Onde evitare inutili incomprensioni è bene anticipare subito che l’India odierna sta cercando di ritagliarsi un ruolo di primo piano nel futuro mondo multipolare. Questo è un fattore che viene spesso frainteso in quanto si considera (erroneamente) il “Paese-Continente” come un attore protagonista del processo di integrazione eurasiatica. Al contrario, l’India odierna non aspira affatto ad essere parte di questo processo, ma, semplicemente, a costruirsi una sua “polarità” indipendente. Lungi dal voler criticare tale scelta (auspicabile e condivisibile), non si può fare a meno di constatare che, per il raggiungimento di tale obiettivo, soprattutto nel corso dell’ultimo anno, l’India ha assunto una posizione ostruzionistica nei confronti della suddetta progettualità di integrazione. In questo lavoro si cercherà di esaminare tale posizione alla luce dei sempre più stretti legami indo-israeliani.

 

Negli istanti immediatamente successivi alla creazione dell’entità sionista e del primo conflitto arabo-israeliano, David Ben Gurion (primo Primo Ministro sionista) impostò la politica estera del suo governo sulla ricerca del consenso in ambito internazionale. Circondato da Stati arabi più o meno ostili, Israele cercò di instaurare rapporti diplomatici con i Paesi immediatamente esterni a questa “cintura”: Turchia ed Europa mediterranea da un lato; l’Iran dello Scià e, ancora più in là, l’India, dall’altro lato. Da questa prima implementazione di quella che verrà definita come “dottrina periferica”, Israele non escluse neanche la ricerca di riconoscimento tra i Paesi africani o sudamericani. Tuttavia, da principio, il successo di tale operazione si limitò quasi esclusivamente a Turchia ed Iran. L’Italia, per quasi tutto il corso della cosiddetta “Prima Repubblica”, nonostante la sua adesione alla NATO, proseguì nella politica filoaraba che essa aveva ereditata dal Fascismo. E lo stesso discorso vale per la Grecia che, a causa dell’ostilità mostrata dai sionisti nei confronti delle comunità cristiano-ortodosse della Palestina, non tenne mai delle relazioni particolarmente amichevoli con Tel Aviv[1].

L’India, dal canto suo, pur avendo riconosciuto Israele già nel 1950, si mostrò particolarmente riluttante nell’assecondare il sionismo. A questo proposito non si può dimenticare la celebre affermazione di Gandhi del 1938: “La Palestina appartiene agli Arabi allo stesso modo in cui l’Inghilterra è degli Inglesi e la Francia dei Francesi”.

È solo a partire dal 1992 che i due Paesi hanno iniziato a formalizzare i loro rapporti con un sostanziale balzo in avanti nel momento in cui è salito al potere il Bharatiya Janata Party. Di fatto,  tra il 1992 ed il 2018 il commercio bilaterale tra India ed Israele è aumentato da 200 milioni di dollari a 5,84 miliardi. E, a partire dal 2014 (anno della salita al potere di Narendra Modi e del BJP), il 46% delle esportazioni israeliane di armamenti sono state indirizzate all’India[2]. Tuttavia, la cooperazione indo-israeliana non si è limitata al solo settore militare – dove Israele si è imposto come diretto rivale della Russia, le cui importazioni verso l’India sono crollate del 42% –  ma anche in ambiti più propriamente civili. A partire dal 2018, l’ente nazionale israeliano per l’acqua Mekorot  (tristemente noto per l’espropriazione forzata delle risorse idriche palestinesi) ha avviato, nell’ambito dell’India-Israeli Innovation Bridge, la sua collaborazione con alcuni Stati indiani per lo sviluppo e la gestione delle loro risorse idriche[3].

Questo rafforzamento delle relazioni diplomatico-commerciali tra i due Paesi, a più riprese esaltato dai cosiddetti think-tank atlantisti, avrebbe la sua origine in una presunta “condivisione di valori” (concetto a più riprese sostenuto dallo stesso Narendra Modi) tra le piattaforme ideologiche della “destra” sionista e del BJP[4]. Il Primo Ministro indiano,a questo proposito, si è spinto addirittura oltre, parlando di una “condivisa visione della democrazia”.

Questo punto merita un necessario approfondimento, per andare oltre gli autoreferenziali luoghi comuni che dipingono Israele come “l’unica democrazia del Vicino Oriente” e l’India come “la più grande democrazia del mondo”.

Alla base di questa “condivisa visione della democrazia” si potrebbe quasi individuare  un’interpretazione schmittiana di tale sistema politico. Carl Schmitt, infatti, mise in evidenza il fatto che la democrazia comporta necessariamente delle relazioni di inclusione-esclusione. Secondo il giurista tedesco, l’identità di una comunità politica e democratica dipende dalla possibilità di disegnare frontiere tra un ‘noi’ ed un ‘loro’. La stessa logica democratica implica, dunque, un momento di chiusura (l’imposizione di una frontiera), necessario per la costruzione/costituzione di un ‘demos‘ (popolo) omogeneo.

Tuttavia Schmitt, riferendosi essenzialmente all’ambito dei rapporti tra Stati ed alla tensione tra liberalismo e democrazia, non pensava assolutamente che tale processo di “costruzione/costituzione” potesse essere applicabile ad un’entità politica costruita come avamposto “occidentale” nel Vicino Oriente e ad un “popolo” (costituito da una complessa commistione di genti di etnie diverse che poco o nulla hanno a che fare con il biblico “popolo eletto”) che fonda la sua azione di rapina su di un presunto diritto divino ad esso non attribuibile; né tanto meno che la relazione di inclusione-esclusione potesse applicarsi (come nel caso indiano) all’interno della suddetta frontiera nei confronti di una parte “minoritaria”, comunque inseparabile dal resto della popolazione, che si riconosce in tutto e per tutto nella costituzione politica dello Stato e che, di conseguenza, non rappresenta per esso una minaccia.

Va da sé che questa impropria interpretazione di alcune categorie schmittiane e la presunta simpatia che membri del Rashtriya Swayamsevak Sangh (Società Nazionale Volontaria – gruppo paramilitare nato nel 1925 legato alla successiva formazione del BJP) nutrirono nei confronti delle Forze dell’Asse tra la fine degli anni ’30 e la conclusione del Secondo Conflitto Mondiale, ha portato all’altrettanto impropria associazione del Partito indiano al fascismo ed al nazionalsocialismo. A questo proposito, è bene sottolineare che diversi storici indiani, anche molto vicini alla RSS (che ha saputo ben infiltrarsi su più livelli all’interno della società indiana, fino ad assumere dimensioni gigantesche), hanno a più riprese sostenuto che nessuna prova dimostrerebbe il sostegno della RSS all’Asse e che queste “illazioni” sarebbero solo il prodotto di storici marxisti desiderosi di calunniare l’organizzazione. Al contrario, vi sarebbero ampie testimonianze del sostegno alla causa sionista[5] e della sostanziale inattività (diversamente da quanto fatto dal Presidente dell’Indian National Congress Subhas Chandra Bose con la formazione della celebre Indische Legion) di fronte alla presenza coloniale britannica in India.

È altresì bene ricordare che M. S. Golwakar (capo della Società Nazionale Volontaria a partire dal 1940) ha spesso enfatizzato, sulla base dell’ideologia hindutva, la necessità di rafforzare la cultura e la religione piuttosto che combattere gli Inglesi, sottolineando, nella sua  prospettiva, che le forme di nazionalismo antibritannico nuocessero alla “lotta per la libertà”[6].

Di fatto, l’hindutva (termine traducibile in “induità”) si fonda su una costruzione ideologica prettamente moderna che prevede tre pilastri portanti: a) la nazione comune (rashtra); b) la razza comune (jati); c) una cultura e civiltà comune (sanskriti)[7].

Sebbene il suo creatore (Vinayak Damodar Savarkar) si dichiarasse apertamente ateo, egli sosteneva che l’hindutva includesse al suo interno tutte le religioni “indiane” (induismo, giainismo, buddismo e sikhismo), intese propriamente come religioni originatesi nel subcontinente indiano, con la più che ovvia esclusione dell’Islam. Egli, infatti, era convinto che il reale nemico dell’India, più ancora del colonialismo britannico, fosse proprio l’Islam, considerato alla stregua di “fede dell’estraneo” nonostante la sua ultramillenaria presenza nel subcontinente[8].

Un simile approccio teorico, unito ai rapporti sempre complessi tra India e Cina, si presta in maniera ad essere inglobato all’interno di quello schema dello “scontro delle civiltà” che vede nel potenziale asse “islamico-confuciano” la minaccia esistenziale per l’“Occidente” ed i suoi alleati. Ed è sempre sulla base di queste presunte affinità ideologiche che si è costruito il rapporto odierno tra India ed Israele. Già nei primi anni ’20 il citato Savarkar affermò: “Se i sogni sionisti saranno mai realizzati – se la Palestina diverrà uno Stato ebraico – questo ci renderà felici quasi quanto i nostri amici ebrei”[9].

Un rapporto, quello odierno, che ha portato il Presidente israeliano Reuven Rivlin a definire la collaborazione con l’India in termini di “asset” strategico[10]. Tale relazione, ovviamente, ha portato ad un sostanziale riorientamento della politica estera indiana.

È noto che l’India ha drasticamente tagliato le sue importazioni di greggio dall’Iran, sia prima sia dopo l’imposizione del nuovo regime sanzionatorio alla Repubblica Islamica, affermando al contempo non di voler cancellare tale rapporto commerciale, ma di voler attuare una diversificazione tra i suoi fornitori. Più o meno con la medesima motivazione, il governo indiano (nonostante si dichiari ancora interessato al progetto) ha tagliato di oltre 2/3 gli investimenti previsti per lo sviluppo e ampliamento del porto iraniano di Chabahar: terminale di fondamentale importanza per il progetto del NSTC – North South Transport Corridor, che dovrebbe collegare l’India alla Russia attraverso l’Iran e l’Azerbaigian e garantire un’alternativa più rapida al Canale di Suez[11].

Il taglio suddetto è coinciso con l’interesse indiano a partecipare al progetto israeliano del Trans-Arabian Corridor, volto a connettere il Mediterraneo orientale all’Oceano Indiano[12]. È evidente che la realizzazione di tale progetto trasformerebbe l’India in una sorta di pivot israeliano in Oriente e, al contempo, nel principale strumento per implementare la politica anticinese (e più in generale antieurasiatica) di Washington nell’area. Ed è altrettanto evidente il motivo per cui le monarchie del Golfo, negli ultimi tempi, stanno spingendo verso la formalizzazione delle relazioni diplomatiche con Israele (oltre ai già ampiamente avviati rapporti in termini di intelligence).

Un simile riposizionamento, accompagnato da una sostanziale intensificazione nei rapporti tra India ed Arabia Saudita[13], spiegherebbe la partecipazione indiana al pattugliamento dello Stretto di Hormuz (sebbene al di fuori della coalizione USA)[14] e le esercitazioni militari congiunte USA-India, conseguenti alla firma di un accordo di difesa tra i due Paesi[15].

La posizione dell’Iran rispetto a questo “rovesciamento” è apparsa quasi subito decisa. Teheran ha infatti recentemente invitato il Pakistan a partecipare alle esercitazioni militari congiunte con Russia e Cina che si terranno nella medesima regione (a partire dal 27 dicembre) ed ha a più riprese espresso la volontà (contraccambiata) di incentivare la cooperazione militare con Islamabad[16]. Più complessa rimane la posizione sia del Pakistan sia della stessa Russia.

Il primo, nonostante le enormi potenzialità geopolitiche, rimane ancora sottoposto ad una condizione di sudditanza nei confronti dell’Arabia Saudita, posizione che l’ha portato a svolgere un ruolo nefasto nella regione nel corso degli ultimi quarant’anni: una sorta di “cattività geopolitica” che non gli consente di esprimere completamente le proprie potenzialità geografiche, demografiche ed economico-strategiche[17]. Quanto alla Russia – che ha storicamente costruito sull’asse con Nuova Delhi la sua presenza nell’area – essa, di fronte alla prospettiva di veder vanificato il suo collegamento diretto con l’Oceano Indiano, potrebbe aprire ad una connessione con il CPEC – China Pakistan Economic Corridor (progetto centrale nella costruzione della Nuova Via della Seta) attraverso l’instabile Afghanistan.

Ciò spiegherebbe da un lato l’attivismo russo nel favorire una rapida soluzione diplomatica del conflitto afgano ed il ritiro del contingente militare a guida nordamericana dal Paese centroasiatico; dall’altro, spiegherebbe i continui tentennamenti di Washington circa l’opportunità del ritiro e l’interesse indiano a fare in modo che ciò non si verifichi in tempi brevi e mai in modo totale.


NOTE

[1]    Appare quasi paradossale come oggi tale situazione si sia sostanzialmente capovolta con Italia e Grecia che rappresentano i principali alleati israeliani nella regione mediterranea; la Turchia che mostra una perniciosa ambiguità nei confronti di Tel Aviv che viene facilmente superata nel momento in cui gli interessi geopolitici coincidono (si veda il caso siriano); e l’Iran che, con la Rivoluzione Islamica, si è trasformato da principale alleato a nemico esistenziale del sionismo.

[2]    G. Wermenbol, A passage to India: Israel’s pivot East, www.atlanticcouncil.org.

[3]    Il medesimo ente israeliano è stato coinvolto dal governo brasiliano di Jair Bolsonaro per il progetto di privatizzazione delle acque del Rio delle Amazzoni.

[4]    India, Israel share and value same principles of democracy, www.economictimes.indiatimes.com.

[5]    D. Mishra, Rashtriya Swayamsevak Sangh and its views on Israel, www.jpost.com.

[6]    D. Ludden, Contesting the Nation: Religion, Community, and the Politics of Democracy in India, University of Pennsylvania Press 1996, p. 274.

[7]    C. Jaffrelot, Hindu Nationalism. A Reader, Princeton University Press 2007, pp. 14-15.

[8]    S. Arvid, On Hindu, Hindustan, Hinduism and Hindutva, Numen – International Review for the History of Religions, vol. 49, N. 1/2002.

[9]    S. Bose, Why India’s Hindu nationalists worship Israel’s nation-state model, www.theconversation.com.

[10]  Indo-Israel security cooperation a strategic asset: Rivlin, www.economictimes.indiatimes.com.

[11]  G. Mohan, India committed to Chabahar port despite budgt slash from Rs 150 crore to Rs 45 crore, www.indiatoday.in.

[12]  The Indo-Israeli Trans-Arabian Corridor will push Russia closer to Pakistan, www.oneworld.press.

[13]  Si vedano a questo proposito, A. Handjani, Saudi Arabia has big plans in India, www.foreignpolicy.com; V. Koura, India and Saudi Arabia move beyond energy, www.thediplomat.com. A ciò si fa riferimento anche nell’articolo apparso sul numero 4/2019 di “Eurasia” Il peso geostrategico del Kashmir e l’ambiguo ruolo dell’India.  Non è da sottovalutare il fatto che sauditi, indiani e israeliani si siano accordati per il passaggio sullo spazio aereo saudita dei voli diretti di Air India verso Israele.

[14]  America’s new strategic ally: India’s naval deployment to the Persian Gulf. Directed against Iran?, www.globalresearch.ca. Tale partecipazione sarebbe rivolta sia a proteggere gli investimenti indiani nel Golfo sia a migliorare la cooperazione militare con gli USA.

[15]  Si veda US military makes bold statement in first-of-its-kind exercise with India, www.military.com.

[16]  Iran invites Pakistan to join Maritime Security Belt War-Game in Indian Ocean, www.mehrnews.com; Iran, Pakistan discuss boosting military cooperation, www.xinhuanet.com.

[17]  In questo contesto rientra il rifiuto pakistano (arrivato all’ultimo minuto su pressione saudita) alla partecipazione al summit del mondo musulmano recentemente tenutosi a Kuala Lumpur in Malesia.

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Daniele Perra
Daniele Perra a partire dal 2017 collabora attivamente con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e con il relativo sito informatico. Le sue analisi sono incentrate principalmente sul rapporto che intercorre tra geopolitica, filosofia e storia delle religioni. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, ha conseguito nel 2015 il Diploma di Master in Middle Eastern Studies presso ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Nel 2018 il suo saggio Sulla necessità dell’impero come entità geopolitica unitaria per l’Eurasia è stato inserito nel vol. VI dei “Quaderni della Sapienza” pubblicati da Irfan Edizioni. Collabora assiduamente con numerosi siti informatici italiani ed esteri ed ha rilasciato diverse interviste all’emittente iraniana Radio Irib. È autore del libro Essere e Rivoluzione. Ontologia heideggeriana e politica di liberazione, Prefazione di C. Mutti (NovaEuropa 2019).