Nelle ultime settimane le relazioni diplomatiche tra Tailandia e Cambogia stanno attraversando una fase problematica, riportando alla luce diffidenze, rancori e odio etnico tra khmer e thai, elementi caratteristici dei rapporti tra i due paesi negli ultimi cinquant’anni. I territori al confine tra i due Stati del Sud-est asiatico sono stati attraversati negli ultimi giorni da alcuni scontri tra i rispettivi eserciti, con il rischio di una vera e propria escalation militare e di una possibile guerra tra Bangkok e Phon Penh. Il motivo alla base del conflitto riguarda la doppia rivendicazione della zona attorno all’antico tempio indù, risalente all’XI secolo, denominato Preah Vihear dai cambogiani e Khao Phra Viharn dai tailandesi. In realtà il motivo della contesa tra Tailandia e Cambogia non è legato a cause di carattere religioso, bensì riguarda strettamente motivazioni di tipo nazionalistico e di competizione nella regione, collegate alle vicende di politica interna dei rispettivi Stati.

  • La politica interna di Tailandia e Cambogia, causa primaria del conflitto

Fin dall’epoca post-coloniale i rapporti tra i due paesi, nemici anche prima dell’arrivo dei francesi, sono stati molto difficili. Le relazioni sono sempre state ostacolate dalla comune rivendicazione su determinate aree, dall’incertezza dei confini terrestri e marittimi e dall’odio etnico.

La comune rivendicazione dell’antico tempio risale alle divergenti interpretazioni dei confini tra il Siam e i territori dell’Indocina francese. Nel 1962 la Corte Internazionale di Giustizia stabilì che il complesso religioso apparteneva alla Cambogia. Il vicino tailandese non ha mai accettato la decisione, rivendicando per anni il territorio attorno all’edificio sacro. A partire dal 2001 la tensione al confine tra i due paesi crebbe considerevolmente, ma l’effettivo scontro armato si sfiorò solamente nel 2009, in seguito alla controversa decisione dell’anno precedente dell’Unesco, nella quale si affermava che il tempio di Preah Vihear era Patrimonio dell’Umanità sotto la diretta gestione cambogiana. Una vittoria simbolica, diplomatica, politica e culturale per Phnom Penh, dato che il complesso religioso risale al massimo periodo di splendore della dinastia khmer.

La fase più critica dei rapporti bilaterali tra i due paesi è stata toccata nel corso del 2009, quando il primo ministro cambogiano Hun Sen ha invitato l’ex premier tailandese in esilio Thaksin Shinawatra nel paese, nominandolo consigliere economico del suo governo. Thaksin era stato deposto nel 2006 in seguito a un colpo di stato militare e ancora oggi pende su di lui un mandato d’arresto da parte delle autorità tailandesi per frode ed evasione fiscale nonché accuse di finanziamento a gruppi tailandesi antigovernativi, organizzatori negli ultimi anni di manifestazioni degenerate in violenti scontri e rivolte di strada. Secondo Bangkok, inoltre, il governo cambogiano avrebbe fornito protezione e aiuto ad alcuni attivisti pro-Thaksin, accusati di terrorismo e violenze in Tailandia. Una delle cause del riaccendersi del conflitto al confine tra Phnom Penh e Bangkok è legata, inoltre, alla decisione di alcuni nazionalisti tailandesi, membri dell’Alleanza Popolare per la Democrazia (People’s Alliance for Democracy, PAD) e del Partito Democratico dell’attuale premier Abhisit Vejjajiva, di attraversare provocatoriamente il confine cambogiano e sostare lungo le zone contese attorno al tempio, dove sono stati prontamente arrestati e accusati di spionaggio dalle autorità di Phon Penh.

Nonostante le possibili ripercussioni internazionali della vicenda, la questione riguarda strettamente la politica interna di questi ultimi mesi dei rispettivi paesi e può aiutare a comprendere il motivo per cui Bangkok e Phon Penh siano vicine allo scontro militare.

Per quanto riguarda la politica interna tailandese gli ultimi mesi hanno visto emergere con forza le rivendicazioni dei gruppi nazionalistici, fortemente anticambogiani e aventi l’appoggio di una parte del potente apparato militare tailandese. L’accrescere della tensione al confine con la Cambogia e l’intervento diretto militare dimostrano la debolezza politica del primo ministro Abhisit, il quale non è in grado di influenzare le scelte dei vertici militari. Infatti, mentre il primo ministro sarebbe stato propenso per una soluzione diplomatica della questione, le forze armate di Bangkok avrebbero invece spinto con decisione per l’opzione militare. I gruppi nazionalistici, incitati dai recenti arresti degli attivisti tailandesi in Cambogia, hanno chiesto le dimissioni del premier, reo di aver cercato un compromesso con lo storico nemico e di non aver adottato una chiara politica in funzione anticambogiana al fine di risolvere definitivamente la questione del tempio in difesa degli interessi strategici e nazionali della Tailandia. I nazionalisti thai incoraggerebbero addirittura una conquista militare del tempio simbolo della Cambogia, Angkor Wat, chiedendo come contropartita la fine dell’occupazione cambogiana del tempio indù conteso.

In questo quadro entrano in gioco, inoltre, le complesse rivalità tra le diverse fazioni della politica tailandese in vista delle probabili elezioni politiche, programmate presumibilmente per la prima metà dell’anno in corso.

Le forze armate stanno cercando di indebolire politicamente il primo ministro, un tempo sostenuto da monarchici, esercito e dall’influente burocrazia statale, dal momento che non sarebbero favorevoli alle preannunciate elezioni, che secondo le volontà di Abhisit dovrebbero tenersi ad aprile. I vertici militari temono i risultati elettorali, i quali potrebbero portare alla vittoria il partito d’opposizione Puea Thai, l’ex People Power Party (PPP), sostenuto all’estero da Thaksin. I militari paventerebbero il riaffermarsi sulla scena politica tailandese dell’ex premier e, soprattutto, in caso di vittoria dell’opposizione, un calo della loro influenza politica dovuta a una molto probabile significativa riforma dei vertici militari, artefici del colpo di stato del 2006 e delle violenze contro i manifestanti delle Camicie Rosse durante le proteste antigovernative avvenute tra il marzo e maggio 2010.

L’intricata situazione politica tailandese è complicata, inoltre, dall’atteggiamento del PAD, gruppo di pressione realista, fautore, a suo tempo, attraverso ulteriori violente manifestazioni di piazza, del colpo di stato militare del 2006 e della successiva caduta dei governi filo-Thaksin durante il 2008 e guidati dal vecchio PPP.

In un primo momento sostenitrice del Partito Democratico e dell’attuale governo Abhisit, negli ultimi mesi il PAD ha decisamente cambiato prospettiva, mobilitando gli attivisti delle Camicie Gialle contro il premier per motivazioni di carattere nazionalistico e per non aver adottato una decisa politica in difesa delle rivendicazioni tailandesi lungo il confine con la Cambogia. Le proteste di strada sono caratterizzate da forti accenti nazionalisti, ma stupiscono per la mancanza dei tradizionali temi anti-Thaksin e in difesa degli interessi monarchici. Nonostante il PAD premi sul governo con la propaganda nazionalistica, le manifestazioni delle Camicie Gialle non hanno fatto presa sulla classe media, tradizionale base d’appoggio per gli attivisti del gruppo politico e fondamentale per gli eventi del 2006 e del 2008.

Oltre alle Camicie Gialle, il governo ha dovuto fronteggiare nelle ultime settimane la ripresa delle manifestazioni antigovernative delle Camicie Rosse, riunite attorno al gruppo di pressione United Front for Democracy Against Dictatorship (UDD), le quali, nonostante le proteste del 2010 si siano concluse con la vittoria dei militari e del governo, non hanno ancora del tutto accettato il colpo di stato contro il governo populista di Thaksin.

In Cambogia, d’altra parte, l’attenzione è posta sulla possibilità di poter sfruttare a proprio vantaggio le complesse divisioni tra le diverse fazioni politiche tailandesi. Phon Penh vedrebbe l’attuale fase di debolezza e confusione politica tailandese come un possibile strumento per ripresentare alla comunità internazionale il contenzioso con il nemico. E’ da ricordare, inoltre, che la Cambogia sconta nella competizione con il vicino un gap militare da non sottovalutare.

Il primo ministro Hun Sen, inoltre, sta sfruttando la completa rivendicazione del sito di Preah Vihear e i conseguenti scontri armati degli ultimi giorni in senso nazionalistico al fine di rafforzare il proprio potere personale. Gli incidenti potrebbero rappresentare un modo per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica cambogiana nei confronti della politica interna viste le imminenti elezioni politiche. Inoltre, il regime di Hun Sen deve fronteggiare le continue accuse dei suoi oppositori di essere asservito agli interessi di un altro vicino, il Vietnam. Fu proprio quest’ultimo paese, infatti, ad installare l’attuale premier cambogiano nel 1985, dopo l’invasione che rovesciò il regime di Pol Pot.

Le conseguenze a livello regionale e internazionale

Le controversie tra Tailandia e Cambogia non sono solamente collegate a questioni di politica interna, ma hanno delle importanti connessioni con la politica estera e in particolare con le relazioni internazionali inerenti l’area del Sud-est asiatico.

Il riacutizzarsi della tensione tra i due paesi ha causato un impatto negativo all’interno dell’Asean, l’Associazione delle Nazioni dell’Asia Sud-Orientale, di cui sia Bangkok che Phon Penh fanno parte, accusata e dimostratasi inefficiente nel prevenire il conflitto. La legittimità e l’esistenza stessa dell’associazione sono state messe in dubbio in questi giorni, dal momento che Tailandia e Cambogia hanno infranto uno dei punti cardini dell’organizzazione, ovvero il principio di cooperazione e consultazione tra paesi nei momenti di crisi. Con il comportamento aggressivo e nazionalista i due Stati hanno sfidato, infatti, la costituzione stessa dell’Asean, violando il Treaty of Amity and Cooperation (TAC), mediante il quale i paesi membri si impegnano ad accordarsi pacificamente per risolvere qualsiasi tipo di disputa tra essi.

Il segretario generale dell’Asean, Surin Pitsuwan, ha già espresso l’intenzione di farsi mediatore tra i due paesi, proponendo un’immediata tregua. Cambogia e Tailandia sembrano, invece, optare per altre soluzioni. Se da una parte sembra difficile che i due paesi accettino terzi nel fronteggiare la crisi diplomatica – la Tailandia ha già rifiutato la mediazione francese – dall’altro lato non sono concordi sulla scelta delle modalità del dialogo. Mentre Bangkok vorrebbe discutere del problema ponendolo su basi strettamente bilaterali, la Cambogia, come avvenuto durante episodi analoghi nel passato, ha chiesto un’urgente convocazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, denunciando l’aggressione tailandese. Entrambi i metodi dimostrano come sia la Cambogia che la Tailandia dimostrino scarsa fiducia nei confronti dell’Asean.

Il ruolo dell’associazione dei paesi del Sud-est asiatico potrebbe apparire, invece, diverso e maggiormente positivo anche agli occhi della comunità internazionale se i paesi membri fornissero a questa organizzazione regionale strumenti efficaci per agire e per poter regolare legittimamente le dispute territoriali tra gli Stati dell’associazione. Un ruolo chiave potrebbe essere svolto a questo proposito dall’Indonesia, presidente di turno per il 2011, al fine di favorire un proficuo dialogo tra i due paesi.

Gli altri Stati della regione osservano attentamente la situazione, in particolare il Vietnam. Un iperattivismo di Bangkok e l’accrescere del nazionalismo tailandese e cambogiano potrebbero essere visti negativamente ad Hanoi, considerato, inoltre, che l’influenza vietnamita su Laos e Cambogia è considerata da sempre strategicamente fondamentale per gli interessi nazionali del Vietnam.

A dispetto dei difficili rapporti, Bangkok era comunque diventata, a partire dagli anni ’90, uno dei principali partner commerciali di Phnom Penh. Negli ultimi anni, però, questo rapporto di dipendenza si è allentato e Hun Sen avrebbe poco da perdere nell’incrinarsi del rapporto commerciale e diplomatico con la Tailandia. In seguito all’incremento degli investimenti nel paese cambogiano di Vietnam, Giappone, Corea del Sud, Singapore e, soprattutto, Cina, Phon Penh considererebbe con minore preoccupazione l’aumentare della tensione diplomatica con Bangkok.

Il Sud-est asiatico sta diventando, infatti, un’area, dal punto di vista strategico, fondamentale per gli investimenti di Pechino e potenzialmente una zona di confronto tra gli interessi americani e quelli della Cina. Una delle dimostrazioni dell’aumentato coinvolgimento cinese nella regione è rappresentato dalla firma dell’accordo commerciale nel 2010 tra Pechino e l’Asean, l’Asean-China Free Trade Area (ACFTA), con la creazione della più grande area di libero mercato a livello mondiale come popolazione e la terza in funzione del PIL.

La Tailandia è un tradizionale alleato degli Stati Uniti, proprio in questi giorni sono in corso le congiunte esercitazioni militari tra Washington e Bangkok, mentre la Cambogia, negli ultimi anni, ha sempre più rafforzato il suo legame economico e politico con Pechino. Entrambi i paesi hanno intenzione di rafforzare il commercio bilaterale nei prossimi cinque anni, concentrandosi in particolare sull’agricoltura e sull’energia. La Cina è attiva nel finanziare la costruzione di infrastrutture in territorio cambogiano nonché nel favorire il miglioramento dell’economia della Cambogia, concentrandosi soprattutto nel settore agricolo del paese. Pechino è il più importante paese estero che sta offrendo aiuti economici a Phon Penh ed è il principale fornitore di armi dell’esercito cambogiano. I militari hanno utilizzato per gli scontri al confine con i tailandesi armi di fabbricazione cinese.

In cambio, l’influenza geopolitica della Cina nell’area è aumentata e Pechino rappresenta uno dei più importanti appoggi diplomatici per il regime di Hun Sen a livello internazionale. Un esempio significativo del consolidato rapporto tra Pechino e Phon Penh è rappresentato dall’espulsione verso la Cina da parte delle autorità cambogiane di 20 attivisti di etnia uigura, richiedenti asilo politico in Cambogia nel 2009, sfidando le pressioni internazionali. Un altro esempio del riavvicinamento tra i due paesi è dimostrato dal silenzio cambogiano di fronte alle possibili ripercussioni negative, dal punto di vista ambientale e alimentare, delle costruzioni delle dighe cinesi al confine con il Sud-est asiatico, le quali altererebbero il corso del fiume Mekong in Laos, Vietnam, Cambogia e Tailandia.

L’origine interna delle tensioni tra i due paesi, dunque, non impedisce di sottolineare la rilevanza internazionale delle implicazioni che ne derivano, fino a coinvolgere l’intera area del Sud-est asiatico e a divenire ulteriore terreno di scontro tra le due maggiori potenze del momento, Stati Uniti e Cina.

*Francesco Brunello Zanitti, Dottore in Storia della società e della cultura contemporanea (Università di Trieste)

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