geopolitica strategica eurasiatica che tanto preoccupava, ieri, il gruppo revanscista di Bush/Cheney, e che oggi allarma il gruppo neowilsoniano riunitosi attorno all’amministrazione statunitense di Barack Obama.

L’alleanza tra Mosca, Beijing, potenze asiatiche centrali, suggellate anche quest’anno dalle imponenti manovre militari estive, è il nucleo centripeto cui convergono decisamente potenze come l’Iran, il Pakistan, la Mongolia, l’Indonesia e l’Asean del Vietnam e della Malaysia forgiata dal dott. Mohammed Mahathir. Solo l’India sembra titubante riguardo questo processo, senza dubbio pesano gli antichi contrasti transfrontalieri con la Cina, riguardo il Kashmir e il Nepal-Tibet. Washington interessatamente alimenta, inoltre, i sospetti e la sfiducia tra New Delhi e Islamabad. Senza tralasciare gli interventi sobillatori filo-atlantisti che si dipanano dal Kosovo al Kurdistan all’Afghanistan, la filiera occidentale dell’eroina che si ricollegherebbe a quella orientale, che dalle regioni del Myanmar, fuori dal controllo del legittimo governo di Yangoon,

si dispiega fino al mercato californiano e messicano. Messico sempre più vittima della narco-guerra civile, possibile epicentro di una futura destabilizzazione dell’America Latina. Un motivo in più per Washington per mantenere un piede in quella staffa.

Ma se è vero che tramite il BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) va formandosi il futuro polo economico mondiale. Allora anche l’Unione Indiana si riavvicinerà al progetto Cino-Russo del Patto di Shanghai. Tanto più che gli USA, dopo aver concesso il supporto tecnologico per l’industria del nucleare civile indiano, hanno già gettato la maschera domandando, delicatamente vista la mole di New Delhi, se potevano accedere anche al complesso delle centrali nucleari interessate al programma strategico indiano. La risposta negativa del Premier  indiano, Manmohan Singh, fa sperare bene per una futura intesa con Beijing, Mosca e con l’amica Tehran, e che di certo deve aver irritato il gruppo neowilsoniano al potere a Washington.

Il processo di costruzione di un mondo finalmente multipolare prosegue, e di certo, la parata del 1 Ottobre prossimo, oltre a festeggiare il sessantennio della Repubblica Popolare di Cina, celebrerà anche un probabile futuro plurale del mondo, che oggi va delineandosi.

Riferimenti

AFP 1 settembre 2009

UPI 2 settembre 2009
AFP 8 settembre 2009
AFP 16 settembre 2009
Alessandro Lattanzio, Catania 19/09/2009

http://www.aurora03.da.ru
http://www.bollettinoaurora.da.ru
http://sitoaurora.narod.ru
http://sitoaurora.altervista.org
http://eurasia.splinder.com

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