L’Africa è da sempre una terra di conquista per le grandi potenze, sia sotto il profilo politico-militare sia sotto quello strategico-economico. Oggi, con l’emergere di nuovi attori nel panorama politico mondiale e la destabilizzazione dell’egemonia occidentale, il ricco continente africano tende ad assumere un nuovo ruolo, capace di traslare l’asse della politica globale sempre più verso oriente. Il caso sudanese risulta, per certi versi, emblematico della graduale ma progressiva ascesa della Cina e della strenua “resistenza” delle tradizionali potenze occidentali, e s’inserisce in uno scenario precario e malleabile, quello delle regioni calde del Sahel e del Corno d’Africa, i cui Stati, martoriati dai conflitti interni, giocano una partita che va indubbiamente al di là dei confini nazionali.

 

 

 

Il 9 luglio 2011 la Repubblica del Sudan del Sud ha dichiarato formalmente la propria indipendenza, a seguito del referendum tenutosi a gennaio che ha attribuito al Sudan del Sud il potere di separarsi dalla Repubblica del Sudan. A tale conclusione si è giunti dopo decenni di violenze e rivendicazioni.

La prima guerra civile, che durò 17 anni (1955-1972), causò la morte di oltre 500.000 persone e costrinse centinaia di migliaia di individui ad abbandonare la propria terra. La seconda guerra civile (1983-2005) fu il frutto della mancata attuazione degli Accordi di Addis Abeba, nonché del malcontento e delle agitazioni della seconda metà degli anni ’70.

Il conflitto, che si protrasse per circa 22 anni, è ricordato come uno dei più sanguinosi dalla fine della seconda guerra mondiale, con circa 2,5 milioni di vittime e 4 milioni di profughi.

Il Comprehensive Peace Agreement, firmato a Naivasha, Kenya, nel gennaio 2005, sebbene non imponesse con forza un cessate il fuoco, includeva tra i suoi punti alcune disposizioni interessanti che riguardavano la concessione di una certa autonomia per il Sud del Sudan per un periodo di sei anni e l’indizione di un referendum per l’indipendenza della regione fissato per il 2011. Il 7 febbraio 2011 è stato proclamato l’esito del referendum che ha decretato la secessione dal nord islamico.

Il caso della secessione del Sudan del Sud infrange, in un certo senso, l’inflessibilità dei confini nel continente africano. La Carta dell’OUA (Organizzazione dell’Unità Africana, cui è succeduta nel 2002 l’Unione Africana) stabiliva fra gli obiettivi dell’Organizzazione la promozione dell’unità e della solidarietà e, soprattutto, la salvaguardia della sovranità, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale degli Stati.

La stabilità, dunque, divenne la priorità, contro le rivendicazioni etniche e secessioniste. Tuttavia, con la costituzione dell’Unione Africana, nel 2002, la dottrina fondata sulla stabilità e sul principio di non interferenza nelle questioni degli Stati sovrani si è incrinata. Al contrario dell’OUA, l’UA riconosce il diritto d’ingerenza nel territorio di uno Stato membro, qualora giustificato mediante il richiamo a ragioni umanitarie ed a violazioni dei diritti umani. La nuova dottrina lascia intendere una sorta di legittimazione della secessione sud sudanese, che si basa sulla limitazione della sovranità dello Stato da parte dell’Unione Africana.

La Repubblica del Sudan del Sud, oggi, affronta i numerosi problemi sottesi al processo di formazione e consolidamento dell’apparato statale.

Ciò che emerge è un Paese squarciato da anni di conflitti e di sottosviluppo economico, che stenta a sollevarsi. Il Sudan del Sud è uno Stato debole, in grado di controllare effettivamente solo parte del territorio e della popolazione e di investire risorse limitate. A ridurre ulteriormente le prospettive di crescita, l’incessante offensiva militare del Nord, che ha costretto il governo ad un arresto della produzione del greggio, la principale fonte di guadagno; ciò ha comportato pesanti conseguenze, soprattutto sotto il profilo della sicurezza interna.

La questione sud-sudanese s’inserisce in un quadro geopolitico regionale complesso. L’area del Sahel e del Corno d’Africa sono teatro delle tensioni esplose all’interno degli Stati; sullo sfondo, la competizione tra Cina e Stati Uniti d’America. La Cina può trovare in Africa le risorse per il soddisfacimento della crescente domanda interna. Gli Stati Uniti, incassato il colpo sferrato dalle potenze emergenti ai danni della loro egemonia politica ed economica, cercano di arrestare la graduale ma progressiva penetrazione della Cina nel continente africano. La secessione del Sudan del Sud, privando il Sudan di un’area ricca di materie prime, ha appesantito la strategia cinese, diretta a fare dello Stato guidato da Omar al-Bashir il principale interlocutore commerciale dell’Africa orientale.

Una cosa è certa: l’alto grado di partecipazione internazionale per il raggiungimento del Comprehensive Peace Agreement, che delineava l’ipotesi di un’eventuale e sempre più probabile secessione, tradiva l’intenzione della cosiddetta “comunità internazionale” di riconoscere il nuovo Stato ancor prima della dichiarazione d’indipendenza. Inoltre la rilevanza del nodo strategico era sottolineata dalle stesse disposizioni del trattato, che coinvolgevano una pluralità di attori internazionali. Il Capitolo VI del CPA, ossia l’Agreement on Security Arrangements, prevedeva non solo il mantenimento di due eserciti separati, uno operante nel nord, il SAF (Sudan Armed Force), e uno nel sud, il SPLA, ma anche il coinvolgimento e la mediazione dell’IGAD nell’attuazione del cessate il fuoco. L’Allegato I, cioè il Permanent Ceasefire and Security Arrangements Implementation Modalities and Appendices, richiede il sostegno di una missione di pace ONU che badi al rispetto delle disposizioni del trattato. A tal proposito, il Consiglio di Sicurezza si è pronunciato con la risoluzione 1590/2005, con cui viene approvata l’UNMIS (United Nations Mission in Sudan).

Secondo la lettera della risoluzione, il compito precipuo della missione riguardava il sostegno alle parti nell’esecuzione del CPA, assistenza umanitaria, aiuti tecnico–logistici, protezione dei civili, assistenza e coordinamento delle operazioni dell’AMIS (African Union Mission in Sudan).

Prima dell’indipendenza del Sudan del Sud, il CdS ha approvato con la risoluzione 1990/2011 una nuova missione, l’UNISFA (United Nations Interim Security Force for Abyei), con lo scopo di smilitarizzare l’area dopo lo scoppio delle ostilità sul confine nel biennio 2011-2012. 

Alla vigilia della proclamazione dell’indipendenza, nel Sudan del Sud l’UNMIS ha passato il testimone all’UNMISS (United Nations Mission in the Republic of South Sudan), una nuova missione autorizzata dal CdS con risoluzione 1996-2011 e incaricata di sostenere il governo della Repubblica del Sudan del Sud.

Tuttavia il CPA e le risoluzioni ONU non hanno impedito l’inasprirsi dello scontro sulla questione nodale dei confini, che è peraltro riconducibile al controllo e alla gestione delle risorse petrolifere. La diatriba sull’oro nero aveva spinto il Sudan del Sud ad arrestarne la produzione, in seguito allo scontro con Khartum, il cui governo aveva imposto una tassa per il trasporto del greggio lungo l’oleodotto sudanese. La situazione di stallo ha danneggiato non soltanto le casse dei due Stati, ma anche i grandi importatori di petrolio, in primis la Cina, che sono corsi ai ripari tentando di mediare tra le parti.

L’intervento del CdS, con la risoluzione 2046/2012, ha imposto l’immediata cessazione delle ostilità, il ritiro delle truppe, la ripresa dei negoziati entro due settimane dall’adozione della risoluzione, al fine di raggiungere un accordo sulle misure relative alla gestione del petrolio, sul tema della cittadinanza, sulla questione delle regioni di confine.

L’ONU ha condannato le violenze, lo spiegamento di contingenti militari, l’occupazione di Heglig, i bombardamenti aerei effettuati dall’esercito sudanese, le asserite violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani.  Anche l’Unione Africana ha seguito da vicino la vicenda bellica, stigmatizzando le aggressioni ed auspicando la cessazione degli scontri armati, in vista di una ricomposizione pacifica della contesa, come espresso nel comunicato emesso il 24 aprile 2012 dal Consiglio per la pace e la sicurezza dell’UA.

Come già accennato, oltre alle organizzazioni internazionali, vi sono altri influenti attori che hanno avuto un peso politico notevole nell’evoluzione della disputa: la Cina e gli Stati Uniti. Le due potenze, interessate al controllo delle ricchezze petrolifere della regione, si sono prodigate per giungere ad una soluzione del conflitto.

Gli Accordi di Addis Abeba del 27 settembre 2012 sulla produzione, distribuzione e scambio di petrolio e sulla risoluzione della questione dei confini sono, in parte, frutto della mediazione di Cina e USA, sebbene la mediazione sia stata prestata ufficialmente e in massima parte dall’UA. L’intesa, stipulata dopo che le Nazioni Unite avevano minacciato di applicare sanzioni economiche ad entrambi i paesi, stabiliva un pedaggio inferiore a quello ipotizzato da Khartum.

Tuttavia gli Accordi, che si riferiscono a temi quali la cooperazione, la cittadinanza, la mobilità, la realizzazione di un’area demilitarizzata a ridosso del confine e, ovviamente, la gestione del petrolio, sono stati criticati sia per le presunte concessioni fatte a Khartum sulla questione delle terre contese sia per la loro natura provvisoria, in quanto restano in vigore per un periodo di tre anni e sei mesi [1].

Un’altra polemica, che mina la credibilità degli Accordi, è quella relativa al destino di Abyei. Le parti non hanno raggiunto un’intesa e l’Unione Africana ha proposto di prolungare i negoziati. Per cercare di superare le divergenze, Omar al-Bashir e Salva Kiir hanno accettato di incontrarsi ad Addis Abeba nel gennaio 2013. All’evento hanno partecipato il Presidente etiope, Hailemariam Desalegn, e il mediatore dell’Unione Africana, l’ex Presidente sudafricano Thabo Mbeki. In marzo, al termine di un lungo negoziato, i due Presidenti hanno firmato un accordo sul ritiro delle truppe dalla buffer-zone prevista dal trattato del 2012. Le parti hanno inoltre trovato un’intesa sulla ripresa della produzione del greggio e del relativo trasporto lungo l’oleodotto sudanese che lega i giacimenti del Sud alle raffinerie e alle petroliere di Port Sudan.

Immediati gli apprezzamenti da parte delle grandi potenze mondiali, Cina in testa, che per bocca del portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Hong Lei, ha dato il benvenuto alla dichiarazione per il rinnovo della cooperazione petrolifera tra il Sudan del Sud e il Sudan.

Al di là degli accordi, è innegabile che il governo del SPLM si sia mosso su più fronti per garantire stabilità all’economia del neonato Stato anche grazie alla sponda fornita dal governo etiope. Il governo di Juba ha infatti siglato un’intesa con l’Etiopia che garantirà la costruzione di un oleodotto “alternativo” su suolo etiope per fornire un ulteriore sbocco alle esportazioni del Sudan del Sud.

 

 

* Gabriele Quattrocchi, dottore in Scienze delle Relazioni Internazionali.


[1] V. sul punto l’articolo Amum says criticism of Addis Ababa agreement is out of ignorance pubblicato su sudantribune.com il 14 Ottobre 2012.

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