Le Isole Curili sono uno dei luoghi più remoti della Russia. L’arcipelago, composto da isole vulcaniche disposte ad arco tra l’isola giapponese di Hokkaido (da dove è possibile vedere alcune delle isole più meridionali) e la penisola russa della Kamčatka e oggi appartenente per intero alla Federazione Russa, è quasi interamente spopolato (la densità di popolazione non raggiunge l’abitante per chilometro quadrato nelle isole più settentrionali, mentre sale a “ben” sei in quelle più a sud), anche per la sensibilità dell’area a terremoti e tsunami, e i pochi insediamenti hanno l’aspetto di avamposti di frontiera. Estremamente difficili da raggiungere, le isole sono un paradiso per chi cerca luoghi deserti e ambienti naturali praticamente incontaminati.

Originariamente abitate da Ainu, un gruppo etnico che un tempo popolava l’intero arcipelago giapponese e l’isola di Sachalin ma oggi quasi interamente assimilato alle popolazioni giapponese o russa, nel corso del Seicento le isole divennero parte del Giappone. Quest’annessione, però, fu soltanto nominale e non impedì né il permanere della traccia di questa presenza ancestrale nei toponimi, né la fondazione di insediamenti russi nelle stesse a partire dal Settecento. Le prime schermaglie tra la Grande Madre e il Sol Levante per il controllo delle isole avvennero nel 1811, quando l’ammiraglio russo Vasilij Golovnin, durante una spedizione esplorativa presso l’isola di Kunašir (in giapponese Kunashiri), fu catturato dai Giapponesi; stessa sorte toccò l’anno successivo a un mercante nipponico, catturato per ritorsione. Successivamente i due furono liberati e i due imperi iniziarono le trattative per il possesso delle isole[1]. Golovnin, in seguito, raccontò la sua esperienza in un racconto che stimolò un forte interesse per il Sol Levante negli Stati Uniti e in Europa[2].

Nel 1855 Russia e Giappone sottoscrissero il Trattato di Habomai, con cui le isole vennero divise tra i due Paesi. Quelle più meridionali, ossia Kunašir, Iturup (in giapponese Etorofu), Šikotan (in giapponese Shikotan) e le Chabomaj (in giapponese Habomai), passarono al Giappone; le altre, invece, furono annesse alla Russia. Vent’anni dopo i due Paesi sottoscrissero un nuovo accordo a San Pietroburgo, a seguito del quale l’intero arcipelago passò al Giappone in cambio della rinuncia a ogni pretesa su Sachalin, che così passò alla Russia[3]. Negli anni seguenti, tuttavia, le tensioni russo-giapponesi sarebbero continuate, con il Giappone che vedeva con sospetto l’attivismo russo in Corea e la conquista russa della Manciuria, considerandoli come il preludio di una possibile avanzata verso l’arcipelago giapponese, e nel 1904 la flotta del Sol Levante attaccò senza preavviso la base russa di Port Arthur (attuale Lüshun), in Manciuria[4]. Fu l’inizio della Guerra Russo-Giapponese. I russi si difesero con vigore, ma le sorti della guerra volsero comunque a favore del Sol Levante: Port Arthur capitolò dopo un assedio durato 154 giorni, e le truppe giapponesi, meglio organizzate e ormai confidenti nella propria forza a dispetto delle pesanti perdite inflittegli dai Russi, infierirono una sonora sconfitta alle truppe dello Zar a Shenyang (allora Mukden). Stessa sorte toccò alla flotta russa presso lo stretto di Tsushima[5]. Nel 1905, un anno dopo l’inizio della guerra, la Russia fu costretta a gettare la spugna. Il prezzo da pagare fu piuttosto alto: la metà meridionale dell’isola di Sachalin fu ceduta al Giappone, al pari della Corea e della Manciuria, mentre il possesso delle Curili sembrava essere soltanto un lontano ricordo.

Nel 1939, in un contesto di alta tensione tra i due Paesi, Giappone e URSS decisero di firmare un patto di non aggressione, ma il 22 luglio 1945, quando le ambizioni imperiali nipponiche erano ormai fallite ma il Giappone continuava a rifiutarsi di issare bandiera bianca, la Russia gli dichiarò guerra ed ebbe un ruolo importante nel costringere il Paese alla resa incondizionata[6]. Uno dei motivi che portarono la Russia a scendere in guerra fu la promessa di potersi riprendere le Curili e la parte meridionale di Sachalin fatta dagli Alleati durante la Conferenza di Jalta. Il passaggio all’URSS di questi territori e la rinuncia di ogni pretesa giapponese sugli stessi furono suggellati dal Trattato di San Francisco del 1951[7]. Ma, se la rinuncia di Sachalin e delle Curili settentrionali è stata da tempo accettata dal Giappone, non lo stesso si può dire per quelle quattro Curili meridionali che anche tra il 1855 e il 1875 furono parte del Sol Levante e non della Grande Madre. Perché?

Sebbene il Trattato di San Francisco parlasse chiaramente di “rinuncia alle Isole Curili” da parte del Giappone, già alla stipula dello stesso gli Stati Uniti suggerirono a Tokyo di rivolgersi alla Corte Internazionale di Giustizia qualora si fosse trovata in disaccordo sulla cessione di Šikotan e delle Chabomaj. Riguardo alle altre due isole oggetto dell’attuale contenzioso, ovvero Kunašir e Iturup (le quali peraltro costituiscono la maggior parte del territorio conteso tra Mosca e Tokyo), fu lo stesso Ministro degli Esteri giapponese, durante un’interrogazione parlamentare dell’ottobre del 1951, a riconoscere la loro inclusione nel novero delle isole cedute all’Unione Sovietica. Giappone e URSS, però, non avevano ancora firmato un trattato di pace formale, e durante i colloqui del 1956 tra i due Paesi il governo nipponico passò dalla rivendicazione di Šikotan e Chabomaj a quella di tutte e quattro le Curili meridionali, invocando l’apertura di una conferenza internazionale sul tema. Il Cremlino rifiutò la proposta giapponese sulla conferenza internazionale e acconsentì alla cessione delle sole Šikotan e Chabomaj, e il Giappone, riconoscendo l’infondatezza delle sue pretese, si preparò alla sottoscrizione del trattato di pace. Ma Washington fece fallire l’accordo[8], e a tutt’oggi i due Paesi non hanno ancora sottoscritto un trattato di pace[9].

A spiegare l’innalzamento del tiro giapponese è in parte la pretesa, alquanto debole, secondo cui le quattro Curili meridionali, non avendo mai fatto parte della Russia, non potevano essere incluse nel novero delle isole cedute all’Unione Sovietica. Tuttavia la motivazione autentica va individuata nella situazione geopolitica dell’epoca, caratterizzata dall’acuirsi dello scontro tra USA e URSS nell’ambito della Guerra Fredda. Per evitare che un Paese già allora ricco e sviluppato come quello del Sol Levante si avvicinasse all’orbita del Cremlino, infatti, era nell’interesse degli Stati Uniti mantenere alta la tensione tra i due Paesi, e secondo quanto rivelato da documenti segreti resi noti nel 1991 l’allora Segretario di Stato americano John Foster Dulles aveva persino minacciato Tokyo di non restituire Okinawa qualora il Giappone avesse rinunciato alle proprie pretese su Kunašir e Iturup[10].

Nei decenni successivi, e in particolare a seguito della fine della Guerra Fredda, le relazioni russo-giapponesi hanno vissuto un netto miglioramento. Questa schiarita passa sia attraverso atti simbolici, come le scuse al governo nipponico dell’ex Presidente russo Boris El’cin per il maltrattamento dei prigionieri di guerra giapponesi detenuti nell’Unione Sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale, sia attraverso atti materiali, come lo sviluppo delle relazioni economiche e commerciali tra i due Paesi. Risale alla fine del 2012 la notizia secondo cui un consorzio di imprese giapponesi è interessato alla costruzione di un gasdotto tra Sachalin, sede di importanti giacimenti di gas naturale, e il Giappone[11]. Il Cremlino ha inoltre offerto assistenza al Giappone nel difficile periodo seguito al terremoto e al conseguente maremoto del marzo 2011[12], e ogni estate 250 bambini residenti nella zona di Fukushima ricevono ospitalità a Sachalin per le vacanze[13]. Resta comunque il fatto che il Giappone è un Paese fortemente russofobo (un sondaggio del Pew Research Centre rivela come il 72% dei Nipponici ha un’opinione negativa della Russia[14]) e che, a distanza di oltre cinquant’anni, la disputa sulle Curili resta ancora in sospeso.

Gli ultimi anni, comunque, hanno visto un’alternanza tra momenti di tensione e momenti di distensione, e la volontà di raggiungere un compromesso sembra non essere mai venuta meno. La Russia si dimostra disposta alla restituzione di Šikotan e delle Chabomaj, come dichiarato da Putin nel 2001[15], e nel 1991 ha abolito i visti d’ingresso per i cittadini giapponesi intenzionati a visitare le quattro isole oggetto della disputa[16]. Nel 2012, poi, il Ministero degli Esteri russo ha proposto la risoluzione della disputa tramite un referendum tra gli abitanti delle isole oggetto della questione[17]. Una proposta che però segue di un anno la decisione di Medvedev sul riarmo delle Curili[18]. Era passato un anno dalla prima controversa visita dell’allora Presidente russo a Kunašir, la prima di un Capo di Stato dai tempi della cessione dell’isola, e l’anno successivo la decisione di Medvedev fu seguita dai fatti, quando il Ministero della Difesa russo ha annunciato la costruzione per il 2013 di due basi militari a Iturup e Kunašir[19]. Venti di guerra sulle Curili? E’quasi impossibile che la disputa si trasformi in un conflitto armato, anche perché l’articolo 9 dell’attuale Costituzione nipponica, approvata nel 1947 dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, vieta esplicitamente il ricorso alle armi per fini non difensivi, ma è ben chiaro che si tratta di una prova di forza da parte di un Paese che non vuole chiaramente rinunciare al possesso delle più grandi tra le isole in contestazione (laddove, peraltro, le pretese nipponiche sono meno fondate dal punto di vista legale).

Il Giappone, dal canto suo, ufficialmente non ha mai rinunciato alla rivendicazione di tutte e quattro le Curili meridionali. Nel 2006 l’allora Ministro degli Esteri nipponico Taro Aso ha proposto la divisione tra Russia e Giappone del quartetto conteso, ma quella che avrebbe potuto essere una svolta storica nelle relazioni russo-giapponesi si è risolta in una rettifica con cui il dicastero ha parlato di una “interpretazione erronea” delle parole del Ministro[20]. Negli anni successivi, anzi, Tokyo è stata molto sospettosa nei confronti delle mosse di Mosca. Nel 2010, a seguito della prima visita di Medvedev a Kunašir, il governo giapponese ha richiamato in patria il suo ambasciatore in Russia per non aver saputo prevedere il viaggio[21], e due anni dopo, ai tempi della sua seconda visita, fu l’ambasciatore russo in Giappone ad essere convocato presso il Ministero degli Esteri nipponico per spiegazioni, mentre il Ministro degli Esteri Kōichirō Genba ha definito la visita “una doccia fredda nelle nostre relazioni”[22]. Dal 1981, poi, ogni 7 febbraio in Giappone si celebra la “giornata dei Territori del Nord”, come le Isole Curili vengono chiamate nel Paese del Sol Levante. Nel 2011, durante una manifestazione di fronte all’ambasciata russa di Tokyo, un dimostrante ha ostentato una bandiera russa visibilmente vandalizzata. L’azione ha suscitato proteste da parte di Mosca, che ha chiesto l’apertura di un’inchiesta per “vilipendio a una bandiera straniera” in base all’articolo 92 del Codice Penale nipponico[23], ma le richieste sono state respinte[24]. Tuttavia non manca qualche apertura anche da parte di Tokyo. I vari ministri giapponesi che si sono succeduti nel corso degli anni hanno spesso difeso, almeno a parole, la necessità di risolvere l’annosa disputa, e nel 2012, a seguito di una visita del Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, il Parlamento giapponese ha approvato la risoluzione con cui l’espressione “occupate illegalmente dalla Russia” usata in riferimento allo status delle Curili meridionali veniva sostituita con la meno polemica “controllate dalla Russia in assenza di un fondamento legale”[25].

La volontà di risolvere la questione delle Curili è stata recentemente espressa dal Premier giapponese Shinzo Abe e dal Presidente russo Vladimir Putin durante un vertice a Mosca nell’aprile 2013, nel quale si è anche parlato di cooperazione economica e geostrategica. Il bisogno di Russia e Giappone di instaurare buoni rapporti con la controparte è forte da ambo le parti: il Giappone, specie dopo la rinuncia al nucleare seguita alla catastrofe di Fukushima, è bisognoso dei giacimenti di gas naturale di Sachalin, mentre la Russia rappresenta un contrappeso nei confronti del crescente attivismo cinese nell’Asia Orientale. Il Cremlino, d’altra parte, ha bisogno di diversificare i mercati di esportazione del gas, oggi destinato in prevalenza ad un’Europa che ancora stenta ad uscire da quella che sembra una stagnazione permanente, nonché delle tecnologie nipponiche per lo sviluppo di una Siberia Orientale in gran parte esclusa dallo sviluppo economico della madrepatria a dispetto delle sue notevoli potenzialità[26]. La normalizzazione dei rapporti russo-giapponesi, però, passa attraverso la risoluzione della disputa sulle Curili, e questa risoluzione sembra ancora lontana a dispetto dei segnali positivi. Durante il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo nel giugno 2013 la Russia ha lanciato l’idea di sviluppare congiuntamente l’economia delle Curili, ma a distanza di un mese da parte giapponese non è pervenuta alcuna risposta, e la sua reticenza sul tema è da interpretare come un “no” a qualsiasi proposta che porti anche indirettamente al riconoscimento della sovranità russa sulle Curili[27]. Una questione, quella delle Curili, che di fatto si potrà risolvere soltanto qualora il Giappone dovesse ridimensionare le proprie pretese territoriali e accettare un compromesso col Cremlino, ma per Tokyo (come anche per Mosca) il possesso delle Curili meridionali è ormai una questione di principio, e la probabilità che nel prossimo futuro il Giappone scenda a un compromesso, già non elevata, diventa ancora più labile se si considera che la sua posizione viene esplicitamente supportata da Stati Uniti[28] e Unione Europea[29]. E’probabile, quindi, che la questione delle Curili continuerà a tenere banco ancora per molti anni.



[2] Vedasi Encyclopædia Britannica, voce Vasilij Golovkin, su http://www.britannica.com/EBchecked/topic/238111/Vasily-Mikhaylovich-Golovnin

[4] P. Hopkirk, The Great Game: The Struggle for Empire in Central Asia (Kodanska Globe, 1992), p. 502

[5] Ivi, pp. 515-516

[6] R. Bartlett, Storia della Russia (Mondadori, 2007) p. 245

[8] Ibidem

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Giuseppe Cappelluti
Giuseppe Cappelluti, nato a Monopoli (Bari) nel 1989, vive e lavora in Turchia.
Laureato magistrale in Lingue Moderne per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale presso l’Università degli Studi di Bergamo, ha conseguito la laurea triennale in Scienze della Mediazione Interculturale presso l’Università degli Studi di Bari.
Dopo aver trascorso periodi di studio presso l’Università di Tartu (Estonia) e a Petrozavodsk (Russia), nel 2016 ha conseguito un Master in Relazioni Internazionali d’Impresa Italia-Russia presso l’Università di Bologna. Dal 2013 ha pubblicato numerosi articoli su “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e nel relativo sito informatico. Suoi contributi sono apparsi anche su “Fond Gorčakova” (Russia), “Planet360.info” (Italia), “Geopolityka” (Polonia) e “IRIB” (oggi “Parstoday”, Iran).