Chi scrive, proprio sulle pagine di “Eurasia” e sul relativo sito informatico ha spesso accennato al fatto che il motto elettorale trumpista “Make America Great Again” si è risolto in una nuova corsa agli armamenti ed in forme sempre più prepotenti di terrorismo economico volte ad intimidire ogni potenziale sfida a quella dottrina della Energy Dominance con la quale gli USA puntano al controllo globale dei flussi energetici. Senza timore di venire smentiti si potrebbe tranquillamente affermare che l’attuale amministrazione nordamericana si è dimostrata la più aggressiva nei confronti del progetto di integrazione eurasiatica e nei confronti di Paesi, come Iran e Venezuela, che hanno contribuito in modo decisivo alla costruzione di un ordine globale multipolare. In un momento in cui l’intervento militare diretto appare quanto meno controproducente (quando non viene “appaltato” a terzi), l’obiettivo di Washington e dei suoi alleati (in primo luogo l’entità sionista) è quello di penetrare negli affari regionali dividendo e frantumando gli interessi comuni dei Paesi membri della OCS – Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai: nucleo base del progetto di integrazione eurasiatica. A questo scopo, sfruttare l’antagonismo indo-pakistano nel Kashmir e le mai risolte dispute territoriali nella medesima regione tra India e Cina rientra perfettamente tra gli interessi geostrategici nordamericani. Gli Stati Uniti, infatti, trarrebbero grande vantaggio dalla destabilizzazione dell’area di passaggio del Corridoio Sino-Pakistano: uno dei progetti più importanti all’interno della Nuova Via del Seta. 

Il discorso con il quale Imran Khan si presentò al popolo pakistano dopo la vittoria nelle elezioni generali del 2018 suscitò non poche aspettative, sia sul piano interno sia su quello esterno. In quell’occasione, il futuro Primo Ministro del Pakistan presentò il suo programma politico come naturalmente ispirato ai principi attraverso i quali il Profeta Muhammad governò la città di Medina dopo l’Egira, e tracciò delle linee guida per il futuro della Nazione[1].

Oltre ai riferimenti alla lotta contro la corruzione e l’attenzione verso gli strati sociali più deboli (cosa che valse alle sue idee l’impropria definizione di “populismo asiatico”), Khan enfatizzò la necessità di trovare un via mediana tra Iran e Arabia Saudita e di migliorare i rapporti con tutti i vicini: dall’Afghanistan allo stesso Iran, fino allo storico rivale indiano. Inoltre, la guida del Pakistan Tehreek-e-Insaf (Movimento per la Giustizia del Pakistan) si propose come obiettivo non solo quello di attirare investimenti esterni nel Paese, ma anche quello di imparare dalla Cina il modo in cui questa è riuscita a sollevare da una condizione di povertà oltre 700 milioni di persone[2].

A poco più di un anno dalla sua elezione, Imran Khan è ancora ben lontano dal raggiungere gli obiettivi sperati. Il Pakistan rimane ancora un Paese con potenzialità enormi (la seconda popolazione più giovane al mondo, ad esempio), ma con immense difficoltà sia economiche sia politiche. Tuttavia, da qualche anno a questa parte (con una notevole accelerazione proprio sotto il governo di Khan), il Pakistan ha iniziato ad avvicinarsi notevolmente a Russia e Cina: i due Paesi che stanno guidando il processo di integrazione eurasiatica e che, tra alterne fortune, stanno lavorando allo smembramento del sistema di alleanze costruito dagli USA nel Medio Oriente e nell’Asia Centrale (in questo senso è di notevole importanza proprio il progressivo avvicinamento di Russia e Cina tanto con lo stesso Pakistan quanto con gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto).

Nel giugno 2017 il Pakistan, alla pari dell’India, è entrato a far parte della Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, e nell’ottobre 2018 si sono svolte delle esercitazioni militari congiunte russo-pakistane[3].

Ma i presupposti per il superamento della condizione di vassallo “nucleare” dell’Arabia Saudita e per l’acquisizione di un ruolo di primo piano nel processo di costruzione del futuro ordine multipolare sono insiti nel valore geostrategico del progetto infrastrutturale noto come “Corridoio Economico Sino-Pakistano”: un’opera fondamentale all’interno della Nuova Via della Seta che dovrebbe collegare Kashgar, nello Xinjiang cinese, con il porto pakistano di Gwadar.

Quest’opera, annunciata sin dal 2015 e per la quale lo stesso Khan, dopo la sua elezione, ha nutrito alcuni dubbi in merito ai rischi della cosiddetta “trappola del debito”[4], dovrebbe modernizzare completamente il sistema delle infrastrutture di trasporto del Pakistan. Gli accordi sino-pakistani, infatti, prevedono l’ammodernamento dell’autostrada Karachi-Lahore, la ricostruzione dell’autostrada del Karakorum, il potenziamento della linea ferroviaria Karachi-Peshawar e la costruzione di solidi rapporti militari tra i due Paesi[5].

L’opera, inoltre, dovrebbe permettere la creazione di oltre 2,3 milioni di posti di lavoro entro i prossimi 15 anni, garantire un rapido aumento della crescita (stimato sul 2,5% annuo) e risolvere la cronica carenza di energia del Pakistan[6]. A questo proposito, è di fondamentale importanza sottolineare che il “Corridoio” potrebbe offrire un nuovo sbocco per gli idrocarburi iraniani nel momento in cui l’India (secondo importatore al mondo di greggio iraniano) sembra intenzionata a ridurre (se non a tagliare totalmente) i rapporti commerciali con l’Iran allineandosi alle volontà di Washington[7].

Da Gwadar, infatti, i carichi di idrocarburi iraniani potrebbero raggiungere qualsiasi destinazione: dall’Estremo Oriente eurasiatico all’Africa. Nell’area di libero scambio di Gwadar, costruita sul modello delle zone economiche speciali cinesi, è prevista anche la costruzione di una piattaforma per lo stoccaggio di gas naturale liquefatto (con una portata di 500 milioni di metri cubi al giorno) che dovrebbe connettersi direttamente al gasdotto Iran-Pakistan: noto anche come “gasdotto della Pace”. Tale progetto è stato a più riprese ritardato a causa della costante imposizione di nuove sanzioni a Teheran, che, comunque, è stata in grado di portare a termine la sua parte dell’infrastruttura, nell’attesa che il Pakistan, ultimamente dimostratosi più volenteroso, faccia altrettanto[8].

Appare evidente che un simile progetto, oltre a sganciare definitivamente il Pakistan dall’orbita “occidentale”, metterebbe in grave crisi il controllo dei flussi energetici della regione da parte di Washington, in quanto aggirerebbe la militarizzazione imposta allo Stretto di Hormuz: punto geostrategico dal quale passa il 76% del fabbisogno petrolifero asiatico. Inoltre, renderebbe quasi totalmente ininfluente il tentativo nordamericano di acquisire una posizione di rilievo nel mercato del gas attraverso le esportazioni di quello che è stato definito, in modo quanto meno paradossale, come “freedom gas”. Si tratta di un tentativo al quale Washington ha lavorato assiduamente, destabilizzando progressivamente le principali fonti energetiche europee nel Nord Africa e nel Medio Oriente (Libia, Algeria e Iran in particolar modo) e agevolando il deterioramento dei rapporti tra l’Europa e la Russia.

In questo senso, l’attuale amministrazione statunitense si è mostrata quasi totalmente in linea con i suoi predecessori. Anzi, la strategia di penetrazione e frantumazione del progetto eurasiatico ha conosciuto sotto Trump una rinnovata aggressività.

Pivot geopolitico per tale strategia è in questo particolare momento l’India guidata dal governo del Partito del Popolo Indiano (Bharatiya Janata Party) di Narendra Modi. Gli Stati Uniti, di fatto, ritengono l’India fondamentale per influenzare in modo diretto tanto la Cina quanto il Pakistan e l’Iran. E il Paese, dopo avere svolto un ruolo di primo piano all’interno dei cosiddetti BRICS, nonostante la Russia continui a ritenerlo l’interlocutore più significativo nell’area meridionale dell’Eurasia, sta rapidamente assumendo delle posizioni di aperta ostilità nei confronti del progetto di unificazione continentale. All’elevato numero di contratti nei campi della difesa e della tecnologia tra Russia e India, infatti, fanno da contraltare i rapporti sempre più stretti che Nuova Delhi sta stringendo con gli Stati Uniti e con Israele.

L’India, già nel 2017, è stato il più grande cliente dell’entità sionista nel settore degli armamenti. Essa, nello specifico, rappresenta il più grande mercato per la tecnologia militare israeliana: spiccano qui le “bombe intelligenti” Rafael Spice-2000, utilizzate a più riprese dall’India nei bombardamenti sui campi del gruppo islamista Jaish-e-Mohammad nel Kashmir[9]. A ciò si aggiunga la presunta affinità ideologica tra i Partiti al potere nei rispettivi Paesi: il Likud ed il già citato Bharatiya Janata Party. Entrambi ritengono i due Stati come il prodotto di una partizione coloniale, la cui sicurezza sarebbe messa a rischio dai vicini musulmani. Senza considerare il fatto che lo stesso Partito indiano ha creato una narrazione che presenta gli indù come storicamente sottomessi ai musulmani, sebbene tale presunta “sottomissione” possa essere riferita al solo periodo del Sultanato di Delhi e dell’Impero Moghul, che sotto la guida di Akbar-e Azam (Akbar il Grande) conobbe comunque un periodo di profonda armonia religiosa[10].

Ora, non dovrebbe sorprendere il fatto che Israele, alla pari degli Stati Uniti, non vede affatto di buon occhio la realizzazione di una infrastruttura capace di aggirare il regime sanzionatorio imposto a Teheran, ridando vigore all’economia della Repubblica Islamica (percepita da Tel Aviv alla stregua di minaccia esistenziale) ed a quella dello stesso Pakistan; il quale, liberandosi della doppia morsa saudita-nordamericana, potrebbe trasformarsi in una potenza regionale di primo livello.

Da qui deriva il neanche troppo velato proposito di scatenare un nuovo confronto indo-pakistano sul Kashmir. Quest’ultima è una delle regioni più militarizzate al mondo, divisa dalla cosiddetta “Linea di Controllo”, che ancor più della zona demilitarizzata al confine tra le due Coree rappresenta oggi la frontiera più instabile dell’intero Continente.

In questa prospettiva rientrano l’allarme terrorismo, che ha portato alla chiusura dei santuari indù Amarnath Yatra e Machail Mata Yatra, e l’abolizione da parte dell’India dell’art. 370 della Costituzione che garantiva lo “statuto speciale” del Jammu e Kashmir. Un atto, questo, che è stato duramente condannato tanto dal Pakistan quanto dalla Cina, la quale ha definito l’azione indiana come “non accettabile” e, addirittura, come “attacco alla sovranità cinese”[11]. Infatti, oltre al noto e mai risolto conflitto indo-pakistano, la regione fu oggetto nel 1962 di un breve conflitto tra India e Cina, conflitto che causò oltre 2000 morti e determinò il controllo da parte cinese dell’Aksai Chin (divenuto parte della Repubblica autonoma dello Xinjiang), ritenuto dagli Indiani parte integrante del Ladakh: una suddivisione amministrativa del Jammu e Kashmir. 

Quando nel 1947 i Britannici batterono in ritirata senza formalizzare alcunché (tattica utilizzata anche in Palestina), il Kashmir (a maggioranza musulmana, a differenza del Jammu e del Ladakh rispettivamente a maggioranza induista e buddhista) era governato dal Maharaja indù Hari Singh. I successivi conflitti tra i due Paesi, a parte la cocente sconfitta pakistana del 1971, non sortirono sostanziali effetti. Entrambi, ancora oggi, rivendicano il controllo totale sulla regione[12].

Questa disputa ha avuto delle ripercussioni anche sull’interminabile conflitto afgano. I servizi segreti pakistani (ISI – Inter-services Intelligence), dopo aver svolto negli anni ’80 del XX secolo un ruolo di primo piano nell’alimentare il gihadismo di stampo wahhabita in chiave antisovietica per conto della CIA e del Mossad, hanno utilizzato il retroterra afgano per addestrare estremisti kashmiri da sfruttare come arma contro la presenza indiana nella regione contesa.

Oggi, tuttavia, l’appoggio “occidentale” sembrerebbe maggiormente propendere verso l’India nazionalista di Modi; anche se non è assolutamente da escludere il consueto doppio gioco nordamericano: ovvero, esacerbare gli animi al massimo, sfruttando da un lato le pulsioni nazionaliste indù e dall’altro i gruppi terroristici di matrice islamista.

Un Kashmir totalmente destabilizzato, infatti, renderebbe vano ogni sforzo per la realizzazione del Corridoio sino-pakistano. E, ancora meglio (per gli USA), un Kashmir totalmente indiano priverebbe il Pakistan di una frontiera condivisa con la Cina: una strategia che ha già prodotto i suoi frutti in Europa con la costruzione di un vero proprio “cordone sanitario”, costituito dagli Stati baltici e dell’est, ai confini occidentali della Russia[13].

A ciò si aggiunga il mai del tutto sopito indipendentismo uiguro nella regione cinese dello Xinjiang. Uno strumento di destabilizzazione (abilmente sfruttato dall’Occidente) che alterna l’islamismo settario e radicale al dirittumanismo di stampo “sorosiano”. E non sorprende, tra l’altro, che molti militanti uiguri recatisi ad ingrossare le fila dei gruppi terroristici attivi in Siria abbiano indicato il sionismo come modello da seguire nella loro lotta per l’indipendenza contro Pechino.

In conclusione, benché sia meno capace di intervenire in modo diretto tramite l’utilizzo della mera forza, la visione geopolitica nordamericana sta perfezionando i suoi aspetti puramente strategici. L’opera di disgregazione “dall’interno” (per mezzo di terzi) del progetto eurasiatico sta rapidamente raggiungendo il suo culmine attraverso la destabilizzazione di una vasta area in cui Cina, Pakistan e India condividono le proprie frontiere.

Limare le posizioni di ciascuno dei contendenti utilizzando gli strumenti garantiti dall’OCS potrebbe essere la soluzione migliore, qualora tutti intendano realmente collaborare per un reale superamento dell’istante unipolare[14].

In questo senso, sarebbe di fondamentale importanza anche che il Pakistan si unisca definitivamente alle forze multipolari, eliminando l’ambiguità di certi apparati statali e limitando il nefasto proselitismo wahhabita ed il deleterio ruolo svolto al suo interno dai servizi stranieri.

In particolar modo, è attraverso la riscoperta dell’insegnamento di Muhammad Iqbal[15] che il Pakistan potrà perseguire la via di una reale liberazione dalla più che perniciosa influenza straniera.


NOTE

[1]Imran Khan’s speech in full,  www.aljazeera.com.

[2]Ibidem.

[3]Si veda L. Savin, Pakistan-Russian friendship and strategy for Eurasia, www.geopolitica.ru.

[4]D. Jorgic, Fearing debt trap, Pakistan rethinks Chinese Silk Road projects, su www.reauters.com. Il governo di Imran Khan, considerata la crescita esponenziale delle spese (da 46 miliardi di dollari ad oltre 60 nel giro di pochi anni), ha scelto, alla pari di altri Paesi come Malaysia e Sri Lanka, di rivedere tutti i contratti della BRI – Belt and Road Initiative o Nuova Via della Seta. Tuttavia, questo non ha comportato affatto, come sperato a Washington, l’abbandono di un progetto che potrebbe realmente contribuire allo sviluppo economico del continente eurasiatico ed alla costruzione di una nuova coscienza geopolitica per i popoli del Continente.

[5]P. Koenig, The Western Alliance is falling apart, www.globalresearch.ca.

[6]Ibidem.

[7]Il governo indiano ha assicurato di non aver cancellato il rapporto commerciale con Teheran e che la riduzione delle importazioni petrolifere dall’Iran è determinata da “considerazioni di carattere commerciale e di interesse nazionale” più che dalle pressioni di Stati Uniti e Israele. Tuttavia, al 19° vertice della OCS, tenutosi recentemente a Bishkek in Kirghizistan, il Primo Ministro indiano Narendra Modi ha cancellato all’ultimo minuto l’incontro bilaterale con il Presidente iraniano Hassan Rouhani, lasciando intendere la propria volontà di assecondare i desiderata di Donald J. Trump. Si veda a questo proposito S. Haidar, India says Iranian oil imports not stopped, su www.thehindu.com; e P. Escobar, Iran at the center of the Eurasian riddle, www.asiantimes.com.

[8]Si veda Islamabad keen to complete “super-delayed” Iran-Pakistan pipeline, www.eurasiantimes.com; e F. Yousefzai, Gwadar-Nawabshah LNG project part of CPEC, www.nation.com.pk.

[9]R. Fisk, Israel is playing a big role in India’s escalating conflict with Pakistan, www.independent.co.uk.

[10]Si veda M. Athar Ali, Mughal India: Studies in Polity, Ideas, Society and Culture, Oxford University Press 2006.  

[11]China calls India’s move to scrap Kashmir’s special status ‘not acceptable’ and not binding, www.scmp.com.

[12]A questo proposito si veda A. Rashid, Caos Asia. Il fallimento dell’Occidente nella polveriera del mondo, Feltrinelli, Milano 2008.

[13]A questo argomento “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” ha dedicato il numero 4/2017 dal titolo Il cordone sanitario atlantico.

[14]A questo proposito, è di fondamentale importanza il fatto che il Pakistan, per voce del Ministro degli Esteri Shah Mahmood, abbia lasciato intendere di non voler puntare in alcun modo ad un’opzione militare per la risoluzione della crisi.

[15] Il “Padre Spirituale della Nazione”, il quale elaborò quel concetto di sé collettivo (Ijtimayi Khudi) che ricorda da vicino analoghe espressioni filosofiche provenienti da tradizioni diverse (come la “persona collettiva” di Nikolaj S. Trubeckoj o il Dasein di Martin Heidegger) ma accomunate dal medesimo orizzonte esistenziale eurasiatico.

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Daniele Perra
Daniele Perra a partire dal 2017 collabora attivamente con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e con il relativo sito informatico. Le sue analisi sono incentrate principalmente sul rapporto che intercorre tra geopolitica, filosofia e storia delle religioni. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, ha conseguito nel 2015 il Diploma di Master in Middle Eastern Studies presso ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Nel 2018 il suo saggio “Sulla necessità dell’impero come entità geopolitica unitaria per l’Eurasia” è stato inserito nel vol. VI dei “Quaderni della Sapienza” pubblicati da Irfan Edizioni. Collabora assiduamente con numerosi siti informatici italiani ed esteri ed ha rilasciato diverse interviste all’emittente iraniana Radio Irib.