Ieri, mercoledì 16 giugno 2010, Tiberio Graziani, direttore della rivista “Eurasia”, è stato intervistato dall’IRNA, agenzia di stampa della Repubblica Islamica d’Iran, a proposito delle sanzioni comminate al paese persiano: http://www.irna.ir/View/FullStory/?NewsId=1181294.

«Le nuove sanzioni dell’ONU contro l’Iran – ha affermato il direttore Graziani – rientrano nella strategia statunitense del “nuovo Grande Medio Oriente” volta a creare un frattura all’interno della massa eurasiatica lungo la direttrice che partendo dal Marocco attraversa il Mar Mediterraneo giungendo fino alle repubbliche centroasiatiche. L’Iran viene colpita perché, geostrategicamente, rappresenta una barriera alla marcia statunitense verso l’Asia Centrale.

Le motivazioni di queste nuove sanzioni sono risibili sul piano della cosiddetta legalità internazionale. Ma, d’altra parte, in questi giorni abbiamo avuto modo di vedere come il diritto internazionale valga solo per gli alleati di Washington: mi riferisco all’assalto degli israeliani contro la Mavi Marmara, un vero e proprio atto di pirateria.

Il fatto nuovo di questo sanzioni è dato dall’assenso di Mosca e Pechino alle indicazioni fornite da Washington. Tale assenso, che sembra una concessione delle due maggiori potenze eurasiatiche alla politica degli USA, tuttavia non avrà conseguenze negative sui rapporti economico-industriali tra Russia, Cina e Iran, che anzi aumenteranno.

Mosca e Pechino, poiché consapevoli dell’invadenza satunitense nella massa continentale eurasiatica (in particolare nel Vicino e Medio Oriente e in Asia Centrale), restano insieme ad Ankara, nonostante queste sanzioni, dei validi partner dell’Iran».

Il direttore di “Eurasia” era già stato interpellato dall’IRNA la settimana precedente, a proposito del sostegno di USA e Italia alle azioni di Tel Aviv: http://www.irna.ir/View/FullStory/?NewsId=1166400.

In tale occasione l’intervistatore iraniano ha chiesto se la il sostegno degli USA e dell’Occidente in genere a Israele non significhi complicità nei crimini sionisti.

«La complicità degli USA – ha spiegato Graziani – dipende dalla complessa relazione che lega Washington e Tel Aviv. Tale relazione è caratterizzata da almeno tre fattori:

a) sul piano geopolitico, essa esprime un dispositivo nel quadro della strategia statunitense per il dominio della massa eurasiatica a partire dal Vicino e Medio Oriente degli USA; il ruolo che Washington attualmente assegna allo stato sionista è quello di una testa di ponte finalizzata al contenimento della Siria e dell’Iran;

b) sul piano della politica interna, evidenzia la pressione della lobby pro-israeliana sulle decisioni di Washington in materia di politica vicino e mediorientale;

c) sul piano culturale, la “special relationship” dimostra le affinità tra l’ideologia sionista e il sostrato vetero-testamentario su cui poggia – da sempre – l’ideologia politica nordamericana».

Il giornalista dell’IRNA ha quindi voluto indagare sulla posizione assunta dal governo italiano, chiedendosi se ciò non isolasse Roma dagli altri paesi europei e del mondo.

«Certamente – ha confermato il Direttore – L’Italia non comprende che il quadro geopolitico globale è in fase di trasformazione. Dovrebbe prendere esempio da Ankara. Occorre, tuttavia, ricordare che sul suolo italiano ci sono oltre 100 basi militari riconducibili direttamente e indirettamente (NATO) agli USA. L’Italia è un paese a sovranità limitata, come del resto, in maniera diversa, lo sono tutti i paesi europei. Il sostegno di Washington e di Roma alla politica di Tel Aviv dipende dagli interessi delle oligarchie che governano i popoli statunitense e italiano».

L’ultima domanda ha riguardato la possibilità da parte di partiti politici, intellettuali, studenti e comuni cittadini italiani di reagire ai crimini sionisti ed all’appoggio ad essi garantiti dal governo italiano.

«Non nutro molta fiducia nei partiti politici italiani – ha confessato Graziani – dato il loro asservimento, in materia di politica estera, alle direttive d’Oltreoceano. Auspico che gli intellettuali e gli studenti – principalmente interrogandosi sulla mancanza della propria sovranità – trovino forme di partecipazione tali da modificare l’attuale orientamento della politica estera italiana e manifestino la loro contrarietà alla violenza cui è sottoposto il popolo palestinese».

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