Le recenti schermaglie fra USA e Cina hanno raggiunto il loro culmine con la visita a Washington del Dalai Lama, non solo capo religioso buddista ma anche leader politico tibetano in esilio. Parole molto dure sono piovute da Pechino, per voce del viceministro degli Esteri cinese He Yafai, che ha dichiarato come la decisione di non cancellare questo incontro potrà arrecare gravi danni ai rapporti sino-statunitensi; e pensare che l’incontro già previsto per l’ottobre 2009 era stato cancellato dal presidente Obama, in vista di una sua visita in Cina nel mese seguente. Quest’ultima si era rivelata così positiva da spingere la squadra del presidente statunitense ad ipotizzare un G2 fra le nazioni. Ipotesi, però, più volte gentilmente respinta da Pechino, che non ama l’idea americana di un’alleanza a due in cui gli Stati Uniti ricoprano il ruolo della potenza di spicco. Per l’incontro recentemente svoltosi a Washington si è preferito mantenere un profilo basso: non ha infatti avuto luogo nella Sala Ovale, ma nella meno simbolica Map Room e senza la presenza di telecamere o fotografi. Le dichiarazioni ufficiali parlano di una discussione inerente la pace e il rispetto dei valori religiosi degli uomini, non certo in merito all’annosa questione politica tibetana.

Ben altre motivazioni, però, si troverebbero alla base dei recenti dissidi fra Pechino e Washington, e principalmente di natura economica. In primis, la Cina ha propeso per una svalutazione dello yuan al fine di facilitare maggiormente le esportazioni e rendere il Paese più competitivo; questa decisione, però, ha influito notevolmente sull’economia americana: la svalutazione della moneta cinese aggrava il deficit commerciale statunitense, che ammonta a circa 750 miliardi di $. Il portavoce del ministero degli Esteri, Ma Zhaoxu ha affermato che lo yuan è scambiato a livelli ragionevoli e non è affatto la ragione del sovrappiù commerciale della Cina con gli USA. Il presidente statunitense aveva già attaccato da Washington dicendo: “La Cina utilizza la valuta per gonfiare in maniera artificiale i prezzi delle nostre esportazioni e abbassare il prezzo dei loro prodotti”. Tema caldo, quello del rapporto yuan-dollaro, e da diversi mesi. Anche al recente vertice di Davos, sia l’Europa che gli Stati Uniti hanno chiesto al governo di Pechino di intervenire a favore di un rafforzamento della valuta, così da riequilibrare lo squilibrio nei rapporti commerciali. A seguito di ciò si è aperta una fase di vera e propria “guerriglia doganale”: Washington ha imposto dazi aggiuntivi sull’importazione di pneumatici dalla Cina e quest’ultima ha risposto applicando misure analoghe su auto e pollame. La ripercussione economica più forte, però, dovrà ancora arrivare se, stando alle parole del governo cinese, verranno applicate sanzioni a tutte le imprese americane coinvolte in quello che può essere definito “l’affare Taiwan”. Questo “affare” ammonta a circa 6,4 miliardi di $ e prevede la vendita di armi statunitensi all’isola: principalmente elicotteri Blackhawk UH-60, missili Patriot a “capacità avanzata” (PAC-3), dragamine e altro materiale con funzioni di sorveglianza e di controllo. Fra le imprese direttamente coinvolte vi è anche la Boeing, entrata nel mercato cinese 38 anni fa e che attualmente risulta vendere ben il 50% dei suoi velivoli alla Cina stessa. Gli interessi coinvolti riguardano non solo la vendita che, stando ai programmi, prevede l’acquisto da parte di Pechino di beni per un ammontare di 200 miliardi di $ nell’arco dei prossimi 20 anni, ma anche l’acquisizione di componentistica per i velivoli stessi che, per 1/3 del suo totale, viene prodotta proprio nel paese asiatico.

Al momento, però, nessuna sanzione è stata presa e si può ragionevolmente pensare che non ve ne saranno: ben più delle questioni politiche o umanitarie può la questione economica. Entrambi i Paesi sono così interdipendenti che nessuno trarrebbe guadagno da una seria rottura delle relazioni; l’attuale interruzione di scambi e rapporti militari non fa presagire, secondo David Firestein dell’EastWest Institute, l’inizio di un vero e proprio scontro. D’altronde, questa vendita di armi è entrata nella sua seconda fase, in quanto avviata all’epoca di George W. Bush; solo che le condizioni politiche sono leggermente cambiate: nel 2007 vi era a Taiwan il presidente pro-U.S.A. Chen Shui-bian, mentre l’attuale leader, Ma Ying-jeou risulta essere più vicino a quella che è considerata la madrepatria. Le armi non sembrano, però, rappresentare una questione così rilevante per l’isola, dalla quale arrivano parole molto rassicuranti: questo riarmo è funzionale esclusivamente alla difesa del territorio e alla sua stabilità, e riuscirà addirittura, secondo il governo taiwanese, a rafforzare l’amicizia con Pechino. Taiwan, dal 1949 sede del goveno cinese nazionalista, potrebbe però incorrere in possibili rappresaglie da parte della Cina così come annunciato da quest’ultima. Intanto questa querelle non sembra essere sfociata in nulla di concretamente preoccupante, ma se ne avrà conferma a breve, quando si saprà se la visita ufficiale di Hu Jintao negli Stati Uniti programmata per aprile avrà luogo o meno. Tendenza comune è credere che l’incontro ci sarà: lo fa presagire l’incessante lavoro di diplomazia che sta andando in scena in questo periodo: a Monaco si è svolto il 46° forum sulla sicurezza al quale ha preso parte, per la prima volta, il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi. In tale occasione egli ha avuto degli incontri informali con suoi colleghi statunitensi e, nello specifico, con il segretario della Difesa Robert Gates. Come afferma l’analista Dmitry Kosirev, è proprio in questi incontri informali che riescono ad essere prese delle decisioni diplomatiche di fondamentale importanza: l’ordine mondiale degli equilibri politici è in continua evoluzione, sebbene non sempre ciò che viene ai nostri occhi è ciò che accade realmente. Sempre Kosirev, infatti, afferma che, nonostante Washington continui a glissare in merito alle schermaglie con Pechino, Obama sta vivendo uno dei momenti più bui di sempre. Ciò che mancherebbe al presidente statunitense sarebbe un progetto di politica estera e il grossolano errore di aver dato l’annuncio pubblico della vendita di armi a Taiwan lo proverebbe. Gli Stati Uniti hanno sempre venduto armi a Taiwan, ma senza pubblicizzarlo troppo: in questo caso la reazione cinese non poteva mancare. La seconda potenza mondiale non può permettere che la sua immagine venga offuscata da tali questioni, sebbene sia condivisibile l’idea di Kosirev: è realmente necessario che i due paesi si scontrino per queste motivazioni? Gli interessi in gioco sono così alti da poter ragionevolmente ritenere che la soluzione diplomatica verrà presto trovata e che la visita del capo di governo cinese a Washington ci sarà. La richiesta di fermare la compravendita non si è fatta attendere e, lo stesso He si è rivolto all’ambasciatore americano in Cina Jon Huntsman dicendo: “Gli Stati Uniti si assumeranno la responsabilità delle serie ripercussioni che ci saranno se non correggeranno subito l’erronea decisione di voler vendere armi a Taiwan”. Questo affare rappresenterebbe una vera e propria ingerenza negli affari interni cinesi, che metterebbe in serio pericolo la pacifica riunificazione del Paese.

L’ultima stoccata alla Cina è arrivata dall’incontro fra Obama e il Dalai Lama, ma dopotutto gli Stati Uniti hanno sempre intrattenuto rapporti con esuli tibetani. Pensare che l’America voglia in qualche modo sostenere la causa separatista del Tibet sembra un’idea abbastanza obsoleta, forse plausibile nell’era Clinton ma già sorpassata nell’era Bush. Il capo religioso buddista ha palesato la sua ammirazione per il paese statunitense, che si è rivelato ai suoi occhi grande promotore di pace nel mondo nonché
difensore del rispetto dei diritti umani. Queste affermazioni hanno sicuramente avuto un interlocutore indiretto, la Cina. Quest’ultima, infatti, continua a reprimere nella violenza le velleità indipendentistiche del Tibet. Ma la questione del rispetto dei diritti umani non riguarda solo questa regione: il problema abbraccia l’intero paese asiatico, che però sembra rimanere totalmente indifferente a quelli che vengono considerati attacchi e ingerenze esterne. Dal canto suo, il presidente Obama ha detto che il Paese di cui è a capo si impegnerà sempre più, affinché la pace e l’acquisizione dei diritti fondamentali da parte dei soggetti che non li posseggono si trasformino in realtà concrete.

Ad alcuni giorni da questo incontro le acque sembrano essersi quietate e la diplomazia può quindi tornare a lavorare, aldilà dai riflettori. Visti gli interessi economici in cui sono coinvolti sia Cina che Stati Uniti vi è, ragionevolmente, la volontà di far tornare la situazione a una certa stabilità. Se una previsione si può azzardare, essa va sicuramente verso il possibilismo: la visita di Hu Jintao in aprile ci sarà, così come è plausibile ritenere che entrambi i capi di Stato si dimostreranno molto aperti l’uno verso l’altro. Per ciò che concerne le presunte sanzioni cinesi, esse potrebbero rimanere tali: l’economia cinese necessita della forza economica statunitense, e viceversa, quindi le schermaglie non dovrebbero protrarsi così a lungo né concretizzarsi. Infine, le annunciate rappresaglie violente nei confronti di Taiwan non troveranno probabilmente terreno fertile, non solo perché l’attuale presidente non si è schierato su posizioni così filo-occidentali, ma anche perché un tale comportamento porterebbe a uno squilibrio eccessivo dell’ordine mondiale. Ad ogni squilibrio corrisponde un riequilibrio, ma non si sa mai se a favore o meno di chi lo ha creato, e questo è un rischio che è bene non correre. Se le previsioni si riveleranno giuste, questa “danza” politica fra le due nazioni sarà solo l’ennesima di una lunga serie ma senza reali cambiamenti.

* Eleonora Peruccacci, dottoressa in Relazioni internazionali (Università di Perugia), si occupa dei paesi anglo-sassoni per “Eurasia”


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