Il XVIII Congresso del Partito Comunista Cinese, tenutosi dall’8 al 14 novembre 2012 a Pechino, ha decretato l’ascesa al potere della quinta generazione dirigenziale che guiderà la Cina per i prossimi dieci anni. Il mandato del nuovo esecutivo è stato formalizzato nel corso del vertice annuale dell’Assemblea Nazionale del Popolo – organo supremo del potere statale – conclusosi il 14 marzo dopo, dieci giorni di lavori.

Il nuovo segretario generale del Partito, nonché comandante supremo dell’Esercito di Liberazione Nazionale e Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping, classe ’53, appartiene ai Taizi, i “principi rossi”, corrente che riunisce figli e nipoti dei protagonisti della Lunga Marcia e della Rivoluzione del ’49. Xi, nel suo ruolo di governatore del Fujian prima e dello Zhenjiang poi, ha mostrato di avere grande attenzione per i problemi sociali, per le rivolte nelle campagne, per la scontentezza di quelle porzioni della popolazione che hanno tratto ben pochi benefici dal processo di sviluppo economico.

Li Keqiang, il neo-primo ministro, è invece membro della fazione dei Tuanpai, adesione dettata dalla partecipazione alla Lega della Gioventù Comunista, a cui appartiene anche Hu Jintao; il suo precedente ruolo di dirigente delle province dello Henan e di Liaoning, ed i suoi recenti interventi palesano un’agenda politica di impronta riformista e populista.

 

Senzanome

Figura 1: Nuova leadership cinese; fonte: www.globaltimes.cn


La nuova dirigenza si presenta rinnovata, non solo per quanto concerne i membri del Comitato Centrale, ma anche alla luce dell’elezione di nuovi ministri; il corpo politico è risultato più snello in seguito all’ANP: al fine di garantire una maggiore efficienza dell’apparato burocratico e di ridurre gli sprechi politici, è stato previsto un accorpamento dei ministeri – in particolare, l’assorbimento del Ministero delle Ferrovie, recentemente coinvolto in scandali politici, all’interno del Ministero dei Trasporti – ed un ridimensionamento dell’agenzie governative (da 27 a 25).

La nuova dirigenza è chiamata a risolvere questioni importanti, prima fra tutte la gestione della congiuntura economica che sull’onda della crisi globale ha portato ad un rallentamento della “lunga marcia” di Pechino verso il primato economico. Il XII Piano Quinquennale prevede una crescita economica costante, con un tasso annuale del 7,5% ed un contenimento del tasso di inflazione.

La necessità di riforme strutturali è incalzante: la Cina deve evitare di cadere nella “trappola del reddito medio” e scongiurare un brusco arresto della crescita; deve puntare ad uno sviluppo sostenibile, adottando tecnologie “verdi” capaci di risolvere i problemi ambientali, ed incrementare dunque gli investimenti nelle rinnovabili.

Inoltre, deve espandere il settore dei servizi, modernizzare il sistema fiscale e regolamentare il sistema delle “banche ombra”.

È necessario il passaggio da un modello di sviluppo basato sulle esportazioni e sugli investimenti ad un modello trainato dai consumi interni; fondamentale risulta, oltre a ciò, accorciare le distanze tra ricchi e poveri, ridurre le sperequazioni sociali, nonché la discrepanza tra la costa e le regioni interne. A tal proposito, Xi Jinping ha sottolineato la necessità di un particolare focus sull’occupazione, proponendo la creazione di 9 milioni di posti di lavoro nel 2013.

Secondo un rapporto pubblicato di recente a Pechino dal Centro di Indagine e Ricerca sul reddito delle famiglie cinesi dell’Università di Economia e Finanza del Sud-Ovest, il coefficiente Gini1 misurato sul reddito delle famiglie cinesi nel 2010 è arrivato a 0.61, valore questo superiore al livello medio globale pari a 0.44.

Il rapporto denota che il coefficiente Gini misurato sul reddito delle famiglie urbane è 0.56, mentre quello delle famiglie rurali è pari a 0.602.

Il governo cinese non rende pubblico il coefficiente Gini dal 2000, quando era pari a 0,41; secondo quanto dichiarato dal direttore dell’Ufficio Nazionale di Statistica Ma Jiantang il coefficiente non può essere calcolato accuratamente perché mancano dati affidabili sulla fascia di cittadini ad alto reddito3.

Oltre la crescente forbice tra ricchi e poveri, uno dei problemi che ha maggiormente attanagliato gli ultimi anni della dirigenza Hu-Wen è senza dubbio quello relativo alla corruzione; il discorso di apertura del XVIII Congresso pronunciato da Hu Jintao si è focalizzato proprio sulla lotta alla corruzione, e il nuovo leader Xi si è già più volte espresso contro l’attitudine radicata in molti funzionari di abusare della propria posizione.

«La corruzione è come i vermi che si riproducono nelle sostanze in decomposizione»4, ha affermato il nuovo presidente cinese; le sue parole si riferiscono agli scandali del recente passato che hanno coinvolto alcuni funzionari locali, dalle vicende che hanno visto come protagonista l’ex segretario di Chongqing Bo Xilai e la moglie Gu Kalai, accusati dell’omicidio dell’inglese Neil Heywood, che sarebbe stato avvelenato poiché a conoscenza di alcuni capitali segreti trasferiti all’estero dai coniugi Bo e Gu; ai fatti che hanno interessato Wang Lijun, vicesindaco di Chongqing nonché capo del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, il quale, dopo aver condotto la celebre campagna anticrimine e anti-Triadi accanto allo stesso Bo Xilai, avrebbe accusato il segretario di Chongqing di corruzione.

Il governo cinese, per ovviare a tale problema potrebbe sostenere elezioni democratiche a livello locale o permettere alle ONG indipendenti di assurgere a controllori dell’operato dei funzionari locali, ma i dirigenti del PCC non intendono perdere il ruolo di supervisori assoluti e temono, dunque, riforme istituzionali in tal senso. Hanno optato, invece, per una maggior sorveglianza attraverso i mezzi di comunicazione di massa, divenuti cani da guardia dei dirigenti locali.

La lotta alla corruzione risulta fondamentale dal momento che questo fenomeno porta ad un malcontento popolare che potrebbe sfociare in mobilitazioni e proteste di massa.

Il mantenimento dell’ordine e della “società armoniosa” permane come obiettivo prioritario per la nuova classe dirigente; è ancora presto, però, sapere quale sarà la strategia che adotterà Xi Jinping nei confronti del settore mediatico.

Il potere autocratico del monopartito cinese è indiscutibile e mette completamente in ombra gli otto partiti minori rappresentati all’Assemblea Nazionale. È per questo che il presidente uscente ha escluso qualsiasi riforma politica in senso multipartitico; piuttosto ha sottolineato la possibilità di perseguire una riforma che estenda la “democrazia” popolare, ma senza copiare i sistemi politici occidentali.

L’accesso ai nuovi media e ad Internet è fondamentale nell’ottica della strategia di sviluppo adottata negli ultimi trent’anni; stare al passo con le tecnologie è necessario per la promozione delle proprie politiche e per competere a livello internazionale. Ma proprio l’ingresso nell’era digitale ha costretto il governo ad aderire ad una nuova strategia mediatica, ad una propaganda “proattiva”, piuttosto che reattiva, che sostituisca il silenzio e la censura ad una gestione dei media più attenta ed accurata, che indirizzi ed influenzi le opinioni e le notizie, che giochi d’anticipo impedendo ai media internazionali di gestire le informazioni e le notizie nazionali, com’è accaduto, ad esempio, nel 2003 con il caso SARS. A tal fine, il governo persegue nella strategia politica del soft power, strategia promossa dallo statunitense Joseph Nye in seguito al termine della Guerra Fredda e alla fine del bipolarismo.

Il concetto di soft power sottintende un cambiamentonell’adozione delle misure di potere, da quelle tradizionali di hard power – difesa, economia, vasta popolazione – a quelle intangibili quali la tradizione culturale, le istituzioni ed i valori5.

In questo senso Xi Jinping ha ribadito più volte l’importanza della realizzazione del “sogno cinese”, sogno di rinascita nazionale, perseguibile attraverso un ritorno ai classici della cultura cinese ed al confucianesimo. Un ritorno al passato ed un attaccamento alla storia dunque, un ritorno che va di pari passo con la corsa alla modernità e l’adesione alla logica del mercato. La “sinizzazione” culturale e l’esercizio del soft power assicureranno alla Cina l’attuazione della sua ascesa pacifica, quindi l’acquisizione di uno status internazionale di grande potenza, regionale e mondiale; obiettivo fondamentale è persuadere l’arena globale dell’assenza di potenziali appetiti espansionistici, mostrando un’apertura verso una diplomazia multilaterale. Una sorta di rassicurazione su scala globale volta a legittimare l’ascesa economica ed il potere monolitico del Partito.

Il governo cinese deve mostrare di essere all’altezza degli obblighi imposti dal nuovo status di potenza mondiale; deve dimostrare di essere maggiormente responsabile e trasparente; deve rendere il proprio Paese attraente, di modo da competere sullo scacchiere internazionale, smentendo l’idea stereotipata della “minaccia cinese” e portando avanti, invece, quella di “ascesa pacifica”.

 

 

NOTE:

1.  Il coefficiente di Gini, introdotto dallo statistico italiano Corrado Gini, è una misura della diseguaglianza della distribuzione del reddito. È un numero compreso tra 0 ed 1. Valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione abbastanza omogenea, con il valore 0 che corrisponde alla pura equidistribuzione; valori alti del coefficiente indicano una distribuzione più diseguale, con il valore 1 che corrisponde alla massima concentrazione.

2. CRI, Cina: coefficiente Gini 0.61, superiore al livello medio globale; China Radio International Online; 10 dicembre 2012; italian.cri.cn.

3. Talia, A.; Il mistero del gap tra ricchi e poveri; Agi China 24, 20 gennaio 2012; www.agichina24.it.

4. AGI, Cina: Xi Jinping dichiara guerra alla corruzione, una priorità; 19 novembre 2012, www.agi.it.

5.  Joseph Nye, Soft Power, Foreign Policy 80, 1990, pp. 153-171.

 

Articolo precedente

TENDENZE OPPOSTE NEL MAR CARAIBICO: PORTO RICO E GIAMAICA

Articolo successivo

LETTERA APERTA DI GÁBOR VONA (JOBBIK) ALL'AMBASCIATORE ISRAELIANO A BUDAPEST