Fonte: http://www.enriquelacolla.com/sitio/nota.php?id=231

La liquidazione del presunto Osama Bin Laden si inserisce in un quadro di tensioni regionale molto inquietante, dove potrebbe auto compiersi alcune delle profezie annunciate dal Pentagono da alcuni anni a questa parte.

La scarsa attenzione che i mezzi argentini prestano allo scenario internazionale sta lasciando passare inavvertito un notevole aumento della temperatura politica nella regione che è costituita, oggi e probabilmente per molto tempo ancora, dall’asse geostrategico dove si leggeranno i registri della bilancia del potere mondiale nel secolo attuale. È questo, l’Asia centrale. Le potenze che aspirano a convertirsi in superpotenze e gli stati emergenti che si trovano in condizioni di raggiungerli si trovano già lì ed è lì che si proietta anche la volontà strategica dei pianificatori del Pentagono, nella loro monumentale scommessa egemonica.

Quando parliamo dell’Asia centrale ci stiamo riferendo alle nazioni che occupano il centro della scena in quella zona. È così, Cina, Pakistan, India e Russia, tutte influenzate o irritate dalla politica statunitense di inserimento nell’area. Le amministrazioni nordamericane hanno sempre voluto che la loro azione nella zona venga letta come parte di una “guerra contro il terrorismo”, ma questa è una pretesa pellegrina che risulta efficace solo tra la massa di spettatori spensierati e disinformati che costituisce il pubblico occidentale. Il resto sa a cosa attenersi. Non è la persecuzione dei terroristi di Al Qaeda né dei barbuti talebani a spingere Washington a dispiegare la sua opprimente panoplia in questa zona né ad invaderla e stabilire lì le basi di cui ha bisogno per ulteriori sviluppi, ma il valore che suppone come possibile punta di lancia contro Cina e Russia, e come ombrello che protegge gli oleodotti e le fonti di petrolio e gas in Medio Oriente, nel Mar Caspio e nell’insieme dei paesi dell’Asia centrale. La presenza nordamericana in questo luogo, giocata con effettivi molto più ridotti ma altamente tecnici e armati, supportata dall’appoggio di flotte gigantesche, è un fattore che pesa nell’adeguamento e orientamento di una nazione come l’India, possibilmente sottodelegata imperiale- per il gioco dei propri interessi che la oppongono al Pakistan e alla Cina- e nel ruolo che potrebbero avere paesi come la Turchia e l’Iran, anche con interessi competitivi. La zona è anche un calderone etnico e confessionale, dove si possono mettere alla prova i presupposti dello Scontro tra Civiltà, teorizzato da Samuel P. Huntington.

È in base a questo piano, attivo da quando l’attacco alle Torri Gemelle l’11 settembre 2001 ha dato il pretesto ideale per attuare questa politica, che bisogna valutare l’insieme e ciascuno dei fenomeni che hanno luogo lì. L’assassinio di Osama Bin Laden, fatto confuso (40 minuti di scontri e caduta di un elicottero nordamericano, tutto senza perdite proprie; il cadavere di Osama gettato in mare) ha rappresentato una pietra miliare; non per il personaggio abbattuto, ma perché, per portare avanti questa impresa, il presidente Barack Obama ha superato la sovranità di un presunto alleato e ha aggravato, con questo atto, le già grandi tensioni che esistono tra Washington e Islamabad.

Nessuno sviluppo politico e strategico nel mondo moderno può essere compreso se non si prendono in considerazione i fattori storici che lo determinano. La stessa esistenza del Pakistan è dipesa dall’azione dell’imperialismo: nasce da una segmentazione dovuta all’azione dell’imperialismo britannico in India: sebbene esisteva una notevole rivalità confessionale tra indù e musulmani, è stata la sottile azione del vicereame inglese a ravvivare questa contraddizione che ha portato alla frammentazione del subcontinente in una parte islamica e una brahmanica. I contenziosi di frontiera tra entrambi i paesi li hanno portati a una brutale epurazione etnica, a tre guerre e a molti scontri armati per mezzo secolo. Il Pakistan si è appoggiato agli Stati Uniti per affrontare un’India molto superiore per risorse umane e ricchezza, e quest’ultima si è appoggiata all’Unione Sovietica. L’entrata posteriore sovietica in Afghanistan ha rafforzato questo schema: il Pakistan è diventato un alleato prezioso per supportare l’insorgenza dei “lottatori per la libertà”, come li chiamava Ronald Reagan, impegnati a sconfiggere il governo imposto dal loro nemico mondiale. La crescita pakistana e il suo arrivo alle armi nucleari lo hanno trasformato tuttavia in un alleato poco sicuro, percorso da una sorda resistenza all’uso puramente strumentale che facevano i nordamericani del fondamentalismo islamico, resistenza che potenzia la pericolosità dell’anarchia propria di un paese lacerato tra politici e militari, con forti tensioni intrinseche e con un potenziale bellico da temere.

Ciò ha fatto sì che, per Washington, il Pakistan sia diventato uno stato fallito e forse presto inaccessibile. Le comunità militari e dei servizi segreti statunitensi sembrano aver ricevuto l’ordine di fare in modo che questo processo di liquefazione si acceleri e esse stesse siano capaci, per una decisione propria dettata dalla loro “deformazione professionale”, di fomentare ancora di più la disarticolazione di questo paese. Il desiderio di frammentarlo e neutralizzare il suo armamento nucleare è diventata un impulso a cui è difficile resistere per Washington, tenendo anche presente che, con il crescente sviluppo di vincoli militari tra Pechino e Islamabad, l’equazione diventa anche più antipatica. Tutto questo contribuisce a rendere il Pakistan un obiettivo probabile: un’approssimazione con il nemico-in termini oggettivi- numero uno per gli Stati Uniti, rende il Pakistan un ostacolo per il raggiungimento della supremazia globale alla quale aspira l’Unione.

L’incursione per eliminare Bin Laden deve essere vista in questo contesto: la leggerezza con cui è stato violato lo spazio aereo di un paese “alleato”, l’ignoranza in cui si è tenuto il governo pakistano riguardo l’operazione, gli ordini specifici di superare ogni opposizione possibile, compresa quella delle truppe provenienti dalla base dell’esercito del Pakistan che confinava con il bunker di Osama, sono espressione di una volontà di provocazione.

 

Reazioni

La reazione pakistana no ha avuto molta risonanza in occidente, ma c’è stata ed è stata seria. La più evidente è stata la visita del primo ministro pakistano in Cina, a poco più di due settimane dall’attacco nordamericano. Yussuf el Gilani ha ricevuto il trasferimento immediato e senza carico di 50 moderni caccia per la sua forza aerea e un appoggio diplomatico convincente: il ministro per gli Affari Esteri cinese ha affermato che è volontà del suo paese “che la sovranità e l’integrità del territorio pakistano vengano rispettate”. A questo si sarebbe aggiunto, secondo l’India Times, un avvertimento trasmesso a Washington ufficiosamente, nel quale Pechino dichiarerebbe che qualsiasi attacco contro il Pakistan sarebbe considerato un attacco contro la Cina.

Questi sono dati molto significativi, sebbene i grandi mezzi di comunicazione non lascino loro spazio. E non ci sono indizi chiari sul fatto che gli Stati Uniti rettificheranno la loro azione né in Pakistan né in Asia centrale. Al contrario, tutte le procedure in corso sono mirate a prepararsi a una contingenza grave, che il Consiglio Nazionale dei Servizi Segreti ha descritto in una relazione elaborata insieme alla CIA nel novembre 2008: “Entro il 2015 Pakistan può diventare uno “stato fallito”, squartato dalla guerra civile, spargimenti di sangue, rivalità interprovinciali, lo sforzo per il controllo degli arsenali nucleari e una totale “talebanizzazione”. Questa prospettiva è stata rielaborata dal Pentagono nel gennaio 2009, dicendo che esiste la possibilità di una probabile guerra civile e settaria che scoppi “veloce e nell’immediato”, mettendo in gioco lo status delle armi nucleari, e che questa “tormenta perfetta” richiederebbe il compromesso delle truppe degli Stati Uniti e della coalizione “in condizioni di immensa complessità e pericolo”. (1)

Accentuando le procedure attraverso lo stile di liquidazione di Bin Laden e della politica di assassini puntuali, con aereomobili a pilotaggio remoto (droni) o con comandi come i Navy Seals, di personaggi legati ad Al Qaeda, questo tipo di profezia correrebbe un gran rischio di auto compiersi, soprattutto se i danni collaterali che suscitano sempre questo tipo di azioni si moltiplicano. Una divisione del Pakistan lungo linee di differenziazione tribale starebbe dietro l’angolo e così questa nazione si vedrebbe privata del ruolo che la sua situazione geopolitica le aveva dato finora: quello di funzionare come garante del corridoio energetico tra Iran e Cina. Dal momento che un processo così naturale aprirebbe le porte ad una grande minaccia contro la Cina, è evidente che questa- nonostante finora abbia preferito gestire la sua rivalità con gli Stati Uniti dandogli poca importanza- si sente obbligata a fare un passo avanti.

 

Fantasmi del passato

Questo è il rischio a cui va incontro il mondo e che dovrebbe farci ricordare i prolegomeni della catastrofe del 1914. Il meccanismo che ha scatenato lo scoppio ad agosto di quell’anno era latente nella politica di alleanze e nella deliquiescenza di vari imperi decadenti, che li spingeva (a due di loro almeno) a scommettere molto e a portare avanti le loro sfide poiché credevano di trovare nella fuga in avanti una soluzione, anche se provvisoria, ai loro problemi. Gli imperi erano quello austro-ungarico, quello russo e quello turco. Quest’ultimo era rimasto quasi scomposto nelle guerre balcaniche, che lo hanno sloggiato dalle sue ultime posizioni in Europa (tranne Istanbul). La sua sconfitta aveva aperto un vuoto di potere nei Balcani. Vari stati piccoli desideravano occupare quel luogo a danno dell’Austria-Ungheria, che si sentiva obbligata a sostenere la sfida poiché altrimenti la sua traballante unità plurinazionale-già molto strattonata da cechi, rumeni, serbi e slavi- sarebbe andata a pezzi. La Russia, da parte sua, era interessata a recuperare il prestigio perso nella guerra russo-giapponese di una decade prima e decisa ad approfittare del quasi collasso dell’impero turco e delle difficoltà di quello austro-ungarico, per aprirsi un varco verso l’Europa centrale e affacciarsi al Mar di Marmara e ai Dardanelli, ottenendo così quell’accesso al Mediterraneo che la sua politica estera perseguiva da circa 200 anni.

Dal momento che questi imperi in decadenza erano vincolati da potenze anche più grandi- Germania, Gran Bretagna, Francia- da alleanze e riassicurazioni militari, quando il 28 giugno del 1914 hanno risuonato a Sarajevo gli spari che hanno fatto fuori l’erede al trono austro-ungarico e sua moglie, tutto era pronto perché le cose pattinassero sul terreno scivoloso dei fatti compiuti. L’Austria-Ungheria attaccò la Serbia, la Russia attaccò l’Austria, la Germania come alleata dell’Austria attaccò la Russia, la Francia assolse ai propri obblighi con quest’ultima e dichiarò guerra alla Germania e, quando questa invase il Belgio per attaccare i francesi lateralmente, la Gran Bretagna entrò in guerra contro la Germania. Le linee maestre di questo pasticcio si possono ripetere ora, in un contesto infinitamente più pericoloso (dal momento che ci sono armi nucleari di mezzo e quando una cosa così inizia, nessuno sa come né dove finisce) e con una scommessa statunitense anche più superba di quella che aveva il governo tedesco nel 1914, quando si credeva accerchiato ed entrò in guerra per rompere il circolo.

Perché, in effetti, se le cose si estremizzano, la Russia non potrà lasciare da parte la Cina, visto che gli Stati Uniti e l’Unione Europea sembrano decisi a renderle la vita impossibile nell’Europa dell’Est e nel Caucaso. Inoltre bisogna dire che una simile prospettiva dovrebbe spaventare chiunque. Non sappiamo se questo è il caso degli strateghi del Pentagono. Anche se ci fosse un conflitto localizzato e sviluppato in grande misura tramite l’India, mettersi contro un paese popolato da 180 milioni di musulmani non è un affare semplice. Non sappiamo bene perché Barack Obama è Premio Nobel della Pace. Vuole esserlo anche della guerra?

 

Nota

1) Andrew Gavin Marshall, Imperial Eye on Pakistan, Global Research del 28 maggio

 

Traduzione di Daniela Mannino

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