Lo scorso 23 ottobre, il New York Times ha riportato la notizia di finanziamenti segreti stanziati dal governo iraniano per il capo di stato maggiore afghano Umar Daudzai.

Fonti vicine al governo afghano avrebbero rivelato che si tratterebbe di milioni di dollari dirottati in un fondo segreto a cui avrebbero avuto accesso lo stesso Daudzai ed il Presidente afghano Hamid Karzai.

Questo denaro sarebbe stato utilizzato per comprare il consenso di capi-tribù e persino di alcuni comandanti talebani.

La notizia ha destato molto clamore ed è stata confermata due giorni dopo dallo stesso Karzai, il quale ha affermato che il capo di stato maggiore agiva seguendo le sue indicazioni. Il Presidente afghano ha inoltre aggiunto che la cifra in questione è ben al di sotto di quella paventata dai media e che si tratta di un aiuto versato dal governo iraniano per aiutare l’ufficio presidenziale a sostenere le spese a cui deve far fronte. Nulla di illecito o sospetto quindi, solo un sostegno economico come quelli di vari altri Paesi amici.

Resta allora da capire come mai la notizia abbia sollevato un tale polverone, sebbene gli Stati Uniti si siano affrettati a dichiarare, tramite il portavoce del dipartimento di Stato, Philip Crowley, che nessuno intendeva negare all’Iran il diritto di fornire assistenza finanziaria all’Afghanistan e a questa di accettarla. Tuttavia, subito dopo lo stesso portavoce ha aggiunto che gli Stati Uniti credono che sia importante che gli afghani abbiano la possibilità di delineare il loro futuro in maniera autonoma, senza condizionamenti negativi degli Stati vicini.

Per uno Stato come quello afghano trattasi di una speranza difficilmente realizzabile.

Il suo montuoso territorio, privo di sbocchi sul mare, ospita varie etnie e ciascuna di queste è legata ad un vicino Stato sponsor. Una tale caratteristica è difficilmente conciliabile con un’effettiva indipendenza, soprattutto alla luce della debolezza attuale delle istituzioni afghane.

Così come altri Stati, anche l’Iran intrattiene rapporti privilegiati con alcune delle popolazioni afghane. La sua maggiore zona di influenza si trova nella regione di Herat, capitale dell’impero persiano agli inizi del XV secolo.

Teheran ha da sempre stretti legami con le popolazioni di lingua persiana e con gli hazara, etnia di fede sciita che occupa la regione centrale dell’Afghanistan.

L’influenza iraniana sul territorio afghano fu messa a dura prova dall’ascesa dei talebani, i quali si resero colpevoli di veri e propri atti di pulizia etnica nei confronti degli hazara e dell’uccisione, nel 1998, di diversi diplomatici iraniani presenti nella regione occidentale di Herat. In tale occasione, i due Paesi furono ad un passo dallo scontro armato.

L’11 settembre e la conseguente invasione dell’Afghanistan da parte delle truppe degli Usa e dei suoi alleati, fu accolta con un misto di preoccupazione e soddisfazione dal governo iraniano.

Il timore derivante dalla presenza delle forze armate statunitensi sui territori dell’Asia centro-meridionale era infatti accompagnato dalla soddisfazione derivante dalla lotta in atto contro i talebani. Per l’Iran vi era dunque la possibilità di rientrare nei giochi afghani e ristabilire la propria influenza.

Sebbene sia evidente la convergenza degli obiettivi americani ed iraniani, l’ostilità sviluppatasi specie negli ultimi anni tra questi due Paesi ha costituito un grave ostacolo alla collaborazione.

Dopo i primi mesi in cui Teheran ha giocato un ruolo importante nel bloccare i terroristi che tentavano di trovare rifugio sul suo territorio, il supporto iraniano si è fatto sempre più debole.

Negli ultimi anni, l’Iran è stato persino accusato di fornire armi a gruppi talebani. Alcuni esperti affermano che l’obiettivo del governo di Ahmadinejad sarebbe quello di mantenere una sorta di “managed chaos” sul territorio afghano e infliggere così duri colpi al morale delle truppe straniere.

Un’altra ipotesi vedrebbe nella fornitura di armi il tentativo di estendere la propria influenza su un più ampio numero di attori sullo scenario afghano.

Quando il Pakistan decise di dare pieno sostegno alla causa talebana, voltando le spalle all’Hezb-e-Islami di Hekmatyar, l’Iran offrì rifugio e protezione al mujaheddin.

Sebbene in seguito alle pressioni degli Stati Uniti e del governo Karzai, gli uffici iraniani dell’Hezb-e-Islami siano stati chiusi ed Hekmatyar sia stato espulso dall’Iran, sembra che i legami tra le parti siano stati conservati.

Il dialogo di pace avviato tra il governo afghano e gli insorgenti non può prescindere da un coinvolgimento della fazione guidata da Gulbuddin Hekmatyar.

I calcoli iraniani si sarebbero dunque rivelati corretti e Teheran avrebbe oggi un’importante carta da giocarsi sullo scacchiere afghano per limitare l’influenza dei sauditi e dei pakistani, i quali invece sponsorizzano il gruppo degli Haqqani e conservano contatti con i vertici della sura di Quetta.

I finanziamenti stanziati dal governo iraniano in favore di Karzai e del capo di stato maggiore Umar Daudzai andrebbero letti proprio alla luce di questi fatti.

Quest’ultimo infatti, stando a fonti vicine a Karzai, rappresenterebbe il principale punto di contatto tra Teheran e Kabul. Ambasciatore afghano in Iran dal 2005 al 2007, il Generale Daudzai ha dei trascorsi da militante proprio nelle fila dell’Hezb-e-Islami di Hekmatyar, ai tempi dell’invasione sovietica.

Pare dunque che l’Iran sia riuscito, almeno nel caso afghano, a seguire le indicazioni di Henry Kissinger, il quale si augurava che l’Iran smettesse i panni ideologici e cominciasse ad agire da nazione.

Storia e cultura hanno cementato i rapporti di Teheran con tagiki e hazara; denaro ed armi hanno invece dato vita a legami altrettanto importanti con comandanti talebani e militanti guidati da Gulbuddin Hekmatyar.

L’ora dei negoziati sta ormai per scoccare e l’Iran non ha alcuna intenzione di farsi trovare impreparato per quel momento.

* Daniele Grassi è dottore in Scienze Politiche e specializzando in “Relazioni Internazionali” presso la LUISS Guido Carli. Attualmente è impegnato in uno stage di ricerca presso lo “Strategic Studies Institute” di Islamabad.


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