Il recente sorpasso dello yuan sull’euro per quanto concerne le transazioni finanziarie internazionali rappresenta il coronamento della strategia di ampio respiro attraverso cui Pechino è riuscita ad imporre la Cina quale fondamentale caposaldo economico mondiale.

 

In una prima fase la strategia cinese era tutta incentrata sull’accumulazione massiccia di riserve valutarie pregiate, dollaro in primis, allo scopo di mantenere alta la quotazione della divisa statunitense e bassa quella della moneta cinese, in modo da favorire l’export e consentire al sistema economico nazionale di neutralizzare i problemi occupazionali che affliggevano diverse regioni (anche fondamentali, come lo Xinjiang). Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno appoggiato questo genere di politica, perché funzionale ai vincoli di bilancio imposti dalla “guerra al terrorismo” sferrata dall’amministrazione Bush all’indomani dell’11 settembre 2001. Con la Cina che faceva incetta di titoli di Stato statunitensi, Washington otteneva i finanziamenti necessari a sostenere l’incredibile sovra-esposizione militare che mirava a porre sotto controllo l’intero Medio Oriente, blindando il meccanismo dei petro-dollari (emblematico, sotto questo aspetto, il fatto che l’aggressione statunitense all’Iraq avvenne pochi mesi dopo che Saddam Hussein ebbe annunciato la conversione del fondo “oil for food” da dollari in euro) che garantisce il primato internazionale del dollaro e, conseguentemente, l’insostenibile tenore di vita dei cittadini statunitensi.  L’elevatissima domanda cinese concorreva in maniera cruciale a mantenere alti i prezzi dei Treasury Bond e contemporaneamente bassa la loro redditività.

Così, nell’arco di pochi anni, la Banca Centrale Cinese (BCC) ha accumulato oltre tre trilioni e mezzo di riserve valutarie in dollari, ponendosi la Cina in una posizione che svariati economisti hanno imprudentemente paragonato a quella della “corda che sostiene l’impiccato”.  Secondo questa tesi, il rapporto di interdipendenza instaurato tra Pechino e Washington comportava rischi enormi sia per la Cina che per gli Stati Uniti, legando indissolubilmente i destini delle due nazioni. Qualora la Cina avesse abbandonato la politica di acquisto dei titoli di Stato emessi dal Dipartimento del Tesoro USA, il prezzo di tali bond sarebbe crollato e li tasso di interesse schizzato verso l’alto, aggravando la già tremenda posizione debitoria statunitense. Il collasso dei Treasury Bond avrebbe comportato una pesante svalutazione del dollaro, cosa che per un Paese fortemente deindustrializzato e in perenne deficit commerciale come gli USA avrebbe determinato un netto aumento dell’inflazione e l’automatico crollo del tenore di vita statunitense. Il risultante intruglio di perdita di potere d’acquisto da parte delle famiglie e aumento dei prezzi generalizzato meglio noto come “iper-stagflazione” avrebbe aperto una lunga fase recessiva destinata inesorabilmente a degenerare in depressione.

La caduta del mercato statunitense avrebbe però privato il possente export cinese di uno sbocco cruciale, mentre il crollo del dollaro avrebbe a sua volta trasformato le ingenti riserve in dollari detenute dalla BCC in montagne di carta straccia prive di alcun valore.

Consapevoli di questi rischi, i dirigenti cinesi, con la loro proverbiale discrezione, hanno cominciato a limitare progressivamente gli acquisti di Treasury Bond e, parallelamente, a stringere una serie di accordi bilaterali con Malaysia, Corea del Sud, Indonesia, India, Giappone, Bielorussia, Argentina, Brasile, ecc. in cui si stabiliva la possibilità di utilizzare lo yuan come moneta di riferimento alternativa al dollaro.

Per far fronte al crescente “calo di interesse” da parte della Cina – e, allo stesso tempo, salvare Wall Street –, Federal Reserve e Dipartimento del Tesoro guidati rispettivamente da Ben Bernanke e Timothy Geithner hanno impresso una forte accelerazione alla politica dei bassi tassi di interesse ereditata dai loro predecessori Alan Greenspan e Henry Paulson, inaugurando una linea operativa in cui la Federal Reserve ha cominciato ad acquistare Bond emessi dal Tesoro (Quantitative Easing), al ritmo di circa un trilione di dollari all’anno. La nuova reggitrice della Federal Reserve Janet Yellen, dal canto suo, ha promesso solennemente che manterrà la medesima rotta tracciata da Bernanke.

Così facendo la Federal Reserve immette ogni mese sul mercato una massa monetaria pari a circa 85 miliardi di dollari, metà dei quali è finalizzato all’acquisto di Treasury Bond e la restante metà all’acquisto di titoli bancari. I colossi di Wall Street, dal canto loro, investono il fiume di denaro proveniente dalla Federal Reserve sia sui mercati azionari, provocando pericolosissimi surriscaldamenti (l’indice Dow Jones ha registrato un record dopo l’altro), sia per acquistare short “nudi” allo scopo di far crollare il prezzo dell’oro, così da generare sfiducia nella commodity in questione (l’oro è il principale competitore del dollaro) e attirare gli investitori verso i Treasury Bond. Il fine ultimo del Quantitative Easing, il quale ha contribuito in maniera cruciale ad alimentare le bolle azionaria, obbligazionaria e “del dollaro”, è quindi quello di mantenere la solvibilità delle grandi banche e conservare la fiducia internazionale nel dollaro. Il sostegno all’economia reale rimane in fondo alla scala delle priorità.

Ciò significa che, oltre a ricreare le condizioni perfette per l’emergere di nuove, pericolosissime “bolle”, questa politica di bassi tassi di interesse è destinata inesorabilmente al fallimento, sia perché gli “stimoli” raggiungono solo Wall Street e non “Main Street”, sia perché ad un aumento costante di offerta della divisa statunitense indotto dal Quantitative Easing targato dal binomio Federal Reserve-Dipartimento del Tesoro non corrisponde un proporzionale aumento della domanda, sia (e soprattutto) perché prolungando a tempo indefinito di una politica espansiva di questo tipo genererebbe seri problemi di credibilità di fronte alle inevitabili, crescenti pressioni internazionali relative al bilanciamento degli enormi squilibri gravanti sull’economia USA che non potranno essere esternamente risolti continuando a gettare la spada sul piatto della bilancia come Washington non ha esitato a fare finora. Il caso siriano è indubbiamente indice dell’ascesa russa, ma testimonia anche la crisi di credibilità internazionale degli USA.

Non è infatti un caso che la BCC abbia scelto un momento simile per togliere la sordina ai propri piani operativi già in atto annunciando pubblicamente l’intenzione di revocare la linea politica fondata sull’accumulazione di riserve valutarie straniere, in favore di un cambiamento tattico finalizzato a trasformare lo yuan in principale moneta di riferimento negli scambi internazionali a scapito del dollaro. E’ divenuta così ufficiale (ma in pratica il meccanismo era già stato avviato) la transizione dalla fase aggressiva/espansiva incardinata sulle svalutazioni competitive atte a favorire l’export, a rafforzare la struttura industriale e ad abbattere la disoccupazione, alla fase di consolidamento dei vantaggi capitalizzati in precedenza, tesa al potenziamento del mercato interno, all’incoraggiamento degli investimenti pubblici e privati nelle regioni interne (più arretrate rispetto a quelle costiere) e all’acquisizione/sviluppo delle conoscenze tecnologiche fondamentali. La Cina, in altre parole, si è emancipata dalla dipendenza dall’export e dalla capacità di attirare capitali esteri (in drastica diminuzione per via della crescita salariale media interna) per sostenere la propria crescita. Ciò significa che non esistono più le condizioni per cui Pechino debba continuare a mantenere artificiosamente sottostimata la propria moneta. Esistono, al contrario, ragioni piuttosto concrete affinché yuan si rivaluti (in primo luogo per soddisfare più agevolmente la crescente domanda interna di energia) al fine di acquisire prestigio a livello planetario. Non deve pertanto stupire che, stando agli ultimi aggiornamenti, sarebbe imminente la quotazione in yuan dei future sul petrolio presso la Borsa Valori di Shangai.

L’avanzata cinese ha tuttavia spinto gli USA a cercare di potenziare i propri strumenti di influenza e dominio, rappresentati dalle leve militare ed economica. In conformità a questa strategia, gli Stati Uniti hanno accerchiato la Cina sia dal punto di vista militare dislocando navi che fungono da basi galleggianti per le forze speciali dal Golfo Persico al Mar Cinese Meridionale e impiantando proprie installazioni presso Singapore, Thailandia, Filippine ed Australia, sia sotto l’aspetto economico attraverso la creazione del Trans-Pacific Strategic Economic Partnership Agreement (TPP), una “area di libero scambio” che include Australia, Brunei, Cile, Canada, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam. Il Giappone, dal canto suo, ha espresso l’intenzione di aderire al progetto. Sviluppato mentre il Pentagono si prodigava per insediare la propria forza militare nella la regione Asia-Pacifico al fine di porre sotto il controllo di Washington le vie attraverso cui la Cina si rifornisce di energia, il TPP rappresenta chiaramente il braccio economico della politica del “pivot asiatico” condotta da Washington, mirante a riunire alcune delle più promettenti nazioni situate nell’area del Pacifico in un regime di corporate-governance giuridicamente vincolante, convincendo i loro governi ad aderire al progetto attraverso garanzie di protezione dall’“espansionismo cinese” e la promessa di libero accesso al mercato degli Stati Uniti.

Ad ogni modo, sul versante prettamente economico, le strategie adottate dai diversi attori sono andate progressivamente uniformandosi. La Federal Reserve è giunta ad iniettare oltre 11 trilioni di dollari nel mercato facendo cadere sensibilmente il prezzo del dollaro, la Bank of England ha operato una rilevante svalutazione della sterlina erogando quasi 400 miliardi di sterline, la Corea del Sud ha adottato una linea economica incardinata sulla svalutazione dello won rispetto allo yen e il Giappone ha varato un colossale piano economico che prevede il raddoppio della base monetaria nazionale entro un biennio, allo scopo di spingere verso il basso la quotazione dello yen e sostenere quindi il dollaro, soprattutto per via delle enormi quantità di titoli di debito statunitensi posseduti dal Paese nipponico che si deprezzerebbero qualora Washington perdesse il controllo della propria moneta, sui cui aleggia lo “spettro” della svalutazione per effetto dell’“effetto swap” innescato dalla Cina. L’eurozona, stretta tra le misure d’austerità imposte dai trattati di Maastricht e Lisbona e un euro notevolmente sopravvalutato, ha cominciato a dare seri segni di cedimento  (specialmente per quanto riguarda i Paesi mediterranei). Il tacito contenzioso tra la Banca Centrale Europea (BCE) guidata da Mario Draghi, che ha praticamente azzerato i tassi di interesse, e la riluttante Germania, che rappresenta il centro nevralgico del continente, non ha ancora espresso un verdetto definitivo. Fatto sta che anche abbassando  i tassi di interesse, l’euro continua a rimanere troppo forte per la maggior parte dei Paesi membri dell’eurozona (anche per via delle poltiche aggressive promosse dagli altri Stati). Si tratta di una “guerra valutaria” in piena regola in cui i Paesi industrializzati hanno cominciato a svalutare le proprie monete, mantenendo di fatto invariati i rapporti di forza ma si creando un clima di deflazione generalizzata in cui il costo delle materie prime potrebbe subire una caduta verticale (danneggiando pesantemente i grandi esportatori).

La vicinanza ideologica tra i Paesi accomunati dal promuovere strenuamente varie forme di Quantitative Easing cozza in maniera vigorosa con la marcata inclinazione anti-inflazionistica propria della Germania, che non pare più molto propensa a tenere a galla la moneta unica europea e mira con tutta evidenza a instaurare una sistema monetario internazionale fondato sui principi del vecchio Gold Standard. Tale ambizione è dettata dallo strabiliante rovesciamento delle condizioni economiche interne all’eurozona, destinato ad aggravare considerevolmente la crisi che dilania il “vecchio continente” e suscettibile di accelerare bruscamente il processo di disintegrazione della moneta unica europea. Da uno studio (1) condotto da un prestigioso istituto francese di analisi è infatti emerso un impressionante cambio di paradigma varato dalla Germania, che nell’arco di appena 12 mesi è riuscita a rivoltare in maniera radicale il proprio export. Nel primo semestre del 2013, il 65% circa delle esportazioni tedesche veniva assorbito dai Paesi membri dell’Unione Europea, di cui il 36% dalle nazioni che aderiscono all’Eurozona, mentre ad appena un anno di distanza il 74% circa dell’export tedesco veniva realizzato al di fuori dei confini europei. L’incremento delle esportazioni tedesche all’esterno del “vecchio continente” è stato pari a 70 miliardi di euro (su 131 miliardi dal 2007), a fronte di una contrazione di 77 miliardi all’interno dell’Unione Europea. Il che è naturalmente dovuto alla caduta della domanda interna in tutti i Paesi dell’Eurozona, imputabile alle politiche oppressive promosse da Bruxelles e Francoforte. Va tuttavia sottolineato il fatto che la “fetta” di esportazioni tedesche all’interno dell’Unione Europea sia rimasta inalterata al 22% per oltre dieci anni, mentre le quote francese, britannica e italiana sono costantemente diminuite a fronte dell’avanzata dei Paesi dell’Europa orientale e delle nazioni gravitanti attorno all’orbita tedesca (come l’Olanda). In compenso, la Germania ha aumentato il volume delle importazioni dai Paesi membri dell’Unione Europea (79 miliardi di euro), per effetto della netta divaricazione tra la sua crescita e la recessione che attanaglia tutti gli altri Stati concorrenti. L’arretramento costante di Francia, Gran Bretagna e Italia – chiaramente testimoniato dal crollo del mercato intra-UE (rispettivamente dal 13 al 9%, dal 10 al 6% e dal 9 al 7%) –, strettamente connesso alle rigidità e alla “forza” della moneta unica, ha assicurato al Paese tedesco di ergersi quale unica potenza economica europea. Di fatto, i dirigenti tedeschi hanno cominciato ad ostentare una crescente e comprensibile freddezza riguardo alla tenuta dell’euro. Per la Germania l’eurozona non è più un mercato fondamentale e la moneta unica potrebbe esser quindi considerata come una palla al piede. Berlino potrebbe pertanto disfarsene e ripristinare il marco, la cui quotazione salirebbe a livelli vertiginosi.

E’ pertanto probabile che i dirigenti tedeschi stiano attentamente valutando l’ipotesi di promuovere un radicale cambio di paradigma, che passi attraverso lo smantellamento delle istituzioni sovranazionali europee, il rafforzamento dell’alleanza strategica con la Russia (che va affermandosi ogni giorno di più come principale avversario geopolitico degli Stati Uniti), il consolidamento dei legami economici con la Cina, la presa di distanza dalle aggressioni post-coloniali guidate dagli Stati Uniti (e dai loro subordinati francesi e britannici), il raffreddamento dei rapporti nell’ambito della NATO e, soprattutto, la riconfigurazione del sistema monetario internazionale; una battaglia, quest’ultima, nel combattere la quale i tedeschi possono contare su diversi alleati.

Nell’estate del 2012, il presidente russo Vladimir Putin affermò che «Si deve riconoscere che non si vede alcuna opzione per superare l’attuale crisi economica globale» (2). Putin pronunciava queste parole dopo aver speso oltre 500 milioni di dollari al mese per tutti i cinque anni precedenti allo scopo di accrescere le riserve auree russe, in modo da diversificare gli attivi nazionali al di fuori di dollari ed euro. La Repubblica Popolare Cinese ha fatto lo stesso, accumulando ulteriori 500 tonnellate di oro (equivalenti all’intera riserva aurea dell’Unione Europea) dal gennaio al luglio 2012. Già nel novembre del 2011, per la verità, il Venezuela aveva attuato l’operazione “Oro Patrio”, attraverso la quale il Paese sudamericano ha ripreso il controllo fisico di circa 30 tonnellate del proprio oro che erano conservate prevalentemente in Gran Bretagna, Francia, Lussemburgo e Svizzera. La decisione risaliva al mese di agosto, quando Hugo Chavez aveva firmato una legge che prevedeva la nazionalizzazione dello sfruttamento delle riserve aurifere del Venezuela, e successivamente sostenuto che a causa delle eccessive turbolenze economiche e politiche che affliggevano l’Europa, era giunto il momento di mettere in salvo le riserve auree venezuelane custodite nel “vecchio continente”, trasferendole in nazioni alleate come la Russia, la Cina o il Brasile. Incoraggiati dall’atteggiamento tenuto da Russia, Cina e Venezuela, anche i magnati George Soros, Warren Buffett, e John Paulson hanno drasticamente alleggerito i propri investimenti azionati acquistando oro per oltre 150 milioni di dollari a testa. La Pacific Investment Management Company (PIMCO), grande società di gestione degli investimenti (gestisce oltre 2.000 miliardi di dollari), ha incrementato la quota in oro presente nel suo Commodity Total Return Fund, portandola dal 10,5% degli attivi totali del giugno 2012 all’11,5% dell’agosto dello stesso anno. Nel gennaio 2013, la Germania ha notificato una richiesta relativa al rimpatrio di circa 36 miliardi di dollari in oro dai depositi negli Stati Uniti e in Francia, nel tentativo di riportare nelle casse tedesche ben 374 tonnellate d’oro da Parigi ed altre 300 da New York. Ciò testimonia un calo di fiducia reciproca tra le principali Banche Centrali suscettibile di insinuare un certo nervosismo tra gli operatori finanziari, che potrebbero leggere questa mossa tattica in parallelo a quanto accadde quando la Francia di Charles De Gaulle ritirò il proprio oro dagli Stati Uniti contribuendo a far crollare il sistema monetario nato a Bretton Woods nel 1944. La decisione della Bundesbank di porre i lingotti sotto il proprio controllo diretto, evitando qualsiasi tipo di intermediazione, costituisce quindi un avvertimento per gli investitori.

«La scelta tedesca – osserva l’analista finanziario Jim Sinclair – rappresenta un incoraggiamento generale a prendere (o riprendere) il controllo dell’oro, indipendentemente da chi lo custodisca. Quando la Francia lo fece, anni fa,  si sparse il panico tra la leadership finanziaria americana. La storia guarderà a questo recupero come all’inizio della fine di un dollaro considerato come valuta di riserva privilegiata» (3).

Oltre a Sinclair, anche altri numerosi analisti hanno espresso l’opinione secondo cui l’attività frenetica che Cina, Russia, Germania e i più noti finanzieri a livello mondiale hanno messo in atto attorno all’oro, rappresenterebbe una chiara dimostrazione del fatto che il mondo si stia avviando verso l’adozione di un nuovo Gold Standard, analogo a quello che rimase in vigore fino al 1931. Nel 2012, infatti, le banche hanno aumentato le loro riserve nette di 536 tonnellate, acquistando più lingotti d’oro in termini di volume che in qualsiasi altro anno fin dal crollo di Bretton Woods. Come ricorda l’acuto analista Ambrose Evans-Pritchard:

«A differenza di Gran Bretagna, Spagna, Svizzera, Olanda e altri, la Germania non ha venduto nessuno dei suoi lingotti d’oro, quando questo era di moda. E nemmeno l’Italia. I due Paesi ora possono stare seduti su riserve sostanziali che stanno iniziando ad assumere un significato politico» (4).

Tutto ciò sta a significare che il sistema economico internazionale imperniato sul dollaro sta perdendo pesantemente quota, conferendo credibilità a prospettive rimaste per lungo tempo assolutamente inimmaginabili. Nel corso dei più recenti vertici del G20 (Londra, Toronto, Seul, Cannes) sono emerse profonde divisioni, che sembrano destinare a rispecchiare gli schieramenti del futuro prossimo. Da un lato, Gran Bretagna e Giappone si sono allineati sulla posizione dagli Stati Uniti, arroccandosi in difesa del sistema vigente. La Cina è in aperta guerra valutaria e commerciale con gli USA, mentre i Paesi esportatori di materie prime (Russia, India e Brasile in primis) sono fortemente irritati dalla politica monetaria espansiva propugnata dalla Federal Reserve,  che li obbliga a vendere le proprie merci in una divisa dal valore incerto. Gli Stati Uniti, ostili alla politica economica cinese, hanno avviato una strategia di deterrenza militare imperniata sull’accerchiamento navale e aereo del grande Paese asiatico (come dimostrato dal recente sorvolo delle isole Diaoyu/Senkaku, contese tra Cina e Giappone, da parte di aerei statunitensi B-52) sia a scopo intimidatorio, sia allo scopo di minacciarne gli scambi commerciali e ostacolarne i rifornimenti energetici. D’altro canto, Cina e apparentemente (perché in posizione assai più defilata e ambigua) Germania si sono poste in rappresentanza del gruppo di “rinnovatori” che, riunendo Russia, India, Brasile e Argentina, intendono promuovere la costituzione di un ordinamento economico alternativo a quello dominato dal dollaro e sottratto all’egemonia di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale (egemonia che la Cina sta da tempo contrastando attraverso i propri istituti di credito, soprattutto in Africa).

 

 

NOTE

 

1) L’UE, plateforme de production de l’économie allemande

Du marché unique européen au système de production germanique, http://www.xerfi.fr/xerficanal/PDF/Xerfi-synthese-1.pdf.

2) “Russia Today”, 9 luglio 2012.

3) “Daily Telegraph”, 15 gennaio 2013.

4) Ibidem.


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