Negli ultimi anni le relazioni diplomatiche tra India e Giappone sono state contraddistinte dall’attenzione posta sulla possibile cooperazione energetica tra i due paesi. A questo proposito lo scorso 8 aprile si è verificato un importante incontro tra il segretario del ministero degli esteri indiano Nirupana Rao e il viceministro degli esteri giapponese Kenichiro Sasae, con al centro delle discussioni le tematiche energetiche riguardanti il nucleare, considerato anche il difficile momento che sta attraversando il Giappone in seguito alle conseguenze dello tsunami del marzo scorso.

Il dialogo indo-giapponese dell’ultimo decennio verte essenzialmente su tre grandi questioni, collegate a interessi politici, economici, strategici e militari. La prima si sofferma sulla già citata possibile cooperazione sul nucleare civile; la seconda concerne la partnership economica tra i due paesi, sancita dalla firma lo scorso 15 febbraio del CEPA (Comprehensive Economic Partnership Agreement); la terza verte sulla probabile riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con i due paesi alleati nel richiedere la trasformazione di tale organismo e la propria conversione in membri permanenti. La continuazione del dialogo sulla cooperazione nucleare rappresenta una conferma del recente avvicinamento tra Tokio e Delhi sulle questioni energetiche, il quale comporterà nell’immediato importanti conseguenze a livello economico, ma anche significative implicazioni geopolitiche in Asia Meridionale, nel sud-est asiatico e nel Pacifico.

La cooperazione nucleare tra India e Giappone. I risvolti economici.

Durante la Guerra Fredda le relazioni diplomatiche tra India e Giappone non erano particolarmente intense, a causa dei vincoli imposti dalla logica dei rispettivi blocchi d’appartenenza e al maggior interesse indiano per l’Asia occidentale e le controversie lungo i confini con il Pakistan e la Cina. In seguito al crollo dell’Unione Sovietica, le relazioni tra Tokio e Delhi mutarono, ma il graduale miglioramento dei rapporti fu bruscamente interrotto durante i test nucleari indiani del 1998, duramente condannati dal Giappone. L’ultimo decennio è stato invece caratterizzato da una decisiva ripresa delle relazioni bilaterali indo-giapponesi, nel corso degli anni sempre più intense e contraddistinte da significative intese economiche. Il definitivo superamento delle difficoltà nel dialogo tra India e Giappone è avvenuto nel dicembre 2006, durante la visita del primo ministro indiano Manmohan Singh a Tokio con la firma di importanti accordi economici, tra i quali il Joint Statement Towards Japan-India Strategic and Global Parternship. Gli investimenti giapponesi in India sono in continua crescita, ma il legame tra i due paesi non investe solamente ambiti di carattere economico, dal momento che esiste una significativa cooperazione anche nel campo militare. Nel 2007 le Jieitai, le forze di autodifesa giapponesi (JSDF), hanno partecipato a un’esercitazione navale congiunta nelle acque dell’Oceano Indiano, denominata Malabar 2007, assieme alle marine militari indiana, australiana, statunitense e quella di Singapore.

Il miglioramento del rapporto tra India e Giappone è dovuto a forti interessi di tipo economico. Da questo punto di vista esiste una complementarietà tra il sistema giapponese e quello indiano. Il Giappone, dopo il recente sorpasso cinese, è la terza economia del pianeta, con un’elevata quantità di capitali da investire e un sistema tecnologico di primo livello; l’economia giapponese però è allo stesso tempo in lento declino e si trova in una fase di criticità, accentuata dal recente tsunami. L’India, invece, sta attraversando un periodo di intensa crescita economica, con una considerevole richiesta di investimenti stranieri e innovazione tecnologica. Il tessuto sociale indiano è caratterizzato da un gran numero di giovani istruiti e qualificati, in grado di poter integrare il segmento di popolazione giapponese adibita al medesimo tipo di professione, allo stesso tempo con stipendi ed età decisamente inferiori. La recente intenzione giapponese di avviare un dialogo con la controparte indiana al fine di concludere degli accordi riguardanti il nucleare civile si collega alle esigenze di crescita economica e imprenditoriale di Tokio che include l’aumento dell’esportazione di tecnologia e infrastrutture all’estero, tra cui appunto il know how giapponese sul nucleare. Il Ministero dell’economia, del commercio e dell’industria ha istituito a questo proposito l’International Atomic Energy Company con l’obiettivo di formare una piattaforma centralizzata per aumentare la competitività giapponese a livello internazionale e poter ottenere gli appalti per la progettazione e costruzione di centrali nucleari all’estero, con una considerazione particolare nell’ultimo anno per Emirati Arabi Uniti, Giordania e India.

La pressione giapponese al fine di concludere degli accordi sulla cooperazione nucleare deriva anche dal fatto che alcune società statunitensi e francesi hanno vinto degli appalti in India per la prossima costruzione di centrali nucleari. Le due società americane, la General Electric e la Westinghouse Electric Company, che hanno firmato i contratti per la creazione di siti nucleari in Gujarat e in Madhya Pradesh sono parzialmente o interamente proprietà di aziende giapponesi. Nel 2006 l’Hitachi ha acquistato una quota del 40% in joint venture internazionale della G.E., mentre la Toshiba Corporation ha pienamente acquisito nello stesso anno la Westinghouse Electric Company. Inoltre, la Mitsubishi Company per l’energia nucleare ha acquisito una quota del 30% dell’azienda francese Avera nel 2008, la quale ha firmato un contratto per la realizzazione di una centrale nucleare a Jaitapur, nello Stato indiano di Maharashtra. Le società americane e francesi firmatarie dei contratti non possono tuttavia utilizzare la tecnologia giapponese, vista la messa in atto da parte di Tokio della legge del 1976 che vieta il trasferimento di tecnologia nucleare all’estero. In definitiva senza un accordo sul nucleare civile tra India e Giappone e un allentamento di tale divieto, le società in questione non potranno utilizzare il know how nucleare giapponese necessario. La Japan Steel Works produce il materiale utilizzato sia da Avera che dalla G. E. per la realizzazione dei reattori; la stessa G. E. riceve numerosi componenti anche dall’Hitachi Ltd. Dal punto di vista economico un accordo tra Delhi e Tokio è valutato pertanto di vitale importanza per le aziende giapponesi che hanno partecipazioni o l’intera proprietà di società statunitensi e francesi impegnate nella costruzione di centrali nucleari in India.

Un ulteriore indicativo stimolo all’accelerazione giapponese degli ultimi anni per la firma di un accordo sul nucleare civile è legato agli interessi economici della Corea del Sud in India, notevolmente cresciuti nell’ultimo decennio. Nel gennaio 2010 fu siglato tra le autorità sudcoreane e indiane un accordo di cooperazione economico (CEPA). Seoul ha dimostrato nell’ultimo anno un crescente interesse per consolidare il proprio rapporto con Delhi, avviando anche un dialogo per una possibile cooperazione nucleare con l’India. Nel corso della prima metà del 2010 si è registrato un aumento del 70% del volume di scambi tra i due paesi e, per quanto riguarda il campo dell’elettronica, le società sudcoreane hanno scalzato la concorrenza delle aziende giapponesi del settore nel vasto mercato indiano. Seoul ha già ottenuto degli appalti per la realizzazione di progetti legati al nucleare civile negli Emirati Arabi Uniti, sconfiggendo la competizione di Tokio nell’area. Vista la crescente influenza economica sudcoreana in Medio Oriente e in India, le società giapponesi, per non perdere il lucroso mercato indiano e i possibili ingenti profitti derivati dal nucleare civile, hanno intensificato le pressioni sul governo e sul Ministero dell’economia, del commercio e dell’industria affinché il Giappone si accordi con l’India per la cooperazione nucleare. Oltre al campo energetico, gli investimenti giapponesi nel mercato indiano sono sempre più crescenti nei settori automobilistico, farmaceutico e quello legato alle telecomunicazioni e saranno sempre più cospicui grazie alla recente firma del CEPA tra i due paesi. Un esempio concreto del recente attivismo di Tokio in India sono visibili, ad esempio, nella diretta partecipazione alla creazione del corridoio industriale tra Delhi e Mumbai, realizzato grazie a considerevoli investimenti giapponesi. Da questa prospettiva sembra, dunque, che il dialogo indo-giapponese sull’energia nucleare non avrà intoppi. In realtà esiste un rilevante ostacolo rappresentato dal fatto che l’India è uno Stato dotato di armi nucleari, ma allo stesso tempo non firmatario del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) e del Trattato di bando complessivo dei test nucleari (CTBT), un tema molto sentito nell’opinione pubblica giapponese. Le autorità di Tokio sostengono che è necessaria per la buona riuscita dell’accordo la firma da parte indiana del TNP e del CTBT, ma Delhi non sembra disposta ad accettare questo vincolo, ponendo un importante freno alla cooperazione nucleare tra i due paesi. Dal momento però che l’accordo sul nucleare civile indo-giapponese rappresenta gli interessi di importanti e influenti gruppi industriali giapponesi, ma anche francesi e statunitensi, bisognerà attendere gli sviluppi futuri per comprendere se i risvolti economici e strategici della questione prevarranno sulle preoccupazioni dell’opinione pubblica giapponese.

Le motivazioni geopolitiche.

La collaborazione tra India e Giappone riguardante il nucleare civile e i diversi ambiti economici è legata a ulteriori importanti questioni militari, strategiche e geopolitiche. Una chiave di lettura adatta a spiegare il miglioramento delle relazioni indo-giapponesi è rappresentata dalla comune percezione negativa dell’ascesa economica, politica e militare cinese. Delhi e Tokio considerano con preoccupazione la crescita dell’influenza cinese in Asia, in particolar modo nel sud-est asiatico e nell’area attorno al subcontinente indiano. Secondo la visuale indiana e giapponese, dal 2009 le priorità per la politica estera cinese sono state individuate nella difesa aggressiva dei propri interessi in alcune zone considerate di vitale importanza per politica estera di Pechino. La Cina ha aumentato il proprio attivismo navale nel Mar Cinese Meridionale e nel Mar Cinese Orientale in difesa delle proprie rotte commerciali, ha rafforzato la propria influenza all’estero, in particolar modo in Asia centrale e in Pakistan, attraverso l’assistenza militare e nucleare. L’allarmismo da parte dell’India, nonostante siano in costante crescita i legami economici tra i due paesi e la cooperazione in politica estera, è legato soprattutto all’aumentare del dinamismo cinese in alcune aree considerate storicamente da Delhi appartenenti alla propria sfera d’influenza, come lo Sri Lanka e il Bangladesh. Tra Delhi e Pechino sono ancora in ballo le comuni rivendicazioni su parte del Kashmir così come il sostegno cinese alle valutazioni pakistane sul carattere di controversia internazionale pendente sullo Stato indiano di Jammu e Kashmir. Il mancato abbandono della politica dei visti cinesi rilasciati ai cittadini dello stesso Stato, nonostante le vivaci proteste indiane, la disputa sulla tematica tibetana e il sostegno di Delhi al Dalai Lama, nonché le tensioni su diverse zone del lungo confine tra i due paesi, in particolare sull’Aruchanal Pradesh, area di ricca di minerali, carbone e zinco, sono altri motivi di contrasto. Le controversie sino-indiane sono particolarmente vivaci anche in campo marittimo, nell’Oceano Indiano e nel Mar Cinese Meridionale. Sia Pechino che Delhi stanno cercando di incrementare la propria influenza economica, strategica e militare nelle aree in questione ed entrambi i paesi osservano con preoccupazione la reciproca ascesa. Se Delhi valuta negativamente la presenza cinese nell’Oceano Indiano, allo stesso tempo la Cina considera pericolosamente l’avanzata indiana nelle aree di proprio interesse geopolitico, come il Mar Cinese Meridionale e lo stretto di Malacca. In questo quadro di tensioni indo-cinesi entrano in gioco anche gli interessi degli Stati Uniti, ancora oggi potenza navale dominante dell’Oceano Pacifico e del sud-est asiatico, ma che potrebbe essere molto probabilmente superata dalla Cina nell’immediato futuro. A questo proposito, i legami economici e la cooperazione sul nucleare tra India e Stati Uniti, nonché la retorica statunitense sul favorire la preminenza indiana nell’Oceano Indiano possono essere valutati come un tentativo da parte di Washington di ottenere l’appoggio di Delhi per i propri interessi, avendo come fine l’arresto dell’ascesa economica e militare cinese nel Pacifico e nel sud-est asiatico, ricercando un equilibrio strategico a proprio vantaggio nell’area.

Per quanto riguarda il Giappone, nonostante i proficui rapporti economici esistenti con la Cina, le dispute territoriali con Pechino sono diverse. A questo proposito la disputa sulle isole Senkaku, secondo i cinesi Diao Yu, attualmente amministrate dal Giappone, ha comportato lo scorso settembre un ulteriore scontro diplomatico tra i due paesi, a seguito di una collisione tra un’imbarcazione da pesca cinese e due unità della guardia costiera giapponese. I rapporti tra i due paesi sono caratterizzati da un continuo richiamo al nazionalismo; nella memoria collettiva cinese è ancora molto forte il sentimento di sfiducia e avversione nei confronti del Giappone, diretta derivazione dell’aggressione subita durante la Seconda guerra mondiale. Oltre alla storica rivalità, il controllo delle risorse energetiche dell’area attorno alle isole contese, ricche di petrolio e gas naturale, rappresenta per entrambi i paesi un’ulteriore fondamentale fonte di scontro. Il potenziale controllo delle isole garantirebbe alla Cina l’accesso alle risorse strategiche e consentirebbe la messa in atto delle linee base per la creazione della Zona Economica Esclusiva (ZEE) di Pechino nel Mar Cinese Meridionale. Area in cui il Giappone ha recentemente assegnato i diritti di esplorazione del gas a imprese private in modo da controbilanciare la presenza della Cina, la quale a sua volta ha avviato le perforazioni del giacimento di gas naturale di Chunxiao, situato a ridosso delle aree contese tra Pechino e Tokio.

Il rapporto tra India e Giappone e la Look East Policy indiana.

L’accelerazione nell’ambito delle relazioni indo-giapponesi con interessi legati ai settori economico, energetico e militare può essere interpretata nell’ottica di una particolare strategia adottata dall’India in politica estera negli ultimi vent’anni, la cosiddetta Look East Policy. Avviata dal primo ministro PV Narasimha Rao in seguito al crollo dell’Unione Sovietica e al cambiamento delle strategie diplomatiche indiane dopo la fine dei vincoli imposti dalle sfere d’influenza durante la Guerra Fredda, era inizialmente concepita per soddisfare solamente interessi economici ed era limitata all’area del sud-est asiatico. Questa strategia si è trasformata con il passare degli anni in un metodo diplomatico con importanti implicazioni politiche, militari e geostrategiche, seguendo criteri che consideravano propizia anche la partnership con i paesi dell’estremo oriente. Fin dagli anni successivi all’indipendenza, l’India non considerava particolarmente fruttifere le relazioni con i paesi del sud-est asiatico o dell’estremo oriente. Le riforme economiche e le liberalizzazioni avvenute a partire dal 1991 hanno permesso la crescita economica del paese, ancora oggi in corso, offrendo allo stesso tempo nuove opportunità per l’economia indiana. All’inizio degli anni ’90 fu considerata con crescente interesse l’opportunità di favorire l’integrazione economica tra gli Stati del sud-est asiatico con l’India. Questo tipo di politica economica, contraddistinta da una serie di accordi di libero scambio con diversi paesi del sud-est asiatico, ha favorito la trasformazione e la crescita dell’economia indiana, ma, allo stesso tempo, ha giovato all’incremento dell’influenza di Delhi nell’area. L’India nel corso degli ultimi cinque anni ha siglato importanti accordi di cooperazione economica e libero scambio con la Tailandia, il Vietnam, l’Indonesia, la Malesia, Myanmar, Singapore e più recentemente anche con Corea del Sud e Giappone. La Tailandia è il primo paese dell’ASEAN ad aver firmato con Delhi nel 2003 un accordo economico bilaterale di libero scambio. La Malesia, escludendo la Cina e l’ASEAN, è il principale partner economico dell’India ed è probabile nell’immediato futuro l’ampliamento della cooperazione tra i rispettivi eserciti e marine militari. Gli investimenti indiani in Malesia sono cospicui e riguardano essenzialmente il settore informatico, la biotecnologia, i trasporti, le comunicazioni, il campo energetico e le costruzioni. Dal 2005 l’India ha anche un importante legame con l’ASEAN, a coronamento della politica di avvicinamento indiano all’associazione dei paesi del sud-est asiatico intrapresa a partire dal 1993, culminata con la recente costituzione dell’organismo internazionale ASEAN + 6. L’organizzazione è composta, nonostante i malumori cinesi per la presenza indiana, da Delhi, i paesi membri dell’ASEAN, più Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. L’Indonesia è stato il principale Stato membro a sponsorizzare un deciso miglioramento dei rapporti tra l’ASEAN e l’India.

Una possibile chiave di lettura dell’interesse indiano per la cooperazione con il Giappone è dunque strettamente collegata alla politica di espansione dell’influenza economica di Delhi verso oriente. L’attivismo di Delhi verso est può essere valutato anche come una possibile risposta all’ascesa militare ed economica cinese, alla ricerca di un sistema di sicurezza strategica nei confronti della Cina. Non si tratta, infatti, solamente di trattati e accordi economici, ma anche di intese legate ai settori delle telecomunicazioni, dei trasporti, alla cooperazione marittima e alla comune difesa in Asia e nel Pacifico. Delhi ha avviato delle discussioni a riguardo oltreché con il Giappone, anche con Tailandia, Vietnam, Indonesia, Singapore, Australia e Filippine. Per quanto concerne la politica estera indiana di contrapposizione nei confronti dell’ascesa cinese nell’area del sud-est asiatico e del Pacifico possono essere ricordati il BIMSTEC (the Bay of Bengal Multi-sectoral Techinical and Economic Cooperation) e il MGC (Mekong-Ganga Cooperation). Si tratta di organizzazioni regionali di cooperazione economica sorte da iniziative indiane con la voluta esclusione della Cina al fine di controbilanciare l’influenza sempre più forte di Pechino nell’ASEAN. Il BIMSTEC vede la partecipazione di India, Bangladesh, Myanmar, Sri Lanka, Tailandia e Bhutan ed ha come obiettivo prioritario la cooperazione economica tra i paesi membri in diversi settori, come ad esempio la collaborazione commerciale, industriale, agricola, energetica, tecnologica, turistica e nel campo delle telecomunicazioni e dei trasporti. I paesi membri del MGC assieme all’India sono Tailandia, Cambogia, Laos, Vietnam e Myanmar; l’organismo ha come obiettivo di base la collaborazione tra i paesi membri nel turismo, nella cultura, nell’educazione e nel settore delle comunicazioni e dei trasporti. Uno dei progetti più importanti del MGC è, ad esempio, l’ambizioso progetto volto alla realizzazione di un’autostrada che colleghi Singapore a Delhi, passando attraverso Kuala Lumpur, Ho Chin Minh, Phnom Penh, Bangkok, Vientiane, Yangon, Mandalay, Dhaka e Calcutta. La Look East Policy è vista, inoltre, a Delhi come una possibile occasione per lo sviluppo economico e sociale degli Stati indiani del nord-est, attraverso la cooperazione e l’integrazione economica con gli Stati confinanti, innanzitutto il Bangladesh e il Myanmar, nonché con i restanti paesi membri dell’ASEAN. Tra i progetti per il rilancio del nord-est indiano, oltre ai già citati progetti del BIMSTEC e del MGC, sono in corso i piani per la realizzazione di nuovi collegamenti ferroviari tra il nord-est indiano e i paesi del sud-est asiatico e la costruzione di un gasdotto che unisca i giacimenti di gas naturale in Myanmar a Calcutta, passando attraverso il territorio bengalese. Contemporaneamente all’attivismo di Delhi nel sud-est asiatico e in Asia orientale, Pechino osserva con preoccupazione la politica del “guardare a est” indiano, percepita come una potenziale volontà di accerchiamento della Cina. Nonostante i legami economici tra i due Stati siano molto forti e ben più importanti della cooperazione con altri paesi, se si pensa ad esempio alla differenza tra il volume d’affari che l’India ha con la Cina rispetto a Tokio, e permanga una comune visione di alcune tematiche d’interesse globale, vedi il recente conflitto in Libia, il futuro dell’area Asia-Pacifico sarà dunque caratterizzato dalla crescente contrapposizione e competizione tra le due potenze asiatiche.


* Francesco Brunello Zanitti è dottore in Storia della società e della cultura contemporanea (Università di Trieste).

Articolo precedente

M. Ciancimino: "Gli USA dietro alla Mafia"

Articolo successivo

Il Sud America e i Caraibi sono lo scenario in cui i paesi del BRICS sfidano gli USA